Dopo i «cristiani da salotto», i «cristiani chiacchieroni» …

Ricevo ora da Gianni Mereghetti questa contributo che non so se sia già in rete (lo cercherò per aggiungere il link, se c’è) e lo condivido con i miei lettori perché mi pare prezioso!

 

Buone maniere e cattive abitudini

Dopo i «cristiani da salotto», sono  i «cristiani chiacchieroni» l’oggetto del nuovo richiamo di Papa Francesco nei confronti di quanti hanno smarrito il senso della loro appartenenza alla Chiesa, al popolo di Dio.  

Questa mattina, sabato 18 maggio, durante la celebrazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae,  Papa Bergoglio  ha sottolineato le «cattive abitudini» che si contrappongono alle «buone maniere» di cui fan mostra tanti cristiani. E tra le cattive abitudini c’è proprio quella di «spellarsi» l’un l’altro con le parole, con la disinformazione e con la 

calunnia.  «Le chiacchiere — ha affermato — sono distruttive nella Chiesa». E sì che  Gesù parlava tanto con Pietro e con tutti gli altri, così come gli apostoli parlavano tra loro e con gli altri; ma era «un dialogo d’amore».

 

Gesù, ha ricordato il Pontefice all’omelia, aveva chiesto più volte a Pietro «se gli voleva bene, se lo amava, più degli altri. Pietro aveva detto di sì e il Signore gli ha dato la missione: Pascola il mio gregge». Questo è stato  «proprio un dialogo d’amore». Ma a un certo punto, ha spiegato il Santo Padre,  Pietro ha avuto la tentazione di immischiarsi nella vita di un altro, Giuda. E dopo aver saputo che avrebbe tradito, ha chiesto a Gesù perchè gli permettesse di seguirlo ancora. «Gesù, un’altra volta, deve rimproverarlo: A te che importa? È forte questa parola: A te che importa? Non ti immischiare nella vita dell’altro. A te che importa se io voglio questo?» ha ribadito il Pontefice riferendosi al brano evangelico di Giovanni (21, 20-25).

Pietro, ha spiegato il vescovo di Roma,  è un uomo e dunque anche lui subisce  la tentazione di immischiarsi nella vita degli altri,  cioè, «come si dice volgarmente, di fare il ficcanaso».    Anche nella nostra vita cristiana succede questo: «quante volte — si è domandato Papa Francesco  — siamo tentati di fare questo? Il dialogo, quel dialogo con Gesù, è deviato su altro binario. E questo mischiarsi nella vita degli altri ha tante modalità». Il Pontefice ne ha sottolineate due: il paragonarsi  sempre agli altri  e le chiacchiere.

Il paragone, ha puntualizzato, è il chiedersi sempre:  «Perché questo a me e non a questo? Dio non è giusto!». Per rendere più chiaro il concetto, ha portato a esempio  santa Teresina, la quale «quando era bambina, ha avuto la curiosità di capire perché Gesù sembrasse non giusto: a uno gli dava tanto e all’altro tanto poco. Era bambina e ha fatto la domanda alla sua sorella più grande e lei — saggia questa sorella! — ha preso un ditale e un bicchiere. Li ha riempiti di acqua, tutti e due, e poi gli ha fatto la domanda: Dimmi Teresina, quale di questi due è più pieno?. Ma tutti e due sono pieni! E così è Gesù con noi: non interessa se tu sei grande, sei piccolo. Interessa se tu sei pieno dell’amore di Gesù e della grazia di Gesù! Gesù con noi fa così».

Quando invece  si fanno paragoni, «si finisce nell’amarezza e nell’invidia. Cosa che il diavolo vuole. Si comincia lodando Gesù e poi, per questa strada della comparazione, finiamo nella amarezza e anche nell’invidia». Ma l’invidia «arrugginisce la comunità cristiana» e  «fa tanto male, tanto male alla comunità cristiana».

