“Lo vediamo o no il risultato della manipolazione delle nostre anime?”

In merito alla vicenda di cui ho parlato qui ho trovato una riflessione che mi ha chiarito il disagio provocato dal fatto così inaspettato:

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Qualche giorno fa riportavo un articolo di Olavo de Carvalho. Tra l’altro diceva:

“Chiunque può rendersi conto che gaysti, femministe, abortisti e tutti quanti (in italiano nel testo, NdT) non avrebbero mai avuto spazio nella società se questo non fosse stato aperto in precedenza dalla invasione relativista, ma che, nella stessa misura, questi entrano in campo liberi da qualsiasi obbligo relativista e armati del più rigido assolutismo. Conoscete per caso qualche gaysta, femminista o abortista disposto a concordare che le esigenze del suo gruppo abbiano solo un valore relativo, che le credenze dei loro avversari hanno una parte di ragione e devono essere rispettate tanto quanto le loro? Avete mai visto alcuni di loro riconoscere, almeno in teoria, il diritto di combattere le loro proposte senza paura di rappresaglie? Eppure, nessuno di loro avrebbe avuto neppure la minima possibilità di essere ascoltato con attenzione e rispetto se l’avanguardia relativista non avesse minato la intransigenza dei loro avversari. Si servono del relativismo come di un piede di porco: quando la porta è scassinata, cambiano sull’istante il discorso e iniziano a condannare come criminale qualsiasi tentativo di relativizzare l’autorità delle loro esigenze.”

Bene, se tante volte non vi fosse mai capitato di sperimentare qualcosa del genere; se tante volte vi fosse passato per la testa che è un’esagerazione; se tante volte avete paura di avere paura (la  spiego un’altra volta),  ebbene ecco qua un utile corollario: occhio a cosa indossate. 

Notiamo, e questo è il capolavoro diabolico, che non è stata una ronda della gaystapo che ha bloccato il povero padre di famiglia. Sono state le autorità costituite che hanno agito in prevenzione di una possibile reazione a quello chepoteva sembrare una provocazione. Capite? Non hanno agito su un ordine esplicito. E’ scattato qualcosa nel loro cervello! Queste sono reazioni pavloviane. Immaginate cosa sarebbe successo se invece vi fosse stato, in mezzo a un parco con famiglie e bambini, un bacio gay. Se la polizia fosse intervenuta si sarebbero scatenate tutte le reazioni del mondo contro “l’omofobia” e contro l’impedimento di una libera espressione della “omoaffettività”. Lo vediamo o no il risultato della manipolazione delle nostre anime? La  vediamo o no la spirale del silenzio? La vediamo o no la psicopolizia e la guerra asimmetrica pienamente all’opera? Siamo ancora convinti che è solo una “impersonale necessità storica” che ci ha portato a questo punto?

Qui altre informazioni.

Se dopo tutto questo ancora hanno dubbi, è perché sono anime vacillanti, indebolite da incertezze amletiche insanabili o, per usare un riferimento culturale più accessibile al loro spirito, affette dalla Sindrome di Titti: “Oh Oh, mi è sembrato di aver visto un gatto?!” Per loro, non possiamo fare nulla.(Olavo de Carvalho)

Ma la Francia non era il paese della liberté, fraternité. egalité?

Da CulturaCattolica.it

Succede in Francia. E non è un «Pesce d’aprile»!

Multato per aver indossato una maglietta della ‘Manif pour tous’ la recente oceanica manifestazione popolare parigina contro la legalizzazione dei matrimoni gay.
Su Twitter abbiamo trovato questa notizia, da far rabbrividire!

Da un padre arrabbiatoLunedì ero al Giardino del Lussemburgo con mia moglie e i nostri sei figli al “pic-nic per tutti”, che viene improvvisato da alcuni giorni. Dovendo incontrare alcuni amici incontrati navigando sui social network, abbiamo convenuto, per riconoscerci, di indossare la t-shirt resa celebre dagli eventi del 13 gennaio e 24 marzo. Non è un abbigliamento militante dal momento che non c’è il titolo di “Manif per tutti”, ma solo una famiglia “normale” stilizzata. Non avevamo portato bandiere, fischietti, vuvuzela o altro materiale da manifestazione; avevamo organizzato solo una caccia al tesoro con i bambini. Gli amici che abbiamo incontrato, fino ad allora solo virtuali, erano molti certamente, ma né più né meno agitati della folla di curiosi che si godevano questa bella giornata del 1 ° aprile.

