È Dio che ti fa l’occhiolino…

“Quando sei al massimo dell’esasperazione nel disprezzo di te e nel rifiuto della vita, dici, accusandoti: “Io sono un verme strisciante”; e chi trovi al tuo livello? Al tuo basso livello? Ci trovi Dio, Gesù Cristo, volontariamente sceso al tuo livello. I piedi arrivano fino a terra, fino alla superficie della terra, e li’ c’è Dio, curvo a lavarteli e baciarli (…)Ogni volta che il quotidiano ti scandalizza,  che il normale, la gioia o il dolore, le cose, la materialità della tua situazione ti scandalizza, segna quel momento come un comparire di Dio che ti fa l’occhiolino, di questo Amico che ti fa segno:” Guarda mi, sono qui, dove è che stai con il naso? Sei un po’ strabico? Riconosciamo, sono qui”. È qui, nelle cose; è qui, nei fatti”. (Vita di don Giussani, pag. 432)

La scelta cristiana

Un episodio della vita di don Giussani che avevo dimenticato e che ho ritrovatoVita di Don Giussani nella sua biografia recentemente pubblicata.

In un dialogo con don Zeno Saltini questi gli dice: “Supponete che ci sia una corriera che costeggi un canale; a un certo punto si vede una persona che cade nel canale. La corriera si ferma e tutti a dire: “Maledetto governo che non ha messo il parapetto, che non ha messo qui la polizia, occorre cambiare le strutture del governo!”. Uno, senza dir così, si butta in acqua ed è là sotto che cerca di  afferrare il corpo di quel poveretto lì. Chi è più col popolo? Quel che è sotto o quelli che parlano sulla riva?”. Giussani commenta che quella compiuta da chi si getta in acqua “è  la scelta cristiana” (pag. 422)

P. Aldo: ” É ora di finirla di prenderci per i fondelli”

Cari amici,

Mentre l’Uruguay ha legalizzato la coltivazione e lo spaccio della marijuana, il Collegio dei Salesiani di Asunción, “Salesianito” esige l’esame tossicologico per iscrivere le matricole delle superiori. Si é scatenata una polemica dell’altro mondo. Tutti a gridare contro l’Uruguary e ad applaudire le misure dei Salesiani di Asunción. Misure nate dal fatto che in questi ultimi anni, in questo mio caro paese, la maggioranza dei ragazzi “vivono” di marijuana. É il paese dove questa droga é della qualitá migliore ed é coltivata come il frumento, il grano etc… ovviamente tutto é proibito per legge.

Mi hanno chiesto un giudizio sulla decisione dei salesiani. Ho risposto “Amici, perché nella nostra scuola quando c’era P.Paolino non c’era un ragazzo che fumava né sigarette né marijuana? Mentre giá dopo poche settimane che non l’hanno piú visto, non solo sono spariti dalla parrocchia ma hanno dato uno scossone alla scuola fumando marijuana?”.

La risposta é drammatica e non sono gli esami tossicologici a frenarne il consumo, ma solo l’incontro con qualcosa che viene prima, come ci ha insegnato Giussani. Il direttore della scuola Padre Angelo Cadore ha detto che si tratta di un esame preventivo.
Preventivo di che, mi chiedo io? S.Giovanni Bosco quando parlava del metodo preventivo, parlava dell’offerta di sé come proposta affascinante di vita, che non solo impediva ai ragazzi di cadere nel vizio, ma suscitava in loro un desiderio di pienezza divina impressionante.

O copiamo questo o come giá accade con i preti  sospettati di pedofilia, affidati a esperti che dopo averli chiusi per ore in una stanza perché rispondano a 380 domande gli chiedono 2000 euro, finiamo per affidarci a un esame chimico. Siamo davvero in un mondo di matti. Per caritá usiamo tuttissimi i mezzi, ma per favore siamo seri con il punto di partenza. In un mondo in cui non c’é piú una presenza originale che cosa pretendiamo? É ora di finirla di prenderci per i fondelli.

P.Aldo

EVANGELII GAUDIUM: Rilettura di Julián Carrón

Da Facebook

EVANGELII GAUDIUM
Rilettura di Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL.

