Il miracolo di Padre Malachia

Quando credere ai miracoli diventa impegnativo…”

Caro piccolo Malachia Murdoch, sacerdote dell’Ordine di san Benedetto!

Chi avrebbe mai immaginato che l’umile fraticello inviato come esperto a istruire preti e fedeli della Chiesa di santa Margherita di Scozia, a Edimburgo, nell’uso del canto gregoriano doveva diventare il protagonista di una vicenda così incredibile!?

Eppure pare che il Padre Eterno scelga una tra le persone più insignificanti e sconosciute per turbare la “mediocre” tranquillità di quel piccolo mondo di “onesti” peccatori incalliti che popola Edimburgo.

E in fondo anche il nostro mondo è così: dimentico di quell’Onnipotenza che, se può trasportare le montagne, non avrà certo difficoltà a spostare “Il giardino dell’Eden”, un locale da ballo, “sentina di iniquità” secondo il canonico Collins, (e oggetto delle sue omelie infuocate contro il malcostume dilagante, regolarmente ignorate dai destinatari), dalla sua sede originaria ad una zona impervia e isolata su una roccia solitaria che à la Bass Rock.

Il nostro Malachia lo crede fermamente, ma… anche il canonico e i suoi giovani preti, in un primo momento perplessi, davanti alla decisione del vecchio monaco, che vuol dimostrare ad un presuntuoso pastore episcopaliano, il rev. Hamilton, che i miracoli sono possibili, cedono e capiscono che la fede è davvero anche un atto di volontà, e lo assecondano.

Gradevolissima è l’ironica e affettuosa descrizione della semplicità che caratterizza un po’ tutti i personaggi, da padre Malachia, che in fondo è un mistico, a Più Bobbie (l’affettuoso soprannome dato al vescovo dai pretini della parrocchia), al Bi Bi Bi (Bishop’s Bad Brother, Il Fratello cattivo del Vescovo, un mistico a rovescio che trovava nella birra e nelle maestre di ballo ciò che gli affaristi stanchi trovano nel golf) follemente innamorato della sua Bubbles, al Sig. Harris, talmente monoteista nei suoi vizi, che, dedicando tutta la sua devozione a Bacco, non gliene restava neanche un poco per Venere (con grande gioia della moglie!), e così via.

 

Ma l’aspetto più incredibile, nella sua preoccupante attualità, è la reazione delle persone davanti al miracolo di padre Malachia; assolutamente imprevedibile e senza precedenti per i suoi colleghi ecclesiastici che un po’ si scandalizzano, ma poi, davanti al fatto innegabile, si arrendono; assurdo e frutto di superstizione per la maggior parte del mondo dell’informazione e degli intellettuali che, come in ogni tempo, chiudono gli occhi davanti al fatto inspiegabile e negano l’evidenza; anche l’evidenza di un grosso buco dove prima stavano le fondamenta di un imponente locale da ballo e della sua presenza a diversi chilometri di distanza.

Una delle scene più gradevoli è senz’altro l’incontro tra il Vescovo che vuole capire di più, il Canonico Collins e i suoi due giovani collaboratori, padre Malachia sia pure in disparte, e il Bi Bi Bi giunto inatteso a chiedere conto a Malachia della sua impresa che ha interrotto una romantica dichiarazione d’amore per la sua Bubbles.

Davanti alla domanda del fratello vescovo che gli chiede se non si sia ingannato, se non abbia sognato, ecco cosa risponde: “ma potevo sognare di essere sveglio, potevo? E che: il giardino dell’Eden se ne stava incollato sulla bass Rock come se ce l’avessero costruito sopra? Non potevo mica sognarmi che le fondamenta erano come un coltello in una torta e che le ragazze erano spaventate come tante pollastre davanti a un’automobile. Potrei aver sognato, ma se ho sognato allora, vuol dire che sto sognando anche in questo momento (…). Già, Bubbles dovrebbe aver sognato anche lei, e anche le ragazze del teatro, e il padrone del Giardino, il quale è una lenza come non se ne trova un’altra in tuta la Scozia (…). Già Bobbie, dovrei aver sognato a tutta forza in queste ultime ore”. E, dopo aver descritto la baraonda provocata dalla traslazione del Giardino dell’Eden… ecco la conclusione del suo discorso: “Sono venuto per dire a padre Malachia che io non credo a una sola parola di tutto questo pasticcio senza capo né coda”… Beata semplicità!!!

