“Di cosa dovrei avere paura? Cosa avrei dovuto fare che non ho fatto?”

Da Una casa sulla roccia che ringrazio per la segnalazione:

Nessuna avversione contro qualcuno. Solo verso la demagogia…

Una bella riflessione assolutamente condivisibile di don Antonio Ucciardoscritta lo scorso venerdì 17 maggio, in occasione di quella che l’UE ha ufficialmente stabilito come Giornata internazionale contro l’omofobia.

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Non ho mai provato avversione contro qualcuno. Non vedo perché da cristiano, alla mia età e con tanti peccati alle spalle, debba provarne adesso. Ho provato, semmai, avversione verso qualche ideologia. Cercando di distinguere, quando è possibile. Direi che sia qualcosa di radicato in me, non solo per la fede, ma anche per l’educazione ricevuta.

Nelle città di mare di una volta c’erano quartieri abitati da prostitute. In alcune resistono, in altre sono spariti, come nella città in cui sono cresciuto. Era impossibile non passare da determinate vie. Mia madre mi diceva di non giudicare, perché non avrei potuto sapere quali drammi vi fossero dietro. E quando passavamo davanti al carcere, c’era sempre una nota di misericordia: “Tutti possiamo sbagliare”. Con l’invito ad essere sempre responsabili. Che poi, se vogliamo, non è altro che il vangelo tradotto in principi di formazione cristiana ed umana.

Adesso pare che dissociarsi da qualsiasi forma di rispetto per l’omosessualità, intesa come ideologia e non come condizione, comporti la gogna. Può darsi che domani comporti un giudizio in tribunale o il carcere.
Mi sento a disagio, quasi istintivamente, quando sento parlare di omofobia. Paura di cosa? Paura di chi?
Conosco persone omosessuali che sono meritevoli del più grande rispetto, come conosco eterosessuali ai quali si addice il più grande biasimo. Conosco omosessuali credenti che non hanno nulla di diverso dagli eterosessuali. Di alcuni ammiro la fede ed anche la determinazione a vivere secondo la volontà di Dio.
Ho restituito, per così dire, un figlio omosessuale ai suoi genitori, dopo che la sua confessione aveva provocato un rigetto. Pensate che sia sempre facile ricostruire la stima e l’amore che deve vigere tra genitori e figli? Non ho fatto altro che il mio dovere di cristiano e di prete.
Ho minacciato di sanzioni anche fisiche, ossia di robusti scappellotti, alcuni miei alunni che si erano divertiti a prendere di mira un loro compagno.

Di cosa dovrei avere paura? Cosa avrei dovuto fare che non ho fatto?

Se invece rispetto dell’omosessualità significa asciugare le lacrime del politico che piange in diretta televisiva, assecondare il pensiero dei cattolici adulti, permettere l’equiparazione del matrimonio, avallare i sistemi scelti per il lavaggio delle coscienze, sorridere al gaypride, ritenere normali cento altre espressioni e rivendicazioni, allora qualche dubbio mi viene. E pure fortemente.

don Antonio Ucciardo
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N.d.R. Gli interventi pronunciati venerdì scorso dai Presidenti di Camera e Senatoriguardo alla questione omofobia sono un perfetto esempio della demagogia di cui parla qui sopra don Ucciardo.

 

La più completa rivoluzione che mai sia stata predicata

Ho ritrovato, dopo anni, un libretto intitolato “Semi di contemplazione” di T. Merton e l’ho ripreso (naturalmente l’edizione del 1991, cioè quella vecchia) con curiosità totalmente immemore dei contenuti sicuramente letti e sottolineati una ventina d’anni fa.

E’ davvero molto interessante e chiarificatore, soprattutto per quanto riguarda l’essenza della fede, sul suo reale significato, come risposta alla sete dell’uomo che capisce che il problema non è “avere ragione”, ma  capire “come si fa a vivere”, come si può essere totalmente  e liberamente se stessi.

Sono appena a pag 113 e mi sono accorta che era troppo interessante quanto ho letto perciò voglio farvene partecipi.

“La tradizione cattolica  è una tradizione perché vi è una sola dottrina vivente nella cristianità: tutta la verità cristiana è stata pienamente rivelata; non è stata però pienamente compresa, né interamente vissuta. La vita della Chiesa è la verità di Dio stesso, che si riversa nella Chiesa dal Suo Spirito, e non può esservi altra verità che la soppianti e la sostituisca.

