Chi non conosce la storia è destinato a ripeterne gli errori

Ricevo e pubblico il contributo di Domenico Bonvegna che mi pare utile per una riflessione complessiva sull’enfasi del 150° dell’Unità d’Italia,  che solo i media hanno glorificato come festa popolare, ma che ha bisogno soprattutto di essere nutrita della verità di quel che realmente è accaduto. Perché la storia è davvero preziosa, se però è custodita  nella sua verità. E “chi non conosce la storia è destinato a ripeterne gli errori” (Cantoni) per cui trovo interessante il seguente piccolo contributo, non esauriente naturalmente, per conoscere veramente la nostra storia comune: 

DOPO UN ANNO LA QUESTIONE DELL’UNITA’ D’ITALIA RESTA SEMPRE APERTA. 

 “Finisce l’anno del Centocinquantesimo. Al netto della retorica, e a tratti dell’ipocrisia, valeva la pena di festeggiarlo”(?) Il punto interrogativo è mio, Sallusti,  nel suo bilancio dell’anno, non l’ha previsto.

 Per il 150° dell’Unità d’Italia, ci sono stati quelli che lo hanno festeggiato insistendo con la solita retorica sull’epopea risorgimentale, in particolare ripetendo la noiosa beatificazione a senso unico dei cosiddetti padri della patria(Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele), in questo modo, imponendo una specie di catechismo risorgimentale” edulcorato, altri invece, in verità una minoranza, non solo si sono rifiutati di festeggiare il 150° dell’unità del Paese, ma hanno inneggiato ai vecchi Regni prima dell’unità d’Italia, creando una sorta di leggenda aurea, in particolare per il Regno delle Due Sicilie. Per la verità, questi ultimi, forse meritano maggior rispetto dopo decenni di demonizzazione di quel Regno e di palese occultamento degli avvenimenti che misero fine al Regno stesso.

 In pratica le celebrazioni spesso sono state accompagnate o da troppe glorificazioni al limite della comicità ( penso alle dichiarazioni penose e farsesche di un sindaco della riviera jonica messinese) o da troppe polemiche e criticità assoluta contro la nuova unità statuale. Nei miei interventi ho cercato di seguire il senso dello slogan che Alleanza Cattolica ha utilizzato nei tanti convegni organizzati in numerose città italiane: “Unità Si. Risorgimento No”, e credo che anche il cardinale emerito di Bologna, monsignor Giacomo Biffi, non si sia tanto discostato dallo slogan nel suo ultimo libro sul risorgimento: mi riferisco a L’Unità d’Italia. Centocinquant’anni 1861 – 2011, edito da Cantagalli, Siena (pp.86, e 8,00).

 “E’ una ricorrenza suggestiva e non può essere disattesa”, scrive monsignor Biffi a proposito del 17 marzo 1861, “è una rievocazione ricca e complessa, al servizio (almeno nelle intenzioni) di una approfondita e più adeguata comprensione dell’intera vicenda”.Come Massimo Viglione, nel suo Le Due Italie, edito da Ares, anche Biffi per affrontare il risorgimento italiano, parte dalla data del 1796,  l’anno dell’ingresso in Italia delle truppe guidate da Napoleone. Una invasione di nuovo genere. L’Italia aveva patito diverse invasioni, questa era molto diversa, inedita, non paragonabile alle precedenti. Gli eserciti francesi hanno inferto alle popolazioni italiane una miriade di tasse per contribuire alle spese di guerra. I francesi furono un esercito di ladri. Prima di allora i conquistatori, spagnoli, austriaci, mai si erano permessi di derubarci delle nostre opere d’arte. (si ripete oggi con Sarkozy, quello che avvenne allora?) Biffi insiste, i francesi erano un esercito di “ladri”, ma forieri di novità, cioè era un esercito di “missionari”. “Nascosto negli zaini di quei soldati, entrò in Italia l’annuncio di un radicale capovolgimento delle regole di convivenza sociale (…)”. In pratica, Napoleone, portò in Italia quelle “conquiste”, che avevano appena acquisito in Francia con la Rivoluzione del 1789. In particolare il “terrore” insanguinato del 1793, con il regicidio e il genocidio vandeano. Soprattutto portò quell’idea di Nazione, formulata dall’Assemblea Costituente del 1789. Scomparso Napoleone resta il modello transalpino, che affascinò una certa élite di  italiani, che pensarono di superare la pluralità degli Stati italiani. Da questo momento inizia il cosiddetto processo del Risorgimento con la guida determinante della dinastia sabauda. Il nome stesso è suggestivo e  fortunato e si può capire secondo Biffi, da quale speranza erano mossi i cosiddetti patrioti. Per loro il popolo italiano era vissuto nelle condizioni di semi schiavitù: “calpestati e derisi perché non siam popolo, perché siam divisi”. L’Italia era morta, adesso bisogna farla risorgere.

