“L’ideologia ci invade totalmente…”

Nella vita di don Giussani che sto leggendo, sono arrivata al 1973 quando ci fu il raduno degli universitari di Cl con il titolo “Nelle università per la liberazione” al Palalido di Milano. Tra la folla che assisteva al momento pubblico c’era anche, con un quadernetto e penna per gli appunti, l’on. Moro che voleva conoscere meglio i giovani di Comunione e Liberazione. Don Giussani non partecipò ma pochi giorni dopo defini’ quello che sembrava essere stato un successo “una fuga in avanti di un gruppetto leader”.

“E – continua il testo di Savorana a pag. 469 – il 20 maggio 1973 (don Giussani) segnala un errore in cui si è incorsi nell’organizzazione, ovvero porre la “speranza sulle idee politiche proprie o altrui” (…) “La cosa più orrenda del convegno così mirabilmente riuscito del 31 marzo, ma comunque significativissima come strumento che Dio dà alla nostra contrizione” è “che gli applausi più lunghi in un convegno di testimonianza al mondo, per la prima volta in così grande stile, sono andati all’affermazione che noi non andiamo con nessun partito o (al no) al fermo di polizia”. Per Giussani è una vergogna: “Volevo scomparire quando ho sentito questo”. E questa è l’origine della sua disapprovazione: “Ciò che è privilegiato in noi non è Cristo, non è il fatto nuovo: ragazzi, non crediamo ancora. L’ideologia ci invade talmente, che ciò che non potrebbe che essere secondario rispetto alla comunione – perché che tu abbia un’opinione differente dalla mia, questo è naturale – diventa prevalente operativamente, nel giudizio che si dà, e nell’azione che ne consegue”, fino al punto che “la comunione non ha più spessore”. E la vita del Movimento si impoverisce, riducendosi ad un seguito di parole: “La proiezione meccanica del discorso, credere che all’università Cattolica siamo presenti, si faccia missione perché noi ripete il discorso, non è una cosa rara. O credere che si sia presenti nel mondo della scuola perché si fa l’assemblea di Comunione e Liberazione è una cosa molto facile a trovarsi, nel maggioranza i noi”.

“La bellezza è la verità che si comunica a noi attraverso un’attrattiva”

“La bellezza è la verità che si comunica a noi attraverso un’attrattiva, nell’anima nostra sorgono profondi discorsi e profonde esperienze di vita e può essere che noi tendiamo a fermarci a questo, a vivere la parola di Dio solo esteticamente.

Invece, seguire la sapienza nuova coincide con una morte, la morte dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, del nostro modo di fare: implica una rottura,  una contrizione della nostra persona, perché “i nostri pensieri non sono i suoi pensieri” (…) .

Obbedire alla Sua volontà è lo strumento col quale Egli ci vuol far aderire totalmente a Lui, secondo la Chiesa, nella circostanza effimera, banale, nella quale ci ha chiamato. Solo attraverso la fede e l’aderire a questo fatto con cui Dio ci porta, riflettendo e amando, aderendo volontariamente ai momenti ordinari di una regola quotidiana, ci rende corpo e sangue della volontà del Padre.

Mai possiamo aderire di più alla misericordia di Dio che nell’ubbidire alle persone, alle pietre dove Dio ci ha collocati”.

(Vita di don Giussani di Savorana,pag.446/447)

“Una tenerezza che si immedesima con la situazione del nostro niente”

“Si naviga nel buio assoluto su di se’, sulla propria origine e sul proprio destino se non si affonda la coscienza di noi dentro il mare di questa parola nel suo aspetto primo, quello che suggerisce l’altra parola della Bibbia: “Ti ho Amato di amore eterno, perciò ti ho attirato a me avendo pietà del tuo niente”.

Per questo (…) è venuto Cristo, Lui “porta su di se’ il nostro niente, la nostra confusione, l’oscurità nel cammino, i nostri smarrimenti, la nostra meschinità, la nostra incommensurabilità con il significato dell’ora e del gesto, la nostra vera miseria”.