Sessant’anni fa don Luigi Giussani riproponeva al liceo Berchet di Milano la sfida del cristianesimo come risposta ragionevole ed entusiasmante alle esigenze di ogni uomo. E nel 2005 alla sua morte don Julian Carrón raccoglieva il testimone del fondatore. Comincia così l’intervista di Giorgio Paolucci a don Carrón pubblicata oggi su Avvenire. Il dialogo ruota intorno all’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco, che indica il cammino della Chiesa per i prossimi anni.
Cos’ha da imparare la guida della Fraternità di Cl da queste indicazioni, chiede Paolucci. «Siamo sfidati a rinnovare l’incontro personale con Cristo, ogni giorno e senza sosta. È qui l’origine della “conversione pastorale e missionaria” che viene sollecitata dal documento. Francesco dice chiaramente che la sorgente dello slancio missionario è un uomo che vive della memoria grata di Cristo e vuole condividere la gioia provocata dal Vangelo. Lui indica il punto sorgivo, chiede che l’annuncio si concentri sull’essenziale».
Nell’Esortazione il Papa scrive che il «cristianesimo porta il volto delle tante culture e dei popoli in cui è accolto e radicato». Come accade questo nel movimento di Cl, che ha messo radici in molti Paesi? «La presenza di nostre comunità in 80 paesi – risponde Carrón –, in contesti molto diversi, e le amicizie nate con persone di tradizione ortodossa, anglicana, ebraica, musulmana, buddista, testimoniano che quando si punta sull’essenziale si può entrare in dialogo col cuore di ogni uomo a qualsiasi latitudine.
Accadono fatti commoventi: una donna africana non riusciva ad avere figli, la famiglia del marito premeva su di lui perché l’abbandonasse, come vuole la tradizione locale. Ma l’uomo, vedendola così lieta nell’esperienza che viveva nella comunità di Cl, ha resistito alle pressioni non volendosi privare della gioia della fede che lei testimoniava, e che era più grande dell’impossibilità di generare. È un piccolo-grande esempio di come il cristianesimo valorizza ed esalta tutto l’umano».
CL E LE PARROCCHIE. Nel documento viene sottolineato il valore dell’esperienza come veicolo privilegiato per la trasmissione della fede. Il giornalista di Avvenire chiede a don Carrón cosa pensa delle critiche che da più parti arrivano sul pericolo che l’enfatizzazione dell’esperienza personale metta in ombra il riferimento rigoroso alla dottrina e quindi rappresenti un attentato alla verità.
«Papa Francesco – dice Carrón – si colloca nella scia dei suoi predecessori, Giovanni Paolo II e Paolo VI, quando affermavano che “l’uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri, più all’esperienza che alla dottrina, più alla vita e ai fatti che alle teorie”. Solo se l’uomo sperimenta la pertinenza della verità della fede alle esigenze della vita può trovare ragioni adeguate per aderire ad essa. Nel cristianesimo la verità è diventata carne perché l’uomo potesse farne esperienza e, così, trovare i motivi d’una adesione pienamente ragionevole. È quanto è accaduto ai primi: Andrea e Giovanni non sapevano chi era quell’uomo, ma lo hanno seguito per la corrispondenza umana che
hanno scoperto nell’incontro con Lui. Nessuno li aveva mai guardati così prima di allora!». Papa Francesco sfida il gelo, cappotto e sciarpa per l’Udienza generale
Francesco sottolinea che i movimenti sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti. E aggiunge che «è molto salutare» che non perdano il contatto con la parrocchia «e si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare». Come vivono i ciellini questo rapporto, che in passato è stato motivo di incomprensioni e contrasti? «Il Papa sta chiedendo di uscire verso le periferie esistenziali per incontrare tutti, credenti e non credenti, senza aspettare che gli uomini vengano a cercarci. Lui per primo sta dando l’esempio, con le sue parole e la testimonianza che offre. Cl è nata e si è diffusa negli ambienti – scuole, università, lavoro, quartieri – ma i ciellini non snobbano affatto le parrocchie. Solo nella diocesi di Milano ce ne sono quattromila impegnati a vario titolo: catechismo, cori, società sportive, doposcuola, attività educative negli oratori. Riproporre una contrapposizione o una rivalità tra Cl e le Chiese locali è qualcosa che non corrisponde al vero: il compito a cui il Papa chiama tutti è la collaborazione all’unica missione della Chiesa, andare incontro agli uomini per testimoniare la gioia del Vangelo. Dobbiamo tutti spostare il baricentro».
Infine la questione della continuità o diversità tra papa Francesco e il predecessore Benedetto XVI.
«È la passione per Cristo ciò che accomuna Benedetto e Francesco. Il primo ha intercettato la necessità di ripartire dai fondamentali, il secondo ha raccolto il testimone insistendo sull’urgenza missionaria. Entrambi hanno chiara la percezione che la fede non può più essere un dato scontato e che all’origine della missione c’è l’urgenza della conversione personale. Francesco lo dice a chiare lettere all’inizio dell’Evangelii gaudium (n. 7): “Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: ‘All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva’”. Qui emerge chiaramente nella differenza dei temperamenti e delle sensibilità che ovviamente rimane (e che è sempre una ricchezza) l’unità d’intenti. Ma scusi, chi davvero conosce e vive la Chiesa poteva pensare altrimenti?».

