Europa: Una, Nessuna, Centomila

Sollecitata da alcuni amici, ho ascoltato il contributo di Mario Mauro nell’incontro “Europa: una, nessuna, centomila” tenutosi al Meeting di Rimini. Lascio il link ( http://www.youtube.com/watch?v=-yf4f03selY&feature=relmfu) per poterlo sentire saltando con il mouse a pochi secondi dopo il primo minuto; poi magarti vien voglia di sentire tutto; ma quel che dice Mauro è davvero preoccupante e, soprattutto mi convince, perché non contraddice le conoscenze che già possiedo della storia e dell’economia dell’Europa. So infatti che in Europa da sempre ci sono state guerre tra un popolo e l’altro, in tutti secoli: dapprima era la grande Roma a voler imporre il proprio dominio a tutti i popoli del mondo allora conosciuto, poi ci sono state le invasioni barbariche ,quindi, con graduali passaggi si è arrivati ai vari stati nazionali e , anche il secolo scorso ci sono state ben due terribili guerre, che hanno coinvolto le altre potenze mondiali.

Ebbene, mi pare di aver capito che gli stati del nord dell’Europa siano decisamente immuni da problemi di debito pubblico o di spread, che siano paesi della cosiddetta tripla A tanto cara a Moody’s e agenzie simili. Mauro sosteneva che, se per caso i popoli di questi paesi  economicamente stabili decidessero di mollare il sud Europa  al suo destino, si aprirebbero degli scenari inimmaginabili di contrapposizione e di quello che speravamo di aver eliminato dal nostro continente: il tuonar dei cannoni.

Ma affermava anche un’altra cosa inquietante: che se ci fossero già stati da tempo una confederazione di stati europei con una economia  e una politica comuni, probabilmente il debito italiano non sarebbe arrivato ai duemila miliardi di euro. Diceva anche tante altre cose interessantissime, ma io ho colto queste e soprattutto mi ha commosso il suo appello – quasi una preghiera urlata - a permettere che si realizzino finalmente quelle riforme strutturali che permettano non solo all’Italia ma a tutta l’Europa del sud di riprendersi e garantire a ciascun cittadino europeo il godimento dei diritti e delle garanzie indispensabili per una pacifica convivenza.

Ma invito chi vuole a sentire lo stesso Mauro per cogliere anche altri messaggi che magari mi sono sfuggiti.

La conclusione che ne traggo è che forse non è più il caso che si vada tanto per il sottile alla ricerca del potere fine a sè stesso o che si cerchino dei politici che garantiscano al singolo i privilegi acquisiti in anni di irresponsabilità del governo della cosa pubblica,…. forse è il caso che cerchiamo innanzitutto di concepirci come cittadini di un’Europa che garantisca a ciascun europeo e ai nostri figli, i suoi diritti al di là delle pretese di un partito o un altro. Dopo tutto, il primo diritto fondamentale di ciascuno è il diritto alla vita (tutti gli altri sono conseguenti) e la guerra (parola che nemmeno viene usata, forse per non farne sentire il pericolo) comporta la perdita di moltissime vite umane…

Credo sia giusto scegliere quei partiti che ci promettono e tenteranno di muoversi per una costruzione dell’Europa che non sottintenda o rischi il nascere delle nuove eterne, sanguinose guerre, non molto diverse da quelle che ci circondano ai confini del Mediterraneo. Guerre infinite e fontidi infiniti dolori.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate!

“Emergenza uomo” (comunicato finale degli organizzatori del Meeting)

 Da Tracce il comunicafo finale degli organizzatori del Meeting:

25/08/2012 – Pubblichiamo il comunicato stampa finale del Meeting 2012. Che ripercorre la settimana e introduce al tema della XXXIV edizione (dal 18 al 24 agosto 2013)