La misericordia è “una tenerezza che si immedesima con la situazione del nostro niente, della nostra resistenza e della nostra inconsistenza”, ma è anche la forza, “la forza con cui la tenerezza vince, conduce e guida, sostiene, compie la nostra miseria”. (Vita di don Giussani di Savorana, pag. 444,445)

La coerenza e la conversione

Il 13 settembre 1973, alla diaconia diocesana di CL a Milano don Giussani si riferisce al rischio di una riduzione associazionistica dell’esperienza di CL…. E osserva: “per la stragrandissima maggioranza della gente del Movimento, la comunione si identifica con la somma di iniziative e con la somma di rapporti. Non è questa la comunione. La comunione è una natura nuova mia, una natura nuova che è entrata nel mondo e che fa una natura nuova in me e perciò il rapporto con te deve essere diverso”

La caratteristica peculiare del Movimento … è “la prevalenza del fatto sulla dialettica, e quindi dell’esperienza sul discorso” …. “Se il movimento non recepisce questa indicazione, l’anno venturo noi saremo disastrata, l’anno venturo noi saremo fracassati. Perché è di un’urgenza atroce: proprio la fioritura delle iniziative, la potenza stessa degli impegni che ci siamo assunti, tutto si collasserà” … “Proprio a questo punto Domine Iddio ci fa capire che non è quella la conversione, ne’ la conversione è dire: “Bisogna essere coerenti moralmente”, perché l’essere coerenti moralmente trae la sua forza e la sua possibilità stessa da una mentalità nuova, da un’autocoscienza nuova”. (Da “La vita di don Giussani”, pag.437)

 

È Dio che ti fa l’occhiolino…

“Quando sei al massimo dell’esasperazione nel disprezzo di te e nel rifiuto della vita, dici, accusandoti: “Io sono un verme strisciante”; e chi trovi al tuo livello? Al tuo basso livello? Ci trovi Dio, Gesù Cristo, volontariamente sceso al tuo livello. I piedi arrivano fino a terra, fino alla superficie della terra, e li’ c’è Dio, curvo a lavarteli e baciarli (…)Ogni volta che il quotidiano ti scandalizza,  che il normale, la gioia o il dolore, le cose, la materialità della tua situazione ti scandalizza, segna quel momento come un comparire di Dio che ti fa l’occhiolino, di questo Amico che ti fa segno:” Guarda mi, sono qui, dove è che stai con il naso? Sei un po’ strabico? Riconosciamo, sono qui”. È qui, nelle cose; è qui, nei fatti”. (Vita di don Giussani, pag. 432)

“…due fattori da non perdere di vista: la preghiera e l’amicizia”

Da “Vita di don Giussani” di Savorana, Pag. 420

Vita di Don Giussani“La risoluzione definitiva del problema del mondo passa attraverso il rapporto Dio-singolo, cioè passa attraverso il fenomeno della persona: La persona è il punto in cui cala il bolide divino per mettere a soqquadro o per mettere a posto il terremoto del mondo.”. E’ perciò “nel cambiamento della persona che opera l’avvenire più giusto e più sano. E’ il concetto cristiano di conversione”. Ma ci sono due fattori da non perdere di vista: la preghiera e l’amicizia.

Della preghiera Giussani dice che è il tempo in cui la persona prende coscienza, riconosce e accetta, grida a questo aculeo divino che penetra dentro la sua esistenza, perciò è solo da essa che può si può sprigionare una azione reale, indomabile, inesauribile anche se nessuno ti capisce, anche se le cose non vanno bene come avresti pensato. Non ti può fermare nessuno. Ti rendi sicuro  di fronte all’ universo, sicuro di un Altro.

Quanto all’amicizia (…) “Non boicottiamo, come normalmente facciamo, questo termine alterandolo nel suo valore autentico”, perché l’amicizia è ” il rapporto che ti richiama alla presenza che ti è venuta dentro, come se si fosse sprigionata tutta l’energia atomica dell’universo”.

(…)”Noi, amici miei, dopo tanta compagnia dobbiamo riconoscere che sono questi due fattori che non abbiamo. Abbiamo tutto; ma non questi due fattori perché è personale il primo ed è assolutamente personale il secondo”.

