“La politica c’entra con la ricerca della felicità? Sì, nel senso che può impedirla”

Da Tracce un articolo di di Ubaldo Casotto

Ricolfi: «Ma perché il Palazzo non guarda i desideri veri?»

12/11/2012 – Sussidiarietà. Europa. E un governo che sembra tecnico, ma non lo è. Terza puntata del dibattito iniziato su “Tracce” di novembre sul futuro del Paese. Interviene l’editorialista della “Stampa”. Che parte da un problema…

La politica italiana sta dando triste spettacolo di sé. La rappresentazione mediatica (dilapidatori irresponsabili, ladri, arrivisti tentati più dalla possibilità di arricchimento che neanche dal potere) induce a una richiesta di rigenerazione morale assolutamente comprensibile che però sembra condizione necessaria ma non sufficiente. Nuove regole, pur doverose, non ci daranno nuovi politici. Escludendo soluzioni “rivoluzionarie” e violente (di cui ogni tanto si intravede la tentazione), e non potendo continuare all’infinito la supplenza tecnica e la gestione procuratizia del dibattito pubblico, secondo lei la politica dove e come può ripartire? «La politica italiana non possiede la minima capacità di autoriforma, ma la responsabilità è in gran parte nostra», risponde senza giri di parole Luca Ricolfi, editorialista della Stampa. «Il cittadino italiano conosce solo due modalità di rapporto con la politica: l’apatia e l’eccesso di pathos. E molti di noi le praticano entrambe, a fasi alterne, passando dall’indifferenza alla mobilitazione faziosa»
La politica c’entra con la ricerca della felicità? Sì, nel senso che può impedirla. E la via maestra per impedire la ricerca della felicità è cercare di promuoverla attivamente, presumendo di conoscere i “veri” bisogni e desideri della gente meglio di quanto li conoscano i diretti interessati. Con le parole del presidente americano Roosevelt: “È difficile migliorare la nostra condizione materiale attraverso la migliore delle leggi, ma è molto semplice peggiorarla con cattive leggi”.
Bioetica e confronto con il terrorismo di matrice islamica sembrano dimenticati, da due anni non si parla che di economia. Lei, cifre alla mano, sottolinea spesso le diseconomie reali sulle quali passiamo il tempo a lamentarci invece di intervenire con vere riforme (penso ad esempio al caso Alcoa o ai costi che incidono sulla nostra produttività, piuttosto che agli equivoci su federalismo e fisco). Possono scelte economiche strategiche essere affidate a governi “tecnici”? Non è impossibile ma è molto difficile, perché è difficile che un governo tecnico sia veramente tale. Quello attuale, ad esempio, non lo è per niente, come non lo erano i governi Amato e Dini negli anni Novanta. L’unico governo che si è avvicinato, senza peraltro raggiungerlo, all’ideale di governo tecnico è quello di Ciampi. Perché un governo tecnico è tale solo se è costituito da personale tecnicamente qualificato, se ha carta bianca, se una scadenza precisa e se è costituito da persone solo temporaneamente prestate alla politica. Il governo Monti possiede il primo requisito, ma manca del tutto degli altri requisiti. Non ha carta bianca perché i partiti lo tengono continuamente sotto scacco, dalla Legge di stabilità alla legge sulla corruzione. Non ha una scadenza precisa perché per tutto il suo mandato sono convissute sia l’ipotesi di mandarlo a casa prima della scadenza della legislatura (vi ricordate quando si voleva votare a novembre?), sia l’ipotesi di resuscitarlo subito dopo le lezioni (il Monti-bis di cui si discute ogni giorno). Non è costituito di persone prestate alla politica perché raramente si era vista, da parte di ministri e sottosegretari, tanta voglia di restare in politica anche dopo la fine del proprio mandato.
Abbiamo parlato a lungo di federalismo, l’abbiamo realizzato male (Titolo V) ora, di fronte ai vari scandali tornano in auge proposte di un nuovo centralismo, quasi ci fossimo dimenticati i guasti del centralismo statale. Dove può essere un punto di equilibrio? Il punto di equilibrio è in qualsiasi sistema, non importa quanto centralista e quanto decentrato, che rispetti due condizioni:  la non duplicazione o sovrapposizione delle funzioni, la responsabilità territoriale degli squilibri di bilancio (non si può chiedere ai cittadini di un territorio di ripianare i debiti dei cittadini di un altro territorio). Nessuno dei sistemi sperimentati finora in Italia rispettava le due condizioni, quindi nessuno poteva funzionare.
Lei cosa pensa del concetto di sussidiarietà (forse più decisivo di quello di federalismo), della sua efficacia non solo sul piano dei risultato e su quello della partecipazione democratica? Non penso granché, perché quello di “sussidiarietà” mi pare un concetto che tutti stirano per farne un abito adatto alle proprie esigenze politiche e qualche volta anche economiche. Se per sussidiarietà intendiamo il principio secondo cui lo Stato deve intervenire solo nelle materie che non possono essere gestite a livelli più bassi (comuni, chiese, famiglie) la mia opinione è che è troppo generico: ci sono cose che lo Stato può anche non fare, ma che altri farebbero peggio dello Stato. Io ho una mentalità empirista, e tendo a pensare che le cose vanno giudicate caso per caso. Si può essere per la sussidiarietà in materia di assistenza, ma non di scuola. O viceversa. Quasi sempre dipende dai dettagli, ma dei dettagli non si parla mai perché sono noiosi. L’Europa sembra diventata solo il controllore dei nostri costi. E nello stesso tempo il vero decisore, ma con il volto del duopolio franco-tedesco. Di fronte al protagonismo nazionale ha ancora senso il progetto di un’Unione anche politica. Più Europa, con cessione di sovranità da parte dei singoli Paesi, può essere una prospettiva che ridà significato alla politica? “Più Europa” sta diventando una formula per dire che ci vuole un governo europeo democraticamente eletto. Ma il problema è che non vi è alcuna garanzia che un tale governo farebbe meglio degli attuali governi nazionali, anche se – indubbiamente – per fare peggio bisognerà metterci molto impegno. Se posso azzardare una previsione, penso che se faremo gli Stati Uniti d’Europa avremo più ordine e rigore negli stati del Sud, ma ancora più burocrazia nel mercato comune europeo. In sostanza: meno sperpero di denaro pubblico, ma anche un più rapido declino economico (l’iper-regolamentazione eurocratica è una delle cause del tramonto dell’Europa). Forse avere “più Europa” è il male minore, ma non riesco a entusiasmarmi per una prospettiva del genere.
La Chiesa, anche nei confronti della politica, sottolinea da anni il fatto che il vero problema è l’emergenza educativa in cui siamo immersi, considerando l’educazione non solo il percorso scolastico-formativo di un giovane, ma la dimensione costante della vita di un popolo, Lei cosa pensa al riguardo? La Chiesa, come la politica, non pare rendersi conto che l’emergenza educativa dipende moltissimo dalle famiglie, pochissimo dalla scuola. Anche il migliore degli insegnanti non è in grado di fare il suo mestiere se le famiglie remano nella direzione opposta. Finché i genitori si preoccuperanno solo del pezzo di carta e della serenità dei propri pargoli, nessuna scuola potrà mai tornare a fare quel che ha sempre fatto: trasmettere conoscenze e coltivare il senso di responsabilità individuale.