«La considerazione dell’uomo come creatura […] – ci ha scritto Benedetto XVI nel suo messaggio autografo – implica un riferimento essenziale a qualcosa d’altro o meglio, a Qualcun altro» che «non solo non nasconde o diminuisce, ma rivela in modo luminoso la grandezza e la dignità suprema dell’uomo». Il Santo Padre ci ha invitato in apertura del Meeting a purificarci dai «falsi infiniti», di cui il cuore dell’uomo si riempie, per scoprire «la dimensione più vera dell’esistenza umana».
Una gratitudine e commozione che ci ha accompagnato lungo questi sette giorni: 98 incontri con 271 relatori, 9 mostre, 21 spettacoli, 800 mila presenze, da 40 paesi diversi.
L’esperienza di queste giornate, i fatti accaduti, il popolo del Meeting, hanno mostrato che è possibile vivere questa dimensione dell’esistenza umana, testimoniando che il rapporto con l’infinito, al quale ogni uomo anela, non è questione spiritualistica per addetti ai lavori o per persone “pie”, ma un fattore essenziale per vivere ogni aspetto della vita con verità.
«Nulla allora è banale o insignificante nel cammino della vita e del mondo. L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezza del suo essere divino», ha scritto ancora Benedetto XVI. Un infinito fattosi carne, presente in tutte le circostanze della vita: per questo tutto ci interessa, per questo ci siamo confrontati con personalità istituzionali e con uomini di altre culture e di altre religioni, come la compagnia libanese protagonista dello spettacolo inaugurale; per questo abbiamo proposto una lettura nuova di Dostoevskij, un modo nuovo di guardare al rock’n’roll, come accaduto in due delle mostre più seguite di questo Meeting. E poi la mostra “L’imprevedibile istante. Giovani per la crescita”: ragazzi che hanno raccontato a migliaia e migliaia di persone che è possibile non lasciarsi abbattere dalle circostanze, ma rinascere e costruire in ogni momento, riscoprendo la natura profonda del proprio io come desiderio insopprimibile di bene.
Ancora una volta, negli spettacoli e negli appuntamenti dedicati alla letteratura e all’arte, abbiamo scoperto che sull’«aspirazione al bello che abita nelle profondità di ogni cuore umano», come ha detto l’artista libanese Ivan Caracalla, è possibile incontrarsi con chiunque. Alla politica abbiamo chiesto e chiediamo un’unica cosa, la libertà, cioè che non venga soffocata e ostacolata questa necessità dell’uomo di vivere all’altezza dei suo desideri e di costruire opere che siano «forme di civiltà nuova» (Giovanni Paolo II); un civiltà nuova che sono stati i 4000 volontari (750 durante il pre meeting, 3393 durante il Meeting): volti, facce, sguardi che hanno mostrato a tutti che spendersi per l’ideale realizza una pienezza umana. «È nell’incontro con Gesù che emerge la nostra vera statura, la statura dell’uomo e del suo desiderio, di quella nostalgia di assoluto che percorre le culture umane», ha ricordato nell’incontro sul tema del Meeting Javier Prades.
Come accade ogni anno, in tanti hanno riconosciuto la ricchezza di questa esperienza e il suo valore come contributo al mondo: «Un patrimonio di risorse e di energie indispensabile», ha scritto il presidente Napolitano nel suo messaggio. «Il Meeting è una scuola», ci ha detto un ospite, per imparare a essere uomini, per imparare che l’esperienza religiosa ha a che fare con tutta la vita, per imparare il rispetto per la funzione che il potere ha di costruire il bene comune, per imparare a uscire dal “bunker” dell’indifferenza, scoprendo che tutto, dalla libertà religiosa alle neuroscienze, dai problemi economici alle grandi questioni democratiche internazionali, c’entra con la vita dell’uomo.
Questa è la nostra strada, questo è il cammino che vogliamo continuare a percorrere, testimoniando ciò che abbiamo incontrato e che genera ciò che abbiamo visto in questi giorni. Nella società in cui viviamo è urgente l’esigenza di ridare un’identità chiara all’io, protagonista nella vita e costruttore di storia; per questo il titolo della XXXIV edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, che si terrà dal 18 al 24 agosto 2013, sarà : “Emergenza uomo”.
Rimini, 25 agosto 2012

“L’infinito? Non uno slogan ma un’autocoscienza” (intervista a don Carròn)

DAL QUOTIDIANO MEETING

Carrón: «L’infinito? Non uno slogan ma un’autocoscienza»

di Giacomo Moccetti

22/08/2012 – «Viviamo il titolo non come parola d’ordine ma dal punto di vista esisenziale». La guida del movimento in Fiera: «Il Papa ci ha fatto capire l’alternativa tra una realtà come disturbo e una percepita come compimento della nostra vocazione»

  • Don Julián Carrón.