 La seconda modalità a cui si è riferito il Santo Padre  è costituita dalle chiacchiere. Si comincia con un fare  tanto educato: «Ma, io non voglio parlare male di nessuno ma mi sembra che…» e poi si finisce «spellando il prossimo. È proprio così! Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». E la chiacchiera «è proprio spellarsi, farsi male uno all’altro», come se si volesse sminuire  l’altro per farsi grande.  Per il Papa questo «non va! Sembra bello chiacchierare… Non so perché, ma sembra bello. Come le caramelle di miele, no? Tu ne prendi una  e dici: Ah che bello!  E poi un’altra, un’altra, un’altra e alla fine ti viene il mal di pancia». La chiacchiera è così: «è dolce all’inizio e poi ti rovina, ti rovina l’anima! Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa, sono distruttive. È un po’ lo spirito di Caino: ammazzare il fratello, con la lingua». E lo si fa «con maniere buone. Ma su questa strada diventiamo cristiani di buone maniere e di cattive abitudini! Cristiani educati, ma cattivi».

Quindi il Santo Padre ha elencato altri tre comportamenti negativi. Anzitutto la  disinformazione, quando cioè  diciamo «soltanto la metà che ci conviene e non l’altra metà; l’altra metà non la diciamo perché non è conveniente per noi». Poi la diffamazione: allorché  «una persona davvero ha un difetto, ne ha fatta una grossa», bisogna raccontarla, «fare il giornalista, no?  E la fama di questa persona è rovinata»! E la terza è la calunnia: «dire cose che non sono vere. Quello è proprio ammazzare il fratello!».

Disinformazione, diffamazione e calunnia  «sono peccato! Questo è peccato! Questo è dare uno schiaffo a Gesù» attraverso i suoi figli, i suoi fratelli. E «il Signore sa questo, perché ci conosce come siamo»;  per questo  «dice a Pietro: A te che importa? Tu segui me! Proprio segnala la strada: non guardare di qua né di là». Il paragone con gli altri  «non ti farà bene, ma ti porterà l’invidia e l’amarezza. Segui me! Le chiacchiere non ti faranno bene, perché ti porteranno proprio a questo spirito di distruzione nella Chiesa. Segui me! È bella questa parola di Gesù, è tanto chiara, è tanto amorosa per noi». È come se ci dicesse: non fantasticate «pensando che la salvezza è nella comparazione con gli altri o nelle chiacchiere. La salvezza è andare dietro di me. Seguire Gesù! Chiediamo oggi al Signore Gesù che ci dia questa grazia di non immischiarci mai nella vita degli altri, di non diventare cristiani di buone maniere e cattive abitudini».

Con il Papa ha concelebrato, tra gli altri, il vescovo Enrico Dal Covolo, il quale ha accompagnato il personale della Pontificia Università Lateranense.

 Grazie Gianni!

La più completa rivoluzione che mai sia stata predicata

Ho ritrovato, dopo anni, un libretto intitolato “Semi di contemplazione” di T. Merton e l’ho ripreso (naturalmente l’edizione del 1991, cioè quella vecchia) con curiosità totalmente immemore dei contenuti sicuramente letti e sottolineati una ventina d’anni fa.

E’ davvero molto interessante e chiarificatore, soprattutto per quanto riguarda l’essenza della fede, sul suo reale significato, come risposta alla sete dell’uomo che capisce che il problema non è “avere ragione”, ma  capire “come si fa a vivere”, come si può essere totalmente  e liberamente se stessi.

Sono appena a pag 113 e mi sono accorta che era troppo interessante quanto ho letto perciò voglio farvene partecipi.

“La tradizione cattolica  è una tradizione perché vi è una sola dottrina vivente nella cristianità: tutta la verità cristiana è stata pienamente rivelata; non è stata però pienamente compresa, né interamente vissuta. La vita della Chiesa è la verità di Dio stesso, che si riversa nella Chiesa dal Suo Spirito, e non può esservi altra verità che la soppianti e la sostituisca.