Tutto ciò che potremmo sostituire ad una vita così intensa sarebbe una vita inferiore, una specie di morte. La costante tendenza umana ad allontanarsi da Dio e da questa tradizione vivente può essere ostacolata soltanto da un ritorno alla tradizione e da un rinnovarsi di quell’unica vita senza mutamento che era infusa nella Chiesa ai suoi inizi.

Pure questa tradizione deve essere sempre una rivoluzione perché, per sua stessa natura, essa nega i valori e gli ideali cui la passione umana è così potentemente abbarbicata. A coloro che amano denaro, reputazione, piacere e potenza questa tradizione dice: “Sii povero, scendi nell’ultimo strato della società, prendi l’ultimo posto tra gli uomini, vivi con coloro che sono disprezzati, ama il prossimo e servilo invece di farti servire. Non opporre resistenza quando ti spingono da parte, ma prega per coloro che ti fanno del male. Non cercare il piacere ma allontanati da ciò che soddisfa la tua mente e i tuoi sensi e cerca Dio nella fame, nella sete e nelle tenebre, nei deserti dello spirito dove sembra pazzia viaggiare. Porta il carico della croce di Cristo, che è l’umiltà e la povertà e l’obbedienza e la rinuncia di Cristo, e troverai pace per la tua anima”.

Questa è la più completa rivoluzione che mai sia stata predicata: infatti è la sola, vera rivoluzione, perché tutte le altre richiedono lo sterminio altrui, mentre questa soltanto significa morte per quell’uomo che (…) tu sei stato indotto a credere il tuo vero io”. [il grassetto è mio]

Ho voluto rendervi partecipi di questa lettura perché mi pare che in modo sorprendente dolce, tenero affettuoso, ma deciso il nostro papa Francesco, con le sue omelie quotidiane nella Cappella di Santa Marta, ci stia riconsegnando questa tradizione cattolica che è facilissimo dimenticare, immersi come siamo in un mondo in cui tutto invita all’istintività e alla prepotenza.

La politica ha avuto il coraggio di cambiare… ma noi?

Ho trovato davvero interessante l’articolo di Luca Doninelli per il Sussidiario, La politica cambia, e noi? perché pone una domanda fondamentale.

In modo assolutamente non scontato è nato un governo fatto… col bilancino; per poter accontentare le varie esigenze dei partiti che lo sostenevano. Ma già nascono i distinguo di chi vuole perennemente essere in campagna elettorale infischiandosene del disagio sociale che può arrivare alla terribile decisione di usare una pistola contro un 0bbiettivo simbolico, ma in carne e ossa.

E quel che mi addolora è assistere ai soliti giochini dell’informazione che, anche se parla di riconciliazione nazionale, non rinuncia al vizietto tutto italiano del sospetto, della pretesa, della rivalsa, ecc.

Ma come si fa a favorire un governo che pare voglia mettercela tutta per affrontare la tragica situazione italiana se abbiamo la pretesa che sia solo il Governo e non anche i parlamentari, i mass media e gli italiani tutti ad avere uno spirito di riconciliazione e di collaborazione?

E che ce ne facciamo di un Papa come Papa Francesco che ha il plauso di tanti se non mettiamo in pratica tutti i suggerimenti semplici e affascinanti che aiuterebbero tutti a stare meglio?

Certezza di coscienza

 Quanto più una persona è potente, come certezza di coscienza, tanto più il suo sguardo, anche nel modo abituale di andare per la strada, abbraccia tutto, valorizza tutto, e non gli scappa niente. Vede anche la foglia gialla in mezzo alla pianta verde. E’ solo la certezza del significato ultimo che fa sentire, come fossimo un detector, la più lontana limatura di verità che sta nelle tasche di ognuno. E non è necessario, per essere amico di un altro, che lui scopra che quello che dici tu è vero e venga con te. Non è necessario, vado io con lui, per quel tanto di limatura di vero che ha.”

Luigi Giussani, da “Certi di alcune grandi cose”

 

(grazie a Gianni che me l’ha segnalato!)