Usare il male per trasformarlo in bene…

Usare il male per trasformarlo in bene…

E’ l’opera più impossibile per ciascuno di noi. Impossibile finché uno non lo sperimenta concretamente… per una sfida; una prova…

Dovunque si invoca giustizia e, dacché Dio è stato fatto fuori dalla vita di tutti i giorni, cerchiamo di ingegnarci con una giustizia a nostro uso e consumo che sembra più che altro vendetta. Quasi che vedere il presunto colpevole messo in carcere per 30 anni sia una giustizia che possa restituire la vita ad un parente ammazzato… quasi che spesso un capro espiatorio potesse attenuare il dolore acuto di una mancanza che nessuno potrà colmare qui sulla terra.

Eppure il nostro cuore grida giustizia. Ma la giustizia che noi vogliamo è veramente superiore alle nostre capacità che tutt’al più arrivano all’occhio per occhio… e dopo una soddisfazione passeggera il tarlo della mancanza quasi ci toglie la voglia di vivere.

Davanti a questo risultano preziose le testimonianze di chi ha scoperto per pura grazia che la vera Giustizia non è quella umana così limitata, ma c’è tutto un mondo da scoprire, il mondo della giustizia dell’Unico che sa trasformare il male in opportunità di bene.

Se non bastasse il disastro del ciclone che ha devastato la mia cara terra, suscitando solidarietà e possibilità di bene in persone che mai avrebbero capito di esserne cosi capaci, ci sono mille altri esempi, che non fanno notizia – perché è molto più facile usare la capacità di scandalo che blocca le persone in una perenne insoddisfazione (lo scandalo non ha mai restituito serenità, pace o gioia) – ma che ci sono. Una di queste mi ha colpito ed è la testimonianza di un missionario della San Carlo:

L’ultima domenica di novembre la Chiesa festeggia la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo.

Che cosa dice alle nostre esistenze questa verità? Dice che c’è un signore del mondo, che le sorti dell’umanità non sono guidate dal caso o da chi ha la forza di conquistare il potere. Perché ogni potere, anche mondano, è concesso da Dio. Egli stesso conduce la storia, veglia sul cammino dei popoli e sulla vita di ogni uomo. Nel tempo poi dimostra la sua signoria originaria e la gloria del suo Regno di pace, non solo con la sua onnipotenza, ma dall’interno delle vicende umane. Quasi, verrebbe da dire, nonostante le contraddizioni che sempre muovono le azioni umane.

Quando Pilato gli chiede “dunque tu sei re?”, Gesù risponde “tu lo dici“. Pilato dice la verità, anche se il suo intento è dispregiativo o canzonatorio. E quando Caifa, il sommo sacerdote di Israele, decreta di far morire Gesù perché è meglio che si sacrifichi uno solo per il bene di tutto il popolo, sta collaborando, a sua insaputa, alla venuta del Regno di Dio. Commenta il papa emerito Benedetto XVI nel secondo volume sulla vita di Gesù di Nazareth: “Questo significa che la croce rispondeva ad una necessità divina e che Caifa con la sua decisione divenne, in ultima analisi, l’esecutore della volontà di Dio, anche se la sua motivazione personale era impura, non rispondente alla volontà di Dio, ma mirante a scopi egoistici”.

Gesù rivela di essere il signore della storia senza contraddirla, senza annientare il male con la potenza della sua regalità e l’azione della sua giustizia. Prende possesso della storia dall’interno di avvenimenti umani che sono mossi quasi sempre da altre logiche.

Entriamo così in un mistero profondo, per noi razionalmente incomprensibile, dove si vede che davvero Gesù era Dio, in quanto solo Dio può trarre un bene da un male conclamato. Entriamo nel mistero stesso della storia, dove Dio mostra la sua potenza dentro un amore che abbraccia il peccato e il male, facendoli diventare occasione di un bene più grande. Egli assume la condizione umana, tutta intera, fino al punto di redimerla dall’interno di logiche perverse che ne hanno condizionato lo sviluppo in pienezza.