Tutto ciò che potremmo sostituire ad una vita così intensa sarebbe una vita inferiore, una specie di morte. La costante tendenza umana ad allontanarsi da Dio e da questa tradizione vivente può essere ostacolata soltanto da un ritorno alla tradizione e da un rinnovarsi di quell’unica vita senza mutamento che era infusa nella Chiesa ai suoi inizi.

Pure questa tradizione deve essere sempre una rivoluzione perché, per sua stessa natura, essa nega i valori e gli ideali cui la passione umana è così potentemente abbarbicata. A coloro che amano denaro, reputazione, piacere e potenza questa tradizione dice: “Sii povero, scendi nell’ultimo strato della società, prendi l’ultimo posto tra gli uomini, vivi con coloro che sono disprezzati, ama il prossimo e servilo invece di farti servire. Non opporre resistenza quando ti spingono da parte, ma prega per coloro che ti fanno del male. Non cercare il piacere ma allontanati da ciò che soddisfa la tua mente e i tuoi sensi e cerca Dio nella fame, nella sete e nelle tenebre, nei deserti dello spirito dove sembra pazzia viaggiare. Porta il carico della croce di Cristo, che è l’umiltà e la povertà e l’obbedienza e la rinuncia di Cristo, e troverai pace per la tua anima”.

Questa è la più completa rivoluzione che mai sia stata predicata: infatti è la sola, vera rivoluzione, perché tutte le altre richiedono lo sterminio altrui, mentre questa soltanto significa morte per quell’uomo che (…) tu sei stato indotto a credere il tuo vero io”. [il grassetto è mio]

Ho voluto rendervi partecipi di questa lettura perché mi pare che in modo sorprendente dolce, tenero affettuoso, ma deciso il nostro papa Francesco, con le sue omelie quotidiane nella Cappella di Santa Marta, ci stia riconsegnando questa tradizione cattolica che è facilissimo dimenticare, immersi come siamo in un mondo in cui tutto invita all’istintività e alla prepotenza.

Papa Francesco a Bonaria

Papa Francesco a Bonaria

Già dall’anno 1335 la comunità fondata dal mercedario fra Carlo Catalano aveva preso in consegna il tempio sul colle di Bonaria che divenne da allora sede della famiglia mercedaria a Cagliari.
I religiosi, quindi, cominciarono ad occuparsi anche del decoro di questa casa di Dio. Il loro impegno fu talmente grande, da spingere molti a salire sulla collina, non solo per pregare la Vergine, ma per chiedere aiuti, consigli e lumi ai religiosi, specialmente a fra Carlo.
Un giorno venne a far visita a fra Carlo un gruppo di genovesi, per ascoltarlo e raccomandarsi alle sue preghiere. Ad uno di essi, che gli chiedeva aiuti particolari, per risolvere alcuni suoi problemi importanti, il pio religioso rispose, parlando di una misteriosa Signora che presto sarebbe venuta ad insediarsi sul colle di Bonaria. Inizialmente le parole di fra Carlo sembravano sibilline, oscure. In seguito esse apparvero ben chiare, quando una misteriosa cassa approdò sulla spiaggia antistante Bonaria. Ciò accadde il 25 marzo 1370. Le parole di fra Carlo ebbero compimento proprio quel giorno. Il contenuto della misteriosa cassa era l’oggetto della sua profezia: un meraviglioso Simulacro di Madonna col Bambino tra le braccia.

L’arrivo della misteriosa cassa.

Una nave, proveniente probabilmente dalla Spagna, si dirigeva verso l’Italia quando, all’improvviso, fu colta da una terribile tempesta, che mise a repentaglio la vita dell’equipaggio e dei passeggeri. Pur essendo esperti di navigazione, nessuno dei marinai riuscì a portare l’imbarcazione al sicuro. Il capitano, in un ultimo tentativo di salvare almeno gli uomini, ordinò di gettare in mare tutto il carico della nave. Così fu fatto ma senza risultato alcuno. C’era anche una grande cassa, di cui s’ignorava il padrone e il contenuto. Fu gettata per ultima. All’improvviso, quasi per incanto, la tempesta cessò. Si cercò di riprendere la rotta prestabilita ma la nave, quasi costretta da forze misteriose, seguì la cassa che, dopo qualche tempo, si arenò sulla spiaggia, ai piedi della collina di Bonaria.

