“L’ideologia ci invade totalmente…”

Nella vita di don Giussani che sto leggendo, sono arrivata al 1973 quando ci fu il raduno degli universitari di Cl con il titolo “Nelle università per la liberazione” al Palalido di Milano. Tra la folla che assisteva al momento pubblico c’era anche, con un quadernetto e penna per gli appunti, l’on. Moro che voleva conoscere meglio i giovani di Comunione e Liberazione. Don Giussani non partecipò ma pochi giorni dopo defini’ quello che sembrava essere stato un successo “una fuga in avanti di un gruppetto leader”.

“E – continua il testo di Savorana a pag. 469 – il 20 maggio 1973 (don Giussani) segnala un errore in cui si è incorsi nell’organizzazione, ovvero porre la “speranza sulle idee politiche proprie o altrui” (…) “La cosa più orrenda del convegno così mirabilmente riuscito del 31 marzo, ma comunque significativissima come strumento che Dio dà alla nostra contrizione” è “che gli applausi più lunghi in un convegno di testimonianza al mondo, per la prima volta in così grande stile, sono andati all’affermazione che noi non andiamo con nessun partito o (al no) al fermo di polizia”. Per Giussani è una vergogna: “Volevo scomparire quando ho sentito questo”. E questa è l’origine della sua disapprovazione: “Ciò che è privilegiato in noi non è Cristo, non è il fatto nuovo: ragazzi, non crediamo ancora. L’ideologia ci invade talmente, che ciò che non potrebbe che essere secondario rispetto alla comunione – perché che tu abbia un’opinione differente dalla mia, questo è naturale – diventa prevalente operativamente, nel giudizio che si dà, e nell’azione che ne consegue”, fino al punto che “la comunione non ha più spessore”. E la vita del Movimento si impoverisce, riducendosi ad un seguito di parole: “La proiezione meccanica del discorso, credere che all’università Cattolica siamo presenti, si faccia missione perché noi ripete il discorso, non è una cosa rara. O credere che si sia presenti nel mondo della scuola perché si fa l’assemblea di Comunione e Liberazione è una cosa molto facile a trovarsi, nel maggioranza i noi”.

“La bellezza è la verità che si comunica a noi attraverso un’attrattiva”

“La bellezza è la verità che si comunica a noi attraverso un’attrattiva, nell’anima nostra sorgono profondi discorsi e profonde esperienze di vita e può essere che noi tendiamo a fermarci a questo, a vivere la parola di Dio solo esteticamente.

Invece, seguire la sapienza nuova coincide con una morte, la morte dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, del nostro modo di fare: implica una rottura,  una contrizione della nostra persona, perché “i nostri pensieri non sono i suoi pensieri” (…) .

Obbedire alla Sua volontà è lo strumento col quale Egli ci vuol far aderire totalmente a Lui, secondo la Chiesa, nella circostanza effimera, banale, nella quale ci ha chiamato. Solo attraverso la fede e l’aderire a questo fatto con cui Dio ci porta, riflettendo e amando, aderendo volontariamente ai momenti ordinari di una regola quotidiana, ci rende corpo e sangue della volontà del Padre.

Mai possiamo aderire di più alla misericordia di Dio che nell’ubbidire alle persone, alle pietre dove Dio ci ha collocati”.

(Vita di don Giussani di Savorana,pag.446/447)

“persone risentite, scontente, senza vita”

I. Gioia che si rinnova e si comunica
2. Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto.

Leggi tutta l’Esortazione QUI

Al leggere queste parole mi sono chiesta: ma… quante persone liete, che comunicano gioia, serenità, che sostengono la speranza conosco?