Ma ancora più esilarante è la reazione del manager della compagnia di balletto che era stato sorpreso nel pieno dello spettacolo e che, in seguito al miracolo, aveva dovuto provvedere a tenere a bada per una notte e a nutrire un bel gruppo di allegre ballerine che desideravano il risarcimento: il mistero più misterioso per lui era questo strana entità (una cosa, una persona, ma che cosa mai!?): “perbacco! (…) lo Spirito Santo deve pur essere qualcuno se può far volare una sala da ballo sulla vetta della Bass Rock. E vorrei sapere perché sull’ultima pagina del “Daily Mail” non c’è nessuna fotografia dello Spirito Santo, mentre ci sono quelle delle mie ragazze che si incipriano il naso…”

Tutto il gradevole romanzo, costruito intorno a Padre Malachia e al suo miracolo, è una simpatica galleria di personaggi abbastanza pittoreschi… in realtà diventano meno pittoreschi quando ci si rende conto che è una descrizione del nostro mondo non più cristiano, in cui i protagonisti siamo noi, che, non comprendendo quel che accade e non riuscendo a trovare una spiegazione plausibile, finiamo per negare persino l’esistenza del Mistero.

Lascio al lettore, insieme al piacere di una lettura simpatica e rilassante, la sorpresa della conclusione, veramente inaspettata e degna dell’intera vicenda.

Brand

Una recensione fatta per culturacattolica.it e non so se sia riuscita già a trasportarla  in questo nuovo blog:

Qual è il senso della vita? 

E di conseguenza come va affrontata? Queste le domanda che sorgono alla lettura sgomenta del dramma di Ibsen, Brand.

Il protagonista è un pastore protestante che ha fatto dell’ideale etico, della perfezione morale, lo scopo della sua vita e ad essi sacrifica non solo la sua esistenza, ma anche quella della giovane e ardente sposa e del figlio.

Tutte le scene del dramma contengono un dialogo serrato tra Brand, inflessibile nel suo proposito, e i vari interlocutori che si susseguono; e viene spontaneo chiedersi chi ha ragione. Ma non si riesce a capire quale sia la posizione giusta, se si resta all’interno di una dialettica che vede contrapposti da un lato il trionfo del dovere etico di Brand e dall’altro le umanissime obiezioni di chi vuole confrontarsi con lui, mosso da una sincera affezione o dall’interesse politico.

Perché la verità, la verità della vita, non è qualcosa di astratto di cui si possa discutere anche a livelli molto elevati; la verità della vita deve nascere da una esperienza vissuta e aprire ad un’esperienza integralmente umana, un’esperienza cioè che tenga conto di tutti i fattori della nostra fragile umanità, segnata dalla catastrofe originaria che la Chiesa chiama peccato originale.

L’ideale etico di Brand, altissimo ma non percorribile nemmeno da lui, non affonda le sue radici in un’esperienza umana, ma in una sua idea di perfezione che censura, in nome del dovere e della forza di volontà, l’inevitabile limite delle persone che gli stanno intorno e per amore di questa sua idea di perfezione non esita a sacrificare l’amore filiale per la madre, l’amore tenero per la moglie e per il figlio.

Anche lui però davanti ai dolori più grandi vacilla, e si chiede se non abbia sbagliato tutto; ma la solitudine, – la terribile solitudine che lo spinge a vivere in un luogo lontano ed impervio, tra nevi e ghiacciai nel nord presso un piccolo e isolato paese – lo respinge verso il suo progetto disumano di perfezione.

Il problema è in fondo quello insito nella concezione protestante del Cristianesimo che abbandona la Verità alla interpretazione del singolo.

Mentre è solo l’appartenenza ad un popolo reale, con tutti i suoi limiti, ma con la sua concretezza, che ci rende capaci, in un confronto leale, di pervenire alla Verità della nostra vita; come nell’esperienza del Cattolicesimo in cui i credenti, legati dal vincolo dell’appartenenza al Corpo Mistico di Cristo, sanno di poter collaborare e sostenersi nel cammino. Perché l’uomo non è fatto per vivere da solo, nella ricerca di una perfezione teorizzata dalla sua intelligenza.

Che non ne sia in grado lo dimostra tutto l’angosciante dramma di Ibsen in cui il protagonista non può che concludere la sua vicenda con l’unico gesto veramente umano: il grido della preghiera:

Rispondimi, o Dio, nell’ora in cui la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza?”

Gesù Cristo ha detto: “Senza di me non potete fare niente”, quindi tutta la volontà esplicata da un uomo non sostenuto da Lui è incapace di perseguire anche una sola parte di salvezza: perché la salvezza o è o non è: Cristo non è venuto per salvarci a metà… Brand intuisce questa verità solo nel momento supremo; e gli è servita tutta la vita, sua e delle persone amate o vicine a lui, perché lo comprendesse.