Ieri non è stato solo il giorno dell’incontro sul titolo del Meeting tenuto da Javier Prades Lopez. È stato anche il giorno della visita a Rimini di Julián Carrón, presidente della fraternità di Comunione e Liberazione, che il Quotidiano Meeting ha intercettato per realizzare l’intervista che state leggendo. Giunto in fiera al mattino e accompagnato dal presidente della fondazione Meeting Emilia Guarnieri, Carrón ha fatto un giro per i padiglioni e gli stand, come accaduto nella scorsa edizione. Le mostre (Koyasan, Dostoevskij, giovani rock), il pranzo con i responsabili del Meeting, l’incontro delle 17, quello sul titolo della manifestazione tenuto da Javier Prades, amico di una vita e docente (come lo era Carrón prima di essere chiamato in Italia da don Luigi Giussani) all’Istituto teologico San Damaso. Per il leader di Cl, una giornata di Meeting come uno delle migliaia di visitatori. Prima tappa alla mostra sul Koyasan, «la montagna sacra del Buddhismo Shingon Mikkyo che don Giussani ha tanto amato». Qui ha avuto una guida di eccezione, lo stesso Shodo Habukawa, abate del Muryoko-in Temple, che ha ricordato la feconda amicizia con don Giussani. Un blitz alla mostra sui giovani, L’imprevedibile istante, inaugurata tre giorni fa dal presidente del Consiglio Mario Monti, prima di concedersi ai microfoni del Tg Meeting, ai quali Carrón ha detto tra l’altro di essere colpito, in riferimento a questi giorni, da una cosa: «che il messaggio che il Meeting ha posto al centro della sua preoccupazione comincia a diventare per tutti. Gli altri cominciano ad accorgersi che questa non è una questione spiritualistica per gli “addetti ai lavori” o le persone pie, ma è una questione decisiva per l’uomo, per ogni uomo che desidera vivere il reale». Alla Taberna Spagnola l’incontro con Sua Eminenza il cardinale Antonio Rouco Varela, arcivescovo di Madrid, la città in cui Carrón ha insegnato teologia e sacre scritture per tanti anni. Il Quotidiano Meeting lo ha incontrato prima dell’incontro di don Prades.
Don Julián, che cosa le sta maggiormente a cuore venga trasmesso attraverso questo Meeting? Quello che voglio venga capito è il titolo, non come slogan ma dal punto di vista esistenziale. Che cosa vuole dire nello svegliarsi, nel lavorare, nello studiare che la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito. Non come parola d’ordine, ma come autocoscienza da avere.
Come si può evitare il rischio che parlare dell’infinito diventi un’astrazione, come qualcuno ha sostenuto in questi giorni? Questo rischio si evita con la realtà:?attraverso tutte le attività che facciamo al Meeting viene fuori che non è un’astrazione, ma una cosa concretissima che riguarda il modo in cui ognuno si rapporta al reale: dalla morosa ai soldi, dal lavoro al riposo. Se non capiamo che il senso religioso c’entra con tutto, riduciamo la religiosità a un mondo virtuale che non c’entra nulla con il reale, e allora poi ci dicono che non è concreto. Ma è la cosa più concreta che ci sia!
Che cosa ha significato per lei, personalmente, la lettera autografa che Benedetto XVI ha mandato al Meeting? Che cosa ha provato quando l’ha letta? Una consolazione indicibile. Perché è come riconoscere ancora una volta qual è la mia natura di uomo: che io sono fatto per l’infinito e che quindi, se non c’è questa apertura in qualsiasi attività, io soffoco. Nel messaggio che ho mandato ai volontari che lavorano al Meeting, immedesimandomi in loro mi è venuto da pensare che sollievo sarebbe vivere ogni aspetto con questo orizzonte d’infinito. È come se uno vivesse l’alternativa tra un nascondiglio, dove si dimena, e un panorama di montagna con un’apertura totale: tutti sappiamo che cosa vuol dire questa differenza, non è astratto. E quali indicazioni sente per sé e per il movimento in questa lettera? A ciascuno di noi la lettera di Benedetto XVI offre ogni circostanza come occasione per questa apertura, e uno può pulire il Meeting come la mamma pulisce il bambino; può essere chiuso rispetto a quello che fa o può essere lì con questa consapevolezza di apertura all’infinito. È quello che Giussani chiamava vivere la vita come vocazione. Attraverso ogni particolare ciascuno di noi è chiamato a questa apertura. Come quando sei chiamato dalla tua morosa, e questo ti apre a un mondo dove il tuo “io” si compie. Tu puoi vivere questa chiamata come un disturbo da cui difenderti, oppure percepirla come l’occasione del tuo compimento, e allora pensi: «Meno male che ci sei!».
Il Meeting di quest’anno ha luogo in un momento particolare, anche dopo la lettera che lei ha scritto a Repubblica lo scorso 1 maggio. Una lettera che ha segnato una svolta storica per il Movimento. Alla luce delle conseguenze che ha avuto, la scriverebbe ancora? Sì. La mia lettera è una chiamata a vivere in questa prospettiva che ci siamo detti. Il Papa ha usato una sua modalità di dirci quello che intendevo: non soccombere ai “falsi infiniti” che ci imprigionano e non ci fanno respirare. La mia lettera era un grido a liberarci da questi “falsi infiniti” per vivere con tutto il respiro per cui siamo stati fatti. E che nessun male può cancellare». [link]

“L’infinito non è roba da matti”

Da Tracce:

22/08/2012 – Quasi diecimila persone all’incontro con Paolo Nespoli. L’astronauta italiano si è raccontato, accompagnato dalle immagini scattate in orbita. Ecco una cronaca di quello che è accaduto (dal sito del Meeting)

  • Paolo Nespoli durante la missione nello spazio.