I testimoni, e la loro gioia nel cuore

 Da Tracce

di Benedetto XVI

29/10/2012 – Si è concluso il 28 ottobre il Sinodo sulla nuova evangelizzazione. Ecco l’omelia del Santo Padre durante la messa al termine dei lavori dell’assemblea dei Vescovi (dal sito della Santa Sede)

Venerati Fratelli, illustri Signori e Signore, cari fratelli e sorelle! Il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo ha una posizione rilevante nella struttura del Vangelo di Marco. È collocato infatti alla fine della sezione che viene chiamata «viaggio a Gerusalemme», cioè l’ultimo pellegrinaggio di Gesù alla Città santa, per la Pasqua in cui Egli sa che lo attendono la passione, la morte e la risurrezione. Per salire a Gerusalemme dalla valle del Giordano, Gesù passa da Gerico, e l’incontro con Bartimeo avviene all’uscita dalla città, «mentre – annota l’evangelista – Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla» (10,46), quella folla che, di lì a poco, acclamerà Gesù come Messia nel suo ingresso in Gerusalemme. Proprio lungo la strada stava seduto a mendicare Bartimeo, il cui nome significa «figlio di Timeo», come dice lo stesso evangelista. Tutto il Vangelo di Marco è un itinerario di fede, che si sviluppa gradualmente alla scuola di Gesù. I discepoli sono i primi attori di questo percorso di scoperta, ma vi sono anche altri personaggi che occupano un ruolo importante, e Bartimeo è uno di questi. La sua è l’ultima guarigione prodigiosa che Gesù compie prima della sua passione, e non a caso è quella di un cieco, una persona cioè i cui occhi hanno perso la luce. Sappiamo anche da altri testi che la condizione di cecità ha un significato pregnante nei Vangeli. Rappresenta l’uomo che ha bisogno della luce di Dio, la luce della fede, per conoscere veramente la realtà e camminare nella via della vita. Essenziale è riconoscersi ciechi, bisognosi di questa luce, altrimenti si rimane ciechi per sempre (cfr. Gv 9,39-41).
Bartimeo, dunque, in quel punto strategico del racconto di Marco, è presentato come modello. Egli non è cieco dalla nascita, ma ha perso la vista: è l’uomo che ha perso la luce e ne è consapevole, ma non ha perso la speranza, sa cogliere la possibilità di incontro con Gesù e si affida a Lui per essere guarito. Infatti, quando sente che il Maestro passa sulla sua strada, grida: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (Mc 10,47), e lo ripete con forza (v. 48). E quando Gesù lo chiama e gli chiede che cosa vuole da Lui, risponde: «Rabbunì, che io veda di nuovo!» (v. 51). Bartimeo rappresenta l’uomo che riconosce il proprio male e grida al Signore, fiducioso di essere sanato. La sua invocazione, semplice e sincera, è esemplare, e infatti – come quella del pubblicano al tempio: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13) – è entrata nella tradizione della preghiera cristiana. Nell’incontro con Cristo, vissuto con fede, Bartimeo riacquista la luce che aveva perduto, e con essa la pienezza della propria dignità: si rialza in piedi e riprende il cammino, che da quel momento ha una guida, Gesù, e una strada, la stessa che Gesù percorre. L’evangelista non ci dirà più nulla di Bartimeo, ma in lui ci presenta chi è il discepolo: colui che, con la luce della fede, segue Gesù «lungo la strada» (v. 52).
Sant’Agostino, in uno dei suoi scritti, fa sulla figura di Bartimeo un’osservazione molto particolare, che può essere interessante e significativa anche oggi per noi. Il Santo Vescovo di Ippona riflette sul fatto che, in questo caso, Marco riporti il nome non solo della persona che viene guarita, ma anche del padre, e giunge alla conclusione che «Bartimeo, figlio di Timeo, era un personaggio decaduto da prosperità molto grande, e la sua condizione di miseria doveva essere universalmente nota e di pubblico dominio in quanto non era soltanto cieco ma un mendicante che sedeva lungo la strada. Per questo motivo Marco volle ricordare lui solo, perché l’avere egli ricuperato la vista conferì al miracolo tanta risonanza quanto era grande la fama della sventura capitata al cieco» (Il consenso degli evangelisti, 2, 65, 125: PL 34, 1138). Così Sant’Agostino.
Questa interpretazione, che Bartimeo sia una persona decaduta da una condizione di «grande prosperità», ci fa pensare; ci invita a riflettere sul fatto che ci sono ricchezze preziose per la nostra vita che possiamo perdere, e che non sono materiali. In questa prospettiva, Bartimeo potrebbe rappresentare quanti vivono in regioni di antica evangelizzazione, dove la luce della fede si è affievolita, e si sono allontanati da Dio, non lo ritengono più rilevante per la vita: persone che perciò hanno perso una grande ricchezza, sono «decadute» da un’alta dignità – non quella economica o di potere terreno, ma quella cristiana -, hanno perso l’orientamento sicuro e solido della vita e sono diventati, spesso inconsciamente, mendicanti del senso dell’esistenza. Sono le tante persone che hanno bisogno di una nuova evangelizzazione, cioè di un nuovo incontro con Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio (cfr. Mc 1,1), che può aprire nuovamente i loro occhi e insegnare loro la strada. È significativo che, mentre concludiamo l’Assemblea sinodale sulla Nuova Evangelizzazione, la Liturgia ci proponga il Vangelo di Bartimeo. Questa Parola di Dio ha qualcosa da dire in modo particolare a noi, che in questi giorni ci siamo confrontati sull’urgenza di annunciare nuovamente Cristo là dove la luce della fede si è indebolita, là dove il fuoco di Dio è come un fuoco di brace, che chiede di essere ravvivato, perché sia fiamma viva che dà luce e calore a tutta la casa.
La nuova evangelizzazione riguarda tutta la vita della Chiesa. Essa si riferisce, in primo luogo, alla pastorale ordinaria che deve essere maggiormente animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si radunano nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del Pane di vita eterna. Vorrei qui sottolineare tre linee pastorali emerse dal Sinodo. La prima riguarda i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. È stata riaffermata l’esigenza di accompagnare con un’appropriata catechesi la preparazione al Battesimo, alla Cresima e all’Eucaristia. È stata pure ribadita l’importanza della Penitenza, sacramento della misericordia di Dio. Attraverso questo itinerario sacramentale passa la chiamata del Signore alla santità, rivolta a tutti i cristiani. Infatti, è stato più volte ripetuto che i veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi: essi parlano un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della vita e con le opere della carità.
In secondo luogo, la nuova evangelizzazione è essenzialmente connessa con la missione ad gentes. La Chiesa ha il compito di evangelizzare, di annunciare il Messaggio di salvezza agli uomini che tuttora non conoscono Gesù Cristo. Anche nel corso delle riflessioni sinodali è stato sottolineato che esistono tanti ambienti in Africa, in Asia e in Oceania i cui abitanti aspettano con viva attesa, talvolta senza esserne pienamente coscienti, il primo annuncio del Vangelo. Pertanto occorre pregare lo Spirito Santo affinché susciti nella Chiesa un rinnovato dinamismo missionario i cui protagonisti siano, in modo speciale, gli operatori pastorali e i fedeli laici. La globalizzazione ha causato un notevole spostamento di popolazioni; pertanto, il primo annuncio si impone anche nei Paesi di antica evangelizzazione. Tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani – sacerdoti, religiosi e laici –, di annunciare la Buona Notizia.
Un terzo aspetto riguarda le persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo. Nel corso dei lavori sinodali è stato messo in luce che queste persone si trovano in tutti i continenti, specialmente nei Paesi più secolarizzati. La Chiesa ha un’attenzione particolare verso di loro, affinché incontrino nuovamente Gesù Cristo, riscoprano la gioia della fede e ritornino alla pratica religiosa nella comunità dei fedeli. Oltre ai metodi pastorali tradizionali, sempre validi, la Chiesa cerca di adoperare anche metodi nuovi, curando pure nuovi linguaggi, appropriati alle differenti culture del mondo, proponendo la verità di Cristo con un atteggiamento di dialogo e di amicizia che ha fondamento in Dio che è Amore. In varie parti del mondo, la Chiesa ha già intrapreso tale cammino di creatività pastorale, per avvicinare le persone allontanate o in ricerca del senso della vita, della felicità e, in definitiva, di Dio. Ricordiamo alcune importanti missioni cittadine, il «Cortile dei gentili», la missione continentale, e così via. Non c’è dubbio che il Signore, Buon Pastore, benedirà abbondantemente tali sforzi che provengono dallo zelo per la sua Persona e per il suo Vangelo.
Cari fratelli e sorelle, Bartimeo, avuta di nuovo la vista da Gesù, si aggiunse alla schiera dei discepoli, tra i quali sicuramente ve n’erano altri che, come lui, erano stati guariti dal Maestro. Così sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo. E la loro caratteristica è una gioia del cuore, che dice con il Salmista: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia» (Sal 125,3). Anche noi, oggi, ci rivolgiamo al Signore Gesù, Redemptor hominis e Lumen gentium, con gioiosa riconoscenza, facendo nostra una preghiera di San Clemente di Alessandria: «Fino ad ora ho errato nella speranza di trovare Dio, ma poiché tu mi illumini, o Signore, trovo Dio per mezzo di te, e ricevo il Padre da te, divengo tuo coerede, poiché non ti sei vergognato di avermi per fratello. Cancelliamo, dunque, cancelliamo l’oblio della verità, l’ignoranza: e rimuovendo le tenebre che ci impediscono la vista come nebbia per gli occhi, contempliamo il vero Dio …; giacché una luce dal cielo brillò su di noi sepolti nelle tenebre e prigionieri dell’ombra di morte, [una luce] più pura del sole, più dolce della vita di quaggiù» (Protrettico, 113,2 – 114,1). Amen.
dal sito della Santa Sede