Meno di un quarto d’ora dopo il nostro arrivo, alcuni agenti si sono avvicinati al nostro gruppo, infastiditi dai nostri vestiti e ci hanno chiesto di rimuovere o coprire queste felpe per il motivo, suppongo ritenuto sovversivo, che rappresentano la silhouette di un padre e di una madre che tengono per mano due bambini. Rifiutando di obbedire, un ufficiale ha chiesto i miei documenti e mi ha portato alla stazione di polizia per verbalizzare l’accaduto.manif-pour-tous Occorreva trovare il motivo per la contravvenzione. Hanno iniziato con “indossava un abito immorale”, ma davanti alla mia reazione molto divertita e ai consigli del suo collega (di grado più elevato e quindi con una riflessione più ponderata), la motivazione è stata trasformata in “manifestazione ludica organizzata senza autorizzazione”. La natura della presunta violazione mi sembrava fuorviante per cui ho fatto verbalizzare il mio disaccordo, cosa che mi porterà ad essere convocato dal tribunale di polizia per ulteriori procedure penali.

Il valoroso ufficiale che mi ha multato probabilmente non ha mai letto i pensatori del “gender”, come Judith Butler e Nicolas Gougain, e avrebbe anche difficoltà a identificare il reale significato della sigla LGBT. Tuttavia, ha riconosciuto nella famiglia stilizzata della mia felpa un simbolo in grado di turbare il nuovo ordine pubblico che imporrà a tutti il matrimonio omosessuale.

Cari padri di famiglia, si profila una nuova resistenza. Non è la lotta senza fine in trincea per conservare pochi metri di una patria da trasmettere ai nostri bambini; non è più quella della ‘macchia’ da cui si torna solo alcune notti buie per abbracciare i nostri cari. No, la resistenza dei mesi a venire è quella dei parchi e dei luoghi pubblici, come famiglia, sottobraccio alla moglie, sbandierando con orgoglio la nostra gioia (e le nostro felpe) per il fatto di vivere un matrimonio felice. Non temiamo troppo le multe, perché saremo così tanti che, visto il magro bilancio che il nuovo regime socialista ha lasciato a disposizione della polizia e della giustizia, saranno obbligati a cedere davanti a noi.

QUI L’ORIGINALE

“un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la sua possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere e lo muove a seguire”

Il movimento è il dilatarsi di un avvenimento, dell’avvenimento di Cristo. Ma come si dilata tale avvenimento? Qual è, cioè, il fenomeno iniziale, originale, per cui della gente rimane colpita e attratta e si coagula? È una catechesi – quello che noi chiamiamo “Scuola di comunità” -? No, ogni catechesi viene dopo, è strumento di sviluppo di qualcosa che viene prima.
La modalità con cui il movimento – l’avvenimento cristiano – diventa presente è l’imbattersi in una diversità umana, in una realtà umana diversa, che ci colpisce e ci attrae perché – sotterraneamente, confusamente, oppure chiaramente – corrisponde a un’attesa costitutiva del nostro essere, alle esigenze originali del cuore umano.
L’avvenimento di Cristo diventa presente “ora” in un fenomeno di umanità diversa: un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la sua possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere e lo muove a seguire.
Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa, si cela, diventa presente, sotto la tenda, sotto l’aspetto di una umanità diversa. L’incontro, l’impatto, è con una umanità diversa, che ci colpisce perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero o della nostra fantasia: non ce lo aspettavamo, non ce lo saremmo mai sognato, era impossibile, non è reperibile altrove. La diversità umana in cui Cristo diventa presente sta propriamente nella maggior corrispondenza, nell’impensabile e impensata maggiore corrispondenza di questa umanità in cui ci imbattiamo alle esigenze del cuore – alle esigenze della ragione -.
Quest’imbattersi della persona in una diversità umana è qualcosa di semplicissimo, di assolutamente elementare, che viene prima di tutto, di ogni catechesi, riflessione e sviluppo: è qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato, ma solo di essere visto, intercettato, che suscita uno stupore, desta una emozione, costituisce un richiamo, muove a seguire, in forza della sua corrispondenza all’attesa strutturale del cuore. «Poiché in realtà – come dice il cardinal Ratzinger – noi possiamo riconoscere solo ciò per cui si dà in noi una corrispondenza» (Il Sabato, 30.1.93). È nella corrispondenza il criterio del vero.
L’imbattersi in una presenza di umanità diversa viene prima non solo all’inizio, ma in ogni momento che segue l’inizio: un anno o vent’anni dopo. Il fenomeno iniziale – l’impatto con una diversità umana, lo stupore che ne nasce – è destinato a essere il fenomeno iniziale e originale di ogni momento dello sviluppo. Perché non vi è alcuno sviluppo se quell’impatto iniziale non si ripete, se l’avvenimento non resta cioè contemporane0.