L’ auditorium B7 è stracolmo, molti sono rimasti fuori. Tutti qui ad ascoltare l’intervento di Paolo Nespoli, l’astronauta italiano che ad oggi ha trascorso più tempo nello spazio, da poco sbarcato da una missione che lo ha visto per sei mesi in cielo. A introdurlo Marco Bersanelli, docente di Astrofisica all’Università di Milano: «La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito e da sempre la parola infinito evoca la vastità del cielo. È un’esperienza di pochissimi esseri umani quella di poter uscire dall’atmosfera terrestre, entrare nello spazio, ammirare la terra in un colpo d’occhio. Uno di questi è qui con noi oggi». Bersanelli lancia tre spunti: cosa ha significato vivere in una situazione eccezionale come l’assenza di gravità? Che tipo di bellezza ha scoperto guardando la terra dall’esterno? Ed ha aggiunto: «Al Meeting incontriamo contenuti ma soprattutto vogliamo incontrare la persona, raccontaci di te».
Paolo è alto, atletico, sembra un attore su quel palco che percorrerà instancabile avanti e indietro per un’ora e mezzo, facendo emozionare e divertire la platea, strappando applausi e silenzi ammirati. Proietta immagini sul grande schermo. «Perché andiamo nello spazio, – ci chiede – in un posto ostile, difficile, rischioso, dove alcuni hanno perso la vita? La mia risposta è perché lì troviamo delle cose che non ci sono sulla terra. Ci sono condizioni di microgravità che permettono di fare ricerca scientifica che non può essere fatta sulla terra. Siamo obbligati a lavorare cercando il più alto grado di affidabilità, tecnologie che vanno a finire nelle cose di tutti i giorni, dal tavolo operatorio alla lavatrice. Ma la ragione principale è per esplorare, perché fa parte della nostra natura. Storicamente le civiltà che hanno fatto così sono fiorite, le altre sono morte».
Nespoli si racconta: era un bambino che vedeva in televisione gli astronauti saltellare sulla luna e “derapare” con la jeep lunare. Un ragazzino come tanti, cresciuto in oratorio. Nel megaschermo passa la foto di lui bambino, sul banco di scuola, le nocche sbucciate. Passa un’altra foto, lui in lancio con il paracadute, durante il servizio militare fatto al termine del liceo perché non sapeva che studi scegliere. «A ventisei anni mi hanno chiesto: cosa vuoi fare da grande?». Voleva fare l’astronauta. Andò negli Stati Uniti a laurearsi in ingegneria aerospaziale. Nel ’98 fu selezionato dall’Agenzia spaziale europea e spedito al centro spaziale di Houston, incluso in una classe di 31 elementi. Dopo due anni di addestramento sullo shuttle passarono altri nove anni per essere assegnato a una missione breve (15 giorni). Era insieme ad altri sei sullo Space Shuttle Discovery, diretti sulla stazione internazionale che orbita a quattrocento chilometri sulla superficie terrestre alla velocità di 28mila chilometri all’ora. Racconta di un incidente: si danneggiò un enorme pannello solare lungo trentacinque metri. «Se si fosse tranciato ci avrebbe bloccato il ritorno. Al centro di controllo uno escogitò una soluzione basata su una specie di lacci con cui evitare la propagazione dello strappo. Per due giorni lavorammo per fare questi lacci con tutto il materiale a disposizione. L’uomo, quando si trova in situazioni estreme, trova soluzioni ingegnose». Al rientro, dopo qualche mese, ecco la chiamata per una missione di lunga durata, sei mesi nello spazio. Oltre a lui c’erano un colonnello russo e una scienziata americana. «Passi dallo Shuttle alla navicella russa Soyuz, con le manopolone rosse di bachelite, e ti chiedi: ma dove l’hanno montata, in un garage?». Scorrono veloci le foto dei compagni di viaggio impegnati in esperimenti o mentre fotografano la terra. La missione spaziale aveva anche un compito educativo, erano collegati con scuole per fare capire ai ragazzi che la scienza e la tecnologia sono cose interessanti e divertenti: «Fare lo scienziato non è una cosa da matti. I nostri ragazzi hanno come riferimenti cantanti e veline, facciamogli vedere che anche lavorando per la scienza si può essere di successo». Scorrono altre foto, in una si vede un braccio meccanico agganciato alla stazione; il braccio ha due mani quindi può spostarsi staccandosi da un capo e riattaccandosi dall’altro. Il Canada, costretto a sviluppare questa tecnologia per lo spazio, l’ha poi perfezionata e adesso la utilizza in microchirurgia. Nespoli si interrompe per proiettare un filmato. Le riprese sono state fatte da altri astronauti, lui le commenta. La sala si colma di meraviglia. Davanti ai nostri occhi la Terra, qua e là temporali accendono il cielo di lampi. Vi è un passaggio sull’Italia, e a questo punto scoppia un applauso, riprese mozzafiato di un’aurora boreale, una cometa con la sua coda.
Dopo il filmato ecco una serie di foto (ne ha scattate 26mila in sei mesi). «Mi sembrava di guardare in un microscopio e invece era macroscopico quello che vedevo», commenta. Mostra il Missisippi, con le terre inondate dopo l’ultima inondazione. Mostra gli Emirati Arabi dove hanno costruito delle isole in mezzo al mare. Per farlo hanno distrutto parte di barriera corallina. «Qui sicuramente le correnti sono cambiate – ipotizza – Stiamo cambiando il pianeta, dobbiamo stare attenti». Immagini di Napoli di giorno, con il Vesuvio che catalizza l’attenzione, e in notturna. «È interessante distinguere che di notte sono illuminati a giorno i Paesi molto avanzati tecnologicamente e ricchi di risorse». Poi mostra una foto in notturna dell’Europa dove Svizzera, Austria, Germania sono al buio e l’Italia è illuminata a festa. Commenta lo spreco che stiamo attuando e invita a vedere tutte le foto sul sito Flickr. «In questi sei mesi – prosegue – abbiamo parlato con Napolitano, Putin e con il Santo Padre. Mi aspettavo che il Papa ci facesse un discorso sull’infinito, invece ha iniziato a fare domande. Si è rivolto a me direttamente in italiano perché qualche settimana prima era mancata mia madre mentre ero in orbita. Le sue parole mi hanno dato sollievo».
E, riguardo a una futura missione su Marte: «Andare sarebbe intelligente, possibile, umano, fa parte del conoscere. Dovremmo lavorare più su questo e costruire meno incrociatori. Immaginate quanta roba c’è fuori dal nostro sistema solare. Prendete una manciata di sabbia e poi lasciatela. Contate i granelli che vi sono rimasti in mano. Quando avete finito di contare sappiate che le stelle sono molte di più di quei granelli che avete in mano, più del pugno di sabbia, più di tutte le spiagge della terra. Quante cose ci sono là fuori! Come è grande l’universo! A me viene voglia di andare a vedere». Nespoli sprona i ragazzi a trovare, scoprire la loro passione. «Serve coraggio, decisione, perseveranza. Occorre andare a scuola, studiare, serve una preparazione tecnica, l’equipaggiamento corretto, lavorare in gruppo, imparare dagli errori, affrontarli e non nasconderli, tirare fuori le cose positive e buttare via il resto».
«Le cose che Paolo ci ha mostrato ci fanno uscire da questa sala diversi da prima», commenta Bersanelli. «Abbiamo visto una bellezza non usuale e abbiamo avvertito la vibrazione di chi ne è stupito. Abbiamo visto la bellezza della Terra e dell’Italia viste dal cielo e la responsabilità che abbiamo nel conservarla. Abbiamo visto la grandezza dell’uomo, la sua potenza tecnica, e allo stesso tempo la sua piccolezza di fronte alla vastità dell’universo». E conclude ricordando lo stupore e la curiosità del Papa nel colloquio con gli astronauti. «In un certo senso, voi siete i nostri rappresentanti, – disse Benedetto XVI – guidate l’esplorazione, da parte dell’umanità, di nuovi spazi e di nuove possibilità per il nostro futuro, andando al di là dei limiti della nostra esistenza quotidiana». (D.T, M.F)
da http://www.meetingrimini.org

