La famiglia di cui hanno bisogno i bambini

Ricevo dal sito Regina Mundi questo bell’augurio e lo metto in comune oggi che è la vigilia della festa della Sacra Famiglia e che la famiglia ha davvero tanto bisogno di incoraggiamento a vivere i disagi che tutti conosciamo:

 Auguri a tutte le famiglie

Non importano le comodità  esteriori:
Gesù è nato in una stalla e  come prima culla ha avuto una mangiatoia,
ma l’amore di Maria e di  Giuseppe
gli ha fatto sentire la  tenerezza e la bellezza di essere amato.
Di questo hanno bisogno i  bambini: dell’amore del padre e della madre.
E’ questo che dà loro  sicurezza e che, nella crescita, permette la scoperta del senso della  vita.
(Benedetto XVI – Angelus  26  dicembre 2011)
Raffaello  Sanzio, Sacra Famiglia con l’agnello, (realizzato con tecnica ad olio su tavola nel 1507 ,  misura 29 x 21 cm. e custodito nel Museo del Prado a  Madrid)
Amare la famiglia significa  saperne stimare i valori e le possibilità,
promuovendoli  sempre.
Amare la famiglia  significa individuare i pericoli ed i mali che la minacciano,
per poterli  superare.
Amare la famiglia  significa adoperarsi per crearle un ambiente
che favorisca il suo  sviluppo.
E, ancora, è forma eminente  di amore ridare alla famiglia cristiana di oggi,
spesso tentata dallo  sconforto e angosciata
per le accresciute  difficoltà,
ragioni di fiducia in se  stessa, nelle proprie ricchezze di natura e di grazia,
nella missione che Dio le  ha affidato.
«Bisogna che le famiglie  del nostro tempo riprendano quota!
Bisogna che seguano  Cristo!»
(Giovanni Paolo PP. II, – Familiaris Consortio)

“se l’unione europea e i suoi stati membri fossero considerati oggi come una famiglia…”

Come sempre, prezioso il suggerimento del nostro grande Papa che ama e conosce anche la musica. Ecco cosa ci riferisce l’Editoriale di ieri de “Il Sussidiario”:

L’Europa secondo Benedetto

venerdì 8 giugno 2012

L'Europa secondo BenedettoFoto: InfoPhoto

Sono tante le suggestioni e le immagini che restano scolpite nel cuore e nella mente dopo la visita del Santo Padre a Milano in occasione dell’incontro mondiale delle famiglie. In tutti i discorsi che Papa Benedetto XVI ha pronunciato a Milano c’è più di un riferimento alla situazione in cui si trova l’Europa. Il grande raduno delle famiglie è già di per sé un evento creato anche nella preoccupazione che desta la crisi della famiglia all’interno dell’Unione europea. Il Pontefice, nel suo discorso tenuto alla Scala dopo il concerto in suo onore, ha regalato all’Unione europea una meravigliosa interpretazione del suo inno ufficiale. Non si è trattato soltanto di un momento in cui ha dato un saggio della sua cultura sconfinata e del suo amore per la musica, ma anche un chiaro messaggio politico diretto a chi governa l’Europa e ai vertici dei suoi Stati membri. Parlando dell’Inno alla Gioia il Papa rivela l’importanza della presenza di Dio in uno dei simboli scelti per rappresentare il popolo europeo nel mondo. E non è il solo, anche la bandiera europea, (sfondo blu con dodici stelle in cerchio) ha infatti origini religiose: le stelle sono quelle dell’Apocalisse al dodicesimo capitolo: «Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle». Benedetto XVI ha così descritto la gioia di Beethoven: “E’ una visione ideale di umanità quella che Beethoven disegna con la sua musica: «la gioia attiva nella fratellanza e nell’amore reciproco, sotto lo sguardo paterno di Dio» (Luigi Della Croce). Non è una gioia propriamente cristiana quella che Beethoven canta, è la gioia, però, della fraterna convivenza dei popoli, della vittoria sull’egoismo, ed è il desiderio che il cammino dell’umanità sia segnato dall’amore, quasi un invito che rivolge a tutti al di là di ogni barriera e convinzione”… “Non abbiamo bisogno di un discorso irreale di un Dio lontano e di una fratellanza non impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle sofferenze, sostiene l’altro e così aiuta ad andare avanti”.