Ottantasettesimo giorno di scuola

Entro in classe e ho uno scarto improvviso.

Mi passa nella mente tutto quello che ho sentito la settimana scorsa, l’insieme di opinioni sugli studenti  che mi si e’ incrostato nei gangli del pensiero.
Sento un rifiuto che mi sale dirompente dal cuore, li guardo in faccia i ragazzi e le ragazze che si apprestano ad iniziare la giornata e il mio giudizio e’ chiaro, non c’e’ alcun dubbio, questi  studenti reali non hanno nulla a che fare con il modo con cui ne parliamo nei nostri consessi illuminati, questi studenti reali sono fatti di carne e sangue, sono vivi e vibrano di un desiderio positivo.

Mi affascina che gli studenti reali prendano il sopravvento su quelli di cui riempiamo i nostri discorsi ed ha una attrattiva irrefrenabile la tenerezza che provo guardandoli in faccia, un’altra cosa rispetto alle opinioni negative con cui abbiamo cospirato insieme per prendere le distanze dalla realta’.

Riparto questa mattina da questo scarto tutto positivo, ho davanti dei ragazzi e delle ragazze che sono pieni di vita, ho per loro la stessa stima che nutro nei confronti del mio io  e questo e’ cio’ che mi riempie il cuore di letizia.

E’ un nuovo inizio che si lascia alle spalle le pessime valutazioni con cui abbiamo segnato uno ad uno studenti e studentesse, finalmente il coraggio di iniziare da quello che sono realmente e non da come ce li immaginiamo!

Mentre vivo tra me e me questa tensione tra immagini e realtà l’ora di lezione prende il largo e lo fa in modo strano perché nel giorno del progetto per non dimenticare non è la Shoah, ma è Sarajevo ad essere al centro della memoria, la città del piu’ lungo assedio della storia contemporanea.

Mi trovo davanti a degli studenti e delle studentesse per cui Sarajevo non significa nulla, devo accompagnarli, l’ora dopo ci sarà la rappresentazione teatrale.

Mi corre davanti agli occhi lo sguardo di Zlata, questa giovane ragazza il cui diario in quei difficili anni mi aveva tanto commosso, e’ lei che ripropongo all’inizio della mattinata a scuola, un suo struggente messaggio, e nel silenzio che segue avverto oggi ancor di più come la memoria sia cercare uno spiraglio di umanità attraverso cui ritrovare se stessi.

Poi c’è lo spettacolo teatrale, il dialogo con gli attori e gli accompagnatori della compagnia, ma quel silenzio mi rimane come il momento decisivo della mattinata intera. Si sono dette tante cose, ma quel silenzio vale in me molto di più di tante riflessioni, perché in quegli attimi nessuno proferiva parola non perché non avesse da dire, ma perché era stato messo di fronte al mistero della sua vita e aveva deciso di starvi. Quanto mi hanno insegnato con quel silenzio!

 

G.M.

“Dai giornali … si apprende solo che “oggi si fa così” e che è giusto fare così”

Senza accorgercene stiamo facendo quello che i mass media impongono. Con una penetrazione lenta e indolore che ci rende “normale” , “scontato” , “quotidiano”  la protesta, la rivendicazione, la vendetta mascherata da giustizia e tutte quelle cose che i cristiani non hanno certo imparato dal Vangelo… Ma, come diceva un amico: difficilmente si impara quelche si crede di sapere già. L’unico antidoto è tornare alla fonte, cioè alla Scrittura sine glossa… e si scoprirà che la bellezza della vita non sta certo in questo baratro nel quale i mass media ci stanno facendo precipitare.

Dai giornali non si impara più niente, si apprende solo che “oggi si fa così” e che è giusto fare così. Che è una nuova, inedita, grande ideologia. Nella nostra società le cose che contano si impongono per prassi. Si tratta di atteggiamenti nuovi, di modi di vestire, di divertirsi, di usare una parola piuttosto che un’altra

Scrive così un articolo significativo di Tempi:

Riproduciamo un articolo apparso sul settimanale Vita Nuova di Trieste, che riporta le parole pronunciate dall’arcivescovo Giampaolo Crepaldi alla festa del patrono dei giornalisti. Per meglio comprendere il discorso di Crepaldi è utile conoscere gli ultimi avvenimenti accaduti in città, dove una violenta campagna di stampa e alcune improvvide dichiarazioni di esponenti della giunta locale di sinistra l’hanno preso come bersaglio. 