Altre news

Il Meeting: un incontro e un reincontro continuo

La testimonianza di un amico dal Meeting di Rimini:

Il Meeting è un incontro e un reincontro continuo, ad ogni passo c’è una persona che entra nel tuo orizzonte, che lo sfonda e lo apre ad un ricordo, ad una attività, ad una emozione, ad una smemoratezza.

Questo è il Meeting, sempre più incontro tra persone, e ci si può persino fare l’abitudine, si incontra per abitudine e così dentro quell’incontro che avviene non si è presenti e si perde quell’incontro, quella occasione di umanità che ti si presenta davanti.

Ieri sera, come un bel giorno mi è avvenuto questo, tanto da poter gustare ancor di più la bellezza che questo Meeting è.

Era stata una giornata lunga, ricca, qualcosa però non mi quadrava, mi mancava, vado a cena con degli amici e amiche, uno dei tanti incontri, un bell’incontro, e durante la cena, Roberto, il papà di Giacomo, comincia a parlare di sè, a raccontare di come la sua vita sia cambiata proprio nell’attimo in cui è stato davanti al figlio che stava andando in cielo da Gesù.

Quante volte avevo sentito raccontare di Giacomo, quante volte la sua vicenda mi aveva colpito, commosso, in quell’attimo, mentre Roberto raccontava di sè, tutto quello che avevo sentito diventava una presenza per me, mi chiamava ad essere io davanti a quel volto, a quell’umanità liberata e libera. Roberto stava trasformando quella cena, già affascinante, ma ogni attimo che passava, più vera, perchè Roberto, essendoci lui, mi sfidava ad esserci, e così mi sono goduto quell’imprevedibile incontro.

Lettera al direttore

Se qualcuno va su facebook, assiste ai deliri di diverse persone che sono in preda alla rabbia incontrollata perchè le notizie che ricevono dai massmedia preferiti non fanno che alimentare l’insofferenza. Ormai è evidente – basterebbe semplicemente ascoltare i notiziari delle 19,30 fatti da chi al Meeting c’è davvero e intervista i personaggi significativi che non sono per noi  soprattutto Monti piuttosto che Passera o chi per loro – che si è instaurata e autolegittimata l’abitudine a sbraitare senza essere a conoscenza diretta dei fatti narrati. Insomma : la notizia è irrilevante se non può essere adattata ai pregiudizi di chi vuol farsi novello maitre à penser. Per questo mi piace la lettera al direttore del mio amico Gianni Mereghetti:

Carissimo direttore,
anche lei ha deciso di unirsi al coro di chi ben orchestrato dal potere ha stabilito di non aver nulla da imparare da quanto accade a Rimini durante il Meeting, anche lei ha scelto di rinunciare di pensare con la sua testa e di fare da cassa di risonanza ai luoghi comuni del potere. E’ questo, solo questo che si trae dall’accusa di omologazione che lei lancia contro i giovani del Meeting, omologati loro e gli adulti attori di un plagio di massa! La realta’ non e’ quella che lei descrive, del resto quello che accade a Rimini ha origine dal metodo di don Luigi Giussani che fin dall’inizio non ha voluto convincere nessuno della verita’ di quanto portava, ma sfidare ognuno ad un lavoro di giudizio personale. E questo accade al Meeting, dove tutto sfida ad usare la ragione, a posizionarla correttamente di fronte alla realta’. Se vuole rendersi conto di come stanno le cose venga al Meeting, altrimenti continui a fare cattiva informazione scrivendo quanto vuole il potere
Gianni Mereghetti
Abbiategrasso

Interessante anche questa riflessione di Giulio Sapelli per “Il Sussidiario:

Quello che mi ha sempre colpito del Meeting di Rimini è l’intreccio tra la soggettività di coloro che partecipano come volontari e il rapporto che essi istituiscono con i grandi temi della politica nazionale e internazionale. Oggi l’Italia è investita da una crisi economica e sociale che in molti abbiamo definito in primo luogo una “crisi morale”, ossia una crisi che ha tra le sue concause molto più di un’inserzione non virtuosa nella globalizzazione e nella crisi dell’eurozona che è dinnanzi a tutti, per il conflitto tra la Germania e tutti gli altri paesi europei. Una delle cause è infatti la mancanza di una soggettività estesa a tutti i gangli e i centri sociali della nostra nazione. In questi anni infatti è prevalsa l’ipotesi secondo la quale le uniche culture del vivere associato fossero lo Stato e il mercato, dimenticando invece che l’elemento fondamentale è la società stessa che è formata dalla comunità molteplici che si ricreano continuamente tra le persone. Ogni anno il Meeting di Rimini è l’emersione evidente di questa comunità di persone, di associazioni, di imprese, siano esse capitalistiche o, come le chiamo io, dell’“economia morale” (cooperative, associazioni no profit, imprese sociali). Tutto ciò costituisce nel suo rinnovarsi non solo un evento annuale, ma anche un insieme di relazioni etiche, culturali, financo economiche, che si rinnova anno per anno, e che ha nel suo manifestarsi l’incontro tra questo insieme vastissimo di persone e di comunità con gli esponenti del potere politico. Sì, proprio del potere politico e, nel contempo, dei dirigenti delle cosiddette autonomie funzionali, ossia organizzazioni sindacali, associazioni imprenditoriali e tutte le rappresentanze di quella che si usa definire la “società economica”.

In un Paese come l’Italia, che è caratterizzato storicamente, come osservava Antonio Gramsci nei suoi scritti dal carcere, da «un sovversivismo endemico delle classi dirigenti» (che io definirei “classi dominanti”) e anche da quelle che un tempo si definivano le classi popolari, scosse storicamente in Italia da ondate di ribellismo e di violenza collettiva che mettevano in discussione il patto che deve esistere tra lo Stato e i cittadini, il Meeting di Rimini rappresenta un unicum eccezionale.

Migliaia di giovani, di anziani e di famiglie ascoltano non i rappresentanti del potere in senso lato, come afferma Famiglia cristiana, ma i rappresentanti eletti dal popolo, che nonostante l’attuale governo dei tecnici, che ha sottratto al popolo la sua sovranità, è ancora quello che deve dire l’ultima parola. E non si limitano certo ad ascoltare, ma ne interpretano le parole secondo il loro sentimento e il loro stato d’animo. Francamente chiamare tutto ciò “omologazione” e non invece attenzione, rispetto e perché no entusiasmo per coloro che hanno la responsabilità delle scelte pubbliche, non mi pare un fatto deprimente, ma incoraggiante, che segnala come ci possa essere un rapporto tra cittadini e Stati, non deferente, ma partecipativo.

PAG. SUCC. 

“Quell’”imprevedibile istante” che guarisce dallo scetticismo”

In attesa di saperne di più, appena possibile, approfitto di questo articolo di Fabrizio Foschi da”Il Sussidiario”:

L’impatto che suscita la visita della mostra “L’imprevedibile istante”, realizzata dalla Fondazione per la Sussidiarietà al Meeting di Rimini, riguarda il proprio io, il desiderio comunicarsi agli altri, la professione con la quale si esprime la propria vocazione. Una mostra attiva, che mobilita ben oltre la bellezza provocatoria delle sue immagini e delle ingegnose innovazioni tecnologiche.

Mi focalizzo sulla scuola, cioè sulla prima parte della rassegna. Gravita tutta su due punti: la certezza di una proposta educativa presente e la necessità di una sburocratizzazione che coincide con la libertà/liberazione di tutti i soggetti educanti che hanno voce in capitolo. Il contraccolpo è sulla modalità con cui in genere si mettono in fila le cose, dove spesso l’analisi precede il fare (un fare pieno di pretese perché dettato da un progetto e non da una coscienza). La mostra indica un’altra strada: se io mi educo e non rinuncio alla sfida della realtà, allora l’insegnamento cambia e diventa spazio di affezione a me, e attraverso me a ciò che insegno.

Il messaggio è chiaro: “Un’educazione intesa non come indottrinamento o reclutamento di adepti, ma che guardi alla persona nella sua singolarità e grandezza, non può che avere a cuore la crescita dell’io umano in tutte le sue dimensioni e secondo le sue facoltà e attitudini”. L’educazione è prima ed è questa passione per l’umano (il mio anzitutto) che sa trovare la strada della fuoriuscita dal tunnel della scontatezza e dello scetticismo. Questi limiti, in fondo, sono le cause del degrado di tanta parte della nostra scuola attuale, capace di alte vette qualitative (poche ma buone) e di tanti abissi (tra dispersione e abbandoni, un giovane su tre si perde nel nostro sistema scolastico, cioè esce o scompare senza lasciare traccia, ovvero senza avere acquisito un titolo).

Eppure, come la mostra attesta esaurientemente, c’è tra i giovani disponibilità all’ascolto e all’apertura totale al reale. C’è però bisogno di adulti disposti a sfidarli perché loro stessi colti dalla pienezza di cui è segno il brano di realtà che è loro affidato. Colpisce, ancora, la energia carica di motivazioni ideali con cui la mostra cattura proprio la categoria “scuola”, una parola di cui tutti pensano di conoscere il significato, perché fattore così diffuso e onnicomprensivo (talvolta anche troppo) nella vita di un giovane. La mostra non si esime dal lanciare obiettivi pungenti, che chiamano in causa tutti coloro che hanno responsabilità in questo campo: occorre il superamento della disaffezione alla scuola, è scritto nelle “proposte di sussidiarietà”; occorrono autonomia degli istituti scolastici e libertà di scelta delle famiglie; servono reclutamento degli insegnanti e carriere basate sul merito. PAG.SUCC.>

Il saluto di don Carròn, presidente della Fraternità di CL, ai partecipanti al Meeting