Come, nell’impatto che sempre si rinnova con una presenza di umanità diversa, la sorpresa, la speranza e il presentimento che ne nascono e muovono a seguire, possono essere educati, “tratti fuori”? Lo strumento principale di questa educazione è ciò che noi chiamiamo “Scuola di comunità”; ed è principale perché sistematico e coerente, e perciò esplicativo e unificante. La “Scuola di comunità” è lo strumento di sviluppo – come coscienza, come affezione e come istigazione mobilitante nell’uso dei rapporti – di quel “qualcosa che viene prima”, dell’esperienza di incontro con una realtà umana diversa.
Nello svolgimento del lavoro implicato dalla “Scuola di comunità”, l’aspetto essenziale è allora il rendersi “ragione” delle parole che si usano. E “ragione” significa: esperienza della corrispondenza tra la realtà in cui ci si impatta e le esigenze strutturali del cuore.
Ma allora l’aspetto innanzitutto importante della “Scuola di comunità” è qualcuno che “insegni”: qualcuno – o alcuni – in cui l’impatto iniziale si rinnovi e si dilati, offrendosi come spunto per il ripetersi in altri della prima sorpresa. Occorre che chi guida la “Scuola di comunità” comunichi una esperienza nella quale si rinnovi lo stupore iniziale e non invece svolga un ruolo o un “compito”. Non può essere comunicazione di un’esperienza quella che parte da una coscienza di se stessi come ruolo, che muove da una visione di sé come padronanza e superiorità, con la pretesa di insegnare. Perché chi insegna è soltanto lo Spirito di Dio: è lo Spirito che dà il primo sussulto e che lo rinnova.
Chi, guidando la “Scuola di comunità”, comunica un’esperienza nella quale riaccade la sorpresa iniziale, svolge questa comunicazione dando ragione delle parole che vengono usate. Dar ragione delle parole che si usano vuol dire infatti comunicare l’esperienza della corrispondenza tra l’avvenimento di una Presenza e quello che il cuore originalmente attende, con la luce e il calore che quelle parole proiettano e offrono. Così la ragione data di ogni parola fa, come dice san Paolo, «passare di luce in luce», introduce alla scoperta sempre più chiara del vero, perché ogni parola usata chiarisce una risposta a un bisogno del cuore che è alla ricerca del proprio destino.

Fino a non molto tempo fa queste erano semplici parole da vivisezionare, capire, imparare.
Ora sono realtà: tamente sconvolgente che uno fatica a credere che la realtà sia così incredibilmente affascinante e che il buon Dio riesca  a far nascere delle presenze così prepotentemente e umilmente imponenti che uno , se chiude un attimo gli occhi, è solo per riaprirli al nuovo stupore. Davvero, incredibilmente, dopo diversi decenni, sto procedendo di stupore in stupore…
E’ difficile da far capire; si può solo invitare a condividere la stessa esperienza: vieni e vedi. E’ davvero una cosa inimmaginabile e mai immaginata prima in queste dimensioni.
Il Cristianesimo sta diventando  così per mela realtà più affascinante e coinvolgente della vita.

… “il bersaglio è l’uomo, l’unico soggetto di libertà della terra”

Da Tracce del 14/09/2012 un contributo di Roberto Colombo

 L’uomo? «Un prodotto dell’evoluzione biologica». La sua grandezza? «Dipende solo dalla sua dimensione collettiva». Il biologo Edoardo Boncinelli nel suo nuovo saggio prova a negare l’esistenza di “un oltre”. Senza riuscire a “farlo fuori” del tutto…

  • Henri Matisse, Icaro, 1947 (part.).