Siamo abituati a collegare immediatamente il giornalismo con l’informazione. Ma oggi è ancora così? Mi spiego. Il giornalismo produce informazione, l’informazione è fondamentale per il dialogo pubblico, il dialogo pubblico è essenziale per la democrazia… quindi il giornalismo è essenziale per la democrazia. Di solito questo è il ragionamento, sostenuto anche da fior fiore di filosofi, basti pensare ad Habermas. Da qui il grande potere del giornalismo in democrazia che, però, proprio per questo, ossia perché è un grande potere, qualche problema alla democrazia lo pone. Questa contraddizione richiede oggi di rivedere alcuni luoghi comuni sul giornalismo.

Nel dibattito politico si parla spesso di poteri forti. Ci si riferisce, di solito, alla finanza, all’industria, alle consorterie internazionali, ai grandi network della comunicazione televisiva. Qualcuno, polemicamente, dice che oggi anche una certa magistratura è un potere forte. Ma raramente si riflette sul fatto che anche la stampa è un potere forte, e spesso intrecciato con gli altri che ho elencato qui sopra. Anzi, la grande stampa spesso si propone come luogo ove si condannano i poteri forti, inducendo così a trascurare che essa stessa non di rado vi appartiene. E’ vero che i giornali tradizionali su carta sono in crisi ovunque, ma qui, per “stampa” , non intendo solo i giornali stampati, ma anche i nuovi strumenti della comunicazione on line.

I giornalisti esercitano oggi un forte potere. Questo deriva, dal punto di vista culturale, dal fatto che oggi, diversamente dal passato, l’informazione è sempre anche formazione. Un tempo si distingueva, almeno teoricamente, tra informazione e formazione. Questa distinzione veniva espressa con una frase piuttosto ingenua: “i fatti separati dalle opinioni”. Il mito del cosiddetto giornalismo anglosassone si fondava su questa ingenuità. Ai tempi dei giornali ideologici e di partito si era soliti distinguere questi ultimi da quelli cosiddetti “indipendenti”, che però indipendenti non erano. Oggi queste distinzioni non si possono più fare. Il motivo, paradossale, è che non esistono più i giornali ideologici e di partito, perché non esistono più le ideologie e i partiti come li avevamo conosciuti in passato. Attenzione, però, che questa scomparsa delle ideologie non ha per niente lasciato libero il campo ai soli giornali indipendenti per un giornalismo indipendente, ma ha trasformato questi stessi in giornali che formano informando. Formano non più applicando ai fatti raccontati una riflessione / valutazione ideologica, ma formano raccontando i fatti e, portando in pagina ciò che accade in strada, lo legittimano e lo impongono.

In questo modo il sistema giornalistico è, nel complesso, conservatore: accerta ciò che accade nella strada e lo legittima. . Si possono fare convegni fin che si vuole sul matrimonio, ma se la moda – ripeto: la moda, quindi non qualcosa di consapevole e di approfondito, ma un atteggiamento mimetico – impone la convivenza la famiglia fondata sul matrimonio è già bell’e morta. Ecco, i giornali non esercitano più nessuna voce critica rispetto a quanto accade in strada e, per questo, formano informando.

Ne consegue che il sistema giornalistico tende ad esprimere un pensiero unico. Questo è apparentemente in contrasto con la grande pluralità dei mezzi informativi esistenti sul campo. Ma se io prendo i maggiori quotidiani italiani che, magari su questa o quella questioncina si azzuffano, sulle grandi questioni della vita umana sono tutti allineati, almeno nel non prendere posizione. Certo, c’è un sistema di informazione alternativo, che però non emerge perché è di fatto soffocato dal potere delle grandi concentrazioni. Anche i giornali applicano la regola dietro la quale spesso si nascondono i partiti: demandare le grandi questioni alla cosiddetta libertà di coscienza. E così se ne lavano le mani. Ma non prendere posizione sui grandi temi è un modo di prendere posizione che consiste nel confermare la linea verso cui soffia il vento.

