Dopo i «cristiani da salotto», i «cristiani chiacchieroni» …

Ricevo ora da Gianni Mereghetti questa contributo che non so se sia già in rete (lo cercherò per aggiungere il link, se c’è) e lo condivido con i miei lettori perché mi pare prezioso!

 

Buone maniere e cattive abitudini

Dopo i «cristiani da salotto», sono  i «cristiani chiacchieroni» l’oggetto del nuovo richiamo di Papa Francesco nei confronti di quanti hanno smarrito il senso della loro appartenenza alla Chiesa, al popolo di Dio.  

Questa mattina, sabato 18 maggio, durante la celebrazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae,  Papa Bergoglio  ha sottolineato le «cattive abitudini» che si contrappongono alle «buone maniere» di cui fan mostra tanti cristiani. E tra le cattive abitudini c’è proprio quella di «spellarsi» l’un l’altro con le parole, con la disinformazione e con la 

calunnia.  «Le chiacchiere — ha affermato — sono distruttive nella Chiesa». E sì che  Gesù parlava tanto con Pietro e con tutti gli altri, così come gli apostoli parlavano tra loro e con gli altri; ma era «un dialogo d’amore».

 

Gesù, ha ricordato il Pontefice all’omelia, aveva chiesto più volte a Pietro «se gli voleva bene, se lo amava, più degli altri. Pietro aveva detto di sì e il Signore gli ha dato la missione: Pascola il mio gregge». Questo è stato  «proprio un dialogo d’amore». Ma a un certo punto, ha spiegato il Santo Padre,  Pietro ha avuto la tentazione di immischiarsi nella vita di un altro, Giuda. E dopo aver saputo che avrebbe tradito, ha chiesto a Gesù perchè gli permettesse di seguirlo ancora. «Gesù, un’altra volta, deve rimproverarlo: A te che importa? È forte questa parola: A te che importa? Non ti immischiare nella vita dell’altro. A te che importa se io voglio questo?» ha ribadito il Pontefice riferendosi al brano evangelico di Giovanni (21, 20-25).

Pietro, ha spiegato il vescovo di Roma,  è un uomo e dunque anche lui subisce  la tentazione di immischiarsi nella vita degli altri,  cioè, «come si dice volgarmente, di fare il ficcanaso».    Anche nella nostra vita cristiana succede questo: «quante volte — si è domandato Papa Francesco  — siamo tentati di fare questo? Il dialogo, quel dialogo con Gesù, è deviato su altro binario. E questo mischiarsi nella vita degli altri ha tante modalità». Il Pontefice ne ha sottolineate due: il paragonarsi  sempre agli altri  e le chiacchiere.

Il paragone, ha puntualizzato, è il chiedersi sempre:  «Perché questo a me e non a questo? Dio non è giusto!». Per rendere più chiaro il concetto, ha portato a esempio  santa Teresina, la quale «quando era bambina, ha avuto la curiosità di capire perché Gesù sembrasse non giusto: a uno gli dava tanto e all’altro tanto poco. Era bambina e ha fatto la domanda alla sua sorella più grande e lei — saggia questa sorella! — ha preso un ditale e un bicchiere. Li ha riempiti di acqua, tutti e due, e poi gli ha fatto la domanda: Dimmi Teresina, quale di questi due è più pieno?. Ma tutti e due sono pieni! E così è Gesù con noi: non interessa se tu sei grande, sei piccolo. Interessa se tu sei pieno dell’amore di Gesù e della grazia di Gesù! Gesù con noi fa così».

Quando invece  si fanno paragoni, «si finisce nell’amarezza e nell’invidia. Cosa che il diavolo vuole. Si comincia lodando Gesù e poi, per questa strada della comparazione, finiamo nella amarezza e anche nell’invidia». Ma l’invidia «arrugginisce la comunità cristiana» e  «fa tanto male, tanto male alla comunità cristiana».