Nella storia del pensiero, a tentare di far fuori l’anima ci hanno provato in tanti, da più di duemila anni. Ma nessuno sembra esserci riuscito. Tenace come la roccia in cui è scolpita la nostra vita, l’anima resiste ad ogni assalto di una ragione di corto respiro, dall’orizzonte angusto e prigioniera di sé stessa. Perché tanto astio contro l’anima, tanta veemenza dialettica? Il bersaglio è l’uomo, il nostro io, l’autocoscienza del cosmo e l’unico soggetto di libertà sulla terra, contro il quale la cultura che aspira all’egemonia, in secoli passati come oggi, si è scatenata per cercare di frammentarlo, distruggerlo. Per poter dominare l’uomo, “possederlo” (quale potere è più temibile di quello intellettuale?), bisogna ridurne la possente statura, tagliare le gambe al gigante dei viventi. Dissolvere l’anima nell’anonimato del mondo fisico, e scomporla in elementi cognitivi, emotivi e relazionali, senza un sostrato di inerenza, è l’obiettivo di questa strategia antica e nuova. A materializzare l’anima ci aveva già pensato Epicuro, che la definiva, quasi atomizzandola, «un corpo sottile, sparso per tutto l’organismo, assai simile all’elemento ventoso, e avente una certa mescolanza di calore» (Lettera a Erodoto, III sec. a.C.). Con l’Illuminismo, La Mettrie griderà che «l’anima è solo un principio di movimento o una parte materiale sensibile del cervello» (L’uomo macchina, 1747). In tempi più recenti, i filosofi cederanno ai medici e agli psicologi la prima linea d’assalto all’anima. La scuola chirurgica francese di metà Ottocento esprime l’aforisma: «Sotto il mio bisturi non ho mai trovato l’anima», per lasciare presto il campo agli psicologi sperimentalisti che sgretoleranno la concezione aristotelica della psicologia come “scienza dell’anima”, secondo la quale «i processi psichici sono considerati come fenomeni dai quali si debba dedurre l’esistenza di una sostanza metafisica, l’anima» (Wilhelm Wundt, Fondamenti di psicologia fisiologica, 1874).
Alla dissoluzione dell’anima come fondamento dell’io, sorgente del nostro essere unico, irripetibile, che entra in azione dentro ad ogni rapporto con la realtà, garante della libertà spalancata all’infinito in un rapporto singolare con il destino, vuole giungere oggi il biologo molecolare Edoardo Boncinelli, passando attraverso una lettura delle neuroscienze in chiave di psicologia evoluzionistica e collettivistica. Nel saggio Quel che resta dell’anima (Rizzoli, 2012), l’autore riconosce la vertiginosa condizione dell’uomo che ci «sorregge sospesi in una posizione unica sul “gran mar de l’essere”», ma arriva a negare ogni possibilità che la ragione ammetta l’esistenza in noi di un quid che trascende l’intreccio di geni, cellule, organismo e storia biologica e culturale: «L’uomo è insomma un prodotto dell’evoluzione biologica, […] la grandezza e l’unicità» del quale «sono indissolubilmente associate alla sua dimensione collettiva» (pp. 141-143). Non è il tempo della persona, ma quello della società che scandisce la storia individuale e di un popolo. Una lettura “politica” dell’esperienza umana è quella che Boncinelli propone, appellandosi ad Aristotele, non senza avergli prima negato la ragionevolezza dell’affermazione di un’anima spirituale che distingue l’“animale politico” da tutti gli altri. Abbandonata l’affermazione (epistemologicamente azzardata) delle prime pagine – «Se la vita ha un’anima, questa risiede nella vigile presenza del suo genoma», l’informazione «portata dal Dna di ogni organismo» (p. 12) –, il volume si chiude con una vaga apertura al trascendente: solo «l’azione di un collettivo trascende l’individuo e la sua corporeità e potrebbe quindi adombrare alcuni tratti del concetto astratto di anima e magari di spirito, il possibile sostituto collettivo dell’idea di anima» (p. 142). Le citazioni di sant’Agostino poste a esergo dei capitoli non valgono a salvare il testo da una astrattezza rispetto all’esperienza personale che sola può “parlare” dell’animo umano e di quell’apertura alla realtà totale che ogni nostro gesto realizza in virtù di esso, esperienza vivissima e drammatica di domanda di senso ultimo della vita senza la quale le parole di Agostino restano inintelligibili.
Per comprendere l’uomo non possiamo partire dal passato né dal futuro (evoluzione biologica, sociale, culturale), ma dal presente. Come osserva lucidamente don Giussani, un «aspetto fondamentale dell’impegno dell’io, per scoprire i fattori di cui è costituito, è il valore del presente». E commentando san Tommaso che, citando Aristotele, afferma «Anima est quodammodo omnia» (Summa Theologiae, I, q. 14, a. 1; q. 16, a. 3), prosegue: «Lo spirito dell’uomo è in qualche modo tutto. Tanto più uno è persona, è uomo, quanto più abbraccia e vive nell’istante presente tutto ciò che l’ha preceduto e lo circonda» (Il senso religioso, cap. IV). L’anima è la forma della nostra vita, di ogni istante di essa, che rende possibile a ciascuno di noi di dire “io” in verità. Nessun dato empirico che le neuroscienze e altre discipline esibiscono può sottrarsi al paragone con ciò che io sono, con la mia esperienza elementare che tutto abbraccia: il passato, il presente e il futuro. Un paragone che solo una ragione scientifica aperta a cogliere tutti i fattori del reale è capace di sostenere, senza rinunciare alla categoria suprema della possibilità che il senso ultimo, definitivo di chi io sono si riveli a me, per libera decisione del Mistero.