Certo le responsabilità dei singoli che commettono il male non è annullata. Come per coloro che collaborarono alla condanna di Gesù. Ciascuno ebbe una responsabilità ben precisa e meritevole di giudizio, tanto più grave quanto più grande fu la vicinanza di vita trascorsa con Gesù e la consapevolezza che si stava commettendo un inaudito delitto. Si stava ammazzando Dio. Dirà Gesù a Pilato: “Chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande”. Tale responsabilità rimane. Ma la condanna peggiore è il non voler guardare alla misericordia di cui Gesù li fa oggetto, proprio nel momento in cui prende possesso del suo regno sul trono della croce. Paradossalmente bastava accettare il dolore del loro delitto e del loro tradimento. Giuda non sopportò quel dolore come occasione di un amore più grande. Pietro visse tutta la vita con la ferita del suo rinnegamento che divenne strada feconda per annunciare al mondo che Dio già stava manifestando il suo regno di pace.

Sono un missionario. Viaggiando nelle case dove sono presenti i miei fratelli, ho conosciuto una donna che aveva commesso un grave peccato e che non pensava possibile che Gesù la potesse perdonare. La testimonianza del dolore che viveva diede il coraggio ad un’altra donna di non fare lo stesso peccato. Capì che era impossibile che Dio si stava servendo di lei per fare del bene, senza aver ricevuto il suo perdono. Il dolore non andò via. Ma il bene fu più grande.

Così, non solo Gesù manifesta la sua signoria sul mondo e sulla storia nonostante le nostre azioni malvagie o almeno precarie, ma ha bisogno della verità della nostra testimonianza e della nostra vita per poter regnare nelle anime di tutti gli uomini e prendere possesso definitivo dell’universo.

La mostra su Rolando Rivi vietata ai bambini

Grave e vergognoso che una scuola pubblica non accetti la mostra “Io sono di Gesù” su Rolando Rivi

Novembre 22, 2013 Luigi Negri – Emilio Bonicelli

I giovani di oggi, accerchiati dal vuoto delle moderne ideologie del nichilismo e del relativismo, hanno più che mai bisogno di incontrare testimoni appassionati all’amore e alla verità, come il Beato Rolando Rivi 

Rolando-Rivi-libroA proposito dei fatti successi a Rio Saliceto (Reggio Emilia), dove ai bambini della locale scuola elementare, nell’ambito di un’iniziativa per gli alunni che avevano aderito all’insegnamento della religione cattolica, è stato impedito di visitare la Mostra “Io sono di Gesù”, dedicata al Beato Rolando Rivi, si dichiara quanto segue:

Addolora vedere che ci sono persone che hanno paura della verità. Addolora ancor di più quando questo avviene da parte di persone investite di compiti educativi, cioè del compito di introdurre i giovani alla realtà, alla verità, al bene.

La verità dei fatti relativi al martirio del Beato Rolando Rivi è attestata in modo inconfutabile e al di là di ogni ragionevole dubbio da una sentenza della magistratura italiana, da un imponente lavoro di ricerca storica e dalla dettagliata analisi in ambito ecclesiale, nel percorso, diocesano e romano, che ha portato alla Beatificazione.

Il seminarista Rolando Rivi, ragazzo innocente, a soli 14 anni, fu ucciso, in odio alla sua fede cristiana, per la sola colpa di testimoniare pubblicamente, con coraggio, il suo amore a Gesù. Fu ucciso il 13 aprile 1945, da parte di alcuni partigiani comunisti il cui progetto ideologico era costruire una società in cui fosse impedito a Cristo di parlare al cuore dell’uomo.

La Mostra “Io sono di Gesù” racconta in modo semplice e oggettivo, accessibile a tutti, la nuda verità dei fatti accaduti.

È grave e vergognoso che all’interno di una scuola pubblica che dovrebbe garantire, in uno Stato democratico, la libertà e il pluralismo, non sia consentito ai bambini e agli insegnanti, nell’ambito di un’iniziativa legata all’ora di religione, di andare a incontrare la luminosa figura di un Beato contemporaneo, martire bambino, campione dell’amore alla verità e al bene.