I giornali cattolici sono talvolta attratti dal partecipare a questo grande coro. Temono di non essere al passo con i tempi e di essere accusati di ideologia. Peccano così di timidezza e rifuggono le battaglie culturali. Eppure l’unico modo di farsi sentire da questo grande coro della megamacchina dell’informazione è fare qualche battaglia culturale. Per poterlo fare, però, bisogna capire che davanti a noi non abbiamo solo un sistema informativo essenziale per la formazione dell’opinione pubblica nelle democrazie moderne eccetera eccetera … secondo i classici discorsi di circostanza, ma che abbiamo un potere e che questo potere promuove un sistema culturale non nella pretesa di formare ideologicamente le menti dei lettori, come avveniva un tempo, ma fotografando ciò che avviene, la prassi, e proponendola come vera e buona.

Tutto questo è evidente anche qui a Trieste. Ed è per questo che gli strumenti comunicativi della diocesi, prima di tutto il Settimanale Vita Nuova che ora si propone anche nella versione on line, sono strumenti di libertà comunicativa e informativa. Sono strumenti che non accettano quanto il coro dice a convalida di qualsiasi cosa accada in strada. Internet, che da un lato conosce nuove forme di concentrazione di potere informativo, dall’altro permette che siano i lettori ad andare in cerca delle notizie e non più le notizie ad andare in cerca dei lettori. Questo può rappresentare una qualche chance.

Tra lieti e “sgodevoli”

Ricevo la NL da IlClandestino.zoom e questa riflessione di Rondoni è davvero impagabile e la riporto:
C’è un modo di dire nel bolognese – lingua peraltro spesso grossa e pur non aliena da finezze in vari campi, ma specialmente in uno – che è il termine: “sgodevole”. Lo si riferisce in genere a persone la cui presenza o atteggiamento rende una situazione poco simpatica, non leggera, insomma pesante. Perché lo “sgodevole” appunto rimarca qualche difetto o ombra, punta sul negativo invece che sul positivo, per quanto fragile. Ecco, il rischio odierno è che questa “sgodevolezza” sia una epidemia nazionale. Noi tutti – ci mancherebbe – abbiamo momenti in cui cadiamo in talesgodevolezza, specie chi di noi ha temperamenti umbratili, bizzarri. Ma il problema è la generale sgodevolezza in cui sta cadendo l’Italia con tutti che si lamentano – spesso a ragione ma anche spesso per pura faciloneria. Non si tratta solo di coloro che essendo sotto i riflettori, dai politici alle star di ogni settore, sono spesso capaci solo di dir ciò che non va (specie negli altri), ma anche di predicatori, di semplici cittadini, di lavoratori, di taxisti, di baristi, di commesse, di vigili, di portinai, etc. etc.
Una sgodevolezza generale che è sintomo di una mancanza di letizia, di senso del dono, di cordialità (arte del cuore). E’ così bello (e raro) quando si incontra qualcuno che con una battuta in più, un’attenzione gratuita, un surplus di cortesia non affettata, ti agevola il faticoso passo quotidiano!
Ormai il campo non è diviso tra destra e sinistra, tra credenti e atei (categoria peraltro impossibile, ognuno ha un dio, magari piccolo come il proprio tornaconto a cui dedica la vita) o tra progressisti e conservatori. E’ tra lieti e sgodevoli. E lo scontro è totale. Campale. Decisivo.
dr

Risvegliare un cuore al suo destino

Ieri ho partecipato ad un incontro tra amici desiderosi di ricreare un clima amichevole, cordiale, profondo tra noi (non era un incontro di politica!) e ne ho tratto la conclusione che è solo per il momento è un’intuizione che nemmeno riesco a esprimere.

La mia  conclusione nebulosa: che ci occorrono dei “padri”, cioè devi veri educatori da seguire, ci occorrono delle persone che ci mostrino che è bello vivere in armonia con se stessi e con tutti, altrimenti siamo tutti come bestie matte pronte a reagire istintivamente e irrazionalmente a qualsiasi provocazione ci venga dalla realtà.

Stamane leggo il seguente articolo tratto da Tracce che spiega cosa sia una vera educazione (che non riguarda comunque solo i figli, ma anche noi adulti):

Se educare è risvegliare un cuore al suo destino

di Stefano Filippi

26/01/2013 – La presentazione del libro di Antonio Polito “Contro i papà” (Rizzoli) al Centro Culturale di Milano. Con l’autore e Ferruccio De Bortoli c’era anche don Julián Carrón. Ecco la cronaca dell’incontro

  • Julián Carrón.Julián Carrón.