Si è appena aperto il Meeting per l’amicizia tra i popoli a Rimini e insieme al saluto del Papa, c’è anche il saluto di don Carròn    da Il Sussidiario

domenica 19 agosto 2012

MEETING 2012/ Il saluto di don Julián Carrón agli organizzatori e ai partecipantiPubblichiamo il saluto di don Julián Carrón, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, agli organizzatori e ai partecipanti del Meeting per l’Amicizia fra i popoli che apre oggi a Rimini la sua XXXIII edizione.
Cari amici, che conforto mi ha invaso questa mattina, pensando a  ciascuno di voi impegnati nella frenetica attività del Meeting, nel  leggere il commovente messaggio autografo del Papa! Benedetto XVI ha  compiuto ancora una volta un gesto pieno di tenerezza nei nostri  confronti, indicandoci il punto fondamentale a cui guardare per non  perdere la bussola in questa settimana piena di impegni: siamo «fatti  per l’infinito». Avete in esso il calore e la luce per affrontarli.
Che  gratitudine sconfinata potersi guardare ogni mattina con la  consapevolezza che «la grandezza e la dignità suprema dell’uomo»  consistono nel rapporto con l’infinito, che quella sete che investe  «ogni fibra della mia carne» e che nessun peccato può eliminare trova  risposta nella «gioiosa scoperta di essere figli di Dio»! Solo con  questa autocoscienza possiamo vivere «la vita come vocazione». E tutte  le sfide che dovremo affrontare lungo le giornate (dal caldo del  parcheggio o in cucina all’umile impegno delle pulizie fino a quelle più  appariscenti sul palco) ci sono date proprio per incrementare questa  autocoscienza.
«Nulla allora è banale o insignificante nel cammino della  vita e del mondo», ci ha ricordato il Papa. Anzi, «ogni cosa, ogni  rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione  ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che  continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire  nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità».
Mostriamoci  amici gli uni agli altri, sostenendoci in questo cammino di  purificazione da qualsiasi «falso infinito», per poter testimoniare a  tutti quanti ci incontreranno durante questa settimana che cosa rende  «la vita veramente libera e piena»,  che «il punto fondamentale, quindi,  non è eliminare la dipendenza, che è costitutiva dell’uomo, ma  indirizzarla verso Colui che solo può rendere veramente liberi». PAG. SUCC. >

Il metodo è la presenza, non il raggiungimento del potere… poi si vedrà…

Non credo ci sia alcun motivo di proccuparsi per chi ripone la Sua speranza su un pieno, come diceva un mio caro amico.

questo ho pensato leggendo le seguenti parole di Vittadini in un’intervista per Il Sussidiario:

La lettera di Carròn ripropone quello che è da sempre lo scopo di Cl: educare alla fede e ricorda quello che Giussani disse all’assemblea della DC lombarda ad Assago nel ’87 cioè che la politica deve avere la funzione di valorizzare le formazioni sociali che nascono dall’iniziativa delle persone per il bene comune. Inoltre ci ricorda quanto Giussani ha detto molte volte fin dal 76: il metodo del movimento è la presenza. Quindi l’errore da non fare è quello di perseguire un’egemonia. In questo senso chi appartiene al movimento e si occupa di politica svolge un suo percorso personale che non identifica il compito del movimento. Questo non vuol dire incidere di meno sulla vita sociale, perché il vero cambiamento avviene “dal basso”, dall’iniziativa e dall’educazione della gente, più che da un impegno partitico. Altro che scelta religiosa!

Messaggio del Santo Padre al Meeting

Messaggio del Santo Padre al Meeting

“La considerazione dell’uomo come creatura […] implica un riferimento essenziale a qualcosa d’altro o meglio, a Qualcun altro” che “non solo non nasconde o diminuisce, ma rivela in modo luminoso la grandezza e la dignità suprema dell’uomo”

Al Venerato Fratello
Monsignor FRANCESCO LAMBIASI
Vescovo di Rimini

Desidero rivolgere il mio cordiale saluto a Lei, agli organizzatori e a tutti i partecipanti alMeeting per l’Amicizia fra i Popoli, giunto ormai alla XXXIII edizione. Il tema scelto quest’anno – «La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito» – risulta particolarmente significativo in vista dell’ormai imminente inizio dell’«Anno della fede», che ho voluto indire in occasione del Cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II.

Parlare dell’uomo e del suo anelito all’infinito significa innanzitutto riconoscere il suo rapporto costitutivo con il Creatore. L’uomo è una creatura di Dio. Oggi questa parola – creatura – sembra quasi passata di moda: si preferisce pensare all’uomo come ad un essere compiuto in se stesso e artefice assoluto del proprio destino. La considerazione dell’uomo come creatura appare «scomoda» poiché implica un riferimento essenziale a qualcosa d’altro o meglio, a Qualcun altro – non gestibile dall’uomo – che entra a definire in modo essenziale la sua identità; un’identità relazionale, il cui primo dato è la dipendenza originaria e ontologica da Colui che ci ha voluti e ci ha creati. Eppure questa dipendenza, da cui l’uomo moderno e contemporaneo tenta di affrancarsi, non solo non nasconde o diminuisce, ma rivela in modo luminoso la grandezza e la dignità suprema dell’uomo, chiamato alla vita per entrare in rapporto con la Vita stessa, con Dio.