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“un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la sua possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere e lo muove a seguire”

Il movimento è il dilatarsi di un avvenimento, dell’avvenimento di Cristo. Ma come si dilata tale avvenimento? Qual è, cioè, il fenomeno iniziale, originale, per cui della gente rimane colpita e attratta e si coagula? È una catechesi – quello che noi chiamiamo “Scuola di comunità” -? No, ogni catechesi viene dopo, è strumento di sviluppo di qualcosa che viene prima.
La modalità con cui il movimento – l’avvenimento cristiano – diventa presente è l’imbattersi in una diversità umana, in una realtà umana diversa, che ci colpisce e ci attrae perché – sotterraneamente, confusamente, oppure chiaramente – corrisponde a un’attesa costitutiva del nostro essere, alle esigenze originali del cuore umano.
L’avvenimento di Cristo diventa presente “ora” in un fenomeno di umanità diversa: un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita, qualcosa che aumenta la sua possibilità di certezza, di positività, di speranza e di utilità nel vivere e lo muove a seguire.
Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa, si cela, diventa presente, sotto la tenda, sotto l’aspetto di una umanità diversa. L’incontro, l’impatto, è con una umanità diversa, che ci colpisce perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero o della nostra fantasia: non ce lo aspettavamo, non ce lo saremmo mai sognato, era impossibile, non è reperibile altrove. La diversità umana in cui Cristo diventa presente sta propriamente nella maggior corrispondenza, nell’impensabile e impensata maggiore corrispondenza di questa umanità in cui ci imbattiamo alle esigenze del cuore – alle esigenze della ragione -.
Quest’imbattersi della persona in una diversità umana è qualcosa di semplicissimo, di assolutamente elementare, che viene prima di tutto, di ogni catechesi, riflessione e sviluppo: è qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato, ma solo di essere visto, intercettato, che suscita uno stupore, desta una emozione, costituisce un richiamo, muove a seguire, in forza della sua corrispondenza all’attesa strutturale del cuore. «Poiché in realtà – come dice il cardinal Ratzinger – noi possiamo riconoscere solo ciò per cui si dà in noi una corrispondenza» (Il Sabato, 30.1.93). È nella corrispondenza il criterio del vero.
L’imbattersi in una presenza di umanità diversa viene prima non solo all’inizio, ma in ogni momento che segue l’inizio: un anno o vent’anni dopo. Il fenomeno iniziale – l’impatto con una diversità umana, lo stupore che ne nasce – è destinato a essere il fenomeno iniziale e originale di ogni momento dello sviluppo. Perché non vi è alcuno sviluppo se quell’impatto iniziale non si ripete, se l’avvenimento non resta cioè contemporane0.