Liberamente è una parola non superficiale e meccanica…

…Ma lui ha parlato di libertà. In che senso accettare è libertà? Io sono capace di accettare, uno è capace di accettare quanto più è libero. La libertà significa rendersi ragione delle cose e aderire a questa ragione. Tu sei stato chiamato, l’abbiamo detto nelle Lodi: «Consapevolidella vocazione e della missione cristiana»; da quelmomento, da quell’incontro fortuito che tu non ti aspettavi,sei stato chiamato, vale a dire quell’incontro ti hadestato qualche cosa. Quanto più ti rendi ragione di ciò che ti è stato destato nel cuore, quanto più ti rendi consapevole della fede cui oramai hai aderito, cui sei statochiamato ad aderire, quanto più ti rendi ragione della cosa e quanto più cordialmente, anche superando la fatica o lascocciatura o le contraddizioni che senti, aderisci a queste ragioni, tanto più sei libero, e perciò tanto più sei nella condizione di ascoltare la compagnia, di accettare l’indicazionedell’autorità, perché questo paragone ti aumenta,
è destinato ad aumentarti la ragione, la chiarezza dellaragione, e ad aumentarti l’impulso, l’input al cuore.
Se questo paragone con l’autorità non ti aumenta laragione, non ti “stabilisce”, non ti rende più stabile ilcuore, allora c’è un pericolo, e tu devi riandare, in quel caso, appena puoi, a quelle persone, a quella persona, aquel contesto umano che ti ha destato il primo input, ilprimo impeto.
Vale a dire, siamo legati alla compagnia eall’autorità, accettiamo la compagnia e l’autorità, ma liberamente.
Liberamente è una parola non superficiale emeccanica: indica che io aderisco all’autorità tanto quantoessa mi aiuta. E se in questo momento non mi aiuta,allora io mi riferisco alle persone che mi aiutano. Ma le persone che mi aiutano, mi aiutano veramente se mi ributtano ancora nel paragone con la compagnia e con l’autorità, se non mi fanno saltare niente, così che magari duegiorni dopo capisco quello che mi aveva scandalizzato due giorni prima.
Insomma, questi sono i fattori in gioco: l’originalità ela creatività del primo momento – badate, per favore, chequesto primo momento c’è stato per chiunque fra noi –,l’appartenenza, l’entrata dentro una compagnia e quindiil paragone con un’autorità, con u a direzione (un’autoritàvuole dire una direzione), in una libertà che cresce; e la libertà è fatta di ragione e di affettività (che non vuo-le dire quel trasporto che senti per la morosa in certimomenti).
Tutto ciò fa crescere l’inizio. Vorrei citare il caso piùaffascinante che mi sia capitato in vita. Quelli di Napolil’hanno potuto conoscere più di me e quindi anche piùdegli altri. Abbiamo avuto Giovanni, che è diventato maturo per il vis à vis con l’eterno, ma in modo visibile.Visibilmente questo ragazzo è cresciuto nella sua libertàpotente: io lo conosco dalla lettura di alcune sue frasi. Fortunato chi l’ha potuto conoscere, perché allora per lui è diventato una compagnia che non si può più perdere, è un riferimento a cui – quando la compagnia viene menoo quando l’autorità viene meno, o è dura – può guardare; la memoria di questa presenza, la coscienza di questa presenza rinnova l’inizio, a cui l’amico di Friburgo accennava,più di qualsiasi altra cosa, perché non c’è niente che rinnovi l’inizio come l’incontro con una persona che vival’inizio.
Così noi accettiamo l’autorità nella Chiesa non necessariamenteperché essa abbia il carisma di uno spirito evocatore più di altri, ma in quanto è una condizione perché diventi storia quello che ci è stato destato. [il grassetto è mio]
LUIGI GIUSSANI Ciò che abbiamo di più caro (1988-1989) – BUR Rizzoli 2011

La persecuzione dei cristiani ha molti volti…

Da Sguardo Leale la sintesi di una discussione con relativi approfondimenti sulla “lunare” situazione relativa alle carceri italiane:

Se ti chiami Renato Farina, sei cattolico, militi nel PDL, il giudice del tribunale di Milano Elisabetta Meyer ti tratta con riguardo: solo 2 anni e 8 mesi di reclusione senza la sospensione della pena per essere entrato nel carcere do Opera con un collaboratore (20nne non implicato in alcuna inchiesta ma non figurante tra i collaboratori ufficiali dello stesso deputato: 2 anni di pena).

I radicali Bernardini e Perduca asseriscono di entrare da anni nelle carceri con collaboratori non ufficiali e nessuno ha mai detto o fatto nulla.

Abbiamo bisogno d’altro ancora per capire la persecuzione in atto contro i cristiani che fanno politica?
Non tutti, certo, quelli che votano a sinistra sono tollerati.
EVVIVA LA LIBERTA’ che una certa sinistra italiana (non tutta fortunatamente) ci impone in modo così trasparente e vergognoso.

Ma in tutti questi casi si verifica l’autogoal: la gente prende coscienza di come stanno le cose, e poi decide chi seguire per puntare ad una reale convivenza e bene comune.