La Mostra “Io sono di Gesù” sta girando l’Italia e in ogni sua tappa ha consentito a tutti e in particolare ai giovani di essere arricchiti dall’incontro con un giovane che ha testimoniato il suo amore all’ideale sino al dono della vita. Così è accaduto recentemente anche a Ferrara dove sono stati migliaia i giovani, credenti e non credenti, che hanno tratto dall’incontro con Rolando spunti positivi per la propria vita.

I giovani di oggi, accerchiati dal vuoto delle moderne ideologie del nichilismo e del relativismo, hanno più che mai bisogno di incontrare testimoni appassionati all’amore e alla verità, come il Beato Rolando Rivi. Che questo sia proibito in una scuola pubblica è l’attentato più grave alla loro crescita umana che possa accadere.

Per il COMITATO AMICI DI ROLANDO RIVI

+ Luigi Negri

Arcivescovo di Ferrara e Abate di Pomposa
Presidente del Comitato Amici di Rolando Rivi

Emilio Bonicelli

Segretario e portavoce del Comitato Amici di Rolando Rivi
Curatore della Mostra “Io sono di Gesù”

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Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa?

Da tracce.it

Proponiamo alcuni brani del capitolo su «Coscienza della Chiesa nel mondo moderno nei Cori da “La Rocca” di T. S. Eliot», dall’ultimo libro di Luigi Giussani, Le mie letture, edizioni Bur-Rizzoli. L’Incarnazione: un fatto nel tempo e nella storia. L’avvenimento di Cristo si compie in un popolo

Il mondo non solo non vuole la Chiesa, ma la perseguita.
E che volete – dice, infatti, Eliot -, volete forse che il mondo accetti la Chiesa? Perché deve accettarla?
«Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Perché dovrebbero amare le sue leggi? / Essa ricorda loro la Vita e la Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare./ È gentile dove sarebbero duri, e dura dove essi vorrebbero essere teneri./ Ricorda loro il Male e il Peccato, e altri fatti spiacevoli./ Essi cercano sempre d’evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono». Gli uomini che perseguitano la Chiesa, sognano l’eliminazione della libertà, perch?’estremo ideale di questo mondo è creare un mondo di automi: «Sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono».
L’ultima, la più profonda accusa di Eliot: dove sta la radice vera di tutta questa ostilità e di questo disegno? La rinuncia a Cristo. La ribellione a Cristo e, quindi, la eliminazione di Dio perché, come aveva già detto Nietzsche, se aboliamo Cristo, aboliamo Dio. (…)
Dunque la Straniera sembra dimenticata e avversata in un’epoca di uomini «impegnati a ideare il frigorifero perfetto», «a risolvere una morale razionale», «a far progetti di felicità e a buttar via bottiglie vuote,/ passando dalla vacuità di un febbrile entusiasmo/ per la nazione o la razza o ciò che voi chiamate umanità».
«O anima mia – dice il poeta – che tu sia pronta per la venuta della Straniera,/ che tu sia pronta per colei che sa come fare domande». Del resto, il Coro ricorda agli uomini, che non vogliono sentire quelle domande, che possono «eludere la Vita ma non la Morte». Anch’essa indica la strada verso il tempio.
«Non rinnegherete la Straniera», conclude il III Coro. È una grande responsabilità ed è un’affascinante missione per la nostra meschinità. (…)
È a questo punto l’a fondo di Eliot, già citato, sulla considerazione degli uomini moderni sulla Chiesa: «Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa?».
«Essi [gli uomini che non vogliono la Chiesa] cercano sempre d’evadere/ dal buio esterno e interiore [perché se non ci sono criteri oggettivi di bene e di male c'è buio e confusione]/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono».
Tutti sognano strutture sociali che abbiano un esito buono a prescindere dalla libertà. Nessuno più avrebbe bisogno d’essere buono. «Ma l’uomo che è adombrerà/ l’uomo che pretende di essere». L’uomo così come è sfaterà sempre le visioni delle ideologie che pretendono di essere. «E il Figlio dell’Uomo non fu crocefisso una volta per tutte/ il sangue dei martiri non fu versato una volta per tutte,/ le vite dei Santi non vennero donate una volta per tutte (…). E se il Tempio dev’essere abbattuto /dobbiamo prima costruire il Tempio».
È la pagina più chiara sull’antitrionfalismo. Tante volte, noi siamo accusati di trionfalismo per la nostra volontà di affermazione del fatto cristiano nel tempo e nello spazio, nella storia. Invece, è profondamente antitrionfalista la nostra volontà di costruire. Perché l’idea della storia che ha il cristianesimo è questo possibile continuo ripetersi di cicli e di abbattimenti. Perciò «se il sangue dei Martiri deve fluire sui gradini/ dobbiamo prima costruire i gradini».
Il nostro costruire i gradini non è trionfalismo, anzi. E se il Tempio deve essere distrutto, bisogna prima costruirlo. La nostra volontà di costruire il Tempio non è trionfalismo.
Forse non sarà inutile, a questo punto, rileggere (…) il Coro VII, ove il poeta traccia in sintesi splendida la storia delle religioni.