Come, nell’impatto che sempre si rinnova con una presenza di umanità diversa, la sorpresa, la speranza e il presentimento che ne nascono e muovono a seguire, possono essere educati, “tratti fuori”? Lo strumento principale di questa educazione è ciò che noi chiamiamo “Scuola di comunità”; ed è principale perché sistematico e coerente, e perciò esplicativo e unificante. La “Scuola di comunità” è lo strumento di sviluppo – come coscienza, come affezione e come istigazione mobilitante nell’uso dei rapporti – di quel “qualcosa che viene prima”, dell’esperienza di incontro con una realtà umana diversa.
Nello svolgimento del lavoro implicato dalla “Scuola di comunità”, l’aspetto essenziale è allora il rendersi “ragione” delle parole che si usano. E “ragione” significa: esperienza della corrispondenza tra la realtà in cui ci si impatta e le esigenze strutturali del cuore.
Ma allora l’aspetto innanzitutto importante della “Scuola di comunità” è qualcuno che “insegni”: qualcuno – o alcuni – in cui l’impatto iniziale si rinnovi e si dilati, offrendosi come spunto per il ripetersi in altri della prima sorpresa. Occorre che chi guida la “Scuola di comunità” comunichi una esperienza nella quale si rinnovi lo stupore iniziale e non invece svolga un ruolo o un “compito”. Non può essere comunicazione di un’esperienza quella che parte da una coscienza di se stessi come ruolo, che muove da una visione di sé come padronanza e superiorità, con la pretesa di insegnare. Perché chi insegna è soltanto lo Spirito di Dio: è lo Spirito che dà il primo sussulto e che lo rinnova.
Chi, guidando la “Scuola di comunità”, comunica un’esperienza nella quale riaccade la sorpresa iniziale, svolge questa comunicazione dando ragione delle parole che vengono usate. Dar ragione delle parole che si usano vuol dire infatti comunicare l’esperienza della corrispondenza tra l’avvenimento di una Presenza e quello che il cuore originalmente attende, con la luce e il calore che quelle parole proiettano e offrono. Così la ragione data di ogni parola fa, come dice san Paolo, «passare di luce in luce», introduce alla scoperta sempre più chiara del vero, perché ogni parola usata chiarisce una risposta a un bisogno del cuore che è alla ricerca del proprio destino.

Fino a non molto tempo fa queste erano semplici parole da vivisezionare, capire, imparare.
Ora sono realtà: tamente sconvolgente che uno fatica a credere che la realtà sia così incredibilmente affascinante e che il buon Dio riesca  a far nascere delle presenze così prepotentemente e umilmente imponenti che uno , se chiude un attimo gli occhi, è solo per riaprirli al nuovo stupore. Davvero, incredibilmente, dopo diversi decenni, sto procedendo di stupore in stupore…
E’ difficile da far capire; si può solo invitare a condividere la stessa esperienza: vieni e vedi. E’ davvero una cosa inimmaginabile e mai immaginata prima in queste dimensioni.
Il Cristianesimo sta diventando  così per mela realtà più affascinante e coinvolgente della vita.

Felicità è donarsi e accogliere i doni della vita

Oggi Vi presento un agile e gradevole libro, “Felicità è donarsi” di Claudio Risé:

Il segreto della felicità

 - “FELICITA’ è donarsi, e accogliere i doni della vita” dice il prezioso libro “Felicità è donarsi” di Claudo Risé a pag.53; e c’è da chiedersi chi abbia mai sentito una simile affermazione o chi riesca anche solo ad intuirne la bellezza.

I nostri giovani, così assetati di significato, come potranno mai comprendere questo segreto della vita, se nessuno osa proporglielo?

Lo psicanalista Claudio Risè ha colmato quel vuoto che da anni caratterizzava l’editoria, soprattutto per il modo originale e accattivante di renderci consapevoli di questa straordinaria legge della vita: la piena realizzazione di sé sta nel dono totale di sé e nella capacità di accogliere il dono totale dell’altro/Altro.

E l’autore ce lo comunica non con una fredda riflessione accademica, ma con la passione di chi per primo ha sperimentato la bellezza del dono, dapprima accolto, così, quasi per caso, in una avventurosa esperienza dell’adolescenza, e poi diventato dimensione nell’affronto della realtà.

Quindi non una lezione cattedratica, ma una potente e coinvolgente esperienza di comunicazione come non è facile trovare.

Il dono è sempre un altro che ce lo fa. Noi non possiamo in alcun modo iniziare l’esperienza del dono se prima non siamo stati raggiunti dal dono stesso. È sempre il dono di un altro che ci muove.

Ma per sperimentarlo occorre la curiosità cordiale nei confronti della realtà tutta; “la curiosità desiderosa destata dal presentimento del vero” (L. Giussani) che inconsapevolmente, – perché anche tale curiosità è dono del Creatore alla creatura per avventurarsi nell’esistenza , guida i passi della nostra esistenza, da subito.

Solo tale curiosità avventurosa, assecondata quasi per istinto fin dalla giovinezza, ha permesso all’autore di verificare questa straordinaria dinamica dell’esistenza; e l’ha abilitato a regalarci la sua esperienza autobiografica, capace di dire in modo efficace, ai giovani e non, che tutta la legge della vita è dono.

Qualcuno ha paura di essere felice?