La Grande Signora venuta dal mare.

Molta folla, comprese le autorità religiose e civili, accorsero sulla spiaggia per rendersi conto dell’accaduto. Tutti contemplavano la cassa chiedendosi quale misterioso segreto racchiudesse. Si cercò di aprirla, ma nessuno ci riuscì. Si cercò di sollevarla, ma ogni tentativo fu vano. La cassa era troppo pesante. All’improvviso una voce di bimbo, – un fantolino in braccio a sua madre – gridò: Chiamate i frati della Mercede! Questi arrivarono in fretta e, senza difficoltà alcuna, sollevarono la pesante cassa e la trasportarono nella loro chiesa. Cosa mai poteva contenere questa cassa misteriosa e perché soltanto i religiosi avevano potuto sollevarla e trasportarla in quel luogo sacro?
In un’atmosfera di silenzio e di pietà, i religiosi aprirono la cassa e restarono, assieme a tutti i presenti, sbalorditi nel vederne il contenuto. In quella cassa vi era una meravigliosa statua della Madonna con il Bambino in braccio e, nella mano destra una candela accesa. La profezia di fra Carlo si era avverata. Maria, la gran donna, venuta dal mare, aveva scelto la sua casa, sulla collina di Bonaria.

Il Simulacro della Vergine.

Nessuno ha mai saputo donde venisse e dove fosse destinato il meraviglioso Simulacro racchiuso in quella cassa misteriosa. Sappiamo solo che il suo arrivo a Bonaria fu una precisa volontà della Madre di Dio. Da quel fatidico 25 marzo 1370, la piccola chiesa di Don Alfonso è diventata la casa di Maria, il Santuario di Cagliari e della Sardegna, destinato a diventare il maggior centro di devozione alla Vergine di tutta l’Isola ed uno dei più importanti d’Italia. Il Simulacro della Vergine e del Bambino, è stato ricavato da un unico pezzo di legno di carrubo, misura un metro e 56 centimetri di altezza.
“Ha il capo scoperto con la lunga chioma, senza inviluppi, sparsa maestosamente sugli omeri. L’angelico sembiante è di color naturale tendente al bruno, di esatte proporzioni, maestosa ad un tempo ed amorevole. Dal collo fino ai piedi veste un’ampia e lunga tunica cremisi, da cui spunta appena il piede destro, bellamente dipinta, quasi broccatelle d’oro, e strette ai fianchi da una elegante e ricamata cintura.
La copre un gran manto azzurro con i risalti di squisito lavorio a fiori dorati che, affibbiato al petto, ripiegasi dal braccio destro sotto il sinistro con molta grazia. Sporge dal manto la mano destra col braccio alquanto disteso; ed il pollice è ravvicinato alle altre dita riunite quasi in atto di sostenere una candela. Colla sinistra sostiene il Bambino di pari bellezza e nudo, il quale ha i capelli alquanto ricciuti e discriminati sulla fronte, porta nella sinistra un globo, e colla destra è in atto di benedire”

(Da Facebook - https://www.facebook.com/vocazioni.mercedarie )

Il Papa incontra i Movimenti

Sabato e Domenica prossime oltre 120 mila persone sono attese in piazza San Pietro per la Giornata dei movimenti, delle nuove comunità, delle associazioni e aggregazioni laicali. “Io credo, aumenta in noi la fede” è il titolo dell’iniziativa che nasce nell’ambito dell’Anno della Fede e su proposta del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. Momenti culminanti la Veglia di Pentecoste, il Sabato, e il giorno successivo la Messa, presiedute da Papa Francesco.