Forse quelle che rispondono a questo requisito sono Monica e Giangi, reduci da Olbia dove hanno visto il dramma del fango e sono accorsi appena hanno trovato un mezzo che li aiutasse a raggiungere la città sconvolta dal ciclone. Gli occhi di Monica brillavano mentre raccontavano dell’accoglienza che riservavano loro le persone che, avendo in casa solo il bagno i cui sanitari non si potevano staccare perché ben incollati, si preoccupavano degli angeli del fango ingegnandosi a preparare i panini con salsiccia perché non avevano ancora mangiato nulla. Non solo: pur non avendo più nulla, li invitavano per Capodanno.

Ecco, forse le persone gioiose sono proprio queste che partendo da un naturale bisogno di solidarietà, vi obbediscono sicuri che quello è ciò che di meglio si possa fare per mantenere la propria gioia di persone che hanno incontrato Cristo.

Monica e Giangi erano entusiasti di aver sperimentato questa solidarietà con persone sconosciute, ma diventate subito familiari e in particolare si stupivano di una signora di una certa età, rimasta in tuta da ginnastica che rifiutava qualsiasi giubbotto o indumento dicendo: “Portatelo a qualcun altro che ne ha più bisogno!”

Davanti a tutto questo uno scopre come da un male così grande come la distruzione di tutto, possa nascere un bene, cioè la solidarietà e la fratellanza tra persone sconosciute.

Chi non vorrebbe vivere così? Chi non vorrebbe che tali dimensioni caratterizzino la vita, perché più umane e dignitose?

“Ma il mio dolore è fecondo”

Una lettera a Tracce:

08/11/2013 – Va alla sua prima Scuola di comunità dopo un anno difficile. «C’ero solo io e il mio vuoto». La morte improvvisa della madre. Poi quel «lasciamoci fare da Dio». E l’accorgersi che «era sempre esistito un lato buono della vita, anche se non lo vedevo»

  • ''Crocefisso'', W. Congdon.”Crocefisso”, W. Congdon.

Faccio parte del movimento da un paio di anni ormai eppure in tutto questo tempo, per un motivo o per l’altro, non avevo mai partecipato a una sola Scuola di comunità. Ma la prima volta è arrivata anche per me. La domanda di quella Scuola era se ciascuno, con l’inizio della scuola, fosse riuscito a ritrovare nella vita di tutti i giorni la gioia e l’entusiasmo sperimentati durante la vacanza di Gs.

Per me l’anno passato è stato molto difficile. Prima del Triduo ero insoddisfatta, arrabbiata per la sensazione di vuoto che sentivo nel mio cuore. Ho smesso di seguire il mio talento, cioè scrivere, ho perso la voglia di fare qualsiasi cosa, mi dimenavo per cercare una soluzione.

Avevo una sola speranza: la tre giorni di Pasqua a Rimini. E lì, la prima sera, si è parlato dell’insoddisfazione come punto di partenza considerando quanto l’uomo sia, per natura, desiderio.Così ho smesso di concentrarmi sui miei progetti, lasciando che fosse Lui a crearmi. Mi sentivo più felice, sollevata. Poi, non so perché, il vuoto ha cominciato di nuovo a insinuarsi dentro di me. L’insoddisfazione scavava dentro, e io mi arrabbiavo, diventavo intrattabile, c’ero solo io e il mio vuoto.

Sono andata alla vacanza di Gs, e lì ho riassaporato l’entusiasmo del vivere, di fare le cose. Ho sentito di nuovo quella felicità smisurata che si ha quando si ringrazia Qualcuno di essere al mondo. Ma avevo paura del ritorno a casa, di non poter portare via con me tutta quella meraviglia. Perché, se una cosa mi fa stare così bene, permetto che scivoli via come sabbia fra le dita? Il tentativo disperato di trattenere ogni sorriso, ogni gesto, ogni parola, sfumava in una rassegnazione disarmante e così è accaduto di nuovo: ho passato tutta la settimana arrabbiata, stanca, insoddisfatta, era insostenibile.