Sguardoleale

FARINA SI DIFENDE E RACCONTA LE SUE VISITE AI DETENUTI
Tempi

BERNARDINI E PERDUCA: LA CONDANNA DI FARINA? INCREDIBILE E LUNARE
Notizie Radicali

SIMONE: DEVO MENTIRE SU FORMIGONI PER USCIRE?
Tempi

CONDANNA ASSURDA. COSì NEMMENO I RAPINATORI
Tempi

 

“Sarebbe meglio smetterla con il refrain dell’antipolitica…”

Da Tracce  il contributo di Giorgio Vittadini:

«La scommessa sull’io, vera svolta liberale»

5/05/2012 – I risultati delle amministrative, il «refrain dell’antipolitica». Il Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, guarda alla situazione italiana: «Non ci sarà una svolta senza un cambiamento radicale nell’uomo»

  • Giorgio Vittadini.Giorgio Vittadini.

Al netto di tutte le considerazioni contingenti che hanno riempito le cronache politiche e fantapolitiche, va detto che il risultato elettorale è innanzitutto esito di un’enorme delusione. Sarebbe meglio smetterla con il refrain dell’antipolitica: piuttosto, quel che è avvenuto, così come il clima che si respira, nascono dall’illusione che sia la politica a salvarci, quella di chi ci ha governato fin qui o quella di chi pretende oggi di contestare tutto.

Nelle ultime elezioni politiche del 2008 Silvio Berlusconi e la sua coalizione avevano ottenuto una maggioranza quasi mai raggiunta da altri schieramenti. Gli italiani non ne potevano più di anni grigi di statalismo soffocante e ci si aspettava (finalmente!) una svolta liberale, assente in Italia dai primi anni del Dopoguerra quando tutti, Stato e privato, maggioranza e opposizione, nonostante le divisioni ideologiche, avevano collaborato per la ricostruzione e il boom economico. Ci si aspettava un’inversione di tendenza dopo l’orgia collettiva degli anni Ottanta, in cui, con la responsabilità di tutti, si era pensato di poter risolvere definitivamente i problemi sociali degli italiani dilatando a dismisura la spesa pubblica (portando il debito pubblico dal 60% al 120% del Pil)

LEGGI L’ARTICOLO SU ILSUSSIDIARIO.NET

Ma… la Costituzione è davvero a fondamento della nostra convivenza?

Se i fatti sono questi, c’è da chiedersi se esista più qualcosa che riguardi esclusivamente la nostra intimità e se la Costituzione sia ancora la Carta fondamentale che regola i nostri diritti e doveri…. o se li regola solamente per alcuni privilegiati di turno…

Da Tempi.it:

Perché il Corriere può pubblicare le lettere private di Daccò?

Pubblichiamo l’interrogazione parlamentare presentata dai due deputati del Pdl al ministro della Giustizia, in merito alla pubblicazione sul Corriere della Sera di una lettera privata di Piero Daccò, detenuto nel carcere di Opera di Milano

Premesso che:
Il 24 aprile, a pagina 1 e a pagina 13 del Corriere della Sera compare un articolo a firma di Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella, i quali scrivono: «Non stupisce che, agli atti dell’indagine sfociata il 13 aprile nell’arresto di Daccò (già in carcere dal 15 novembre scorso nell’inchiesta sul dissesto del San Raffaele) per 56 milioni di fondi neri della Fondazione Maugeri di Pavia, compaia ora una annotazione di polizia giudiziaria che viviseziona una lettera scritta in carcere da Daccò il 25 gennaio al commercialista Perego»; seguono ampie citazioni di questa corrispondenza privata e di asserite interpretazioni della stessa da parte della polizia giudiziaria;

l’articolo 15 della Costituzione sancisce: «La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’Autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge»; la legge numero 95 del 2004, introduce l’articolo 18-ter nell’ordinamento penitenziario, prevedendo i casi che giustificano una restrizione della libertà di corrispondenza dei detenuti, dispone che «per esigenze attinenti le indagini o investigative o di prevenzione dei reati, ovvero per ragioni di sicurezza o di ordine dell’istituto, possono essere disposti, nei confronti dei singoli detenuti o internati, per un periodo non superiore a sei mesi, prorogabile per periodi non superiori a tre mesi: a) limitazioni nella corrispondenza epistolare e telegrafica e nella ricezione della stampa; b) la sottoposizione della corrispondenza a visto di controllo; c) il controllo del contenuto delle buste che racchiudono la corrispondenza, senza lettura della medesima»;

non esiste alcuna legge che autorizzi la trasmissione alla stampa e la pubblicazione sui giornali della corrispondenza dei detenuti, ancorché sottoposta a controllo degli organi giudiziari, costituendo anzi quanto verificatosi nel caso esposto una violazione palese sia del segreto d’ufficio sia del rispetto della segretezza della corrispondenza;

queste patenti violazioni della segretezza nell’ambito dei procedimenti giudiziari dovrebbero costituire motivo di preoccupazione;

interroghiamo il ministro della Giustizia per sapere:

se i fatti sopra esposti corrispondano al vero;

se non intenda disporre un’ispezione presso gli uffici giudiziari interessati (legge 12 agosto 1962, numero 1311).