La Depressione: si può convivere con essa senza esserne condizionati

Da Post Apocalypto di Tempi un preziosissimo contributo di P. Aldo


L’unico modo per guarire dalla depressione è una sana compagnia

Caro padre Aldo, come le ho scritto nel messaggio precedente anche io soffro di depressione. Ci sono momenti, come questo in cui le sto scrivendo, che mi sento completamente solo, abbandonato da tutti (anche fisicamente). Sono io contro la depressione e basta. A causa di ciò provo un forte senso di ribellione verso Dio che permette questa prova: dov’è Dio in mezzo a tutto questo? Perché mi abbandona in questo modo? Dov’è la verità nel salmo che recita: «Io lo invoco e Lui mi risponde; fa sparire ogni mio lamento?». Mai come in questo periodo ho invocato il Suo aiuto. Ma perché spesso non arriva, o meglio, non lo sento arrivare? Prego per lei e per i suoi malati.
Lettera firmata

Caro padre Aldo, sono il ragazzo ospite da due anni in una famiglia di Milano, ci siamo incrociati al Meeting, ma non so se lei si ricorda di me. Ho 18 anni e le scrivo in un momento di crisi depressiva e questa malattia, se si può chiamare così, mi accompagna da ormai tre o quattro anni. La cosa che mi viene più difficile da fare in questo momento è avere un briciolo di stima verso me stesso. Mi disprezzo nel profondo e nonostante il Padre Eterno sia stato gentile con me, facendomi incontrare una famiglia come quella di Giuseppe e Francesca, non la smette di tormentarmi con momenti di tristezza dovuti appunto alla mia malattia. Ho bisogno di guarire, di tornare a respirare la vita, di apprezzare le cose semplici. L’anno scorso ho avuto l’impressione che la depressione mi avesse portato via tutto: la morosa mi ha lasciato, gli amici, la scuola, il rapporto con la mia famiglia, con la famiglia di Giuseppe. Ho visto la gente allontanarsi da me, ma soprattutto ho visto consumarsi e dissolversi le ragioni che mi tenevano attaccato a queste cose. La realtà, caro padre, è come se mi chiedesse continuamente le ragioni che mi tengono in vita e più volte ho avuto la tentazione di far cessare con la morte questo supplizio. Le ragioni sembrano sempre più insufficienti e la vita sempre più difficile da sostenere. Ho bisogno di un aiuto e pensavo di chiederlo a lei perché, anche se non lo sa, è stato lei due anni fa, con un suo intervento al Meeting, a darmi la forza di iniziare a reagire contro questa malattia. Ho bisogno di Dio; sento, dal momento in cui mi sveglio alla sera quando vado a letto, il suo doloroso richiamo, ma anche una forma di lontananza da Lui. Come se non Lo riuscissi a incontrare nella vita, tra le pieghe della giornata. Sarei disposto a tutto pur di incontrarLo. Sarei disposto a lasciare tutto e venire lì con lei, tra i malati e i sofferenti, se la posta in gioco è quella di una vita per Cristo, per incontrare Cristo, colui che mi ha voluto così. Non pensi che lo dica così per dire o che nutra una forma di venerazione per lei. Lo dico perché sento intorno a me la terra che brucia, i rapporti sempre più sfilacciati, l’amore per la vita come un’illusione sempre più lontana. Mi aiuti, ho bisogno di qualcuno che abbia pietà di me. A presto.
Lettera firmata

Caro padre Aldo, so che non devo aspettare che lei mi tolga la depressione, ma so che può capire senza giudicarmi. Io ormai soffro di questa malattia da una trentina d’anni, cioè almeno da quando ne avevo dieci. Ho tentato di tutto: farmaci, psicoterapie, psicanalisi. Ma non è servito a nulla. Solo la psicoanalisi sembrava portarmi alla guarigione, ma dopo i primi due anni positivi, sono caduto più in basso di prima e ne sono uscito completamente distrutto, senza più nessuna volontà. Spesso mi ritrovo a piangere e a pensare di togliermi la vita, e non riesco a vedere una prospettiva diversa. Lavoro solo il pomeriggio in una ditta e riesco a tenere il lavoro perché i miei capi, che sono di Comunione e liberazione, hanno uno sguardo di misericordia  nei miei confronti. Sono più morto che vivo, non riesco a interessarmi a nulla, non c’è niente per cui valga la pena vivere. Spesso mi sento un fallito, non faccio che piangermi addosso. Non riesco neanche più a credere in niente, non riesco a trovare un sollievo. Grazie di avermi dedicato un po’ del suo tempo.
Lettera firmata