Questa fraternità per cui ci si sostiene nei momenti difficili, come quello che stanno attraversando le popolazioni vittime del terremoto è anche il cardine su cui è stato costruito quel progetto chiamato Europa unita. E’ chiaro quindi il richiamo del Santo Padre alla situazione in cui versa l’Unione europea, al caos e alle divisioni prodotte dalla crisi. La questione europea verrà risolta soltanto se quell’inno alla Gioia sarà davvero un inno alla fratellanza e alla convivenza civile. E la gioia sarà la gioia di condividere le difficoltà, di mettersi insieme nel nome di un ideale di solidarietà e di amore per il destino di chi ci è accanto attraverso il quale si potranno sorpassare ostacoli di ogni tipo.   PAG. SUCC. >


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“la convinzione che il tu può rendere felice l’io”: il più grande inganno all’interno della coppia

Da Tracce un’analisi utile:

Valencia, 4-7 luglio 2006
Congresso teologico pastorale in occasione del V Incontro mondiale delle famiglie con Benedetto XVI

Risulta ogni volta più evidente che non si può dare per scontata la maturità del soggetto umano che si accosta al matrimonio. Indipendentemente dalla loro buona volontà, la realtà è che tanti giovani arrivano al matrimonio senza la coscienza adeguata della natura dell’avventura che stanno per intraprendere. Ciò non si può dare per scontato neanche per i giovani cristiani, che in non poche occasioni si avvicinano al matrimonio in condizioni non dissimili da quelle dei loro amici non cristiani, con l’unica differenza che si sposano in chiesa e hanno quanto meno un desiderio di sposarsi secondo la concezione del matrimonio che la Chiesa difende e testimonia. Questa carenza di coscienza non si può risolvere con i corsi prematrimoniali che conosciamo, i quali per loro propria natura non possono dare risposta alla situazione di quanti li frequentano. Grande è la sfida che si presenta all’intera comunità cristiana: è messa alla prova la sua capacità di generare personalità adulte, uomini e donne, in grado di accostarsi al matrimonio con una minima prospettiva di un esito positivo.

In un intervento come questo, è impossibile affrontare tutta la problematica del matrimonio e della famiglia. Mi concentrerò su una questione che mi sembra essenziale per mettere in luce quella relazione particolare che si stabilisce fra un uomo e una donna.
La crisi della famiglia è una conseguenza della crisi antropologica nella quale ci troviamo. Gli sposi infatti sono due soggetti umani, un io e un tu, un uomo e una donna, che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il loro rapporto, come lo concepiscono, dipende dall’immagine che ciascuno si fa della propria vita, della realizzazione di sé.

 

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“Se la famiglia sta bene, la società sta bene”

Che meraviglia ieri vedere alcuni sprazzi dell’incontro di Benedetto XVI con i cresimendi o con le famiglie, con le loro domande e con la loro incontenibile festa. Un clima completamente diverso da quello che quasi ogni giorno ci propinano i media. Perciò oggi insisto ancora sulla famiglia, prima cellula vitale della società, riportando un articolo che mi è appena giunto, di Alessandro D’Avenia tratto da “La Stampa” di ieri:

Il vero spread è tra Stato e famiglia

(Nella foto mio padre con mio nipote – ©Marta D’Avenia)

Ci sono alcune parole che non appena le nomini ci si schiera, come se fossero la difesa di una certa posizione politica e ideologica. Una di queste parole è famiglia. Se la pronunci, subito sembra che tu debba schierarti tra i favorevoli e i contrari alla famiglia tradizionale. L’argomento famiglia non è un argomento di parte ma è un fatto, un fatto sociale e come tale va trattato. Ed è così sin dai tempi di Aristotele, che vi identificava il nucleo costitutivo della polis.

Il fatto che la famiglia sia la cellula fondamentale di ogni società è evidente. Lo dice chiaro la nostra Costituzione all’art. 29: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Questo lo sanno i sostenitori di nuclei familiari alternativi alla famiglia fondata sul matrimonio, tanto che ne chiedono un riconoscimento parificato, per goderne gli stessi benefici (che poi non ho ancora capito quali siano oggi in Italia). Un dato che ci accomuna tutti è che veniamo da una famiglia, più o meno fortunata, come tutte le famiglie. Senza la mia famiglia io non avrei imparato a rispettare gli altri (cominciando dai miei fratelli e sorelle), non avrei imparato le regole e l’amore per le regole, non avrei scoperto chi sono, limiti e pregi, con la forza che questo conferisce alla mia vita quotidiana.