*testo adattato dall’interrogazione a risposta scritta presentata dagli autori in Parlamento giovedì 3 maggio 2012

Quale libertà può resistere al potere?

Nel tempo che viviamo siamo giunti come alla sponda sabbiosa di una aridità, di un deserto umano, dove il soggetto della pena è l’io: non la società, ma l’io, perché per la società si ammazzano anche tutti gli ‘io’ possibili e immaginabili. Mentre per noi la società nasce dall’esistenza dell’io. “Generate e moltiplicatevi”, raccomandò Dio ad Adamo ed Eva: ma la natura del compito di Adamo ed Eva, del loro essere stati creati come personalità singole, è una compagnia tra loro due: l’uomo non può vivere, non può conoscere, alimentare se stesso, se non in compagnia di un altro, nell’incontro con un altro. Siamo, dicevo, come sulla sabbia, sulla sponda sabbiosa di un collasso terribile nella vita sociale. E siccome il potere ha come ideale e scopo quello di regolare la vita di tutti (il governo italiano lo dimostra molto patentemente), questa eliminazione della libertà ha delle conseguenze drammatiche, perché non vogliamo essere tutti schiavi o manovrati secondo l’ordine di un meccanismo centrale.

Come si fa allora a resistere? Come si fa a porre un’alternativa al predominio del potere che vuole prendere una posizione determinante tutti gli aspetti, tutte le espressioni della vita dell’uomo, dettare fin le leggi morali? L’unica risorsa per frenare l’invadenza del potere è in quel vertice del cosmo che è l’io, ed è la libertà». (Link)

La risposta a “Quale libertà può resistere al potere?” la sto cercando negli appunti di cui ho messo il link….

Il 25 aprile: la libertà è un compito affascinante

Ricevo e metto in comune questo prezioso contributo di G.M.:

Oggi è il 25 aprile, anniversario della Liberazione.
E’ un brano di Hannah Arendt ad aiutarmi a comprendere di più il compito che viene da questa festa.
Scrive la Arendt nel suo testo “Sulla rivoluzione”

“E’ forse ozioso precisare che liberazione e libertà non sono la stessa cosa; che la liberazione può essere una condizione della libertà, ma è assolutamente da escludere che vi conduca
automaticamente; che il concetto di libertà implicito nella liberazione può essere solo negativo, e quindi l’intenzione di liberare non si identifica col desiderio di libertà. Tuttavia, se queste ovvietà vengono frequentemente dimenticate, è perché la “liberazione” è sempre apparsa come una cosa grandiosa e la fondazione della libertà è sempre stata incerta, se non del tutto inconsistente.
La libertà inoltre ha svolto un ruolo di gran peso, e abbastanza controverso, nella storia del pensiero sia filosofico sia religioso, e lo ha fatto per tutti quei secoli – dal declino del mondo antico alla nascita del mondo moderno – in cui la libertà politica non esisteva e, per ragioni che qui non ci interessano, gli uomini neppure se ne curavano. Così è divenuto quasi assiomatico, persino nella teoria politica, intendere per libertà politica non un fenomeno politico ma al contrario l’insieme più o meno libero di attività non politiche che un determinato stato è disposto a consentire e garantire a coloro che lo costituiscono “

Dalla liberazione viene un compito, quello della libertà, e non vi è meccanicità, non vi è nemmeno uno sviluppo evolutivo necessario, la liberazione è una condizione per il cammino della libertà.
Don Julian Carron al Meeting di Rimini del 2005 ha descritto in modo suggestivo ed efficace in che cosa consista questo cammino della libertà

