Sei qui per diventare figlio, son qui per diventare madre (Ho sete per piacere)

Dall’introduzione al libro “Ho sete, per piacere – Padre, madre, figli – un’esperienza in aiuto ai genitori” di Vittoria Maioli Sanese, psicologa della coppia e della famiglia: 

    Ti avevo portato dentro, secondo una legge perfetta. ora riportavo fuori e interrogavi la mia libertà.

Tu stavi come se fossi dentro ed io stavo mettendoti dentro di me. Lo spazio fisico del mio corpo che tu avevi occupato diventava, giorno dopo giorno, uno spazio interno strano, particolare.

Ti facevi strada nei miei sentimenti, occupavi i pensieri, cambiavi il mio giorno con la vita, trasformavi il mio sguardo.

Abbandonato a me, mi hai portato per mano a scendere, scendere negli strati della vita, nel pianto del mio bisogno, nella ferita del mio amore, nel niente che non volevo affrontare, nella paura che non volevo vedere, nel male che non volevo farti.
   
Una certezza lucida, acuta: le mie braccia (i miei pensieri, il mio sentire per te, il mio amore).

Le mie braccia che ti portavano potevano diventare una trappola, il tuo danno, la tua morte. 

Dovevo imparare ad allargarle, spalancarle.

Senza farti cadere.

Spalancare per abbracciare tutt, con te, non solo te.

Per te, figlio.

Se ti trattengo, muori.

Se ti lascio, muori.

Tenerti come se non ti tenessi?

Lasciarti come se non ti lasciassi?

Ma chi sei?

Conoscerti come se non ti conoscessi?

Prenderti per consegnarti? A chi?

Io chi sono?

(…) Si stancano le braccia di stare allargate. E’ più facile chiuderle, tenerti per me, prenderti senza lasciarti.

         Ma così si confonde il mio io e tu non sei più tu: ti sfuochi davanti ai miei occhi e diventi nebbia, nebbia sulla vita.

         Queste braccia aperte, sì, diventano dolore. questo dolore diventa dentro di me piano piano certezza di amarti.

Se le chiudo su di te, io mi perdo e tu muori.

            Portarti dentro di me, come se non ti portassi.

            Stringerti come se non ti stringessi.

           Guardarti come se non ti guardassi.

Amarti, come se non ti amassi.

Perché se ti porto, ti stringo, ti guardo, ti amo soltanto, tu muori in me e non impari la tua vita e il tuo esistere.

Figlio.

Figlio.

E’ bastato farti nascere con un gesto di universale certezza, che io non sono più la stessa.

Mi sento piccola come madre, più piccola di te, figlio.

Sei qui per diventare figlio, sono qui per diventare madre. 

Il giardino

Laggiù in fondo al viale

C’è un giardino bellissimo.

Con prati di smeraldo, alberi e fiori.

Un altissimo muro lo circonda

E una larga cancellata di ferro.

 

Là dentro c’è tanta gioia

Tenerezza e amore.

Ma io non ci sono mai entrata.

 

Che Dio stia tra te e il male in tutti gli spazi vuoti dove cammini

Che Dio stia tra te e il male in tutti gli spazi vuoti dove cammini

Non avevo capito il significato di questa frase quando mia madre me la comunicò diverso tempo fa, per cui presto la dimenticai.

Ora lei non c’è più e, mentre sistemavo le cose in casa sua, ho ritrovato quella frase in un quadretto che con cura si era fatta preparare dal nipote e ho improvvisamente capito.

Una decina d’anni prima della sua grande prova, aveva intuito ciò che era il desiderio più grande che avrebbe avuto nello spazio vuoto in cui Dio l’avrebbe condotta per sei lunghi anni.

Il venerdì santo del 2000 le diagnosticarono un tumore al polmone e fu terribile; ma si armò di coraggio e affrontò tutti gli innumerevoli cicli di chemioterapia.

Fino a luglio di quest’anno: anche all’ospedale hanno ritenuto opportuno risparmiarle lo strazio della terapia che la indeboliva, ma i ricoveri si susseguivano e lei stava sempre peggio.

Negli ultimi mesi era esausta e aveva compreso che per lei  era la fine. Allora ha cominciato a rifiutare le cure, il cibo, riducendo sempre più il numero di medicinali assunti e la quantità del cibo.