La «società della pantofola», la chiama Antonio Polito. Tutto facile, tutto comodo, meglio vivere di rendita che investire, proteggere anziché rischiare. È la società dell’individualismo e dell’irresponsabilità che permea l’aria che respiriamo.Aria pesante. Polito, editorialista del Corriere della Sera, vi ha dedicato un libro,Contro i papà, partendo dalla propria esperienza e da un dialogo con i lettori del suo giornale. Non contro il padre, ma i papà, anzi i «papino», i «bamboccioni». In realtà è un j’accuse verso l’intero impianto sociale moderno e l’illusione ipocrita di avere tutto subito e gratis, senza fatica, soprattutto senza un ideale all’altezza dell’attesa umana. Alla presentazione del volume, organizzata dal Centro Culturale di Milano e condotta dalla presidente dell’Associazione italiana centri culturali Letizia Bardazzi, Polito ha invitato un altro giornalista, il direttore delCorriere Ferruccio de Bortoli, e il presidente della Fraternità di Cl, don Julián Carrón. E il grido di dolore della generazione dei papà infingardi, dei «goffi sindacalisti dei loro figli», è diventato una strada di cambiamento.

Quella di Polito non è una tirata moralistica ma un’inchiesta. Cita dati e statistiche della campana di vetro in cui i giovani vengono fatti vivere: più «bamboccioni» (cioè ragazzi a rimorchio delle famiglie) nelle case ricche che in quelle povere; le università a «chilometri zero» che non producono sapere di qualità e paradossalmente gravano sulle tasche dei meno abbienti; l’errore di concentrarsi sui disoccupati dimenticando gli «inoccupati», cioè i ragazzi che non hanno lavoro, non lo cercano e non studiano per ottenerlo. «È un problema culturale non economico», denuncia Polito. «Se vogliamo affrontare questo problema dobbiamo rimettere l’accento su parola caduta in disuso che voi di Cl qualche anno fa avete reso di nuovo attuale: educazione».
De Bortoli, che non dissimula i «sensi di colpa», paragona la sua gioventù con quella di oggi. Non è un lamento sui bei tempi andati. «L’errore è non chiamare i ragazzi alla responsabilità, ma schiacciarli in una sorta di limbo»

CL: preoccupanti le dichiarazioni contenute nell’ordinanza del Gip sulla vicenda Kaleidos

Comunicato stampa:

23/01/2013

Comunione e Liberazione esprime forte preoccupazione dopo aver letto alcune affermazioni contenute nella ordinanza di arresto, per la vicenda degli appalti per il noleggio di auto in Lombardia, da ieri pomeriggio presente per esteso nella rete, ed anche ampiamente riportate dai mezzi di informazione.
In particolare, affermazioni quali: «Non appare affatto casuale il fatto che i rapporti (…) siano anche quelli connotati dalla comune adesione/condivisione ideologica al gruppo di CL… L’idea, che andrà approfondita in maniera attenta, è che proprio questa appartenenza sorregga atteggiamenti di mutuo sostegno che… si traducono in comportamenti che costituiscono reati… Comportamenti ben più pericolosi della banale corruzione per denaro, perché radicati su un sentire comune che non ha “prezzo”».
La considerazione che l’appartenenza a una realtà ecclesiale sarebbe di per sé foriera di comportamenti illeciti secondo un principio di causalità, ci sembra portatrice di grave pregiudizio dei principi inviolabili contenuti nel dettato costituzionale: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2).
“Il sentire comune che non ha prezzo” deve continuare ad essere la libera e spontanea espressione della profonda socialità che caratterizza la persona stessa e che la Costituzione riconosce.
Sarebbe stata sufficiente l’affermazione del Procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, che durante la conferenza stampa di ieri, 22 gennaio 2013, ha sottolineato che le responsabilità sono “personali” e non si attribuiscono ai gruppi, come riferisce la Repubblica di oggi nell’articolo di pag. 17.

Ufficio stampa di CL

Milano, 23 gennaio 2013

“nessuno, proprio nessuno, merita di essere lasciato solo!”