Non avrei avuto almeno un luogo in cui tornare e nel quale non mi si giudicava o accettava per quello che apparivo, facevo o avevo, ma per quello che ero. Tutto ciò è una risorsa, non dico in sé, ma quanto meno potenziale ed è una risorsa per la società, indipendentemente dalle proprie convinzioni. Sostenere la famiglia è a beneficio di tutta la società, in quanto luogo primario e privilegiato di incontro tra le generazioni. Dove si impara a rispettare e curare gli anziani se non in famiglia? Dove si impara a spendersi per i giovani se non in famiglia? Almeno potenzialmente può essere così e spesso è stato ed è così. Non bastano le famiglie dell’orrore per buttare la famiglia tout court, anche perché ce ne sono altrettante non dell’orrore. Il quadro attuale ci parla però di una famiglia in crisi. Ma non mi sembra che la società stia meglio.

La crisi che stiamo vivendo è soltanto una crisi economica o è la crisi di una politica economica senza un bene comune maturato nelle singole famiglie e allargato poi a tutta la società? Dove si forma un buon cittadino (la scuola da sola non basta) se non in famiglia? Se non comincio dai genitori e dai fratelli perché dovrei rispettare condomini e compagni di classe? Se la famiglia sta bene, la società sta bene. Difficile negarlo. Prendersi cura della famiglia forse è la vera azione di risanamento economico e sociale che serve adesso. Lo dimostrano i dati della recentissima ricerca internazionale sulla «Famiglia risorsa della società», appena pubblicata da il Mulino, che in più di 350 pagine lo rileva con dovizia di dati e ricerche.

In moltissimi Paesi emergono tendenze simili: le relazioni famigliari si indeboliscono, nascono molti più bambini fuori dal matrimonio, i giovani hanno molta più difficoltà a sposarsi, anche quelli che vorrebbero. Ma di fronte a questa novità, comparando i vantaggi dei diversi modi di far famiglia non risulta emergere un nucleo famigliare più produttivo o vantaggioso rispetto a quello sancito dalla nostra Costituzione. Viene allora da chiedersi se la famiglia sia un’istituzione del futuro, più che del passato, ancora da fare più che fatta e già ammuffita. A questo proposito l’art. 31 della Costituzione recita che «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo»: la Costituzione lo afferma perché i suoi estensori erano consapevoli che la famiglia descritta era ed è quella che produce più capacità sociali, più capitale umano, migliori possibilità di successo nella vita grazie ad un equilibrio personale statisticamente più rilevante rispetto ad altre realtà. Però questo tipo di famiglia si sta restringendo, e così diminuisce la coesione sociale. Nelle città i quartieri diventano più insicuri, perché le famiglie non sono aperte le une alle altre, a differenza di quanto succede nei paesi o in provincia. Sono in aumento tra i giovani: sfiducia, incapacità di affrontare i fallimenti, personalità più vulnerabili o narcisistiche, e per questo poco propense all’impegno e al bene comune. E posso testimoniare in classe, da 12 anni, il progressivo cambiamento.

La famiglia è la realtà che sembra poter relazionare le persone in maniera umana. Il matrimonio non è solo un patto, crea un valore aggiunto nella relazione sociale. Non è un’addizione 1+1, ma un moltiplicatore. Lo sa chiunque venga da una famiglia unita, seppur con tutte le sue imperfezioni. Basti pensare al valore sociale dei nonni e allo scambio tra generazioni, alla ricchezza potenziale di relazioni e apertura verso l’esterno in famiglie con due o più figli, alla capacità di connessione tra il privato e il pubblico. In questo momento però, a causa di una politica da troppo tempo poco attenta alla maggioranza del nostro tessuto sociale, la famiglia è più vittima che artefice, più bersaglio che risorsa. La famiglia è fonte di capitale sociale primario, ma se la famiglia è debole la responsabilità è dello Stato. I governi parlano spesso della famiglia come un rischio o un peso.

E non si tratta di fare la carità alle famiglie, ma di istituire un sistema equo, come accade per esempio nella laicissima Francia, dove avere due o tre figli significa quasi non pagare tasse. L’amore non è solo un bel sentimento, ma una relazione e la famiglia è luogo di relazioni capaci di sprigionare valore aggiunto. Anche se risolveremo lo spread non cureremo la ferita che indebolisce il nostro tessuto sociale. Non basta la ricchezza materiale a fare una società. Occorre ripensare le politiche famigliari, spesso attente soltanto alle situazioni più deboli. Questa però non è politica, ma carità. Non è giustizia sociale, ma elemosina. Solo da una famiglia forte può nascere una società civile forte. E non è questione di ideologie. Il nostro Paese è fatto soprattutto da famiglie così come la Costituzione le disegna, di certo nessuno Stato ci potrà mai costringere a costituire una famiglia così se non lo vogliamo, ma lo Stato va contro sé stesso e la sua Costituzione se non aiuta chi vuole farlo o lo ha già fatto.