La scelta cristiana

Un episodio della vita di don Giussani che avevo dimenticato e che ho ritrovatoVita di Don Giussani nella sua biografia recentemente pubblicata.

In un dialogo con don Zeno Saltini questi gli dice: “Supponete che ci sia una corriera che costeggi un canale; a un certo punto si vede una persona che cade nel canale. La corriera si ferma e tutti a dire: “Maledetto governo che non ha messo il parapetto, che non ha messo qui la polizia, occorre cambiare le strutture del governo!”. Uno, senza dir così, si butta in acqua ed è là sotto che cerca di  afferrare il corpo di quel poveretto lì. Chi è più col popolo? Quel che è sotto o quelli che parlano sulla riva?”. Giussani commenta che quella compiuta da chi si getta in acqua “è  la scelta cristiana” (pag. 422)

Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa?

Da tracce.it

Proponiamo alcuni brani del capitolo su «Coscienza della Chiesa nel mondo moderno nei Cori da “La Rocca” di T. S. Eliot», dall’ultimo libro di Luigi Giussani, Le mie letture, edizioni Bur-Rizzoli. L’Incarnazione: un fatto nel tempo e nella storia. L’avvenimento di Cristo si compie in un popolo

Il mondo non solo non vuole la Chiesa, ma la perseguita.
E che volete – dice, infatti, Eliot -, volete forse che il mondo accetti la Chiesa? Perché deve accettarla?
«Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Perché dovrebbero amare le sue leggi? / Essa ricorda loro la Vita e la Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare./ È gentile dove sarebbero duri, e dura dove essi vorrebbero essere teneri./ Ricorda loro il Male e il Peccato, e altri fatti spiacevoli./ Essi cercano sempre d’evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono». Gli uomini che perseguitano la Chiesa, sognano l’eliminazione della libertà, perch?’estremo ideale di questo mondo è creare un mondo di automi: «Sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono».
L’ultima, la più profonda accusa di Eliot: dove sta la radice vera di tutta questa ostilità e di questo disegno? La rinuncia a Cristo. La ribellione a Cristo e, quindi, la eliminazione di Dio perché, come aveva già detto Nietzsche, se aboliamo Cristo, aboliamo Dio. (…)
Dunque la Straniera sembra dimenticata e avversata in un’epoca di uomini «impegnati a ideare il frigorifero perfetto», «a risolvere una morale razionale», «a far progetti di felicità e a buttar via bottiglie vuote,/ passando dalla vacuità di un febbrile entusiasmo/ per la nazione o la razza o ciò che voi chiamate umanità».
«O anima mia – dice il poeta – che tu sia pronta per la venuta della Straniera,/ che tu sia pronta per colei che sa come fare domande». Del resto, il Coro ricorda agli uomini, che non vogliono sentire quelle domande, che possono «eludere la Vita ma non la Morte». Anch’essa indica la strada verso il tempio.
«Non rinnegherete la Straniera», conclude il III Coro. È una grande responsabilità ed è un’affascinante missione per la nostra meschinità. (…)
È a questo punto l’a fondo di Eliot, già citato, sulla considerazione degli uomini moderni sulla Chiesa: «Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa?».
«Essi [gli uomini che non vogliono la Chiesa] cercano sempre d’evadere/ dal buio esterno e interiore [perché se non ci sono criteri oggettivi di bene e di male c'è buio e confusione]/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono».
Tutti sognano strutture sociali che abbiano un esito buono a prescindere dalla libertà. Nessuno più avrebbe bisogno d’essere buono. «Ma l’uomo che è adombrerà/ l’uomo che pretende di essere». L’uomo così come è sfaterà sempre le visioni delle ideologie che pretendono di essere. «E il Figlio dell’Uomo non fu crocefisso una volta per tutte/ il sangue dei martiri non fu versato una volta per tutte,/ le vite dei Santi non vennero donate una volta per tutte (…). E se il Tempio dev’essere abbattuto /dobbiamo prima costruire il Tempio».
È la pagina più chiara sull’antitrionfalismo. Tante volte, noi siamo accusati di trionfalismo per la nostra volontà di affermazione del fatto cristiano nel tempo e nello spazio, nella storia. Invece, è profondamente antitrionfalista la nostra volontà di costruire. Perché l’idea della storia che ha il cristianesimo è questo possibile continuo ripetersi di cicli e di abbattimenti. Perciò «se il sangue dei Martiri deve fluire sui gradini/ dobbiamo prima costruire i gradini».
Il nostro costruire i gradini non è trionfalismo, anzi. E se il Tempio deve essere distrutto, bisogna prima costruirlo. La nostra volontà di costruire il Tempio non è trionfalismo.
Forse non sarà inutile, a questo punto, rileggere (…) il Coro VII, ove il poeta traccia in sintesi splendida la storia delle religioni.