Comunque sul suo grido disperato, una voce, dominando la scena, dice Dio è carità”, quasi a voler riaffermare che la misericordia di Dio vuole salvare anche l’anima tormentata del pastore Brand.

Fine di una storia di G. Greene: “Dagli la mia pace; è lui che ne ha più bisogno”

Sto leggendo “Fine di una storia” di Graham Greene e, dopo un inizio interessantissimo, come per tutti i suoi romanzi, non mi aspettavo di trovare a pag. 130 un dialogo con Dio che mi pare possa essere paragonato a certe pagine de ” Le Confessioni” di sant’Agostino. La copio perché ne percepiate anche voi la bellezza.

E” una donna che scrive un diario per cercare di capire se stessa e le sue contraddizioni.
C’è un tu al quale si rivolge ma non riesce ancora a capire bene chi sia questo cui sente il bisogno di parlare, non riesce a dargli un volto e la cosa è fonte di grande sofferenza per lei.

Ma leggete cosa scrive :

Non ho bisogno di scriverti, né di parlarti, così avevo cominciato una lettera a Te poco tempo fa, e mi sono vergognata di me stessa e l’ho strappata perché sembrava una cosa così stupida scrivere una lettera a Te che sai ogni cosa(…)

Ho mai amato tanto M. prima che  amassi Te?

O era veramente Te che amavo tutto quel tempo?

Ho toccato Te quando toccavo lui?

Avrei potuto toccare Te se non avessi toccato lui prima, toccato come non ho mai toccato (…) nessuno?

E lui mi ha amata e toccata come non ha fatto mai con nessun’altra donna.

Ma era me che  amava, o Te? Perché odiava in me quello che Tu odii. Era dalla tua parte senza saperlo tutto il tempo.

Tu hai voluto la nostra separazione, ma anche lui l’ha voluta. L’ha preparata con la sua ira e la sua gelosia, e l’ha preparata con il suo amore. Perché mi ha dato tanto amore, e io gli ho dato tanto amore che presto non è rimasto nient’altro quando abbiamo finito, all’infuori di Te.

Per nessuno dei due.

Avrei potuto impiegare tutta una vita dando un poco d’amore per volta; diluendolo qua e là (…). M aanche la prima volta (…) abbiamo speso tutto quanto possedevamo.

Tu eri lì che ci insegnavi a dissipare come l’insegnasti al ricco, in modo che un giorno non ci rimanesse più nulla salvo questo amore per Te.

Ma sei troppo buono verso di me. Quando ti chiedo dolore mi dai pace. Dalla anche a lui. Dagli la mia pace; è lui che ne ha più bisogno”

 

Aggiornamenti:

Ho appena finito di leggere il romanzo e devo dire che ne sono entusiasta!

Era da un bel po’ che non leggevo romanzi di G. Greene e ricordo solo che mi sono sempre piaciuti, ma questo è come se fosse il primo che leggo e ringrazio di cuore chi me l’ha consigliato!

Mi piace perché il protagonista parla tranquillamente, innocentemente dei suoi sentimenti, delle sue repulsioni, delle sue meschinità al di fuori di ogni tentativo di giudizo morale, ma solo con il desiderio di comprendere le assurde contraddizioni in cui si dibatte lui e i protagonisti della vicenda.
La cosa più bella è stata per me che ho scoperto che tutto quanto veniva scritto era vero, vero, verissimo, anche se certe reazioni magari non le capivo… ma si sa: si capisce solo per averne fatto esperienza.. anche se intuisci la verità anche da lontano… se la cerchi e non ne hai ancora fatto esperienza. Perché ciascuno di noi è fatto per la verità.

Eppure, credo che approfondirò la conoscenza della vita di questo scrittore (è essa stessa un’avventura) per capire meglio non solo questo , ma anche gli altri suoi ronmanzi, di cui trovo bellissimo  – e penso che lo rileggerò presto!  – “Il potere e la gloria

TUTTI GLI ANIMALI SONO EGUALI, MA ALCUNI ANIMALI SONO PIU’ EGUALI DEGLI ALTRI (La fattoria degli animali)

Tempo fa rscrissi le righe che seguono come recensione del libretto di Orwell, “La fattoria degli animali”. Non so se, nel trasferimento su questa piattaforma, il post sia stato salvato. Perciò lo ripropongo

L’utopia come negazione della libertà

   Si può leggere come una simpatica favola che ha per protagonisti gli animali…anche se la conclusione immerge in un deluso sconcerto; ma una lettura più attenta rivela una realtà amara. L’utopia rivoluzionaria si manifesta via via sempre più come negazione della libertà, il cui desiderio innato e spesso non valutato alla luce della ragione, spinge talvolta alle rivoluzioni violente.