A partecipare all’evento anche Comunione e Liberazione. Con quali sentimenti i membri del movimento si stanno preparando all’incontro? Debora Donnini lo ha chiesto a don Julian Carron, presidente della “Fraternità di Comunione e Liberazione”: 
R. – Ci stiamo preparando attraverso il desiderio di andare dal Papa per essere sostenuti nella fede in questo anno in cui il tema è proprio la fede.
D. – Nel ’98, c’era stato un momento molto importante, sempre nella Pentecoste, di incontro dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali con Giovanni Paolo II. Ci può essere in qualche modo un legame, un filo conduttore fra questi due momenti?
R. – A me sembra di sì. Nella diversità della loro natura, in fondo, si tratta di un incontro dei movimenti e delle realtà ecclesiali con il Papa. Quest’anno ha la peculiarità di essere nell’Anno della Fede, che è come aggiungere una consapevolezza più acuta di cosa voglia dire per la fede cattolica il legame con Pietro.
D. – Nella Pentecoste il grande “protagonista” è lo Spirito Santo. C’è, quindi, un legame molto forte tra lo Spirito Santo, i movimenti e le nuove realtà ecclesiali?
R. – Assolutamente sì, perché i movimenti e le realtà ecclesiali sono frutto della potenza dello Spirito. Il carisma è un dono dello Spirito Santo, dato alla Chiesa per il suo rinnovamento costante. Andiamo anche a chiedere allo Spirito Santo che le nostre vite possano essere rigenerate dalla nostra costante caduta umana, normale. Per questo, come in una sorta di pellegrinaggio, andiamo a chiedere questa grazia allo Spirito Santo, insieme a tutte le altre realtà ecclesiali, con il Papa.
D. – Oggi il Papa nella Messa a Santa Marta ha detto che è importante che ci siano cristiani con zelo apostolico, non “cristiani da salotto”, senza il coraggio di dare fastidio alle cose troppe tranquille. Questo per Comunione e Liberazione cosa significa, anche in vista di questo incontro, della Pentecoste, dello Spirito Santo?
R. – Questo significa prima di tutto lasciarci rinnovare dalla potenza dello Spirito, perché noi possiamo portare questa diversità, possiamo veramente disturbare o perturbare l’ambiente in cui siamo, nella misura in cui ci siamo lasciati perturbare dalla potenza di Dio. Per poter rispondere a questo appello di Papa Francesco, dobbiamo noi essere diversi, perché questa creatura nuova, che Cristo è venuto a generare, possa mettere nella realtà questa diversità.

Veni sancte Spiritus, Veni per Mariam

Veni Sancte Spiritus, perché Spiritus est Dominus, Spiritus est Deus (Dio è Spirito, lo Spirito è Dio).

Lo Spirito è Dio, a cui apparteniamo.

Perché lo Spirito è autocoscienza; e se questa è in noi bene applicata fa capire: l’uomo capisce che appartiene, che è appartenenza a un Altro.

È l’appartenenza a una Presenza, a una Presenza, anche qui, misteriosa (misteriosa perché non è nostra, questa Presenza, in un certo senso non lo è; perché se è da un’altra fonte, non è della nostra fonte).

«Vieni Santo Spirito» in ogni mia azione, «Vieni Santo Spirito» in ogni mio momento.

Veni per Mariam, e questo è proprio…

la Madonna è proprio il tocco più potentemente umano e persuasivo che Dio abbia fatto verso il Suo agire sull’uomo.

( Dall’intervento conclusivo di Luigi Giussani agli Esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e liberazione Rimini, 20 maggio 2001)

“sacrificare la vita per l’opera di un Altro fa diventare carica di valore la vita”