In principio Dio creò il mondo. Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre erano sopra la faccia dell’abisso.
[deserto perché non c'è uomo, vuoto perché non c'è senso, perché il senso viene percepito nella coscienza dell'uomo].
E quando vi furono uomini, nei loro vari modi lottarono in tormento alla ricerca di Dio
Ciecamente e vanamente, perché l’uomo è cosa vana, e l’uomo senza Dio è un seme nel vento, trascinato qua e là e non trova luogo dove posarsi e dove germinare.
Essi seguirono la luce e l’ombra [l'apparente], e la luce li condusse verso la luce e l’ombra li condusse verso la tenebra,
Ad adorare serpenti ed alberi, ad adorare demoni piuttosto che nulla: a piangere per la vita oltre la vita, per un’estasi non della carne.
Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso.

E lo Spirito si muoveva sopra la faccia delle acque.
E gli uomini che si volsero verso la luce ed ebbero conoscenza della luce
Inventarono le Religioni Maggiori; e le Religioni Maggiori erano buone
E condussero gli uomini dalla luce alla luce, alla conoscenza del Bene e del Male.
Ma la loro luce era sempre circondata e colpita dalle tenebre (…)
E giunsero a un limite, a un limite estremo mosso da un guizzo di vita,
E giunsero allo sguardo rinsecchito e antico di un bimbo morto di fame.
[riti che non avevano nessuna capacità di ravvivare l'umano]
Preghiere scritte in cilindri girevoli, adorazione dei morti, negazione di questo mondo, affermazione di riti il cui senso è dimenticato
[il contrario di ciò per cui sono sorti: alla ricerca del senso]
Nella sabbia irrequieta sferzata dal vento, o sopra le colline dove il vento non farà mai posare la neve.
Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso.
[è ritornato il deserto e il vuoto, si è confermato il deserto e il vuoto: sopra, dentro, sotto, intorno a tutti i tentativi di interpretazione umana, le religioni maggiori].

Quindi giunsero, in un momento predeterminato, un momento nel tempo e del tempo,
Un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia: sezionando, bisecando il mondo del tempo, un momento nel tempo ma non come un momento di tempo,
Un momento nel tempo ma il tempo fu creato attraverso quel momento: poiché senza significato non c’è tempo, e quel momento di tempo diede il significato.
Quindi sembrò come se gli uomini dovessero procedere dalla luce alla luce, nella luce del Verbo.
Attraverso la Passione e il Sacrificio salvati a dispetto del loro essere negativo;
Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima,
Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce;
Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via .
[la lotta ascetica è stata introdotta nel mondo dal cristianesimo]

Ma sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima: sebbene non si sappia quando, o perché, o come, o dove.
Gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dei, dicono, ma per nessun dio; e questo non era mai accaduto prima
Che gli uomini negassero gli dei e adorassero gli dei, professando innanzitutto la Ragione,
E poi il Denaro, il Potere, e ciò che chiamano Vita, o Razza, o Dialettica.
La Chiesa ripudiata, la torre abbattuta, le campane capovolte, cosa possiamo fare
Se non restare con le mani vuote e le palme aperte rivolte verso l’alto
In una età che avanza all’indietro, progressivamente?
(…)
Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso
[è ritornato come al principio]
È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?
Quando la Chiesa non è più considerata, e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato
tutti gli dei, salvo l’Usura, la Lussuria e il Potere.