Il luogo in cui si svolgono i fatti è “la fattoria padronale” del Signor Jones immersa nel verde dei prati di Inghilterra e la vicenda ha il suo avvio con il discorso del maiale più anziano della fattoria.

“Il Vecchio Maggiore” (così si chiama il maiale) parla in modo esaltante del glorioso futuro di libertà che aspetta gli animali se saranno capaci di scuotersi di dosso la gestione tirannica del loro crudele padrone e, comunque, se si libereranno dall’”uomo” che sa solo sfruttarli. Il vecchio verro di 12 anni conclude con quello che per lungo tempo resterà l’inno della rivoluzione “Animali d’Inghilterra”.

Di lì a poco “Il Vecchio Maggiore” muore, ma le sue parole restano nel cuore degli animali. In modo fortunoso il signor Jones viene scacciato e la nuova gestione della “fattoria” viene presa in mano dal gruppo dei maiali, che, essendo i più intelligenti della compagnia, elaborano velocemente la teoria dell’Animalismo che si concretizza in sette comandamenti scritti a grandi lettere bianche su un muro della fattoria, che viene ribattezzata “la fattoria degli animali”.

Comincia così l’avventura rivoluzionaria che coinvolge quasi tutti gli animali in un commovente impegno di fedeltà al nuovo credo rivoluzionario.

Ognuno reagisce naturalmente secondo il suo temperamento e scopriamo il sornione gatto che, in clima di uguaglianza e di rispetto reciproco tra animali, vorrebbe arringare gli uccellini (chissà come mai!); o la vanitosa cavallina Mollie che con difficoltà deve rinunciare ai fiocchi che la abbelliscono perché sono assimilabili agli abiti portati dagli uomini; o il cocciuto e enigmatico asino Benjanin e il valoroso lavoratore indefesso, il cavallo Gondrano ; o Berta, la cavalla sua amica.

Tra tutti si distinguono però i maiali Napoleon, Palla di Neve, e Clarinetto.

Ben presto prende le redini della situazione il misterioso e autorevole Napoleon; Clarinetto ne diventa il portavoce ufficiale e si renderà interprete persuasivo e accattivante della sua volontà per tutta la durata dell’avventura rivoluzionaria; mentre Palla di Neve scompare, braccato da una muta di cani segretamente addestrati da Napoleon; e diverrà via via il responsabile di ogni nefandezza che si verifica nella fattoria, in un crescendo sempre più menzognero in concomitanza con il diminuire della memoria storica degli animali.

La vicenda rivela, a chi conosce per esperienza le dittature del secolo scorso, tutti i passaggi inesorabili che portano al fallimento degli ideali rivoluzionari, realizzato attraverso i metodi consueti delle menzogna presentata come verità, della storia continuamente rivisitata e modificata, dell’autodenuncia e dei processi farsa… ma tutto è presentato con molta gradualità e naturalezza  e quasi sfugge ad una prima lettura, inconsapevole dell’epilogo.

L’aspetto più commovente della vicenda consiste senz’altro in questa ineliminabile aspirazione alla libertà che spinge gli animali a sacrifici veramente gravosi… e per la libertà vera si fa tutto, quando il cuore si mantiene fedele a questa insopprimibile esigenza.

Ma la vera libertà si può esercitare solo nella verità: sulla menzogna si può anche costruire, ma si tratta di castelli di carta che prima o poi crollano o mostrano il crudele disinganno; e per fortuna la coscienza degli animali (ma l’autore si riferisce naturalmente a noi uomini) conserva sempre un bagliore di autenticità che rende capaci di scoprire l’inganno.

Perché l’utopia propone sempre un obiettivo ingannevole e falso: l’illusione della libertà; che nel gradevole libro di Orwell ha il suo più amaro slogan nell’unico comandamento rimasto a caratteri cubitali dove prima c’erano i sette comandamenti:

TUTTI GLI ANIMALI SONO EGUALI, MA ALCUNI ANIMALI SONO PIU’ EGUALI DEGLI ALTRI.