 Il cardinale è convinto che alla fine del XVIII secolo, l’Italia aveva bisogno di riforme che per certi versi il risorgimento ha in parte prodotto, però secondo Biffi, quello che non si può accettare è quella retorica divulgata che considera il risorgimento come rinascita totalizzante, un passaggio degli italiani dalle tenebre alla luce, se non proprio dalla morte alla vita. Infatti, con le celebrazioni del 150° si ama supporre che prima del 1860 “tutto è degenerazione e squallore – scrive Biffi – dopo il 1860 tutto riprende a fiorire: il termine stesso ‘risorgimento’ insinua o suppone proprio questa amplificazione che invece chiederebbe, a nostro parere, di essere attentamente verificata”.

 A questo punto il libro racconta la ricca vitalità del popolo italiano, della nostra penisola, in particolare del settecento. Il cardinale fa un elenco di conquiste in tutti i campi. Nella vita culturale e artistica, “les italiens” son presenti a Parigi; a Vienna, i “poeti cesarei”, non hanno cognomi tedeschi, ma si chiamano, Apostolo Zeno, Pietro Metastasio, il linguaggio dell’opera lirica è italiano. Inoltre “Nel secolo XVIII – scrive Biffi – si costruiscono chiese e palazzi sui modelli italiani, prima secondo gli stilemi barocchi e roccocò poi su quelli palladiani e neoclassici”. Perfino nella lontana capitale russa, San Pietroburgo, si edificano i palazzi da italiani come Francesco Rastrelli, Antonio Rinaldi. E poi la musica sinfonica, non solo quella operistica, da citare Corelli, Scarlatti, Vivaldi. Perfino Mozart viene a studiare in Italia. Nel mondo scientifico il nostro Paese annovera nomi dal prestigio universalmente riconosciuto, quali Marcello Malpighi, Morgagni, Spallanzani, Galvani, Volta: “una stagione felice, che dopo l’unità non si ripeterà più”. Pertanto secondo Biffi, proprio quando abbiamo“un governo ‘italiano’, un parlamento ‘italiano’, un esercito ‘italiano’, proprio quando siamo stati accolti nel consesso dei popoli come un soggetto autonomo e ben individuato, parrebbe che non avessimo più niente da dire a nessuno”. Così le genti italiche quando erano divise, insegnavano qualcosa a tutti, una volta raggiunta la sospirata unità e indipendenza politica, hanno solo cercato di imitare un po’ tutti(…)Comunque sia scrive il cardinale, se c’è stato un ‘risorgere’, è stato un ‘risorgere’ relativo e parziale. Anzi con l’unificazione statuale c’è stato un calo della nostra connaturale creatività.

 Al capitolo V monsignor Biffi si domanda se nel 1861c’è stata unificazione o conquista da parte piemontese. Biffi sembra optare per la seconda opzione, la così detta ‘rivoluzione italiana’ è stata un procedimento di annessione. Per Biffi il pluralismo statuale precedente, anche se andava superato, “non era un fenomeno del tutto negativo: corrispondeva a un certo genio del nostro popolo e aveva dato tra l’altro, come ammirevole risultato, il fascino impareggiabile di molte città italiane vestite a festa come si conviene alle capitali”. Non si tenne conto delle particolarità e delle ricchezze degli Stati pre-unitari, sbrigativamente si impose a tutti i territori, la legislazione, la struttura amministrativa e la burocrazia piemontese.