Dire che «la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito» significa allora dire che ogni persona è stata creata perché possa entrare in dialogo con Dio, con l’Infinito. All’inizio della storia del mondo, Adamo ed Eva sono frutto di un atto di amore di Dio, fatti a sua immagine e somiglianza, e la loro vita e il loro rapporto con il Creatore coincidevano: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen, 1,27). E il peccato originale ha la sua radice ultima proprio nel sottrarsi dei nostri progenitori a questo rapporto costitutivo, nel voler mettersi al posto di Dio, nel credere di poter fare senza di Lui. Anche dopo il peccato, però, rimane nell’uomo il desiderio struggente di questo dialogo, quasi una firma impressa col fuoco nella sua anima e nella sua carne dal Creatore stesso. Il Salmo 63 [62] ci aiuta a entrare nel cuore di questo discorso: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne, in terra arida, assetata, senz’acqua» (v. 2). Non solo la mia anima, ma ogni fibra della mia carne è fatta per trovare la sua pace, la sua realizzazione in Dio. E questa tensione è incancellabile nel cuore dell’uomo: anche quando si rifiuta o si nega Dio, non scompare la sete di infinito che abita l’uomo. Inizia invece una ricerca affannosa e sterile, di «falsi infiniti» che possano soddisfare almeno per un momento. La sete dell’anima e l’anelito della carne di cui parla il Salmista non si possono eliminare, così l’uomo, senza saperlo, si protende alla ricerca dell’Infinito, ma in direzioni sbagliate: nella droga, in una sessualità vissuta in modo disordinato, nelle tecnologie totalizzanti, nel successo ad ogni costo, persino in forme ingannatrici di religiosità. Anche le cose buone, che Dio ha creato come strade che conducono a Lui, non di rado corrono il rischio di essere assolutizzate e divenire così idoli che si sostituiscono al Creatore.

Riconoscere di essere fatti per l’infinito significa percorrere un cammino di purificazione da quelli che abbiamo chiamato «falsi infiniti», un cammino di conversione del cuore e della mente. Occorre sradicare tutte le false promesse di infinito che seducono l’uomo e lo rendono schiavo. Per ritrovare veramente se stesso e la propria identità, per vivere all’altezza del proprio essere, l’uomo deve tornare a riconoscersi creatura, dipendente da Dio. Al riconoscimento di questa dipendenza – che nel profondo è la gioiosa scoperta di essere figli di Dio – è legata la possibilità di una vita veramente libera e piena. È interessante notare come san Paolo, nella Lettera ai Romani, veda il contrario della schiavitù non tanto nella libertà, ma nella figliolanza, nell’aver ricevuto lo Spirito Santo che rende figli adottivi e che ci permette di gridare a Dio: «Abbà! Padre!» (cfr 8,15). L’Apostolo delle genti parla di una schiavitù «cattiva»: quella del peccato, della legge, delle passioni della carne. A questa, però, non contrappone l’autonomia, ma la «schiavitù di Cristo» (cfr 6,16-22), anzi egli stesso si definisce: «Paolo, servo di Cristo Gesù» (1,1). Il punto fondamentale, quindi, non è eliminare la dipendenza, che è costitutiva dell’uomo, ma indirizzarla verso Colui che solo può rendere veramente liberi.

A questo punto però sorge una domanda. Non è forse strutturalmente impossibile all’uomo vivere all’altezza della propria natura? E non è forse una condanna questo anelito verso l’infinito che egli avverte senza mai poterlo soddisfare totalmente? Questo interrogativo ci porta direttamente al cuore del cristianesimo. L’Infinito stesso, infatti, per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, ha assunto una forma finita. Dall’Incarnazione, dal momento in cui in Verbo si è fatto carne, è cancellata l’incolmabile distanza tra finito e infinito: il Dio eterno e infinito ha lasciato il suo Cielo ed è entrato nel tempo, si è immerso nella finitezza umana. Nulla allora è banale o insignificante nel cammino della vita e del mondo. L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo essere divino.

Scopriamo così la dimensione più vera dell’esistenza umana, quella a cui il Servo di Dio Luigi Giussani continuamente richiamava: la vita come vocazione. Ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità. «Ci hai fatti per te – scriveva Agostino – e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni I, 1,1). Non dobbiamo avere paura di quello che Dio ci chiede attraverso le circostanze della vita, fosse anche la dedizione di tutto noi stessi in una forma particolare di seguire e imitare Cristo nel sacerdozio o nella vita religiosa. Il Signore, chiamando alcuni a vivere totalmente di Lui, richiama tutti a riconoscere l’essenza della propria natura di essere umani: fatti per l’infinito. E Dio ha a cuore la nostra felicità, la nostra piena realizzazione umana. Chiediamo, allora, di entrare e rimanere nello sguardo della fede che ha caratterizzato i Santi, per poter scoprire i semi di bene che il Signore sparge lungo il cammino della nostra vita e aderire con gioia alla nostra vocazione.

Nell’auspicare che questi brevi pensieri possano essere di aiuto per coloro che prendono parte al Meeting, assicuro la mia vicinanza nella preghiera ed auguro che la riflessione di questi giorni possa introdurre tutti nella certezza e nella gioia della fede.

A Lei, Venerato Fratello, ai responsabili e agli organizzatori della manifestazione, come pure a tutti i presenti, ben volentieri imparto una particolare Benedizione Apostolica.

Da Castel Gandolfo, 10 agosto 2012
Benedetto XVI

sabato 18 agosto 2012

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