2.3. Libertà come capacità di soddisfazione totale

“La libertà, allora, proprio a partire dalla esperienza di soddisfazione di desideri immediati e parziali, si svela come la “capacità” della soddisfazione totale, completa, cioè come capacità della perfezione, della realizzazione di sé, vale a dire del proprio desiderio d’uomo[14].
Nessuno come Leopardi ha descritto la natura del desiderio umano:
«Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, della terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana»[15].
Questa è la grandezza unica dell’uomo: il suo desiderio è «ancora più grande che sì fatto universo». È proprio per questa ampiezza del nostro desiderio che noi possiamo «accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia». Quello che per tanti è la disgrazia della vita – sentire l’insufficienza di tutto, patire mancamento e vòto -, è per Leopardi il maggior segno di grandezza della natura umana. Possiamo accusare quella insufficienza proprio perché, per natura, strutturalmente, abbiamo dentro di noi la capacità di giudicare: è ciò che la Bibbia chiama cuore. Senza la possibilità di giudicare da se stesso quello che gli corrisponde o meno, l’affermazione della dignità dell’uomo non è che una parola vuota, e l’uomo, in fondo, dipende dal potere. Come si desta il desiderio? Questa è una questione decisiva oggi, in cui il desiderio non si può dare per scontato perché, come dice A. del Noce, «il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio, cioè, senza inquietudine (forse si potrebbe addirittura definirlo per la soppressione dell’inquietum cor meum agostiniano)»[16].3. Il cammino della libertà
Qualsiasi sia la situazione in cui ognuno di noi si trova, il reale continua a venirci incontro, destando in noi stupore, cioè la curiosità e il desiderio di quello che abbiamo davanti. È sempre l’impatto col reale che desta la nostra umanità, in tutte le sue dimensioni e capacità.
«Le capacità che sono in noi non si sono fatte da sé, ma anche non si traducono in atto da sole. Sono come una macchina che, oltre ad essere stata costruita da altri, ha bisogno anche di un altro che la metta in marcia. Ogni capacità umana, in una parola, deve essere provocata, sollecitata per mettersi in azione»[17]. Ciò che la mette in moto è l’impatto con la realtà.
È quindi il reale che desta il desiderio, in quanto si mostra carico di attrattiva. Lungi dal restare indifferente, noi siamo originalmente attratti dalla bellezza – dal bene -del reale. Nell’incontro con la realtà che attrae, la libertà è messa in moto. In questo impatto col reale, che accade in continuazione – perché non possiamo pensarci al di fuori della realtà – e che ci attira, la libertà è già dall’inizio chiamata in causa. Come? Deve rispondere alla chiamata dell’attrattiva del reale. La libertà è chiamata qui a compiere il primo passo del suo cammino: a decidere se cedere o meno all’attrattiva del reale che ha davanti. Questa non neutralità della libertà di fronte al reale fa sì che le diverse opzioni di fronte al significato del reale non siano ugualmente ragionevoli. Chi respinge l’attrattiva del reale sta già censurando un dato e per questo è meno ragionevole che chi ne prende atto[18].
Questo mette in evidenza un primo aspetto di autopossesso che caratterizza la libertà[19]. Qualsiasi sia l’attrattiva del reale, questa non elimina infatti la capacità di scelta della libertà. Anzi, la mette in moto. Tutta l’imponente attrattiva dell’Essere non risparmia all’uomo la sua capacità di decidere, ne costituisce al contrario la vera e originaria provocazione.
In base a che cosa decidiamo di aderire o meno a questa provocazione? In base alla corrispondenza che il reale realizza con le esigenze del cuore. Il contraccolpo che l’Essere provoca in me costituisce il giudizio in base al quale mi muovo[20]. Quando davanti a delle belle montagne mi stupisco e dico: «Che bello!», do un giudizio su quelle montagne, come quando grido di dolore davanti a una insofferenza ingiustamente inflitta a me o ad altri. Questo giudizio velocissimo, per cui sorprendo se una cosa mi corrisponde o no, è ciò che prepara e orienta la mossa, il passo, a cui la libertà è chiamata[21].
Ma questo, come dicevamo, è solo il primo passo del cammino della libertà. Domandiamo: che cosa si gioca nella scelta, in ogni scelta? L’adesione a ciò che appare e riconosciamo come un bene. La scelta è cioè in vista del compimento, del fine. Perché voglio avere capacità di scelta? Per aderire a ciò da cui sono colpito e attratto. «La mia libertà – scrive J. R. Jiménez – consiste nel prendere della vita ciò che mi sembra meglio per me e per tutti”». La ragazza vuole avere capacità di scelta per poter decidere di andare alla festa, cioè per aderire a un bene intravisto. È proprio in questa adesione che trova soddisfazione il suo desiderio e, quindi, essa si sente libera.
La capacità di scelta è propria di una libertà ancora in cammino verso la sua piena realizzazione, che consiste nella adesione a quello che corrisponde, cioè al Bene, al destino. Fermarsi soltanto al primo aspetto – la possibilità di scelta – è, di fatto, rinunciare al compimento della libertà, perché io non esercito la capacità di scelta che ho, se non nell’aderire a quello che desidero. La capacità di scelta ha, quindi, come scopo l’adesione. «Io non posso concepire né tollerare alcuna utopia che non mi lasci la libertà che è più cara: la libertà di vincolare me stesso»[22]; di vincolarmi a ciò che mi compie, all’infinito che cerco nei piaceri, al Tu che mi chiama attraverso l’attrattiva delle cose, al Tu che mi fa essere, a Colui cui posso dire: «La mia verità sei tu, il mio io sei tu, io sono Tu che mi fai».
È in questa adesione a quello che mi corrisponde che il desiderio trova soddisfazione”

Un compito affascinante!!!

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