 Continua.

S. Teresa di Riva, 31 dicembre 2011

 Festa di S. Silvestro. 

  Domenico bonvegna

domenicobonvegna@alice.it

I nostri fratelli martiri…

Ricevo dall’amico Domenico Bonvegna questo contributo relativo alla strage dei martiri del terzo Millennio alla quale, sgomenta, non ho ancora dedicato delle parole adeguate. E solo il Papa - mi pare – si sia pronunciato in modo semplice ed efficace e personalmente potrei solo riproporre le sue parole. E mi pare davvero preziosa la proposta di Culturacattolica.it di indicare come uomo dell’anno il più noto martire del 2011 Shahbaz Bhatti. Nel frattempo è utile avere una panoramica interesssante sull’argomento:

SPAVENTOSA E IGNORATA CARNEFICINA DEI CRISTIANI NEL MONDO 

 Un cristiano ucciso ogni cinque minuti, scrive il professore sociologo Massimo Introvigne, sul mensile Il Timone. E’ uno spaventoso e ignorato massacro dei cristiani, che si ripete in particolare in questi giorni di festa. Ultimo massacro in Nigeria: oltre 110 morti un bilancio provvisorio e ufficioso. L’episodio simbolo è avvenuto nella chiesa cattolica di Santa Teresa a Madalla, nello stato confederato di Niger, a circa 45 chilometri dalla capitale federale, Abuja. Qui, la mattina del 25, un’auto bomba è esplosa al termine della messa quando i fedeli stavano uscendo dalla chiesa uccidendo almeno 35 persone e provocando oltre 50 feriti, di cui numerosi in gravi condizioni. L’attentato è stato rivendicato da Boko Haram, gruppo terroristico di matrice islamica, movimento vicino ad Al Qaida che si rifà ai Taliban afghani,che ufficialmente rivendica l’estensione a tutta la nazione della sharia, attualmente in vigore, seppure in modo blando, in 12 dei 36 stati confederati che compongonola Repubblica federale. Mentre nel nord-est del Paese, sempre il giorno di Natale, i morti sono stati quattro, da sommare alle 70 vittime dei giorni immediatamente precedenti, di cui una sessantina provocati dall’azione repressiva dell’esercito locale in risposta ad alcuni attentati rivendicati.

“I cristiani sono i più perseguitati, ma anche i meno ricordati – scrive Introvigne – Si ripete il film già visto prima del 1989. I persecutori saranno sconfitti se si comincerà a denunciare i loro crimini”(Massimo Introvigne. Cristiani: un martire ogni cinque minuti, dicembre 2011, Il Timone).

 Introvigne ricorda che grazie a lui, i media, hanno ripreso una nota del giugno scorso secondo cui ogni anno i cristiani uccisi nel mondo per la loro fede sono 105.000, uno ogni cinque minuti. Il sociologo torinese è arrivato a questa tragica conclusione basandosi sui lavori del principale centro mondiale di statistica religiosa, l’americano Center for Study of Global Christianity, diretto da David B. Barrett (1927- 2011).

 Nel 2001 Barrett e il suo collaboratore Todd M. Johnson cercarono di calcolare il numero totale dei martiri nei duemila anni di cristianesimo. Definendo prima che cosa significa martiri cristiani: “credenti in Cristo che hanno perso la loro vita prematuramente, nella situazione di testimoni, come risultato dell’ostilità umana”. I due studiosi, avvertivano che perdere la vita “nella situazione di testimoni” non implica alcun giudizio sulla santità personale del martire, ma significa che questi cristiani sono stati vittime di genocidi o di guerre con motivazioni prevalentemente religiose. Lo studio alla fine calcolava che i martiri cristiani nei primi due millenni erano stati circa settanta milioni, di cui quarantacinque milioni concentrati nel solo secolo XX”.