La Spisa contesta gli ex alleati del Pdl Su Facebook: "Scelte imposte dal Capo"Ho ricevuto e, col suo permesso pubblico volentieri, una mail del mio candidato preferito di sempre, che stimo – e non sono la sola ! – per la sua profonda onestà e desiderio di servire al bene comune come ha dimostrato in tutti questi anni di servizio alla nostra regione sarda:

 

Carissimi,

ho deciso di accettare la candidatura e partecipare alla contesa elettorale, nella lista “Scelta Civica con MONTI” alla Camera dei Deputati.  

Vorrei spiegare perchè.
In questi anni ho fatto parte di un grande partito di laici e cattolici che prometteva di essere riformista e democratico nella sua vita interna, capace di aggregare tutti coloro che, come me, pongono come valore fondante della politica la libertà. Il desiderio era quello di rispondere alla chiamata del suo fondatore, che diceva: “Rovesciamo la piramide, facciamo un partito in cui la base è in alto e il vertice in basso a servire”.
La piramide, come abbiamo visto dalla storia recente, non è stata rovesciata.
Oggi quella piramide ha ancora la possibilità di crescere, su un terreno fertile, in una prospettiva diversa e più grande: veramente libera, veramente operosa, veramente europea come il grande progetto del Partito Popolare Europeo al quale fa riferimento la Scelta Civica per Monti. Non è un sogno, è una realtà viva in tutta Europa, ha radici secolari e rami che da decenni animano la politica di numerose nazioni. Per noi in Italia è da tempo l’oggetto di una grande attenzione, ma la miopia e il personalismo di alcuni ci hanno tenuti lontano dalla strada per arrivarci.
Questo è il momento di considerare ciò che tutti voi mi avete dato in termini di fiducia e responsabilità, non come una eredità da consumare, ma come un talento da investire.
Questo tempo impone una maturità politica che richiede uno sforzo particolare e un grande impegno a favore di tutti. Non è il tempo dei vecchi personalismi, che vogliono affermare un “io” slegato da un “noi”. Un “noi” che è carico della realtà di ciascuno: di problemi, di desideri, di richieste, di identità, di comprensione, di voglia di fare, insomma della consistenza di persone vive.
È solo un “noi” così concreto e libero che dice: rifiutiamo la logica delle paure che creano divisione, degli egoismi dei singoli, rifiutiamo la logica del potere fine a stesso, diamo forza ad una nuova responsabilità al servizio della crescita della Sardegna.
La Sardegna cresce con l’Italia, l’Italia cresce con l’Europa. Per questo occorre che qualcuno porti più Sardegna in Italia e più Italia in Europa. Un’ Europa che sia se stessa, che sappia affermare la
positività della sua origine.
Cosa è successo in questi anni.
Abbiamo vissuto in Italia e in Sardegna in un clima che paragonerei a quello della “guerra fredda” degli anni ’50-’60. Blocchi contrapposti, assenza di dialogo, rigida contrapposizione ideologica. così è stato tra centrodestra e centrosinistra dal 1994 al 2007. Allora è nato il PDL con una intuizione formidabile di Berlusconi. Vi ricordate i gazebo nelle strade in cui chiedevamo ai cittadini quale nome preferissero? Fu scelto a stragrande maggioranza il nome “Popolo” e non quello di “partito”. E questo non per caso! Chi c’era in piazza Costituzione a Cagliari in quella fredda sera di novembre del 2007 a sentire queste parole? Io c’ero e in buona fede ho creduto a quella promessa! Quel giorno ci fu detto che avremmo sempre scelto i nostri candidati con le primarie, che il cuore del programma politico sarebbe stato quello del grande Partito Popolare Europeo, un’aggregazione di uomini di tutti i ceti sociali e di tutti territori, uniti per affermare il valore di una società libera e solidale, aperta all’Europa e al mondo. Un partito, infine, che guardasse alla tradizione del nostro paese con l’impegno a salvaguardarne le radici storiche culturali e religiose. Su quei presupposti quel partito vinse largamente le elezioni politiche del 2008 e quelle regionali del 2009 in Sardegna, entrando in una stagione di governo con un carico di consensi e di responsabilità del tutto nuovi.
Che giudizio dare.