 La seconda modalità a cui si è riferito il Santo Padre  è costituita dalle chiacchiere. Si comincia con un fare  tanto educato: «Ma, io non voglio parlare male di nessuno ma mi sembra che…» e poi si finisce «spellando il prossimo. È proprio così! Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani!». E la chiacchiera «è proprio spellarsi, farsi male uno all’altro», come se si volesse sminuire  l’altro per farsi grande.  Per il Papa questo «non va! Sembra bello chiacchierare… Non so perché, ma sembra bello. Come le caramelle di miele, no? Tu ne prendi una  e dici: Ah che bello!  E poi un’altra, un’altra, un’altra e alla fine ti viene il mal di pancia». La chiacchiera è così: «è dolce all’inizio e poi ti rovina, ti rovina l’anima! Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa, sono distruttive. È un po’ lo spirito di Caino: ammazzare il fratello, con la lingua». E lo si fa «con maniere buone. Ma su questa strada diventiamo cristiani di buone maniere e di cattive abitudini! Cristiani educati, ma cattivi».

Quindi il Santo Padre ha elencato altri tre comportamenti negativi. Anzitutto la  disinformazione, quando cioè  diciamo «soltanto la metà che ci conviene e non l’altra metà; l’altra metà non la diciamo perché non è conveniente per noi». Poi la diffamazione: allorché  «una persona davvero ha un difetto, ne ha fatta una grossa», bisogna raccontarla, «fare il giornalista, no?  E la fama di questa persona è rovinata»! E la terza è la calunnia: «dire cose che non sono vere. Quello è proprio ammazzare il fratello!».

Disinformazione, diffamazione e calunnia  «sono peccato! Questo è peccato! Questo è dare uno schiaffo a Gesù» attraverso i suoi figli, i suoi fratelli. E «il Signore sa questo, perché ci conosce come siamo»;  per questo  «dice a Pietro: A te che importa? Tu segui me! Proprio segnala la strada: non guardare di qua né di là». Il paragone con gli altri  «non ti farà bene, ma ti porterà l’invidia e l’amarezza. Segui me! Le chiacchiere non ti faranno bene, perché ti porteranno proprio a questo spirito di distruzione nella Chiesa. Segui me! È bella questa parola di Gesù, è tanto chiara, è tanto amorosa per noi». È come se ci dicesse: non fantasticate «pensando che la salvezza è nella comparazione con gli altri o nelle chiacchiere. La salvezza è andare dietro di me. Seguire Gesù! Chiediamo oggi al Signore Gesù che ci dia questa grazia di non immischiarci mai nella vita degli altri, di non diventare cristiani di buone maniere e cattive abitudini».

Con il Papa ha concelebrato, tra gli altri, il vescovo Enrico Dal Covolo, il quale ha accompagnato il personale della Pontificia Università Lateranense.

 Grazie Gianni!

La più completa rivoluzione che mai sia stata predicata

Ho ritrovato, dopo anni, un libretto intitolato “Semi di contemplazione” di T. Merton e l’ho ripreso (naturalmente l’edizione del 1991, cioè quella vecchia) con curiosità totalmente immemore dei contenuti sicuramente letti e sottolineati una ventina d’anni fa.

E’ davvero molto interessante e chiarificatore, soprattutto per quanto riguarda l’essenza della fede, sul suo reale significato, come risposta alla sete dell’uomo che capisce che il problema non è “avere ragione”, ma  capire “come si fa a vivere”, come si può essere totalmente  e liberamente se stessi.

Sono appena a pag 113 e mi sono accorta che era troppo interessante quanto ho letto perciò voglio farvene partecipi.

“La tradizione cattolica  è una tradizione perché vi è una sola dottrina vivente nella cristianità: tutta la verità cristiana è stata pienamente rivelata; non è stata però pienamente compresa, né interamente vissuta. La vita della Chiesa è la verità di Dio stesso, che si riversa nella Chiesa dal Suo Spirito, e non può esservi altra verità che la soppianti e la sostituisca.

Tutto ciò che potremmo sostituire ad una vita così intensa sarebbe una vita inferiore, una specie di morte. La costante tendenza umana ad allontanarsi da Dio e da questa tradizione vivente può essere ostacolata soltanto da un ritorno alla tradizione e da un rinnovarsi di quell’unica vita senza mutamento che era infusa nella Chiesa ai suoi inizi.