Da “Dal temperamento un metodo” di Luigi Giussani:
(…)
Don Gius, anch ‘io insegno alle medie e volevo chiedere: che cosa sottolineerebbe di più nell’esperienza cristiana di ragazzini dagli
undici ai quattordici anni?
Sottolineerei di più il fatto dell’affezione: un’affezione tra tutti loro – tra tutti loro -, Dal temperamento un metodoche può venire soltanto dal seguire una certa persona. Se venite con me, vi volete bene tra voi e volete bene a voi stessi, e avete affezione a voi stessi e alle cose. Vale a dire, quanto più son piccoli tanto più l’obbedienza risulta la linea della virtù: perché l’obbedienza è seguire qualcosa d’altro che rivela e attua noi stessi. Infatti, sacrificare la vita per l’opera di un Altro fa diventare carica di valore la vita. Se non sacrificassi la vita per l’opera di un Altro, la tua vita sarebbe comoda, ma senza valore, cioè perderesti la vita.
Però la cosa più importante è questa: è chiaro che la verità non è «noi stessi».
Noi non siamo la verità, perciò la verità è qualcosa d’altro.
Se è qualcosa d’altro, bisogna stender la mano e mendicarlo: è da domandare.
La prova che noi siamo cattivi non è se sbagliamo, se siamo incoerenti: è il fatto che non chiediamo.
Essendo una cosa così semplice, non chiediamo. Ci ribelliamo al chiedere, resistiamo al chiedere, mentre è la cosa più semplice.
Comunque, il capitolo undicesimo di Luca dal versetto 1 al versetto 13 e poi Luca 18, 1-8 sono i due brani che più risultano consolanti per l’uomo in cammino.
Con quella frase finale terribile: «II Figlio dell’uomo quando tornerà troverà la fede sulla terra?».
«Troverà la fede sulla terra?» Troverà gente che domanda?
Noi siamo in trenta, perché siamo già tre scuole, e un’altra insegnante ci ha chiesto se può venire coi suoi due o tre ragazzi a fare il raggio con noi. È giusto dirle di partecipare oppure, per il numero, rischia di diventare meno intenso il lavoro per le singole scuole ?
Lasciala venir lì, sono due o tre!
Però non sarebbe giusto far così, perché è lei che deve fare con quei due o tre. Se vuol bene a loro, non li può prendere sotto braccio? Non può far così? Allo stesso modo può parlar loro del Signore; cerchino insieme il Signore. Perché non lo può fare? Perché deve andare da altri? È artificioso, però se insiste…
Infatti l’anno scorso, don Giorgio aveva suggerito ogni tanto di fare da soli, perché altrimenti i ragazzi, trovandosi in tanti, rischiano di sentirsi meno responsabili nel loro luogo.
Io non direi «ogni tanto»: sempre! La natura della Scuola di Comunità è una compagnia di persone che vivono nello stesso luogo cercando il Signore. Se son tre, sian tre; se son due, sian due. Ma allora un uomo e una donna che si sposano sono fuori gioco?
Si sposano per far così; gli è che nessuno fa così, ma, se si sposano, dovrebbero sposarsi per far così!
A Medicina hanno deciso di dividere le Scuole di Comunità in quattro gruppi a seconda dei poli. Io, come posto di lavoro, sono
vicinissima al Policlinico e quindi pensavo che fosse meglio per me andare lì, anche perché quelli che vanno al Policlinico sono proprio quelli che sono al quarto o quinto anno…
Con chi hai rapporti tu?
Con questi qui.
Eh, vai con loro! L’ambiente per te qual è? Quello lì. Sta’ lì! 

“La verità non entra in una enciclopedia. La verità è un incontro…”

Dalla Radio Vaticana:

Il Papa: i cristiani costruiscano ponti non muri, la verità è un incontro

2013-05-08 Radio Vaticana
L’evangelizzazione non è fare proselitismo. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa alla Casa Santa Marta. Il Papa ha ribadito che il cristiano che vuole annunciare il Vangelo deve dialogare con tutti, sapendo che nessuno possiede la verità, perché la verità si riceve dall’incontro con Gesù. Alla Messa, concelebrata dal cardinale Francesco Coccopalmerio e mons. Oscar Rizzato, hanno preso parte un gruppo di dipendenti dei Servizi generali del Governatorato, della Cancelleria del Tribunale dello Stato Vaticano e della Floreria. Il servizio di Alessandro Gisotti: 
I cristiani di oggi siano come Paolo che, parlando ai greci nell’Areopago, costruì ponti per annunziare il Vangelo senza condannare nessuno. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco che ha messo l’accento sull’atteggiamento “coraggioso” di Paolo che “si avvicina di più al cuore” di chi ascolta, “cerca il dialogo”. Per questo, ha osservato, l’Apostolo delle Genti fu davvero un “pontefice, costruttore di ponti” e non “costruttore di muri”. Questo, ha aggiunto, ci fa pensare all’atteggiamento che sempre deve avere un cristiano:
“Un cristiano deve annunziare Gesù Cristo in una maniera che Gesù Cristo venga accettato, ricevuto, non rifiutato. E Paolo sa che lui deve seminare questo messaggio evangelico. Lui sa che l’annunzio di Gesù Cristo non è facile, ma che non dipende da lui: lui deve fare tutto il possibile, ma l’annunzio di Gesù Cristo, l’annunzio della verità, dipende dalla Spirito Santo. Gesù ci dice nel Vangelo di oggi: ‘Quando verrà Lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità’. Paolo non dice agli ateniesi: ‘Questa è la enciclopedia della verità. Studiate questo e avrete la verità, la verità!’. No! La verità non entra in una enciclopedia. La verità è un incontro; è un incontro con la Somma verità: Gesù, la grande verità. Nessuno è padrone della verità. La verità si riceve nell’incontro”.
Ma perché Paolo ha agito così? Innanzitutto, ha affermato il Papa, perché “questo è il modo” di Gesù che “ha parlato con tutti” con i peccatori, i pubblicani, i dottori della legge. Paolo, dunque, “segue l’atteggiamento di Gesù”:
“Il cristiano che vuol portare il Vangelo deve andare per questa strada: sentire tutti! Ma adesso è un buon tempo nella vita della Chiesa: questi ultimi 50 anni, 60 anni sono un bel tempo, perché io ricordo quando bambino si sentiva nelle famiglie cattoliche, nella mia: ‘No, a casa loro non possiamo andare, perché non sono sposati per la Chiesa, eh!’. Era come una esclusione. No, non potevi andare! O perché sono socialisti o atei, non possiamo andare. Adesso – grazie a Dio – no, non si dice quello, no? Non si dice quello no? Non si dice! C’era come una difesa della fede, ma con i muri: il Signore ha fatto dei ponti. Primo: Paolo ha questo atteggiamento, perché è stato l’atteggiamento di Gesù. Secondo: Paolo è consapevole che lui deve evangelizzare, non fare proseliti”.
La Chiesa, è stata la sua riflessione citando Benedetto XVI, “non cresce nel proselitismo”, ma “cresce per attrazione, per la testimonianza, per la predicazione”. E Paolo aveva proprio questo atteggiamento: annuncia non fa proselitismo. E riesce ad agire così perché “non dubitava del suo Signore”. “I cristiani che hanno paura di fare ponti e preferiscono costruire muri – ha avvertito – sono cristiani non sicuri della propria fede, non sicuri di Gesù Cristo”. I cristiani invece, è stata la sua esortazione, facciano come Paolo e inizino “a costruire ponti e ad andare avanti”:
“Paolo ci insegna questo cammino di evangelizzare, perché lo ha fatto Gesù, perché è ben consapevole che l’evangelizzazione non è fare proselitismo: è perché è sicuro di Gesù Cristo e non ha bisogno di giustificarsi e di cercare ragioni per giustificarsi. Quando la Chiesa perde questo coraggio apostolico diventa una Chiesa ferma, una Chiesa ordinata, bella, tutto bello, ma senza fecondità, perché ha perso il coraggio di andare alle periferie, qui dove sono tante persone vittime dell’idolatria, della mondanità, del pensiero debole… tante cose. Chiediamo oggi a San Paolo che ci dia questo coraggio apostolico, questo fervore spirituale, di essere sicuri. ‘Ma, Padre, noi possiamo sbagliarci’…. ‘Avanti, se ti sbagli, ti alzi e avanti: quello è il cammino’. Quelli che non camminano per non sbagliarsi, fanno uno sbaglio più grave. Così sia”.