Poi, il 29 luglio, il mondo mi è crollato addosso. Un infarto mi ha portato via la mia mamma, durante la notte. Ricordo che la sera prima io e lei avevamo litigato per le solite cose, diceva di non riconoscermi più e io, per tutta risposta, non ho fatto altro che prendere la mia roba ed uscire. Mi sentivo distrutta, ma al contempo ero quasi fiera di quello che avevo appena fatto, sono tornata a casa tardissimo. Il mattino dopo le urla di mio padre che cercava di svegliarla. Aveva gli occhi chiusi, come se stesse dormendo. Da quel sonno, però, non si è più svegliata.

Credevo di non avere più uno scopo nella vita, mi sentivo finita, non sapevo cosa fare. Ho ripensato a tutto quello che si era detto alla vacanza, ho ricercato quello per cui ero stata felice, ho considerato la frase «lasciamoci fare da Dio». C’era, esisteva un lato buono della vita. C’è sempre stato anche se io non lo vedevo mai. La vita poteva davvero essere l’occasione di assaporare a pieno quello che Lui ci ha dato. Rimane, anche ora, un grande dolore. Ma è un dolore fecondo. È come se, con le mie lacrime, avessi annaffiato il mio cuore per farlo diventare rigoglioso e bello, e per poter riscoprire e dare agli altri qualcosa di grande.
Maria Pia, Genova

“I risentiti”

Da IlClanDestino.zoom:

C’è una razza che peggiora la crisi. Almeno quanto i banchieri felloni o i politici inetti. Esponenti ce ne sono ovunque, tra le fila di ogni partito o professione, di ogni categoria o fede.
I risentiti. Coloro che stanno al mondo “in gran dispitto” , risentiti più ancora che arrabbiati (mille volte meglio i rabbiosi operai che perdono il posto o gli alacri padri di famiglia che cercano espedienti per campare). Ce l’hanno con la vita intera, sottilmente, velenosamente. Non gustano quasi più un sorriso, una gentilezza, un cazzeggiamento. A volte non se la passano nemmeno tanto male, soprattutto a confronto di tanti disgraziati che affrontano le cose con misericordia e gioia. Ma sono arrabbiati perché le cose non vanno come vogliono. Ce l’hanno con l’Italia, con il mondo, con l’aria, la luce, con il lunedì, con ogni inizio di qualsiasi cosa. Avvelenano qualsiasi slancio, dicono ai giovani di scappare, di lasciar perdere. Non credono più a niente. Stanno soddisfatti della loro insoddisfazione come se fosse un merito morale.
Abrasivi e sterili. Perfetti.

dr

«Ma Io, quando ritornerò, troverò qualcuno a cui manco, qualcuno per cui la vita sia l’attesa di Me?»

Comunione e Liberazione, il Papa, l’America Latina

Intervista a Julián de la Morena – di Alver Metalli www.terredamerica.com

08/07/2013

Julián de la Morena è spagnolo, ma in America Latina ci vive dal 2003 quando la sua congregazione, i missionari di San Carlo Borromeo, lo ha mandato in Messico a curare la formazione dei postulanti. Dal Messico, in tempi più recenti, è passato agli antipodi, in Brasile. Non è che ci viva molto per la verità, perché la responsabilità che ha assunto lo porta a viaggiare di paese in paese. Dal 2009 è lui che segue le comunità di Comunione e Liberazione sparse in America Latina.
Le origini del movimento sono italiane e risalgono agli anni 60 ma da subito, già una decina di anni dopo, i primi aderenti sono sbarcati su questa sponda dell’Atlantico. Occorrerà aspettare ancora un ventennio perché CL metta radici in un’altra decina di paesi del continente, almeno nella forma e con la proposta che conosciamo. Paolo VI ha incoraggiato la “missione” di CL, Giovanni Paolo II ha spinto il movimento ad andare in tutto il mondo, Benedetto XVI, nel suo primo viaggio ad Aparecida, ha avuto gesti e parole di stima per i movimenti e le cosiddette nuove comunità. Con il senno di poi sappiamo che quell’adunanza continentale in Brasile, l’altra metà dell’America Latina, è stata lo snodo di due papi, una sorta di ideale passaggio di testimone.