Eravamo disperate: veniva l’infermiera a casa per la flebo e lei la mandava via, cercavamo di farle prendere medicine, ma lei alcune proprio le rifiutava.

Ci diceva che voleva morire, ripeteva che una vita così, in cui doveva dipendere in tutto dagli altri, non valeva la pena di essere vissuta.

Un giorno però, davanti alla sua insistenza nell’invocare la morte, le dissi ciò di cui ero profondamente convinta: “Mamma, al momento opportuno verrà la Madonna a prenderti e ti porterà nel giardino incantato che tu hai sempre sognato; e sarà una sorpresa bellissima: troverai babbo, i nonni, gli amici che ti hanno preceduto che ti stanno preparando il posto e starai benissimo. Devi solo chiamare la Madonna che si affretti a venirti a prendere”.

Non era granché praticante, ma era devota della Madonna di Guadalupe e dopo queste parole mi è sembrata rasserenata. Da quel momento la sua voce ha cominciato ad affievolirsi: ormai non parlava più se non con un soffio e l’unico grido che le usciva strozzato dalla bocca era “Maria!”.

Una volta le abbiamo chiesto: “ma chi è Maria?” e lei : “la Madonna!”.

Era duro, ma in fondo dolce, starle vicino e stringerle la mani per ore, in silenzio, mentre ogni tanto gridava sottovoce: “Maria!” ed io sentivo che Maria ci era davvero vicina e aveva pietà di noi.

Era come se avessi recuperato il mio essere figlia davanti a quella mamma con la quale c’erano spesso state incomprensioni. Ora non esistevano più. Era una pena, ma lei voleva la mia mano ed io tenevo stretta la sua, in silenzio, con una preghiera.

Il medico veniva, la visitava, le prescriveva delle cure palliative per la sofferenza e lei non sempre le accettava; ma le altre, quelle per la malattia vera e propria, ormai non le voleva più.

Rispettavamo la sua decisione, e le facevamo compagnia, con dolcezza. A un certo punto ho intuito che forse Maria se la sarebbe portata via quando finalmente si fosse arresa al disegno di Dio che, se la manteneva in vita ancora, doveva avere un suo progetto buono di certo. E allora, poiché non potevo farle grandi discorsi le dicevo: “Vedrai mamma, quando avrai veramente una grande pazienza, Maria verrà a prenderti” e da allora ho cominciato ad esortarla sempre alla pazienza.

Ha cominciato ad essere più paziente; anche se ormai quel suo “Maria!” “Maria!” era meno di un sussurro.

Il medico diceva da mesi che non avrebbe resistito per molto e ormai credevamo che questa sofferenza sarebbe durata per un tempo indefinito. In fondo i medici, dicono ciò cui può arrivare la loro conoscenza, ma solo Dio sa quando è il momento di prenderci con sé.

Poi, una mattina, dolcemente se n’è andata.

Le ho messo nella bara la rosa più bella del mio giardino perché non si presentasse a mani vuote a Maria che tanto ci aveva sostenute. Era stata infatti proprio Maria, mandata da Dio, a frapporsi tra noi e il male in quello spazio vuoto che avevamo percorso insieme.

Ecco, credo che sia questo il modo di accompagnare i malati terminali, non l’autocompiangimento di chi non sa dare significato alla sofferenza e parla di settimane o anni insopportabilmente lunghi: io quelle settimane le ho vissute ed era faticoso; ma mi è rimasto il ricordo dolce di una mamma che ora è molto vicina alla destinazione definitiva e di cui sento la protezione per me e per i miei cari. 

Tutto ciò a distanza di due anni è davvero attuale se penso ai numerosi malati in condizioni terminali che spesso non hanno ha nessuno che li prepari  e lo accompagni al grande e definitivo incontro col suo destino eterno e questo è ingiusto; perché non si può scippare la vita, l’unica vita che Dio ci dà.

Sicuramente vi saranno anche motivazioni laiche per essere favorevoli all’eutanasia; ma io non trovo possibile altro modo veramente umano di vivere questi momenti dolorosi che la compagnia fatta alla nostra mamma, grazie alla fede che sa dare un significato vero, buono e dolce ad ogni cosa.

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