Kristin è come tutte noi…

Se non riesci a trovare un oggetto prezioso perchè non ricordi più dove l’hai messo, metti sottosopra tutta la casa finchè non lo trovi e non hai pace finchè non riesci a riaverlo….
E’ un po’ lo stato d’animo con cui ho riaffrontato la lettura di una bellissimo libro dopo una ventina d’anni, Kristin figlia di Lavrans di Sigrid Undset.
Non amo i libri voluminosi,  però ricordavo che c’era una perla che mi aveva colpito a suo tempo e così mi sono avventurata nella lettura di questo romanzo che parla delle vicende di una donna eccezionale e della sua famiglia, in un periodo particolarmente intenso del Medioevo scandinavo, con tutte le luci e le ombre di quel periodo così travagliato e passionale e con personaggi di ogni genere, generosi, peccatori, lavoratori, guerrrieri, nobili, contadini, ecc.
Insomma ogni tipo umano vi è descritto con sano realismo e nulla è censurato della natura umana così variegata e piena di sorprese.
Ci sono due passaggi che, tra i tanti mi piace ricordare.
Il primo descrive il sentimento umanissimo e nobile di un uomo che ama una donna senza poterla far sua:

“Gli si pose al fianco, tutta illuminata dai bagliori del sole. Era così graziosa, gentile: mai gli era sembrata tanto bella! D’improvviso si sentì come librato in aria: gli pareva di nuotare attraverso l’atmosfera intensamente dorata: respirava profondamnete: capì che la vita era bella! Una felicità inconsueta, piena, comunicativa gli serpeggiò nel sangue. Ella era la sua dolce amica, ora tutti i pensieri amari di prima svanirono annullandosi come fossero vani e inutili. “Povera amica mia, potessi io non farti altro che del bene, potessi tu essere felice come una volta: darei la vita per te se fosse necessario…”. Certo gli anni avevano lasciato i loro segni su quel volto che s’era come imbrunito. Ma a Simon sembrava ugualmente bella perché egli non conosceva al mondo cosa più affascinante dei suoi grandi occhi grigi, della sua bocca sottile  edelicata, del suo mento piccoletto e, soprattutto, del fare calmo e conternuto”

L’altro passaggio è la perla preziosa che cercavo disperatamente tra le righe e che mi ha commosso come la prima volta che l’ho letta.
Si parla della protagonista:

“Era un miracolo, qualcosa di incomprensibile, ma una cosa certa: Dio, ella lo sapeva, aveva stretto un patto con lei, un patto d’amore al quale la legava a sé in eterno, indipendentemente dalla sua volontà, dai suoi pensieri terreni; questo amore era esistito sempre in lei, aveva agito come il sole sulla terra che dà alla fine i suoi frutti; questi frutti nessuno avrebbe potuto distruggerli, né il fuoco dei desideri carnali, né l’orgoglio, né l’ira folle: Era stata serva di Dio anche se ribelle, restia, infedele nel cuore, con la preghiera falsa sulle labbra; una serva maldestra, insofferente davanti alla fatica, indecisa. Dio aveva voluto mantenerlo lo stesso al suo servizio…”

Ildegarda di Bingen

 

E’ un tomo bello grosso e me lo sto leggendo con molta lentezza, nei ritagli di tempo.
Ogni tanto ci sono dei passaggi interessantissimi e mi riprometto di utilizzarli, ma poi mi manca il tempo.
Oggi però mi sono decisa. 

 

Si tratta del libro Hildegard, di E. Gronau, che descrive con rigore storico e documentario la vicenda umana di Ildegarda di Bingen (1098-1179), una donna fragilissima dal punto di vista fisico (era spesso malata) ma vigorosissima e stimata e molto conosciuta nel suo tempo da ecclesiastici, re e principi e fondatrice di diversi monasteri femminili. 

 

In tutta la sua vita ebbe a che fare con delle visioni straordinarie, provenienti da Dio che la istruiva sugli argomenti più necessari alla vita dell’uomo, dal rapporto con Dio stesso, alla musica, alla medicina (ma se andate al link che vi ho fornito avrete una breve sintesi della sua avventurosa vita). 

 

Soprattutto belle, ma spesso inquietanti, sono certe visioni il cui contenuto ella detta fedelmente a dei collaboratori per obbedire alle indicazioni dategli dai suoi superiori e che mi hanno stupito perchè sembrano descrivere la situazione attuale dell’umanità. E questo con un anticipo di quasi un millennio! 

 

In una di queste visioni parla del dolore universale che corrisponde al senso di frustrazione, di estraniazione da se stessi e dal mondo intero, di abbandono alla presunta insensatezza. di accusa contro la difficoltà di esistere   (pag. 507-508) e copio un passaggio che sembra descrivere alcuni amici internettiani di quest’ultimo periodo: 

 

“Così parla il dolore universale: “Me misero che esisto! Ahimé! Che ne sarà di me? Chi starà al mio fianco, chi mi salverà? Se Dio sapesse di me, non mi coglierebbe un travaglio simile. A nulla mi serve riporre fiducia in Dio. Se anche gioissi delle cose divine, ciò non mi gioverebbe comunque per allontanare questo tormento. Certo ho sempre sentito i filosofi parlare di tutti i pregi che sono in Dio; a ogni modo a me Dio non ha mostrato niente di buono, né in grande né in piccolo. Ma se Dio è davvero il mio Dio, perché mi nasconde la sua grazia? Se almeno mi mostrasse qualche cosa buona, avrei per lo meno una dimostrazione della sua esistenza. Non so neppure chi sia io stesso. Creato per disgrazia e per disgrazia nato, tiro avanti senza conforto. Oh, a che serve la vita senza la gioia! Perché mi trovo sulla terra dove comunque non può esserci per me alcun bene?” 