In principio Dio creò il mondo. Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre erano sopra la faccia dell’abisso.
[deserto perché non c'è uomo, vuoto perché non c'è senso, perché il senso viene percepito nella coscienza dell'uomo].
E quando vi furono uomini, nei loro vari modi lottarono in tormento alla ricerca di Dio
Ciecamente e vanamente, perché l’uomo è cosa vana, e l’uomo senza Dio è un seme nel vento, trascinato qua e là e non trova luogo dove posarsi e dove germinare.
Essi seguirono la luce e l’ombra [l'apparente], e la luce li condusse verso la luce e l’ombra li condusse verso la tenebra,
Ad adorare serpenti ed alberi, ad adorare demoni piuttosto che nulla: a piangere per la vita oltre la vita, per un’estasi non della carne.
Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso.

E lo Spirito si muoveva sopra la faccia delle acque.
E gli uomini che si volsero verso la luce ed ebbero conoscenza della luce
Inventarono le Religioni Maggiori; e le Religioni Maggiori erano buone
E condussero gli uomini dalla luce alla luce, alla conoscenza del Bene e del Male.
Ma la loro luce era sempre circondata e colpita dalle tenebre (…)
E giunsero a un limite, a un limite estremo mosso da un guizzo di vita,
E giunsero allo sguardo rinsecchito e antico di un bimbo morto di fame.
[riti che non avevano nessuna capacità di ravvivare l'umano]
Preghiere scritte in cilindri girevoli, adorazione dei morti, negazione di questo mondo, affermazione di riti il cui senso è dimenticato
[il contrario di ciò per cui sono sorti: alla ricerca del senso]
Nella sabbia irrequieta sferzata dal vento, o sopra le colline dove il vento non farà mai posare la neve.
Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso.
[è ritornato il deserto e il vuoto, si è confermato il deserto e il vuoto: sopra, dentro, sotto, intorno a tutti i tentativi di interpretazione umana, le religioni maggiori].

Quindi giunsero, in un momento predeterminato, un momento nel tempo e del tempo,
Un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia: sezionando, bisecando il mondo del tempo, un momento nel tempo ma non come un momento di tempo,
Un momento nel tempo ma il tempo fu creato attraverso quel momento: poiché senza significato non c’è tempo, e quel momento di tempo diede il significato.
Quindi sembrò come se gli uomini dovessero procedere dalla luce alla luce, nella luce del Verbo.
Attraverso la Passione e il Sacrificio salvati a dispetto del loro essere negativo;
Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima,
Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce;
Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via .
[la lotta ascetica è stata introdotta nel mondo dal cristianesimo]

Ma sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima: sebbene non si sappia quando, o perché, o come, o dove.
Gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dei, dicono, ma per nessun dio; e questo non era mai accaduto prima
Che gli uomini negassero gli dei e adorassero gli dei, professando innanzitutto la Ragione,
E poi il Denaro, il Potere, e ciò che chiamano Vita, o Razza, o Dialettica.
La Chiesa ripudiata, la torre abbattuta, le campane capovolte, cosa possiamo fare
Se non restare con le mani vuote e le palme aperte rivolte verso l’alto
In una età che avanza all’indietro, progressivamente?
(…)
Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso
[è ritornato come al principio]
È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?
Quando la Chiesa non è più considerata, e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato
tutti gli dei, salvo l’Usura, la Lussuria e il Potere.

L’avventura cristiana è un dramma storico, della storia, nella storia.()

Gesù non era venuto per dominare il mondo. Era venuto per salvare il mondo. Il proprio del cristianesimo è questo incastro delle due parti tanto inverosimile: il temporale nell’eterno e l’eterno nel temporale.