Voglio ritornare sul tema della depressione, perché ricevo molte lettere e incontro molte persone non solo in Italia, ma ovunque vada, che soffrono di questa malattia. Le tre lettere descrivono molto bene il dramma, o la disperazione, che colpisce tante persone e sono un grido di aiuto pieno di domande. Quelle domande che mi hanno torturato per anni senza che io vedessi una possibilità di risposta. È terribile sopportare la vita quando tutto offusca la mente e i fantasmi sembrano impadronirsene provocando un effetto di panico, angustia e disperazione. Tutte le malattie sono dolorose, ma quella che ti toglie la voglia di vivere è peggiore.
Molti mi chiedono: «Come guarire? Come sopportare? Esiste la libertà anche quando uno si trova incapace di scegliere? Cosa è la libertà in questa situazione?». Non pretendo di rispondere, né di dare ricette che non esistono, come sanno bene anche gli “esperti” della mente. Voglio solo offrire alcuni punti fermi in questo cammino che sto ancora percorrendo e che per me è il cammino che porta ad abbandonarmi ogni giorno al mio dolce e tenero Gesù. Quel Tu per il quale vivo e che ha manifestato il suo volto buono, misericordioso proprio dentro una storia carica di dolore, di rabbia, di disperazione. Dal primo momento in cui mi sono trovato sdraiato nella mia stanza senza nessuna voglia di vivere, l’unica cosa che la mia libertà è riuscita a fare è stata gridare come un pazzo: «Signore non ti vedo più, non sento più la tua voce, la tua tenerezza, abbi pietà di me». In quei momenti più tragici, passando anni senza dormire, mentre schiacciavo rabbioso la testa contro il cuscino gridavo: «Signore dove sei? Perché tanto dolore? Signore non ce la faccio più, prendimi per piacere». Era un grido apparentemente inutile, assurdo, un parlare contro la parete.
Dentro questa rabbia disperata, però, non ho mai messo da parte i due Sacramenti fondamentali del cammino della conversione: la Confessione e l’Eucarestia. La Confessione settimanale o più volte alla settimana e la Messa quotidiana. Nel tempo mi sono accorto che questi due sacramenti sono stati la risposta precisa e concreta al mio grido. Non solo, ma la fedeltà alla Confessione e all’Eucarestia è stata la modalità attraverso cui Dio, in modo discreto, manifestava il Suo volto, fino a diventare familiare, determinando la mia vita quotidiana. L’esperienza del «Io sono Tu che mi fai» è stata il punto drammatico di questa paziente attesa che il Mistero manifestasse il Suo volto.
Il secondo punto essenziale che mi ha permesso e che mi permette di vivere questo dolore, che oggi definisco una grazia (oggi dopo un lungo e duro cammino, dopo una decina e mezza di anni a “mordere la pietra”), è stata la compagnia di padre Alberto. Una compagnia nella quale la visibilità di Cristo era limpida come l’acqua che scende dalle Dolomiti. Un’amicizia che ogni mattina bussava alla porta della mia stanza quando non volevo vedere il giorno e mi chiamava cantandomi, con la sua voce priva di alcuna tonalità, una filastrocca che i suoi genitori gli cantavano la mattina quando era bambino. Ricordo ancora le parole in dialetto romagnolo: «Un bigatin, do bigatin, tri bigatin… Che buon brodo farà».
Gli intellettualoidi forse rideranno di una compagnia umana tra due sacerdoti che sono arrivati a tanto “infantilismo”. Ma la coscienza che lui aveva di Cristo gli permetteva di farsi, come direbbe san Paolo, bambino tra i bambini, debole tra i deboli. Una compagnia reale, non virtuale, una compagnia che non ha mai anteposto gli impegni di Comunione e liberazione o della parrocchia alla mia umanità distrutta. È stato un abbraccio quotidiano. Un abbraccio difficile, perché convivere con un depresso è un’impresa complicata: un giorno uno deve usare il bastone e l’altro giorno una carezza. Quante volte per risvegliarmi dall’abitudine di piangermi addosso, caratteristica del vittimismo dei nevrotici, ha perso la pazienza! Finché un giorno l’ho persa anche io. È stato un miracolo dopo anni di passività. Finalmente il mio io cominciava a reagire, ad arrabbiarsi con lui. La mia libertà, che prima era solo un grido disperato, cominciò a riconoscere in padre Alberto questo «Io sono Tu che mi fai». Vedendo come lui mi aveva trattato e come aveva donato tutti i suoi anni (10) di missionario in Paraguay per farmi compagnia, come don Giussani gli aveva chiesto, ho pazientemente preso coscienza della tenerezza con la quale il Mistero mi guardava. Senza la tenerezza di padre Alberto, senza il suo sguardo forte e dolce, come Gesù con Zaccheo, non sarebbe stato possibile il miracolo. Grazie a questa compagnia, come afferma don Giussani nel libro Ciò che abbiamo di più caro, ho potuto nel tempo non scandalizzarmi della mia “pazzia”, ma accettarla. Grazie all’abbraccio di un uomo il cui cuore vibrava per Cristo.
Non conosco altra strada per convivere ironicamente con questa malattia che una compagnia sacramentale. Inoltre mi ha aiutato, e mi aiuta, pensare a Gesù che nel Getsemani e sulla croce è stato un esempio di come vivere la depressione e come trasformarla in grazia. Cosa ha permesso a Gesù di percorrere questo cammino drammatico? La compagnia del Padre!
La cosa interessante è stato il fatto che ha cercato la compagnia degli amici, ma loro, come succede in questi casi, “avevano sonno” o come molti ai quali chiediamo aiuto e ci rispondono che non hanno tempo o ci rimandano agli specialisti. Quanti religiosi o preti ho incontrato in questa situazione di abbandono da parte dei loro superiori che, avendo sempre molto da fare, invece di tenerli al loro fianco hanno preferito isolarli. E poi parliamo di carità sacerdotale o religiosa! I depressi prima di tutto hanno bisogno di una compagnia umana come quella di Gesù con i suoi discepoli, una compagnia quotidiana con la quale condividere tutto. Senza questa compagnia non esiste guarigione ed è impossibile percepire la depressione come una grazia.
paldo.trento@gmail.com

Il 25 aprile: la libertà è un compito affascinante

Ricevo e metto in comune questo prezioso contributo di G.M.:

Oggi è il 25 aprile, anniversario della Liberazione.
E’ un brano di Hannah Arendt ad aiutarmi a comprendere di più il compito che viene da questa festa.
Scrive la Arendt nel suo testo “Sulla rivoluzione”

“E’ forse ozioso precisare che liberazione e libertà non sono la stessa cosa; che la liberazione può essere una condizione della libertà, ma è assolutamente da escludere che vi conduca
automaticamente; che il concetto di libertà implicito nella liberazione può essere solo negativo, e quindi l’intenzione di liberare non si identifica col desiderio di libertà. Tuttavia, se queste ovvietà vengono frequentemente dimenticate, è perché la “liberazione” è sempre apparsa come una cosa grandiosa e la fondazione della libertà è sempre stata incerta, se non del tutto inconsistente.
La libertà inoltre ha svolto un ruolo di gran peso, e abbastanza controverso, nella storia del pensiero sia filosofico sia religioso, e lo ha fatto per tutti quei secoli – dal declino del mondo antico alla nascita del mondo moderno – in cui la libertà politica non esisteva e, per ragioni che qui non ci interessano, gli uomini neppure se ne curavano. Così è divenuto quasi assiomatico, persino nella teoria politica, intendere per libertà politica non un fenomeno politico ma al contrario l’insieme più o meno libero di attività non politiche che un determinato stato è disposto a consentire e garantire a coloro che lo costituiscono “

Dalla liberazione viene un compito, quello della libertà, e non vi è meccanicità, non vi è nemmeno uno sviluppo evolutivo necessario, la liberazione è una condizione per il cammino della libertà.
Don Julian Carron al Meeting di Rimini del 2005 ha descritto in modo suggestivo ed efficace in che cosa consista questo cammino della libertà