 

Così risponde la gioia celeste: “Oh quanto sei cieco e stolto! Non sai proprio quel che dici! Dio creò l’uomo come un essere luminoso, ma  a causa dell’infedeltà il serpente l’ha trascinato in un lago di miseria. Ora alza per un momento lo sguardo verso il sole e la luna e le stelle, contempla la magnificenza della terra verdeggiante e pensa solo a quanti beni Dio ha donato all’uomo con tutte queste cose, mentre l’uomo nella sua temerarietà pecca contro Dio. Tu sei fondamentalmente scaltro e perfido, non hai timore reverenziale, al posto della fiducia hai sempre e solo pensieri cattivi perché non vedi e non riconosci i luoghi in cui Dio semina la salvezza. Chi altri ti dona beni tanto magnifici e stupendi se non Dio solo? se ti corre incontro il giorno dici che vien notte. Se fuori dalla porta ti aspetta la buona sorte, parli di maledizione. e se tutte le tue faccende vanno bene, affermi che vanno male. Sei un esssere di natura infernale.

 

Io, invece, posseggo già qui la dimora celeste perché vedo col giusto sguardo tutto ciò che Dio ha creato, mentre tu parli solo di cose brutte. lo mi prendo teneramente a cuore la fioritura delle rose e dei gigli, e ogni verdezza, cantando lode a tutte le opere di Dio, mentre tu accusi solo pene su pene. Ogni tuo agire, infatti, è accompagnato da un animo fondamentalmente triste! In questo assomigli agli spiriti infernali che con le loro azioni non fanno che negare continuamente Dio. Ma io no. Io piuttosto offro ogni azione a Dio. Per me, anche nella tristezza s’annida una sorta di gioia e in ogni gioia riposa la buona sorte. Tu invece vedi solo la parte priva di valore. Orsù rifletti una buona volta quant’è folle e cieco quello che dici!”

Una pagina inquietante da “Il padrone del mondo” di Benson

Al sentire ieri sera al TG della fine drammatica di un  personaggio abbastanza conosciuto dal pubblico italiano sono rimasta sconvolta da questo dramma della solitudine e della depressione. Così sono andata a ripescare un vecchio post pel precedente blog in cui la descrizione di una decisione analoga fatta un secolo fa , nel 2007,da Benson è angosciosamente uguale nella sua lucidità, per cui riprendo facendo una breve premessa introduttiva. 

Mabel è una giovane donna, dolce e innamorata del marito, Oliviero Brand, che è funzionario del nuovo governo mondiale guidato da un misterioso personaggio capace di calamitare le folle, il trentatreenne Giuliano Felsemburg. Certo ella è entusiasta di questo personaggio che finalmente è riuscito a portare la pace in tutto il mondo; e rimane un po’ inquieta davanti al fatto che i pochi cristiani sopravissuti alle varie persecuzioni si ostinino a rinnegare l’umanitarismo, la vera religione introdotta dal nuovo e straordianrio padrone del mondo. Ma l’amore per il marito riesce sempre a tranquillizzarla sulla giustezza del nuovo ordine instaurato da Felsemburg.  

Solo che in questo nuovo ordine, si rende necessario un provvedimento che prevede l’eliminazione fisica di tutti i cristiani. Questo risulta per lei insopportabile, così decide di affidarsi all’eutanasia, sottaendosi anche alle ricerche del marito che non ha mai smesso di amarla. 

 Mi ha colpito davvero tanto l’episodio che riproduco in parte, perchè vi si descrivono gli stati d’animo di questa giovane donna che non ha motivi sufficienti per continuare a vivere in un mondo che non riesce ad accettare più. Molte sono le sottolineature che vorrei fare in questo brano, ma non vorrei che per la lunghezza della mia introduzione rinunciaste a leggerlo  e gustarlo, in attesa di leggervi per intero il bellissimo romanzo, molto ricco di eventi che vi stupiranno per la loro attualità:  

Da “Il padrone del mondo” di R. Benson (Città Armoniosa, 1979), pag.345 e ss.  