La Stampa, 2 giugno 2012

La famiglia: il lavoro e la festa

Sa Il Sussidiario una riflessione di Eugenia Scabini :

Famiglia, così si impara a diventare uomini

Il titolo del VII Incontro Mondiale delle Famiglie suona così “La famiglia: il lavoro e la festa”. I due punti dopo la parola famiglia ci indicano che non si tratta di approfondire tre ambiti PAPA A MILANO/ Famiglia, così si impara a diventare uominiseparati di vita, quanto piuttosto di capire come lavoro e festa facciano parte intrinseca della vita della famiglia. Come viene detto infatti nella catechesi preparatoria, il lavoro e la festa sono modi con cui la famiglia abita lo “spazio” sociale e vive il “tempo” umano.

La semantica del lavoro si radica quindi nel famigliare e a partire da questo possiamo evidenziare alcuni aspetti relativi al tema dell’educazione al senso profondo del lavoro.

Un noto importante studioso della famiglia, Urie Bronfenbrenner, dice in proposito che “la famiglia rende umani gli esseri umani”. La famiglia umanizza ciò che da lei nasce e che in lei trova ospitalità e lo fa attraverso legami affidabili, cioè legami che esprimono le qualità affettive di fiducia e apertura verso l’altro e le qualità etiche di giustizia e lealtà. Queste qualità di base sono la risorsa simbolica della famiglia, che, se coltivate fanno crescere e, se tradite, generano abbandono e violenza.

Per divenire pienamente umani occorre perciò un luogo specifico e questo luogo è la famiglia. La famiglia si pone quindi come il contesto dei primi e insostituibili apprendimenti di umanità che funzioneranno da matrice per tutte le altre relazioni sociali.

James Heckmann, premio Nobel per l’economia nel 2000, sostiene e documenta empiricamente come la famiglia sia insostituibile per la formazione di quelle abilità socio-emotive e cognitive che sono decisive nella costruzione di personalità in grado di generare capitale umano, risorsa principe della società.

Da parte sua, la dottrina sociale della Chiesa frequentemente associa la parola scuola alla famiglia. La famiglia è “scuola di umanità più completa e ricca” si legge nella Gaudium et Spes (n. 52) e “famiglia prima scuola di quelle virtù sociali che sono l’anima della vita dello sviluppo della società stessa” si legge nella Familiaris Consortio (n. 42).

Il binomio famiglia e scuola compare peraltro anche a proposito del lavoro. La cosa è particolarmente interessante visto il tema dell’Incontro Mondiale. Al proposito assai significativa è questa affermazione presente nella Laborem Exercens (n. 10): “la famiglia è al tempo stesso una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo”.

In che senso la famiglia è una scuola di lavoro? PAG. SUCC. >


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“Il dono prezioso della fede”

La famiglia, il Centro Educativo Edimar e il Sostegno a distanza.

In preparazione all’incontro internazionale delle famiglie con il Papa che avverrà in questi giorni a Milano, AVSI.org pubblica alcune testimonianze belle di condivisione dei bisogni. La prima bisognosa di   aiuto è la famiglia perché – come diceva recentemente un amico – è il più grosso ammortizzatore sociale. Ma da sola difficilmente ce la fa. Alcuni amici volontari di AVSI fanno questa esperienza alla periferia di Brasilia:

È contento Alex: inizierà il corso di football americano cui teneva tanto, come premio per essersi impegnato in questi ultimi anni e aver recuperato le difficoltà che presentava a scrivere e leggere.

A raggiungere questa meta ha contribuito un’equipe specialissima: la famiglia, il Centro Educativo Edimar e il Sostegno a distanza.

Durante i sei anni di affettuoso sostegno da parte dei suoi padrini, Alex ha potuto frequentare l’asilo Nossa Senhora Mae dos Homens prima e il Centro Edimar poi, con i quali AVSI collabora a Samambaia, periferia di Brasilia, Brasile.

Quando iniziò il suo percorso era un bimbo timido, molto intelligente ma con difficoltà di concentrazione che negli anni avevano determinato anche qualche problema di apprendimento.

L’accompagnamento delle educatrici ha risvegliato la curiosità di Alex e la paziente professionalità con cui è stato seguito ha dato ottimi frutti.

Anche la famiglia di Alex si è lasciata coinvolgere in questo rapporto con le educatrici del Centro e con i padrini…a distanza, così che tanti cambiamenti sono stati resi possibili.