2.3. Libertà come capacità di soddisfazione totale

“La libertà, allora, proprio a partire dalla esperienza di soddisfazione di desideri immediati e parziali, si svela come la “capacità” della soddisfazione totale, completa, cioè come capacità della perfezione, della realizzazione di sé, vale a dire del proprio desiderio d’uomo[14].
Nessuno come Leopardi ha descritto la natura del desiderio umano:
«Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, della terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana»[15].
Questa è la grandezza unica dell’uomo: il suo desiderio è «ancora più grande che sì fatto universo». È proprio per questa ampiezza del nostro desiderio che noi possiamo «accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e vòto, e però noia». Quello che per tanti è la disgrazia della vita – sentire l’insufficienza di tutto, patire mancamento e vòto -, è per Leopardi il maggior segno di grandezza della natura umana. Possiamo accusare quella insufficienza proprio perché, per natura, strutturalmente, abbiamo dentro di noi la capacità di giudicare: è ciò che la Bibbia chiama cuore. Senza la possibilità di giudicare da se stesso quello che gli corrisponde o meno, l’affermazione della dignità dell’uomo non è che una parola vuota, e l’uomo, in fondo, dipende dal potere. Come si desta il desiderio? Questa è una questione decisiva oggi, in cui il desiderio non si può dare per scontato perché, come dice A. del Noce, «il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio, cioè, senza inquietudine (forse si potrebbe addirittura definirlo per la soppressione dell’inquietum cor meum agostiniano)»[16].3. Il cammino della libertà
Qualsiasi sia la situazione in cui ognuno di noi si trova, il reale continua a venirci incontro, destando in noi stupore, cioè la curiosità e il desiderio di quello che abbiamo davanti. È sempre l’impatto col reale che desta la nostra umanità, in tutte le sue dimensioni e capacità.
«Le capacità che sono in noi non si sono fatte da sé, ma anche non si traducono in atto da sole. Sono come una macchina che, oltre ad essere stata costruita da altri, ha bisogno anche di un altro che la metta in marcia. Ogni capacità umana, in una parola, deve essere provocata, sollecitata per mettersi in azione»[17]. Ciò che la mette in moto è l’impatto con la realtà.
È quindi il reale che desta il desiderio, in quanto si mostra carico di attrattiva. Lungi dal restare indifferente, noi siamo originalmente attratti dalla bellezza – dal bene -del reale. Nell’incontro con la realtà che attrae, la libertà è messa in moto. In questo impatto col reale, che accade in continuazione – perché non possiamo pensarci al di fuori della realtà – e che ci attira, la libertà è già dall’inizio chiamata in causa. Come? Deve rispondere alla chiamata dell’attrattiva del reale. La libertà è chiamata qui a compiere il primo passo del suo cammino: a decidere se cedere o meno all’attrattiva del reale che ha davanti. Questa non neutralità della libertà di fronte al reale fa sì che le diverse opzioni di fronte al significato del reale non siano ugualmente ragionevoli. Chi respinge l’attrattiva del reale sta già censurando un dato e per questo è meno ragionevole che chi ne prende atto[18].
Questo mette in evidenza un primo aspetto di autopossesso che caratterizza la libertà[19]. Qualsiasi sia l’attrattiva del reale, questa non elimina infatti la capacità di scelta della libertà. Anzi, la mette in moto. Tutta l’imponente attrattiva dell’Essere non risparmia all’uomo la sua capacità di decidere, ne costituisce al contrario la vera e originaria provocazione.
In base a che cosa decidiamo di aderire o meno a questa provocazione? In base alla corrispondenza che il reale realizza con le esigenze del cuore. Il contraccolpo che l’Essere provoca in me costituisce il giudizio in base al quale mi muovo[20]. Quando davanti a delle belle montagne mi stupisco e dico: «Che bello!», do un giudizio su quelle montagne, come quando grido di dolore davanti a una insofferenza ingiustamente inflitta a me o ad altri. Questo giudizio velocissimo, per cui sorprendo se una cosa mi corrisponde o no, è ciò che prepara e orienta la mossa, il passo, a cui la libertà è chiamata[21].
Ma questo, come dicevamo, è solo il primo passo del cammino della libertà. Domandiamo: che cosa si gioca nella scelta, in ogni scelta? L’adesione a ciò che appare e riconosciamo come un bene. La scelta è cioè in vista del compimento, del fine. Perché voglio avere capacità di scelta? Per aderire a ciò da cui sono colpito e attratto. «La mia libertà – scrive J. R. Jiménez – consiste nel prendere della vita ciò che mi sembra meglio per me e per tutti”». La ragazza vuole avere capacità di scelta per poter decidere di andare alla festa, cioè per aderire a un bene intravisto. È proprio in questa adesione che trova soddisfazione il suo desiderio e, quindi, essa si sente libera.
La capacità di scelta è propria di una libertà ancora in cammino verso la sua piena realizzazione, che consiste nella adesione a quello che corrisponde, cioè al Bene, al destino. Fermarsi soltanto al primo aspetto – la possibilità di scelta – è, di fatto, rinunciare al compimento della libertà, perché io non esercito la capacità di scelta che ho, se non nell’aderire a quello che desidero. La capacità di scelta ha, quindi, come scopo l’adesione. «Io non posso concepire né tollerare alcuna utopia che non mi lasci la libertà che è più cara: la libertà di vincolare me stesso»[22]; di vincolarmi a ciò che mi compie, all’infinito che cerco nei piaceri, al Tu che mi chiama attraverso l’attrattiva delle cose, al Tu che mi fa essere, a Colui cui posso dire: «La mia verità sei tu, il mio io sei tu, io sono Tu che mi fai».
È in questa adesione a quello che mi corrisponde che il desiderio trova soddisfazione”

Un compito affascinante!!!

La morte di Giacomo

Dal Paraguay l’amica di un amico scrive:

Cari amici,
Vi scrivo qualche riga prima di finire questa giornata così lunga e piena di avvenimenti.
Questa mattina a messa avevo in mente la nostra Anna XXX, della casa di XXXX, che dopo – credo – soli 3 mesi di malattia “misteriosamente” giunta nella sua vita è morta ieri. Sentendo il Vangelo della Risurrezione, mi son detta “solo la resurrezione di Gesù fa in modo che io possa guardare la morte dell’Anna senza sentirmi tradita”. Ho domandato di capire tutta la profondità di questa “intuizione”
… Non pensavo che il Signore mi mettesse alla prova tanto presto! Aprendo la posta cinque minuti prima di entrare in classe mi è arrivata la frustata della notizia della morte del Giacomo. Non ho avuto neanche il tempo di capire cosa era successo e ho dovuto entrare in classe perché avevamo un esame di italiano e non potevano sostituirmi.
Tutta la giornata è stata un fiorire: di lacrime, lacrime e ancora lacrime, di dolore e di domanda di capire, di non scappare davanti a questo fatto. E un fiorire di consolazione: dai 30 nani di quarta elementare che, capitanati dalla mitica Sol Nuñez al grido di “venite a consolare la prof!” mi si sono stretti alle gambe, mi hanno tirato per i vestiti per sbaciucchiarmi e abbracciarmi con le loro manine tozze. E mentre interrogavo i compagni mi portavano i loro kleenex e disegnavano cuori, animali e valanghe di fiori per me! E poi i colleghi, che “conoscevano” Giacomo per un esempio che Eugenio ha fatto al collegio docenti di inizio anno e ora sanno chi è il ragazzo che il Preside amava così tanto che poteva prenderlo a calci nel sedere!
E di tanti di voi, di cui ho letto mail e messaggi. Giacomo stesso mi ha consolato, con le sue parole, che mai avevo sentito, con la sua bella testimonianza di fede!
Fino alle ore 15 nostre -che per voi erano le 21- e mentre cercavo un angolino a scuola per dire il rosario “insieme” a voi, sono stata raggiunta da due amiche e colleghe che passavano a salutarmi e si sono fermate a pregare con me.
Di TUTTO sono grata, dalla prima all’ultima cosa.
Meno di 24 ore fa, all’assemblea di SDC avevo cantato “mi corazón no está perdido” proprio quella che credo abbiate cantato per il Giacomo. Di niente abbiamo paura, nemmeno della morte, nemmeno di una morte così inaspettata. Non siamo pazzi a dircelo. In queste ore sto mendicando questo per me, e se volete, lo farò volentieri anche per voi.
Vi abbraccio tutti.
M