Vivere in modo “divaricante e divaricato”

… tante volte – dice don Giussani – il «nostro impegno di vita su problemi sociali, culturali e politici» è vissuto «in modo divaricante e divaricato rispetto ad una esperienza cristiana viva, autentica.
Mentre l’impegno nei problemi sociali, culturali e politici dovrebbe essere l’espressione di questa esperienza appassionata di vita. È molto facile invece che questo impegno generi un clima che logora l’attenzione a quella esperienza e si affermi in contrasto con essa, quasi emarginandola, quasi soffocandola.
Oppure spesso chi desidera vivere un’esperienza di vita cristiana autentica afferma questa volontà [...] in contraddizione con l’impegno di quei problemi.

L’un caso e l’altro sono la doppia faccia di uno stesso grave errore».

Attivismo o intimismo: a dominare non è più l’Avvenimento che si impone e cambia la percezione di noi stessi, generando uno sguardo nuovo e una passione nuova verso tutto.
Vediamo come Giussani ha instancabilmente smascherato la tentazione di ridurre la natura del cristianesimo: «L’analisi del disagio della
situazione in cui versiamo [storicamente era il 1976, ma è anche il 2013, il nostro “oggi”] che voglio compiere è puramente metodologica e non recriminatoria, è un aspetto del giudizio che ci fa ripartire».

Siamo sempre esposti a questa riduzione, perciò don Giussani ha continuamente giudicato, corretto, richiamato; implacabilmente, senza tregua.
(pag.31)

“… se io non lo servo, la Sua gloria è minore”

La separazione del cielo dalla terra è il delitto che ha reso il senso religioso o,  meglio, il sentimento religioso, vago, astratto, come una nube che corre nel cielo e  presto si svaga, si fiacca e scompare, mentre la terra resta dominata – volenti o nolenti – ultimamente come fu con Adamo ed Eva, dall’orgoglio, dall’imposizione di sé, dalla  violenza. Il rabbino di Roma, Elio Toaff, ha scritto in un libro recente: “L’epoca  messianica è proprio il contrario di quello che vuole il cristianesimo: noi [ebrei]  vogliamo riportare Dio in terra, e non l’uomo in cielo. Noi non diamo il regno dei cieli  agli uomini, ma vogliamo che Dio torni a regnare in terra”.

Quando l’ho letto sono saltato sulla sedia!

Questa è esattamente la caratteristica del carisma con cui abbiamo  percepito e sentito il cristianesimo, perché il cristianesimo è “Dio in terra” e la nostra  opera, tutta la nostra vita, ha come scopo la gloria di Cristo, la gloria dell’uomo Cristo,  dell’uomo-Dio Cristo.
La gloria di Cristo è una cosa temporale, del tempo, dello  spazio, della storia, nella storia, al di qua dell’ultimo limite, perché al di là ci pensa solo  Lui a farsi gloria: coincide con l’eterno di là, ma di qua, se io non lo servo, la Sua gloria  è minore.

LUIGI GIUSSANI – IL RISCHIO EDUCATIVO

Perdoni l’ingenuità della domanda: che cos’è Cl per don Giussani?

E’ un’amicizia (l’ex rettore dell’Università di Monaco e fondatore dell’Università di Eichstatt, il professore Nikolaus Lobkowicz, ha scritto che incontrando Cl ha scoperto l’amicizia come “virtù”) che assicuri uno sforzo comune di collaborazione nella riflessione sulla fede e nel tentativo di rendere espressione comune la volontà di testimoniare Cristo come ispiratore di pace e di aiuto vicendevole.
E nella lettera che mi ha inviato per il ventennale della Fraternità di Cl, Giovanni Paolo II ha scritto che «il movimento ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale» dell’uomo di oggi. E ha aggiunto: «La strada è Cristo… Comunione e Liberazione, più che ad offrire cose nuove, mira a far riscoprire la Tradizione e la storia della Chiesa, per riesprimerla in modi capaci di parlare e di interpellare gli uomini del nostro tempo». Esistiamo solo per questo.

( INTERVISTA A DON GIUSSANI, Dino Boffo Avvenire 13/10/2002)
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