Osservare la grande cura che persone estranee alla famiglia dedicavano ad Alex e alle sue sorelle ha fatto sì che i genitori si coinvolgessero sempre più nell’educazione, cercando un confronto con le responsabili del Centro che seguivano ogni giorno i loro figli. E pian piano sono fiorite scelte coraggiose per la propria vita, quali decidere di sposarsi, riaprire i libri (senza lasciare il lavoro!) per arrivare a conquistarsi una borsa di studio per l’Università, aprire un’attività.

Cleyde, la mamma di Alex, racconta:Il nido (del Centro, ndr) mi ha aperto l’orizzonte, perché mai avrei pensato di entrare all’Università. Quando i miei figli sono entrati al nido, avevo fatto solo le elementari, 4 anni qui in Brasile. A poco a poco le ragazze mi hanno incoraggiata a frequentare privatamente una scuola accelerata di recupero e oggi sono all’ Università!”.

Anche Carlos, il padre, si è giocato in prima persona scommettendo sulla propria esperienza e ha aperto un’officina da fabbro.

Durante la sua ultima visita nella residenza di Alex, Patricìa, coordinatrice locale del sostegno a distanza per AVSI a Brasilia, si è sorpresa di vedere il padre aiutare il figlio nel compito di matematica: una scena molto rara in questa realtà.

Il sostegno ad Alex ora volge al termine: la strada che la famiglia ha intrapreso è buona, possono e vogliono contare sulle proprie forze. E il primo passo è proprio accompagnare Alex a football, impegnandosi per tre giorni a settimana a permettergli questa attività, che il centro sportivo del quartiere offre gratuitamente.

Prendere sul serio i propri desideri e accorgersi di quelli dei figli, trovando il tempo e le energie per valorizzarli, è un grandissimo passo.

Il sostegno a distanza permette tante storie così belle, perché quando si scommette sull’educazione e sulla persona, quando si infonde coraggio e speranza, inevitabilmente lo sguardo si alza per volgersi un po’ più in là.

Sostegno a distanza:
un caffé al giorno, due lettere all’anno
e un sorriso per sempre!

Con un piccolo contributo economico (85 centesimi al giorno, 312 euro all’anno) un bambino in condizioni difficili può andare a scuola, ricevere aiuti materiali ed essere accompagnato da un adulto con la sua famiglia nel percorso educativo. E la tua famiglia accoglie un amico lontano.

Scopri il SAD!

Il “divorzio breve” indebolisce la famiglia

Il presidente della Cei lo ha detto nel corso dell’omelia tenuta a Locri. L’antipolitica? “Diseducativa”

Il cardinale Angelo Bagnasco«Se la famiglia è un bene per i suoi membri, lo è anche per la collettività. Per questo la società deve difenderla, sostenerla e promuoverla; e non deve contribuire a renderla fragile in nessun modo, ivi compreso il cosiddetto divorzio breve». A dirlo è stato oggi il presidente della Cei,card. Angelo Bagnasconell’omelia tenuta a Locri dove ha presieduto una concelebrazione eucaristica a conclusione della Settimana della famiglia organizzata dalla Diocesi retta dal vescovo Giuseppe Fiorini Morosini in vista dell’Incontro Mondiale che si terrà a Milano.

Il presidente della Cei si è soffermato anche sul tema della politica: «Ad allontanare sempre più i giovani dalle istituzioni è la cosiddetta antipolitica, aspetto questo negativo e diseducativo. Ci vuole quindi una netta inversione di tendenza».

Poi, è tornato sulla famiglia. «In una cultura del tutto provvisorio – ha proseguito il presule – l’introduzione di istituti che per natura loro consacrano la precarietà affettiva, e a loro volta contribuiscono a diffonderla, non sono un aiuto nè alla stabilità dell’amore, nè alla società stessa. La famiglia non è un aggregato di individui, o un soggetto da ridefinire a seconda delle pressioni di costume; non può essere dichiarata cosa di altri tempi. Essa affonda le proprie radici nella natura stessa dell’umano e quindi nella storia universale: vi troviamo, infatti, il vincolo dell’amore fedele tra un uomo e una donna che si scelgono, con il sigillo della comunità, grazie al quale la famiglia stabilisce un rapporto di reciprocità virtuosa, grembo della generazione dei figli, dono e ricchezza dei genitori come della società stessa».