“Aveva trascorso otto giorni di prova in quel rifugio. Ora era libera di fare ciò per cui era venuta. Il sabato della settimana prima, davanti a un magistrato, aveva sostenuto l’esame, confidandogli, sotto le solite condizioni del segreto, nome, età,domicilio, e i motivi per i quali aveva chiesto l’applicazione dell’eutanasia.

Fu promossa a meraviglia.

Scelse come luogo Manchester: le pareva una città abbastanza lontana e abbastanza grande da permetterle di sfuggire alla ricerca di Oliviero. Dopo la sua fuga, infatti, nessuno riuscì a rintracciarla: non ebbe sentore delle ricerche del marito, giacché, in questi casi, la polizia difendeva i fuggitivi da coloro che  li cercavano. Il personalismo era infatti ammesso solo nel caso in cui uno volesse abbandonare la vita perchè ne sentiva il tedio.  

Mabel ricorse senza alcuno scrupolo a questo espediente legale, non sapendo a che altro appigliarsi: lo stiletto esigeva coraggio e ferma decisione; dell’arma da fuoco aveva paura; il veleno poi, nel nuovo regime di polizia, era difficilissimo a trovarsi. Inoltre voleva mettere alla prova la sua intenzione e voleva essere ben sicura che non le restasse altra via d’uscita. 

Ora si sentiva sicurissima. Aveva pensato alla morte, per la prima volta, a causa delle sofferenze atroci che avevano provocato in lei le violenze dell’ultimo anno: ma aveva poi scacciato questa idea, convinta del fatto che, come  le dicevano, l’uomo immaturo era ancora soggetto a ricadute. Ma in seguito quel pensiero le era riapparso come un demone tentatore, proprio nel mezzo di quella chiarezza da pieno giorno che le era nata con le dichiarazioni di Felsemburg. Questo demone le stava sempre dinnanzi, per quanto cercasse di opporgli resistenza. Si illudeva che quelle dichiarazioni che tanto la facevano inorridire, non sarebbero mai diventate reali! però quando la teoria divenne legge promulgata, Mabel cedette alla tentazione con tutta se stessa.

Da quell’istante, erano trascorsi otto giorni; non aveva mai avuto un attimo di debolezza: aveva però smesso di condannare, perchè si era convinta dell’inutilità di ogni recriminazione.

Sapeva di non poter reggere davanti al fatto; sapeva di non riuscire a capire la nuova fede; e capiva che, comunque fosse stato per gli altri, per lei non vi era più speranza. E poi non lasciava figli.  

Gli otto giorni stabiliti per legge pessarono nella tranquilltà. Mabel aveva con sé denaro sufficiente per essere accolta in una di quelle case private, cosiddette Case di rifugio, fornite di tutte le comodità proprie di una vita signorile.

Le infermiere si erano mostrate molto gentili e attente, per cui non poteva certo lamentarsi di loro.

 Naturalmente non le mancò la sofferenza, reazione assolutamente inevitabile: passò la prima notte in una condizione pietosa, sdraiata nel buio soffocante della stanza e tutta la sua sensibile natura lottava e protestava per quel destino che pareva ineluttabile. La sua sensibilità le faceva desiderare le cose più familiari, le richiedeva nutrimento, aria, compagnia. Di fronte all’abisso tenebroso nel quale stava inevitabilmente per  entrare nascondeva il volto, carica d’orrore.

La lotta era affannosa; ebbe momenti di calma solo quando una voce più profonda le mormorava che la morte non era la fine di tutto. 

Il mattino del secondo giorno, rinvenne: la volontà aveva riacquistato la sua forza e aveva cancellato ogni segreta speranza di vivere. 

Allora la sua sofferenza trovò un’altra causa, più positiva: ricordava le scandalose rivelazioni che, dieci anni prima, avevano messo in subbuglio tutta l’Inghilterra e avevano indotto il governo a mettere sotto sorveglianza le case dell’eutanasia. Era stato accertato, infatti, che per anni e anni, nei grandi laboratori di vivisezione erano stati usati per le sperimentazioni soggetti umani. A molti, che erano entrati nelle case private di eutanasia per togliersi la vita come lei, venne somministrato un gas che sospendeva le funzioni vitali, invece di uccidere. Ma col nuovo giorno passò anche questo tipo di sofferenza: era impossibile che certe cose si verificasero anche nel nuovo regime, soprattutto in Inghilterra. Proprio per questo non era andata a cercare la morte nel continente europeo: in quei luoghi, la logica superava il sentimento e il materialismo era portato alle estreme conseguenze; se gli uomini non erano che puri e semplici animali, le conclusioni erano inevitabili.

Vi fu poi solo un altro inconveniente, di carattere fisico: c’era un caldo insopportabile, sia di giorno che di notte.