De la Morena, le sembra che anche il successore di Benedetto XVI apprezzi allo stesso modo i movimenti?
La maniera in cui papa Bergoglio ci ha accolti e ha dialogato con noi in piazza san Pietro lo scorso 18 maggio ha mostrato davanti al mondo un amico che parlava con amici. In questi primi mesi poi si sta mettendo alla testa della Chiesa come chi guida un movimento. Per questo se ci trascuriamo finiremmo con il diventare obsoleti.

Cosa significa per il movimento di cui lei è responsabile in latinoamerica un Papa di questa parte del mondo?
La sfida a vivere un maggiore protagonismo nella costruzione della Chiesa, tanto in America Latina come altrove. L’arrivo di Papa Francesco alla sede di Pietro fa sì che l’America sia più presente a Roma e a sua volta Roma sia più vicina all’America. Questo fatto ci stimola a vivere la fede come un nuovo inizio, per noi e per il mondo. Per molto tempo siamo stati recettori dell’aiuto della Chiesa, adesso arriva il momento di metterci al servizio di tutta la Chiesa universale, ma questo non sarà possibile senza una conversione e rinnovamento interiore profondi. Questo continente meticcio che nella grande storia della Chiesa ha solo cinque secoli di cristianesimo sta mostrando al mondo una grande maturità di fede, ed è chiamato a rinnovare con la sua freschezza e gioventù quello che si è perso in altri luoghi del pianeta.

Carrón, il successore di don Giussani, ha invitato tutti gli aderenti a Comunione e Liberazione a capire le “implicazioni esistenziali” di questo pontificato. Quali sono?
Padre Carrón ci ha ricordato di recente che l’avvenimento cristiano è un imprevisto che ci sorprende sempre. Non lo possiamo fabbricare e neppure ridurre ad un presupposto o a delle conseguenze di tipo sociale o morale. È un fatto che accade nella storia dell’uomo e pertanto a partire da questo accadimento il metodo è quello di stare attenti ai particolari della realtà perché in essi è contenuta la risposta alle attese degli uomini. Bisogna cominciare sempre dall’incontro con Cristo che ci precede, ci “primerea” come piace dire al Papa, ed essere attenti alle circostanze, ai segni della realtà; sono essi che ci mobilitano ad uscire dal territorio confortevole in cui ci rifugiamo con frequenza e muoverci verso gli incontri della vita. Il Papa ci reclama ad andare alla periferia esistenziale. Incontrare gli altri è sempre un bene, anche quando fossero antagonisti. Noi ci sentiamo richiamati a testimoniare la presenza di Cristo costruendo luoghi vivi negli ambienti dove viviamo e lavoriamo.

In questi primi mesi emerge già con chiarezza il modo di intendere la Chiesa di Papa Francisco, l’agire stesso dei cristiani nel mondo come lui lo intende…
Dal primo momento il Santo Padre si è presentato come un testimone di Cristo, ci ha commossi con gesti e parole facendo vedere la vera natura della Chiesa che non è riducibile a nostri progetti perché Cristo ci sorprende sempre. Tutto questo sta mostrando che la Chiesa è viva ed era viva.

C’è qualcosa che l’ha colpita di più?
Mi ha commosso in modo particolare quando il Papa ci ha corretti in differenti momenti chiedendo di gridare Cristo, Cristo al posto di Francesco, Francesco. In questo modo ha messo in evidenza che la Chiesa è di Cristo e che riconoscere la Sua presenza tra noi è la grazia più grande che possa capitarci.