«La famiglia – ha sostenuto il cardinale Bagnasco – nonostante le difficoltà che conosciamo, continua ad essere in Italia un punto di riferimento fondamentale, nonchè il presidio che regge il tessuto della società. Se la famiglia è solida il Paese sarà solido, se la famiglia è sostenuta con politiche efficaci, il Paese crescerà. C’è un legame inscindibile tra famiglia e società, e sottovalutare questo rapporto significa essere miopi, si mette a rischio l’oggi e il domani: veramente possiamo dire che senza famiglia non esiste futuro».

«In questo orizzonte – ha poi sostenuto – si colloca anche la domenica, giorno del Signore e della Chiesa, ma anche giorno dell’uomo, della famiglia e della società. Per le sue valenze anche antropologiche la domenica non può essere sacrificata a ragioni economiche: per questa strada non si risolve nessun problema pratico, ma si ottiene solo una società più agitata. Si perde in coesione sociale».

Il cardinale Bagnasco ha quindi ringraziato «il Pastore di questa Diocesi di Locri-Gerace, mons. Giuseppe Fiorini Morosini, per il cordiale e fraterno invito, certo che questa Convocazione porterà buoni frutti per questa Chiesa, ma anche per questa meravigliosa Regione che, nonostante ferite antiche e nuove, non cede alla rassegnazione e non rinuncia alla bontà del suo animo e alle nobili energie della sua indole. I Vescovi italiani guardano a questa terra con affetto e vicinanza».

Papà Ausonio e il piccolo Gianluca

Rilancio qui l’editoriale di SamizdatOnLine che riprende una testimonianza dell’amico Gianluca:

Papà Ausonio e il piccolo Gianluca

anteprima

La settimana scorsa il padre di un nostro associato, Gianluca Zappa, è stato ridotto in fin di vita da un gruppo di balordi che avevano fatto irruzione in casa per rapinarlo. Di seguito pubblichiamo quanto Gianluca ha scritto sull’accaduto.

Al piccolo Gianluca, quando in cielo rimbombava il tuono, papà Ausonio diceva che era il rumore degli angeli che giocano a bocce. Il piccolo Gianluca capiva immediatamente quanto di fantastico e quanto di reale c’era in quella frase, e da quel giorno non ha mai dubitato dell’esistenza degli angeli.