Papà Ausonio e il piccolo Gianluca

Rilancio qui l’editoriale di SamizdatOnLine che riprende una testimonianza dell’amico Gianluca:

Papà Ausonio e il piccolo Gianluca

anteprima

La settimana scorsa il padre di un nostro associato, Gianluca Zappa, è stato ridotto in fin di vita da un gruppo di balordi che avevano fatto irruzione in casa per rapinarlo. Di seguito pubblichiamo quanto Gianluca ha scritto sull’accaduto.

Al piccolo Gianluca, quando in cielo rimbombava il tuono, papà Ausonio diceva che era il rumore degli angeli che giocano a bocce. Il piccolo Gianluca capiva immediatamente quanto di fantastico e quanto di reale c’era in quella frase, e da quel giorno non ha mai dubitato dell’esistenza degli angeli.

Al piccolo Gianluca, papà Ausonio parlava dello zio Italo, morto da piccolo per una malattia. E il piccolo Gianluca capiva che Italo era vivo, come anche tutti i “poveri morti” che stanno al cimitero. Perché papà Ausonio li sapeva vivi, li venerava vivi, in eterno, nel Paradiso.
Al piccolo Gianluca e ai suoi fratelli, papà Ausonio non ha mai parlato di Babbo Natale, ma sempre e solo di Gesù Bambino. Era lui a portare i doni, la notte di Natale. E il piccolo Gianluca non ha mai equivocato su questa festa, ha sempre saputo di chi era il compleanno, a Natale. E non è rimasto deluso più di tanto, quando ha scoperto che i regali li facevano i genitori, perché Gesù Bambino restava intatto in tutta la sua realtà, non svaniva nel nulla, come un Babbo Natale qualsiasi.
Col piccolo Gianluca, papà Ausonio ha fatto sempre il presepe a Natale, e avrebbe continuato a farlo fino al Natale scorso, con grande impegno, con grande profusione di lampadine, con grande fatica. Il piccolo Gianluca è cresciuto e fa il presepio ogni anno, con i propri figli, mettendoci lo stesso impegno, la stessa creatività, la stessa gioia.
Papà Ausonio, quando poteva, portava a messa la Domenica il piccolo Gianluca. E cantava, cantava a voce piena, con quella voce forte, intonata, mai stentata. E il piccolo Gianluca un po’ si vergognava, un po’ si divertiva, e osservava, imparava, cominciava a capire che il canto è importante, che il canto è preghiera, che in chiesa non cantano solo le vecchiette. E quanto gli sarebbe servito, questo, negli anni a venire!
Quando il piccolo Gianluca e suo fratello Marco ricevettero la Cresima, papà Ausonio compose una poesia per il santino. Diceva così: Ci hai segnati del Tuo segno/ ci hai riempito del Tuo Spirito/ perché, fatti “nuove creature”,/ le nostre vite siano “memoria”/ dell’evento dell’Alleanza che è accaduto a noi/ e “testimonianza” alle genti/ fino agli estremi confini del mondo. Il piccolo Gianluca prese sul serio quelle parole. Le trascrisse sul suo quaderno e, siccome aveva già cominciato a strimpellare la chitarra e a comporre canzoni, le musicò. Quelle parole segnavano un compito per la vita, già da allora.
Papà Ausonio era solito condurre i figli, e poi i nipotini, nella chiesa parrocchiale di Inverigo, suo paese natale. Lì ci sono le opere in ferro battuto realizzate da suo padre, che era un fabbro, e donate alla parrocchia. Il piccolo Gianluca ha capito che papà Ausonio amava la Chiesa e spendersi per essa. Lo capiva anche dalla venerazione con cui parlava dei santi sacerdoti che aveva incontrato o che conosceva, dei vescovi che erano suoi amici, dei Papi che amava. Aveva incontrato personalmente Paolo VI e Giovanni Paolo II. Era orgoglioso di festeggiare il compleanno nello stesso giorno di Benedetto XVI (il 16 aprile) e aveva scritto al Papa una lunga lettera, proprio nel giorno del suo 80° compleanno. Dal Vaticano gli avevano risposto e lui era stato molto felice di questo. Lui che non si perdeva una grande celebrazione papale in TV e che era anche capace di commuoversi. Lui che da ragazzino (lo ricordava sempre) aveva avuto l’onore di recitare la preghiera al cardinal Schuster, venuto in visita pastorale.
Ma soprattutto, papà Ausonio acconsentì a portare con sé il piccolo Gianluca a Prati di Tivo, sotto il Gran Sasso, nell’estate del 1976. Il piccolo Gianluca voleva stare a tutti i costi col suo papà, non accettava di vederlo partire un’altra volta. In quei quattro giorni fece l’incontro che gli segnò la vita. Stette con dei ragazzi di Gioventù Studentesca, più grandi di lui; camminò in montagna, cantò canzoni, fece giochi, ascoltò delle meditazioni anche difficili, pregò con loro. Quell’incontro gli fece capire che tutto quello che gli era stato detto in famiglia e al catechismo era vero, era bello, era un’altra vita. E’ allora che fu piantato un virgulto che mise radici e che lentamente si trasformò in un grande albero.
Questo e molto altro ha fatto papà Ausonio per il piccolo Gianluca. Gli ha trasmesso una fede viva, una fede che c’entra con la vita, con ogni ora, con ogni istante. Una fede aperta sulla vita eterna. E ora che il piccolo Gianluca è costretto a vedere il suo papà esanime, sfigurato, immobile su un letto del reparto rianimazione, non può non pensare che dietro tutto questo, che dentro tutto questo, che attraverso tutto questo passa la misteriosa mano della Provvidenza. Quella che papà Ausonio leggeva, meditava e insegnava nei Promessi Sposi. Quella che “la c’è”!
E il piccolo Gianluca, pur nel dolore atroce di un figlio cui hanno ammazzato il padre, pur tra le lacrime, non si dispera. Perché sa bene, ormai, che il male non ha l’ultima parola sulla vita.

Gianluca Zappa

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