Gli scienziati dicevano che questo proveniva da una sconosciuta corrente di calore, ma c’erano mille ipotesi diverse che si contraddicevano l’una con l’altra. Era vergognoso, pensava Mabel, che uomini che avevano il mondo fra le mani fossero sconfitti da cose così piccole!

 (…)

 C’era un’altra cosa che avrebbe voluto sapere: l’effetto prodotto sul mondo dall’entrata in vigore del nuovo decreto. L’infermiera potè darle solo notizie molto vaghe. Sapeva che erano state commesse, in alcuni luoghi, sporadiche violenze: ma la legge non era stata applicata totalmente. Una settimana, poi, era uno spazio di tempo molto ristretto e, sebbene il decreto avesse avuto immediato valore normativo, i magistrati per ora si limitavano a fare i censimenti prescritti. 

Quella mattina, se ne stava, sveglia, nel letto. Guardava i colori del soffittto e i mobili della camera. Le pareva che il caldo fosse diventato ancora più insopportabile: dapprima pensò di avere dormito troppo a lungo, ma poi il suo orologio (…) le assicurò che erano soltanto le quattro. Dunque restavano ancora poche ore di sofferenza. Alle otto sarebbe tutto finito! le restava solo da scrivere a Oliviero e fare gli ultimi preparativi.  

Non aveva il minimo dubbio sulla moralità (cioè sul rapporto tra ciò che stava facendo e la vita comune degli uomini) del suo gesto. Credeva, come tutti gli umanitaristi, che i dolori del corpo fossere un sufficiente motivo per il suicidio, così come i dolori dello spirito. Quando il disagio aveva raggiunto un punto tale da rendere l’individuo inutile a sé e agli altri, il suicidio era il più alto gesto di carità. Certo, prima, non aveva mai pensato di dover giungere a tal punto. Anzi, si era sentita sempre così legata alla vita.  Ma ora era in questa condizione: ormai era indiscutibile la necessità di porvi fine.  

Ricordò più volte l’incontro con Mister Francis [un sacerdote della chiesa cattolica che aveva voluto incontrare ndr]. Si era recata da lui seguendo un impulso istintivo; Mabel voleva sentire anche l’altra parte: voleva sapere se il cristianesimo era ridicolo così come sempre aveva creduto. Non era certo ridicolo; le era sembrato, anzi, estremamente patetico: un dramma carico di fascino, uno squisito brano di poesia. Come sarebbe stata felice di credervi! Ma sentiva di non potere. No! Un Dio trascendente era assurdo, sebbene non fosse meno assurda l’idea di un’Umanità infinita. E poi, l’incarnazione. Basta! Non se la sentiva. Perciò, nessuna via d’uscita: l’unica vera religione era quella umanitaria. L’uomo era Dio o per lo meno, la sua più alta manifestazione. Ma con questo Dio ella non voleva avere più niente a che fare.
(…) 

Ricordò poi Felsemburg e si stupì di nutrire per lui tutt’altri sentimenti. Era indubbiamente l’uomo più uomo apparso sulla faccia della terra. Chissà: forse, come lui diceva di se stesso, era davvero l’incarnazione dell’uomo ideale, la prima manifestazione perfetta dell’umanità.. Ma la sua logica di condotta era troppo coerente; certo era stata la sua coerenza a spingerlo alla distruzione di Roma e a fare, dopo sette giorni, una dichiarazione come quella che aveva fatto! 

 Seguendo la logica, egli aveva condannato la violenza dell’uomo contro l’uomo, del regno contro l’altro regno, della setta contro l’altra setta. Aveva condannato la violenza che porta al suicidio della razza: la violenza, non l’azione violenta particolare. Così come era logico il suo ultimo decreto, atto giuridico giusto del mondo unito contro una piccola minoranza [i cristiani ndr] che mettteva in pericolo gli stessi fondamenti della vita e della fede… E poi da applicare con estrema carità: nessun ricatto, nessuna violenza settaria (a meno che non si volesse definire ricattatore e  violento l’uomo che si fa tagliare un braccio che sta andando in cancrena…) (..) Certo: una cosa logica e coerente! ma ciò per lei era impossibile da accettare (…)

 Fu presa dal dormiveglia mentre pensava queste cose. Dopo cinque o sei minuti di questo assopimento, vide il volto gentile e sorridente di un’infermiera vestita di bianco che si chinava su di lei. “Mia cara! Tra poco saranno le sei. E’ l’ora che abbiamo fissata. Sono venuta a sentire se desidera la colazione”  

Le vicende successive  (e anche quelle precedenti)  le potrete scoprire leggendo l’interessantissimo romanzo!

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