 Recentemente in un volume pubblicato nel 2011, The Price of Freedom Denied, dei sociologi statunitensi Brian J. Grim e Roger Finke, il numero dei martiri cristiani che perdono la vita ogni anno potrebbe essere più alto, fra i 130.000 e 170.000. Facendo un confronto tra i due lavori, secondo Introvigne si può stimare prudentemente per l’anno 2011, circa 105.000 morti. Questo significa che in un anno si hanno tra i 287 e 288 morti al giorno e 12 all’ora, cioè “uno ogni cinque minuti”. Questo è un dato che è emerso al vertice dell’OSCE (Organizzazione perla Sicurezza ela Cooperazione in Europa) organizzazione che si occupa della lotta al razzismo, alla xenofobia e all’intolleranza e alla discriminazione contro i cristiani, di cui Introvigne è rappresentante per l’Italia. E proprio in questo vertice per la prima volta a livello internazionale si è chiesto esplicitamente che i crimini di odio contro i cristiani assumano la caratteristica di categoria giuridica e di emergenza umanitaria. Questi crimini sono commessi principalmente in Africa e in Asia, ma anche in Occidente (Usa, Canada, Europa).

 In particolare il professore Introvigne per quanto riguarda l’Occidente, rileva che spesso vengono attaccate chiese e cimiteri, ma anche sacerdoti, religiosi e “predicatori di strada”; e ricordando il martirio della Serva di Dio, suor Laura Mainetti (1939-2000) uccisa da tre ragazze, Introvigne scrive che di solito la stampa attribuisce questi misfatti a “giovani balordi”, invece, spesso sono attacchi da inserire nella categoria di crimini di odio. Il professore torinese ricorda ancora due sue  proposte lanciate in questo vertice: una di creare una banca dati internazionale sui crimini contro i cristiani, per favorire la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno sia per una maggiore collaborazione tra le polizie. L’altra proposta, che ha incontrato consensi ma anche resistenze, quella di istituire una giornata europea che ricordi ogni anno i martiri cristiani dell’epoca contemporanea, da celebrare non tanto nelle chiese, ma nelle scuole e nelle città, da celebrare il 7 maggio in ricordo della commovente celebrazione ecumenica nel Colosseo dedicata il 7 maggio 2000 dal beato Giovanni Paolo II (1920-2005) a questi martiri.

 Infine Introvigne individua la necessità di diffondere tra la l’opinione pubblica internazionale la consapevolezza di una doppia emergenza:1) La denuncia dei persecutori salverà molti innocenti. Certo degli omicidi, delle torture o degli stupri non sono responsabili i Paesi occidentali, ma essi possono fare di più coordinandosi fra loro per esercitare pressioni efficaci sui governi che perseguitano le minoranze cristiane. A questo proposito, dimostrando concretezza, bene ha fatto La Padania, il quotidiano della Lega Nord, di invitare a boicottare i Paesi che perseguitano i cristiani. 2) E’ l’emergenza dell’intolleranza e discriminazione contro i cristiani in Occidente. Consapevole che non siamo ai livelli di Africa e Asia, certamente in Occidente esiste un tentativo laicista di emarginare il Cristianesimo dalla vita sociale con campagne ridicolizzanti e ostili nei confronti della Chiesa. Come spiega bene il Papa Benedetto XVI, “si comincia con il ridicolo e la discriminazione e si arriva ai veri e propri crimini. Il processo ha tre stadi: dall’intolleranza, che è un fatto culturale, si passa alla discriminazione, che è un dato giuridico e quindi alla vera e propria violenza”. Per i sociologi americani Grim e Finke, l’intolleranza e la discriminazione preparano la violenza, è quasi una legge sociale.

  S. Teresa di Riva, 26 dicembre 2011

 Festa di S. Stefano primo martire.                                                                      

  DOMENICO BONVEGNA

   domenicobonvegna@alice.it

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