L’avventura cristiana è un dramma storico, della storia, nella storia.()

Gesù non era venuto per dominare il mondo. Era venuto per salvare il mondo. Il proprio del cristianesimo è questo incastro delle due parti tanto inverosimile: il temporale nell’eterno e l’eterno nel temporale.

(L. Giussani, Le mie letture, Bur-Rizzoli, pp.109-131)

Don Gius: “Quello che si riceve lo si riceve secondo l’animo di chi riceve”

Sono anni che custodisco tra le cose preziose due biglietti che mi scrisse don Giussani nel 1978 e nel 1979. Alcune amiche mi hanno fatto capire che questa ricchezza doveva essere condivisa.

Così copio qui le frasi più significative del primo e del secondo:

“Vale anche per ” il Movimento” quello che si deve dire d’ogni proposta: “Quello che si riceve lo si riceve secondo l’animo di chi riceve”. Per questo ti viene fatto secondo la tua fede.
La grande saggezza della vita è quindi mendicare sempre, instancabilmente, la fede da Cristo”

“La grandezza della vita, senza della quale non c’è respiro) sta nella scoperta del proprio nulla e del suo divenire strumento di Dio. Cristo “prende” noi: per gli altri,  il mondo”.

” Se, abbracciando quella cosa lì, non abbracci tutto il mondo, non è vera preferenza”

È un invito, l’inizio di questa emozione è l’invito a un lavoro, ma non è lavoro: è grazia, pura grazia.Affezione e dimora
Come la presenza dell’essere è pura grazia, è invito che dice: «Vieni con me». Come ha detto Gesù. Pensate al giovane ricco – che si apre la strada tra la gente e sta con la bocca aperta a sentire Gesù – e a Gesù che lo guarda. Allora lui gli dice: «Maestro buono, come devo fare per entrare in quel che tu chiami il Regno dei cieli, nella verità della realtà, nella verità dell’essere?». E Gesù lo fissò e gli disse: «Osserva i comandamenti». «Ma io li ho sempre osservati». E «Gesù, fissatolo, lo amò» – avendolo guardato, lo amò -: «Ti manca una cosa sola: vieni sino in fondo».
È il lavoro, gli ha dato la proposta di un lavoro: che diventasse lavoro la gratuità da cui era stato sommerso. E lui si è lasciato risucchiare dalla folla, col volto triste, perché possedeva, era attaccato a molti beni.
Ma quello era un invito, Gesù lo ha invitato a un lavoro. La verginità, l’obbedienza e la povertà sono gli aspetti fondamentali di questo lavoro, come nella tradizione della Chiesa viene proclamato. Perché la povertà è un lavoro e l’obbedienza è un lavoro:  opera di un Altro.
Che il valore della vita, della mia vita, è la Tua opera, questo è un lavoro. Si chiama lavoro la pertinenza della libertà alla possibilità che l’Essere fa balenare.
(…)
Tutto ciò che accade e che ti porta avanti nel cammino è grazia, tutto.
Dico che il gioco della preferenza è inevitabile; può essere cosciente o no, ma è inevitabile. Ed è autentico quando ti rimanda all’ultimo.
Se ti rimanda all’ultimo termine della realtà, ti rimanda a tutta la realtà, è universale: abbracci tutto il mondo.
Se abbracci quella cosa lì, abbracci tutto il mondo. Se, abbracciando quella cosa lì, non abbracci tutto il mondo, non è vera preferenza. In questo senso, la preferenza è come uno “stimolo” – diciamo così, perché non mi viene un’altra parola -, è lo stimolo più grande alla virtù, altrimenti non è vera preferenza, ma possesso che scardina.
Provate a pensare quante volte il popolo ebraico sbagliava. Se leggete il Deuteronomio, i profeti, i salmi, sono tutti pieni degli errori del popolo, eppure quel popolo è la preferenza di Dio. Perciò, essendo la preferenza di Dio, il mondo è stato salvato da quel popolo: con Cristo, generando Cristo. Il significato del mondo è scaturito da quel popolo
GIUSSANI , AFFEZIONE E DIMORA,  BUR 2001
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 74 follower