Nel Papa è anche insistente il richiamo alla povertà e ai poveri. Al punto che le prime critiche che gli vengono mosse puntano in questa direzione. Per lei e il movimento di Comunione e Liberazione cosa significa questo richiamo?
Da una parte che la Chiesa non deve confidare in altra forza o ricchezza che non sia Cristo; solamente lì c’è la nostra consistenza. In questo senso le sue parole ci aiutano a toglierci di dosso molte delle false sicurezze che ci offre il mondo, la seduzione dell’egemonia per esempio, cioè di poter promuovere un cambiamento autentico da posizioni di potere. I poveri ci educano nella fede e nella carità, il contatto con loro ci aiuta a capire anche la nostra povertà. Mi sembra che noi cristiani, oggi, stiamo assumendo una vita più austera. Ma il punto di partenza di questa conversione che sono i poveri, non nasce dal vedere le necessità di tanti uomini ma dall’incontro con Cristo e dalla gratitudine per la vita nuova che ci è stata data.

L’esperienza di Comunione e Liberazione è in sintonia con la predicazione di papa Francesco?
Siamo molto provocati e sfidati da quello che lui sta dicendo e vogliamo essere all’altezza di quello che propone a tutta la Chiesa. Don Giussani ci ha educati a vedere nel Romano Pontefice la rocca sicura. Siamo noi che abbiamo bisogno della paternità del Vescovo di Roma, e pertanto vogliamo essere sempre in sintonia con lui.
A mio parere le sintonie tra il magistero di Papa Francisco e gli insegnamenti di don Giussani e padre Carrón sono manifeste e numerose.

Dove le vede?
In punti come l’affermazione della centralità di Cristo come incontro e presenza, sulla natura della Chiesa non riducibile a proposta etica o sociale, nel modo come viene affrontata la questione educativa e la testimonianza, per indicarne alcuni.

C’è qualcosa su cui le sembra che l’esperienza di Comunione e Liberazione si debba per così dire“sintonizzare”?
Credo che il Papa ci sorprenderà spesso perché sembra comportarsi come un pilota di formula uno disposto a condurre la chiesa a tutta velocità. Per questo dovremo essere sintonizzati permanentemente per non perderci questo bel momento della storia del cattolicesimo. Indubbiamente abbiamo bisogno, come ci ha chiesto don Julián Carrón, di tornare al primo amore dell’incontro con Cristo e la Chiesa, facendo in modo che la nostra fede cristiana non si riduca a definizioni risapute ma diventi esperienze che cambino i nostri cuori. Credo che in tutto questo siamo agli inizi, ma siamo disposti, questo lo posso assicurare, a contribuire con il meglio di noi, decisi a cominciare sempre di nuovo, come ha detto il Papa recentemente, con lo sguardo all’orizzonte e accettando la fatica del cammino. In questo momento in cui la crisi è soprattutto antropologica, noi vogliamo lavorare e camminare con la Chiesa per riscattare l’uomo, come la Chiesa ha già fatto tante altre volte nel corso della storia.

I contesti in cui Comunione e Liberazione è presente sono molto diversi, si va da Cuba al Venezuela, dal Messico al Brasile, passando per Argentina, Perù, Paraguay… Ma c’e’ un orientamento generale per quanto riguarda la presenza sociale di CL?
CL non possiede nessuna opera di natura – diciamo così – corporativa in America Latina; il nostro lavoro è fondamentalmente volto ad educare alla fede, favorendo uomini adulti che si impegnino personalmente con iniziative di tutti i tipi per essere presenza del Resuscitato, assumendo ognuno in prima persona la responsabilità che ciò comporta. Molte persone del nostro movimento fin dagli anni 60 hanno costruito un buon numero di opere in tutta l’America Latina, opere educative e di carità, per favorire lo sviluppo delle popolazioni. In questi anni abbiamo riflettuto e accumulato esperienza, in questo senso c’è da sottolineare che la nostra preoccupazione fondamentale è quella che le opere sociali si convertano in un esempio di come l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà. Alcune di queste opere sono diventate dei punti di riferimento nella società civile, ma anche così non cessano di essere una goccia nel mare dei tanti bisogni che ci sono.