Al piccolo Gianluca, papà Ausonio parlava dello zio Italo, morto da piccolo per una malattia. E il piccolo Gianluca capiva che Italo era vivo, come anche tutti i “poveri morti” che stanno al cimitero. Perché papà Ausonio li sapeva vivi, li venerava vivi, in eterno, nel Paradiso.
Al piccolo Gianluca e ai suoi fratelli, papà Ausonio non ha mai parlato di Babbo Natale, ma sempre e solo di Gesù Bambino. Era lui a portare i doni, la notte di Natale. E il piccolo Gianluca non ha mai equivocato su questa festa, ha sempre saputo di chi era il compleanno, a Natale. E non è rimasto deluso più di tanto, quando ha scoperto che i regali li facevano i genitori, perché Gesù Bambino restava intatto in tutta la sua realtà, non svaniva nel nulla, come un Babbo Natale qualsiasi.
Col piccolo Gianluca, papà Ausonio ha fatto sempre il presepe a Natale, e avrebbe continuato a farlo fino al Natale scorso, con grande impegno, con grande profusione di lampadine, con grande fatica. Il piccolo Gianluca è cresciuto e fa il presepio ogni anno, con i propri figli, mettendoci lo stesso impegno, la stessa creatività, la stessa gioia.
Papà Ausonio, quando poteva, portava a messa la Domenica il piccolo Gianluca. E cantava, cantava a voce piena, con quella voce forte, intonata, mai stentata. E il piccolo Gianluca un po’ si vergognava, un po’ si divertiva, e osservava, imparava, cominciava a capire che il canto è importante, che il canto è preghiera, che in chiesa non cantano solo le vecchiette. E quanto gli sarebbe servito, questo, negli anni a venire!
Quando il piccolo Gianluca e suo fratello Marco ricevettero la Cresima, papà Ausonio compose una poesia per il santino. Diceva così: Ci hai segnati del Tuo segno/ ci hai riempito del Tuo Spirito/ perché, fatti “nuove creature”,/ le nostre vite siano “memoria”/ dell’evento dell’Alleanza che è accaduto a noi/ e “testimonianza” alle genti/ fino agli estremi confini del mondo. Il piccolo Gianluca prese sul serio quelle parole. Le trascrisse sul suo quaderno e, siccome aveva già cominciato a strimpellare la chitarra e a comporre canzoni, le musicò. Quelle parole segnavano un compito per la vita, già da allora.
Papà Ausonio era solito condurre i figli, e poi i nipotini, nella chiesa parrocchiale di Inverigo, suo paese natale. Lì ci sono le opere in ferro battuto realizzate da suo padre, che era un fabbro, e donate alla parrocchia. Il piccolo Gianluca ha capito che papà Ausonio amava la Chiesa e spendersi per essa. Lo capiva anche dalla venerazione con cui parlava dei santi sacerdoti che aveva incontrato o che conosceva, dei vescovi che erano suoi amici, dei Papi che amava. Aveva incontrato personalmente Paolo VI e Giovanni Paolo II. Era orgoglioso di festeggiare il compleanno nello stesso giorno di Benedetto XVI (il 16 aprile) e aveva scritto al Papa una lunga lettera, proprio nel giorno del suo 80° compleanno. Dal Vaticano gli avevano risposto e lui era stato molto felice di questo. Lui che non si perdeva una grande celebrazione papale in TV e che era anche capace di commuoversi. Lui che da ragazzino (lo ricordava sempre) aveva avuto l’onore di recitare la preghiera al cardinal Schuster, venuto in visita pastorale.
Ma soprattutto, papà Ausonio acconsentì a portare con sé il piccolo Gianluca a Prati di Tivo, sotto il Gran Sasso, nell’estate del 1976. Il piccolo Gianluca voleva stare a tutti i costi col suo papà, non accettava di vederlo partire un’altra volta. In quei quattro giorni fece l’incontro che gli segnò la vita. Stette con dei ragazzi di Gioventù Studentesca, più grandi di lui; camminò in montagna, cantò canzoni, fece giochi, ascoltò delle meditazioni anche difficili, pregò con loro. Quell’incontro gli fece capire che tutto quello che gli era stato detto in famiglia e al catechismo era vero, era bello, era un’altra vita. E’ allora che fu piantato un virgulto che mise radici e che lentamente si trasformò in un grande albero.
Questo e molto altro ha fatto papà Ausonio per il piccolo Gianluca. Gli ha trasmesso una fede viva, una fede che c’entra con la vita, con ogni ora, con ogni istante. Una fede aperta sulla vita eterna. E ora che il piccolo Gianluca è costretto a vedere il suo papà esanime, sfigurato, immobile su un letto del reparto rianimazione, non può non pensare che dietro tutto questo, che dentro tutto questo, che attraverso tutto questo passa la misteriosa mano della Provvidenza. Quella che papà Ausonio leggeva, meditava e insegnava nei Promessi Sposi. Quella che “la c’è”!
E il piccolo Gianluca, pur nel dolore atroce di un figlio cui hanno ammazzato il padre, pur tra le lacrime, non si dispera. Perché sa bene, ormai, che il male non ha l’ultima parola sulla vita.

Gianluca Zappa

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A proposito di quanto é successo a mio padre – La Cittadella
Ausonio, una vita eccezionale perché vera – Tracce
Ausonio Zappa, i balordi rumeni e la lettera del figlio Gianluca – Tempi

Fuori dai blog, dentro il bisogno della famiglia

Un lettera a Tracce:

15/03/2012 – Manuali e istruzioni su come crescere i figli? Un’ostetrica racconta la sua esperienza. A partire da cosa significa essere genitori con una prospettiva diversa da quella dominante…

  • Vincent Van Gogh, <em>I primi passi</em>, 1890 

A proposito di famiglia: ho letto con interesse l’articolo apparso sul sito di Tracce la scorsa settimana, riguardante i blog sulla maternità e le informazioni divulgate da libri che mostrano le difficoltà che sorgono quando arriva un figlio. Spesso una donna non “ci sta più dentro” perché un figlio sconvolge l’esistenza e costringe a mettere a tema il senso. Non solo nell’accezione di significato ma anche di direzione della vita con i desideri, i bisogni, le domande, le attese. Spesso un figlio reale è diverso dal figlio immaginato, spesso il padre o la madre reali sono diversi dai padri e dalle madri immaginati. Si è genitori di fronte alla presenza di un figlio, non di fronte ad un’ipotesi astratta.