(L. Giussani, Le mie letture, Bur-Rizzoli, pp.109-131)

Per concludere con la Bellezza del Cristianesimo l’anno della Fede

Per concludere con la Bellezza del Cristianesimo l'anno della Fede

L’urlo e la luce: Caravaggio a Settimo San Pietro

SETTIMO-SAN-PIETRO-CaravaggioNon eravamo più abituati alla bellezza. La bellezza che ovunque nel creato si nasconde agli  occhi ormai abituati alla mediocrità e alla mancanza di armonia. Eppure, se è vero che la bellezza salverà il mondo come diceva il grande Dostevskji, sarà necessario che la vera Bellezza, che sazia occhi e cuore di chi guarda e percepisce, venga rivalutata per riportare consolazione e speranza in un mondo che ormai vive per lo più  di mediocrità, bassezze, brutture.

Se uno non ha mai conosciuto la vera bellezza, non sospetta nemmeno che essa esista, anche se una nostalgia profonda, spesso censurata in mezzo alle meschinità della nostra quotidianità, si nasconde nel cuore. Eppure esiste e i pochi che ancora ne hanno coscienza hanno il dovere di fare riemergere ciò che è in grado di riempire di gusto ogni aspetto della vita .

E’ questa nostalgia di bellezza e di redenzione che caratterizza la potente produzione pittorica di Michelangelo Merisi da Caravaggio, le cui opere contengono un anelito segreto, capace di ferire il cuore di chi contempla i suoi soggetti, alla ricerca del significato misterioso sotteso a tanta bellezza.

Ma qual è il segreto di questa sofferta bellezza? Il nostro parroco  – che ha iniziato l’anno della fede proposto da Benedetto XVI con la Mostra sulla Fede (il primo a farlo in tutta Italia!) e per tutto l’anno ha curato in modo ininterrotto e affascinante la nostra formazione, impregnandola della Parola di Dio che è la sola capace di far presagire e gustare  tutta la bellezza di una vita di fede -, ha voluto, con la Mostra su Caravaggio, concludere questo periodo di intensa educazione.

Così il 3 Novembre si aprirà a Settimo la Mostra “L’urlo e la luce“: essa ci fa intuire il percorso spirituale ed umano che ebbe a fare il nostro pittore nella sua breve e travagliatissima vita  e, poiché tutta la sua vicenda umana fu un alternarsi di angoscia e di anelito alla salvezza, la mostra ci si offre con la presentazione di 31 pannelli, la cui sistemazione non sarà cronologica, ma tematica, e si svolgerà in cinque stanze che mettono in rilievo i motivi ricorrenti nell’arte caravaggesca.

La prima stanza, dal titolo Le pitture etichae (o comiche) è così chiamata perché la commedia suscita il sorriso e insieme contiene un insegnamento morale. Si tratta dei primi dipinti del Caravaggio, dipinti che, pur non essendo  di soggetto devozionale, esercitano una funzione morale esortando alla virtù.  Il tutto con una leggerezza nella comunicazione che vela l’insegnamento morale con una assoluta  potenza pittorica, quasi rivoluzionaria per il tempo in cui il nostro operava.

La seconda stanza ha come titolo L’urlo e sembra davvero urlare lo spasimo dell’anima inquieta dell’artista in quei forti chiaroscuri, teste mozzate, occhi sbarrati, bocche che si aprono a dismisura, e sangue, tanto sangue.

La madre e l Bambino è il titolo della terza stanza e, a partire da questa fase, la luce entra prepotentemente con assoluta novità nei dipinti. In questa terza stanza  l’artista si confronta col Mistero dell’Incarnazione, sfidando col suo realismo la mentalità del tempo – in cui si era un po’ annacquata la consapevolezza che Dio si è fatto carne nel seno di una donna umile e semplice, una popolana -, e suscitando lo scandalo di alcuni suoi contemporanei.

La quarta stanza è dedicata al Redentore: in essa Caravaggio racconta il culmine della missione di Cristo, il Triduo Pasquale. Poco dopo la resurrezione di Lazzaro, Cristo viene tradito, catturato e flagellato: il suo corpo morto viene deposto nel sepolcro ma al terzo giorno risorge e si fa riconoscere dai discepoli di Emmaus.

La quinta stanza è dedicata ai testimoni, cioè a coloro che hanno vissuto con Lui e hanno poggiato su di Lui  la propria certezza e per testimoniarlo non hanno esitato a dare la vita; e la luce comincia ad avere, anche nella coscienza dell’autore, la fondamentale funzione di illuminare con la Grazia l’espressività dei personaggi. L’epilogo ci presenta il famosissimo quadro dell’incredulità di san Tommaso che documenta, in un realismo quasi disturbante, il quietismo di chi considera astratto e non profondamente legato alla carnalità il mistero della Salvezza.