Perché dice che si devono convertire?
Perché dobbiamo avere ancor più chiaro che il maggior contributo che possiamo dare agli uomini e alle società è che le iniziative sociali siano soprattutto educative di un soggetto nuovo.

E per ciò che riguarda la politica? È un punto che almeno in Italia è alquanto controverso. C’è una direttiva generale su questo livello?
Credo che l’esempio del Papa susciterà un nuovo modo di fare politica anche in America Latina, che incoraggerà tanti uomini ad interessarsi alla verità e al bene comune, e a tendere ponti per realizzare una convivenza e sviluppo umani più giusti. In un momento storico in cui la politica è tanto screditata, pensiamo alle manifestazioni di questi giorni anche in Brasile, c’è bisogno di una rigenerazione che può venire solo da persone disposte a vivere la politica come un servizio. In questo senso la Chiesa e in special modo i movimenti hanno un compito importante da svolgere, quello di educare uomini dalla fede solida che cambi i cuori e anche le strutture.

Quanto è lunga la strada?
Non importa quanto lunga, ma che sia la strada giusta. Recentemente Carrón parlando in Italia ha puntualizzato una cosa decisiva a mio avviso anche per noi in America Latina: «Guardate che la grande tentazione del potere è quella di farci credere soddisfatti. La tentazione del Grande Inquisitore di Dostoevskij è questa, tanto è vero che Gesù appare come uno che viene a disturbare. Ma noi non vogliamo seccature, noi vogliamo che ci lascino in pace! Vi chiedo: questo lasciarci in pace è la felicità, è la pienezza, è il compimento della vita? Per questo la domanda di Cristo non è altro che questa: «Ma Io, quando ritornerò, troverò qualcuno a cui manco, qualcuno per cui la vita sia l’attesa di Me?».

Molte delle cose che ha accennato sono trattate in un testo tipicamente latinoamericano in cui Bergoglio ha avuto una parte rilevante, il “documento di Aparecida” che ha concluso la V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano a Rio de Janeiro nel 2007. Lo ha letto?
L’ho letto. Quando venne pubblicato vivevo in Messico, adesso vivo in Brasile e mi ha molto impressionato conoscere il santuario dove è stato elaborato questo documento. L’ho ripreso in mano e sto scoprendo cose che non avevo notato. Credo ci sia un “prima” e un “dopo” per la Chiesa in America Latina. Adesso siamo più coscienti che la rivoluzione è della Grazia.

Il primo contatto di Bergoglio Papa con l’America Latina sarà di qui a pochi giorni a Rio de Janeiro. Ci sarà Comunione e Liberazione?
Lo stiamo aspettando. Parteciperò personalmente con un gruppo numeroso di universitari di tutti i paesi dell’America Latina. Mi ha molto aiutato quello che mi ha detto un evangelico carioca mentre visitavamo i luoghi dove si terranno i grandi eventi con il Papa: io non mi voglio perdere l’incontro con questo uomo perché ci sta aiutando a riscoprire la bellezza della fede.

“Tu non devi scegliere nulla: tu sei stato chiamato”

“Tu non devi scegliere nulla: tu sei stato chiamato.

Tu non dovrai servire:

Tu sarai preso a servizio. Ti sarà dato, non devi fare piani di sorta, sei solo una pietruzza in un mosaico preparato da tanto tempo”

Così scriveva H.U. Von Balthasar  parlando del momento in cui percepì inequivocabile la chiamata al sacerdozio; e poi prosegue dicendo:

Tutto ciò che dovevo fare era solo lasciare ogni cosa e seguire senza fare piani, senza il desiderio di particolari intuizioni. Dovevo solo star lì, per vedere a cosa sarei servito”

Ma io mi chiedo: e la libertà religiosa che fine farà?