La mentalità dominante si nutre di “madri sull’orlo di una crisi di nervi”, che sognano di cambiare i nuovi ritmi per ricondurre le ore alla misura che avevano prima di quell’evento. Un figlio dà una misura che non è più quella di prima. Spesso dopo il parto, evento di per sé carico di mistero, di sorpresa, di dispendio energetico, si vivono i giorni successivi come se si fosse in una bolla di sonno, allattamento, pannolini e fatica. Il mondo pare rallentare,i ritmi sono dominati da una creatura che domanda accoglienza e mendica accudimento. Cosa c’è di bello in tutto questo? Cosa c’è di attraente in un piccolino con le coliche, che passa il suo tempo a mangiare, digerire, evacuare e piangere? Blog e testi cavalcano l’ipotesi di madri, difficilmente si parla di padri, in preda alla fatica, deluse dalle aspettative di un figlio modello “Cicciobello”, che si adegua immediatamente alla vita degli adulti, che non disturba il rapporto di coppia, che lascia invariate le relazioni. Insomma un accessorio in più in casa per qualche mese, che poi nel tempo dà soddisfazione perché sorride, simpatizza con tutti, sta dove lo metti, passa dalle braccia di tutti senza colpo ferire e si adatterà velocemente alla tata o al nido.

Vorrei raccontare di un’altra esperienza di maternità e di paternità: di un sostegno alla famiglia, in un luogo di Milano in cui lavoro come ostetrica, dopo anni passati in ospedale. Ho scelto di lavorare sul territorio, un po’ in frontiera, perché ho raccolto la sfida educativa. Partendo proprio dall’incontro e dall’accoglienza come fondamenti di una cultura della vita, della gioia dell’attesa e della nascita di un figlio. Lo sguardo di una madre e di un padre su di sé e sul loro bambino cambia se sono guardati da una presenza amorosa che li sostenga nel grande cambiamento. Il luogo in cui lavoro è una casa aperta alle famiglie dove a tema c’è l’io di tutti, con i bisogni, i limiti, gli errori e le gioie dell’attesa, la sorpresa di ciò che gira attorno a un neonato, il sostegno per un allattamento difficile, il riposo per chi ne ha bisogno. Le madri e i padri hanno bisogno di una compagnia attiva per raccontare di sé e condividere le paure e le ansie. Capita che si venga per dormire un paio d’ore, lasciando che il bambino sia accudito da noi ostetriche o da altre mamme. Capita che ci si trovi a mangiare insieme per festeggiare un evento o che si venga a domandare aiuto per un bisogno economico.

Il nostro è il consultorio “La Famiglia” di via Arese 18, a Milano, fondato anni fa come risposta sociale a sostegno della vita dopo l’approvazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza e che ha incarnato il metodo dell’incontro vissuto nell’esperienza di Cl. Con la collaborazione creativa di un’associazione di ostetriche, è presenza attiva e testimonianza di fede all’interno del quartiere e non solo. È la fede semplice di noi che accompagniamo una famiglia sostenendo la sua identità, indipendentemente dalla matrice religiosa o culturale ma certi della nostra identità cristiana, che ci apre a chiunque ci incontri. Accade che si passi il pomeriggio a casa di una madre al ritorno dall’ospedale, che si canti con bimbi di pochi mesi, si massaggi un bambino mentre si raccolgono indumenti per i bisognosi. O che si faccia ginnastica dopo il parto giocando e ballando con i bimbi, che si scoprano i passaggi dello sviluppo neuropsicologico di un bimbo, si vada insieme in piscina con le gravide o con i piccoli di pochi mesi. Noi viviamo dentro i bisogni delle famiglie, coscienti che dietro la necessità concreta di allattare, c’è molto di più: c’è il desiderio di essere felici.

Allora, pur giocando tutte le nostre capacità professionali, ci accorgiamo che non siamo certamente noi, con le nostre indicazioni e i nostri consigli, a rispondere al bisogno di compimento di chi viene da noi. Le esigenze dei padri, delle madri e dei bambini sono per noi un’occasione di andare a fondo del nostro bisogno di compimento e felicità. Spesso siamo spettatrici di piccoli miracoli, famiglie che accolgono creature non previste, giovani adolescenti che vivono la loro maternità con serenità, giovani spose che recuperano una buona relazione con il proprio sposo, padri che ritornano ad occuparsi della famiglia dopo periodi di crisi. Forse non siamo la gente dei blog, non abbiamo scritto libri ma spero di aver testimoniato l’esistenza di uno stile famigliare che grazie alla compagnia e ad un luogo di incontro e accoglienza, può fare la differenza. In un mondo dove fa notizia solo l’esibizione della noia e della fatica, dove si vive sempre nell’ipotesi dell’apparenza e dell’illusione, dove sembra sempre che la vita, la vera vita, sia ovunque tranne che nelle ore passate con un figlio totalmente dipendente che porta con sé, per tutti, una carica dell’altro mondo.

Rosaria Redaelli

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