[articolo pubblicato su "Il Portico", settimanale diocesano]

Dissenso in URSS, Samizdat, Russia Cristiana

Hanno pubblicato un articolo su “Il Portico” settimanale diocesano sul prossimo incontro con il Coro di Russia Cristiana e con la Divina Liturgia nel mio paese:

Era il 1978 quando mi capitò di partecipare ad un interessante “Convegno sul Dissenso in URSS” ed ebbi modo anche di sentire per l’occasione un dissidente russo, Andrej  Sinjavskij, che ci parlava della sua esperienza drammatica sotto il regime sovietico. Fu allora che venni a conoscenza del Samizdat, l’autoeditoria clandestina russa, che diffondeva gli scritti non graditi al regime: in modo avventuroso, tale autoeditoria abbastanza artigianale (ogni amico che riceveva uno scritto doveva farne delle copie con la macchina da scrivere o col ciclostile e poi diffonderle) arrivava anche in Occidente, ricevendo dall’Occidente, in modo altrettanto avventuroso, bibbie e scritti cristiani lì fuori legge. Ricordo che il primo Samizdat di successo arrivato in Italia fu “Il dottor Živago” di Boris Pasternak pubblicato da Feltrinelli. Fu sempre in occasione di quel convegno che conobbi la rivista CSEO (Centro Studi Europa Orientale) che mi informava della riflessione dei dissidenti del regime sovietico ateo e della sua tragica realtà persecutoria nei confronti di coloro che rifiutavano la dittatura, cristiani e non. In seguito la mia fonte di informazione sulla situazione della Russia divenne la rivista “Russia Cristiana” fondata da Padre Romano Scalfi nel 1957,  in concomitanza con la nascita del Centro Studi Russia Cristiana. Padre Scalfi, fin da giovane sacerdote, ha avuto la passione per la cultura cristiana orientale ed ha avuto occasione di conoscere molti protagonisti del  Dissenso e, dopo aver approfondito la tradizione letteraria, artistica e religiosa russa, ha voluto dar voce in Italia e in Occidente al Samizdat facendosi portavoce della difesa dei diritti religiosi e umani. Nacque così  la rivista “L’altra Europa” che,dopo la caduta del muro di Berlino, divenne “La nuova Europa”. Il suo desiderio era di far conoscere anche qui in Italia non solo la realtà tragica della persecuzione dei dissidenti in URSS, ma anche  tutta la bellezza della cultura e liturgia bizantino slava. Ma era necessario un coro che riproponesse la profonda religiosità e bellezza dei cori russi e così, grazie ad  alcuni giovani, nacque il Coro di Russia Cristiana. Tale coro via via si è andato arricchendo di nuovi aderenti affascinati dalla straordinaria possibilità di fondere, senza confondere, in un unico coro tutta la bellezza della cultura orientale e occidentale. Così, mottetti, antiche canzoni e laudi si ritrovavano a convivere armonicamente non solo durante la celebrazione liturgica. Col tempo il  coro ha pensato di organizzare dei concerti, anche connessi coi vari periodi liturgici, in cui la presentazione di icone russe, spiegate nel loro significato teologico si alterna al coro che canta la preghiera suscitata dalla contemplazione dell’icona stessa. E così quasi ogni fine settimana, da diversi anni, questi amici vanno presso parrocchie, seminari o monasteri a aiutare a far percepire la bellezza della cultura iconografica russa che si compone con la nostra cultura polifonica.

Nel nostro paese, il parroco che da due anni offre ai parrocchiani una solida cultura religiosa nell’intento di far gustare la bellezza della fede, soprattutto in quest’anno della fede, ha desiderato invitare questo coro perché ci presentasse sabato 26 il concerto e poi Domenica 27 ci offrisse la possibilità di partecipare alla Divina Liturgia (in rito bizantino-slavo). “Abbiamo bisogno di respirare anche col polmone orientale della Chiesa, come ebbe a dire Giovanni PaoloII” è stata una sua recente affermazione . E occorre conoscere la bellezza della Chiesa universale, in tutte le sue più originali manifestazioni, che  rivelano lo straordinario fascino del rapporto personale e comunitario con l’Autore stesso della bellezza.

Il titolo del concerto che verrà presentato a Settimo è “La lode, la grazia” che vuole esprimere, tramite immagini, commenti, canti, da una parte il Dono, la grazia, dall’altra la partecipazione della persona alla gratitudine e alla lode.

 

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