Mi inviano una riflessione dell’Avv. G. Amato dei giuristi per la vita del 23-07-2013

Contrario alle nozze gay? Andrai in galera 

In carcere
 In merito alla proposta di legge sul contrasto all’omofobia che andrà in discussione il prossimo 26 luglio, occorre fare una precisazione. Ciò in quanto sembra circolare – anche in ambienti cattolici – una falsa rappresentazione della delicata tematica. Alcuni, infatti, sono erroneamente convinti che le nuove norme in materia di contrasto all’omofobia siano volte a tutelare esclusivamente da forme di violenza gli omosessuali, i bisessuali e tutti «coloro che hanno una percezione di sé come appartenente al genere femminile o maschile, anche se opposto al proprio sesso biologico, come recita l’art. 1 della stessa proposta di legge».

Non è così.
Le nuove norme, qualora approvate, andranno a modificare l’art.3 della Legge 13 ottobre 1975, n.654, (Ratifica ed esecuzione della convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966), il cui primo comma prevede due ipotesi ben distinte alle lettere a) e b).

Se passa la proposta di legge, quell’articolo dovrà essere letto in questo modo: 
«Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione della disposizione dell’articolo 4 della convenzione, è punito: 
a) con la reclusione fino ad un anno e sei mesi chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi, di orientamento sessuale o di identità di genere; 
b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o  commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o  religiosi, di orientamento sessuale o di identità di genere. 
È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi  l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi, di orientamento sessuale o di identità di genere. 
Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro  attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni».

Come si può ben vedere, quindi, un conto è la «propaganda» e «l’istigazione a commettere o commettere atti di discriminazione», prevista dalla lettera a), e un conto è «l’istigazione a commettere o commettere violenza o atti di provocazione alla violenza».

In questa sede torniamo a ribadire che il punto non è privare alcuni soggetti della tutela giuridica per atti di violenza – già, peraltro, ampiamente garantita dal Codice Penale – ma quello di garantire la libertà di opinione, ovvero il fondamentale caposaldo su cui dovrebbe poggiare la società occidentale di stampo liberale, che si autodefinisce democratica. 

Come abbiamo più volte ribadito a proposito di queste norme contro l’omofobia, in gioco non c’è soltanto la libertà religiosa ma la stessa libertà di opinione, poiché la proposta di legge, così come formulata, non potrà non avere gravi ripercussioni sui diritti fondamentali dell’uomo riconosciuti dalla nostra Costituzione, tra cui il diritto alla libertà di pensiero (art.21) e alla libertà religiosa (art.19).

Chi scrive è profondamente, convintamente e irrefragabilmente contrario al matrimonio omosessuale ed alla possibilità che questi adottino minori, ma non potrebbe mai tollerare l’idea che chi pensa diversamente debba finire in galera. E’ semplicemente inconcepibile che chi legittimamente propugna e si batte per il riconoscimento del matrimonio e delle adozioni gay, possa rischiare la reclusione fino ad un anno e sei mesi, o da sei mesi a quattro anni se fa parte dell’Arcigay, o da un anno a sei anni se dirige o presiede l’Arcigay.

Qualcuno spieghi perché ciò non dovrebbe valere al contrario.

Mai come in questo caso vale il motto della scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, erroneamente attribuito a Voltaire: «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it», ossia  «disapprovo tutto quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo». Così si è veri liberali.

Ho scelto te…

Nel silenzio della notte,
io ho scelto te.
Nello splendore del firmamento,
io ho scelto te.
Nell’incanto dell’aurora,
io ho scelto te.
Nelle bufere più tormentose,
io ho scelto te.
Nell’arsura più arida,
io ho scelto te.
Nella buona e nella cattiva sorte,
io ho scelto te.
Nella gioia e nel dolore,
io ho scelto te.
Nel cuore del mio cuore,
io ho scelto te.