La prima promessa di scegliere i candidati con le primarie fu immediatamente sospesa in nome dell’emergenza elettorale, ma, successivamente e fino ad oggi, è stata disattesa semplicemente ed evidentemente perchè è un metodo scomodo per chi guida: la piramide non è stata rovesciata, il partito è stato abbandonato in un permanente stato di “guerra civile” soprattutto nei territori periferici dove tra alcuni leader locali si è arrivati al disprezzo e all’odio reciproco.
La prospettiva europea è stata progressivamente indebolita, nei suoi contenuti di riforma dei meccanismi giuridici ed economici e soprattutto nella autorevolezza ed efficacia della nostra partecipazione all’eurozona. Alla fine del 2011 il governo nato nel 2008 è stato colpevolmente costretto ad accettare un’agenda di manovre correttive per evitare il fallimento, ha passato la mano ad un governo tecnico di cui il PDL ha approvato tutti i provvedimenti – anche quelli che hanno innalzato le tasse – per poi metterlo in crisi senza approvare una nuova e decente legge elettorale.
Le radici cristiane della nostra civiltà europea sono sistematicamente derubricate nella lista delle cose importanti da fare: la sussidiarietà, il primato della persona rispetto allo stato e al mercato, il riferimento certo ai valori “non negoziabili”, sono affidati alla buona volontà e alla coerenza dei singoli politici.
Cosa sta accadendo
Di fronte alla necessità di creare un nuovo e grande soggetto politico alternativo alla sinistra radicale, inizialmente è stata scelta la strada coraggiosa del rinnovamento, ma la stagione delle primarie è stata precipitosamente interrotta proprio a Cagliari, nel giorno in cui il giovane segretario avviava la campagna interna. Il personalismo è tornato alla ribalta!
Il PDL si affida ancora una volta alle doti istrioniche del suo fondatore per recuperare un consenso che permetta di sedere al tavolo delle trattative post-elettorali e, per incrementare il proprio peso, si stringe e si avvia un accordo con la Lega-Nord firmando l’impegno ad approvare leggi che garantiscano alle regioni settentrionali il 75 per cento delle imposte riscosse sul loro territorio: una scelta che determinerebbe letteralmente la totale spaccatura del paese, accentuando il dualismo nord-sud, rinnegando il patto di solidarietà su cui si fonda la stessa radice della nazione.
Tutto ciò oggi pare come un incendio che divampa sotto i nostri sguardi, ma che non vediamo perchè attratti dai fuochi di artificio astutamente predisposti dal comitato promotore della festa patronale!
Quale è la mia scelta
Finchè nessuno ha il coraggio di aprire una strada, il nuovo edificio che tutti desideriamo per un grande progetto politico non nascerà!
Non si tratta oggi di distruggere, fuggire e abbandonare. Si tratta di costruire. Una grande idea in testa, una meta da raggiungere, due braccia e due gambe per camminare. Per costruire, infatti, occorre un luogo in cui le fondamenta non poggino sulla terra malferma. Qualcuno lo deve indicare, qualcuno deve cominciare a camminare.
Ho deciso di accettare la candidatura in una lista civica che non ha altra forma se non quella di una nave che vuole andare verso un approdo sconosciuto, ma intravisto con certezza. Per me che nella politica ho rischiato gran parte della vita, dando tutto me stesso per costruire pezzi di società libera e operosa, vivendo una esperienza umana e professionale ricchissima, attorniato da persone che ho rispettato, ascoltato e seguito nella direzione che insieme ritenevamo giusta, per me!, questo non è il tempo del comodo, non è il tempo del calcolo personale, della carriera da costruire con prudenza. Per me non è il tempo in cui ci si possa nascondere!
Ho lavorato per quattro anni sotto il faro di una frase che ho scelto come titolo del programma regionale di sviluppo: “lo sviluppo nasce dall’io”. Da fatti concreti, da iniziative politiche e amministrative nel campo della ricerca, del credito, dell’impresa, della scuola e dell’università, è sorta una trama di possibilità positive e di rapporti umani, che hanno abbracciato persone di tutti gli schieramenti, senza mai discriminare pregiudizialmente nessuno.
Perché nessuno, proprio nessuno, merita di essere lasciato solo!
Giorgio La Spisa 


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