(trovato nel web)

“Per me la santità consiste nell’essere me stesso e per te la santità consiste nell’essere te stesso…”

Mi stupisce il fatto di aver già letto questi passaggi di T. Merton e di  non averli ancora notati. Certo ci vuole tempo a copiarli, però penso ne valga la pena farlo perché sono di una bellezza che mi fa tanto ricordare un altro libro da me molto amato: Storia di un’anima di Teresa di Lisieux. Ecco cosa leggo a pag.32,33 di Semi di contemplazione:

“Un albero dà gloria a Dio per il fatto di essere albero. Perché nell’essere quello che Dio intende che esso sia , l’albero obbedisce a Lui. Esso “consente”, per così dire, all’amore creativo di Dio. Esprime un’idea che è in Dio e che non è distinta dall’essenza di Dio; quindi un albero imita dio per il fatto di essere un albero.

Più è simile a se stesso, più l’albero è simile a Dio. Se cercasse di assomigliare a qualcosa che Dio non ha mai inteso che fosse, diverrebbe meno simile a Dio e quindi gli renderebbe minor gloria.

Non esistono due cose create che siano perfettamente uguali. E la loro individualità non è imperfezione. Al contrario: la perfezione di ogni cosa creata non è soltanto nella sua conformità a un tipo astratto, ma nella sua identità individuale con se stessa. Questo particolare albero darà gloria a Dio estendendo le sue radici nella terra e levando i suoi rami nell’aria e nella luce come nessun albero prima o poi ha fatto o farà.

Immaginate forse che le singole cose create nel mondo siano tentativi imperfetti di riprodurre un tipo ideale che il Creatore non è mai riuscito ad ottenere sulla terra? Se così fosse le cose non gli darebbero gloria, ma proclamerebbero che Egli non è un perfetto Creatore.

Quindi ogni essere particolare, nella sua individualità, nella sua natura ed entità concreta, con tutte le sue caratteristiche e le sue qualità particolari e la sua inviolabile identità, dà gloria a Dio con l’essere precisamente ciò che Egli vuole che sia, qui ed ora, nelle circostanze per esso disposte dal suo amore e dalla Sua arte infinita.

Le forme e i caratteri individuali degli esseri che vivono e si sviluppano,delle cose inanimate, degli animali e dei fiori e di tutta la natura, costituiscono la loro santità agli occhi di Dio.

La loro inviolabile identità è la loro santità: è’ l’impronta della Sua sapienza, della Sua realtà in loro.

La particolare rozza bellezza di questo puledro in questo giorno di aprile su questo campo e sotto queste nubi è una santità consacrata a Dio dalla Sua stessa “sapienza creativa” e proclama la gloria di Dio.

I fiori pallidi del corniolo fuori da questa finestra sono santi. I piccoli fiori gialli che nessuno nota sul bordo di questa strada sono santi che fissano il volto di Dio.

Questa foglia ha un suo tessuto, una sua venatura ed una forma che sono santi, e il pesce persico e la trota che si nascondono nelle profondità del fiume sono canonizzati dalla loro bellezza e dalla loro forza.

I laghi nascosti tra le colline sono santi e anche il mare, che con il suo maestoso ondeggiare dà incessantemente lode a Dio, è santo.

Il grande monte brullo, con tutti i suoi avvallamenti, è un altro dei santi di Dio. Non vi è altro monte che gli sia simile. E’ unico nelle sue caratteristiche; null’altro al mondo imitò o imiterà Dio nello stesso modo. E in ciò consiste la sua santità.

 

Ma che dire di te, di me?

A differenza degli animali e degli alberi, non basta per noi essere ciò che la nostra natura presuppone. Non basta per noi essere individui umani. Per noi, la santità è qualcosa di più che umanità. Se non siamo altro che uomini,  se non siamo altro che il nostro io naturale,non saremo santi, non potremo offrire a Dio l’adorazione della nostra imitazione, che è santità.

Per me  la santità consiste nell’essere me stesso e per te la santità consiste nell’essere te stesso e, in ultima analisi, la tua santità non sarà mai la mia e la mia non sarà mai la tua, salvo nella comunione di carità e grazia.

 

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