Pure questa tradizione deve essere sempre una rivoluzione perché, per sua stessa natura, essa nega i valori e gli ideali cui la passione umana è così potentemente abbarbicata. A coloro che amano denaro, reputazione, piacere e potenza questa tradizione dice: “Sii povero, scendi nell’ultimo strato della società, prendi l’ultimo posto tra gli uomini, vivi con coloro che sono disprezzati, ama il prossimo e servilo invece di farti servire. Non opporre resistenza quando ti spingono da parte, ma prega per coloro che ti fanno del male. Non cercare il piacere ma allontanati da ciò che soddisfa la tua mente e i tuoi sensi e cerca Dio nella fame, nella sete e nelle tenebre, nei deserti dello spirito dove sembra pazzia viaggiare. Porta il carico della croce di Cristo, che è l’umiltà e la povertà e l’obbedienza e la rinuncia di Cristo, e troverai pace per la tua anima”.

Questa è la più completa rivoluzione che mai sia stata predicata: infatti è la sola, vera rivoluzione, perché tutte le altre richiedono lo sterminio altrui, mentre questa soltanto significa morte per quell’uomo che (…) tu sei stato indotto a credere il tuo vero io”. [il grassetto è mio]

Ho voluto rendervi partecipi di questa lettura perché mi pare che in modo sorprendente dolce, tenero affettuoso, ma deciso il nostro papa Francesco, con le sue omelie quotidiane nella Cappella di Santa Marta, ci stia riconsegnando questa tradizione cattolica che è facilissimo dimenticare, immersi come siamo in un mondo in cui tutto invita all’istintività e alla prepotenza.

Il Papa incontra i Movimenti

Sabato e Domenica prossime oltre 120 mila persone sono attese in piazza San Pietro per la Giornata dei movimenti, delle nuove comunità, delle associazioni e aggregazioni laicali. “Io credo, aumenta in noi la fede” è il titolo dell’iniziativa che nasce nell’ambito dell’Anno della Fede e su proposta del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. Momenti culminanti la Veglia di Pentecoste, il Sabato, e il giorno successivo la Messa, presiedute da Papa Francesco.

A partecipare all’evento anche Comunione e Liberazione. Con quali sentimenti i membri del movimento si stanno preparando all’incontro? Debora Donnini lo ha chiesto a don Julian Carron, presidente della “Fraternità di Comunione e Liberazione”: 
R. – Ci stiamo preparando attraverso il desiderio di andare dal Papa per essere sostenuti nella fede in questo anno in cui il tema è proprio la fede.
D. – Nel ’98, c’era stato un momento molto importante, sempre nella Pentecoste, di incontro dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali con Giovanni Paolo II. Ci può essere in qualche modo un legame, un filo conduttore fra questi due momenti?
R. – A me sembra di sì. Nella diversità della loro natura, in fondo, si tratta di un incontro dei movimenti e delle realtà ecclesiali con il Papa. Quest’anno ha la peculiarità di essere nell’Anno della Fede, che è come aggiungere una consapevolezza più acuta di cosa voglia dire per la fede cattolica il legame con Pietro.
D. – Nella Pentecoste il grande “protagonista” è lo Spirito Santo. C’è, quindi, un legame molto forte tra lo Spirito Santo, i movimenti e le nuove realtà ecclesiali?
R. – Assolutamente sì, perché i movimenti e le realtà ecclesiali sono frutto della potenza dello Spirito. Il carisma è un dono dello Spirito Santo, dato alla Chiesa per il suo rinnovamento costante. Andiamo anche a chiedere allo Spirito Santo che le nostre vite possano essere rigenerate dalla nostra costante caduta umana, normale. Per questo, come in una sorta di pellegrinaggio, andiamo a chiedere questa grazia allo Spirito Santo, insieme a tutte le altre realtà ecclesiali, con il Papa.
D. – Oggi il Papa nella Messa a Santa Marta ha detto che è importante che ci siano cristiani con zelo apostolico, non “cristiani da salotto”, senza il coraggio di dare fastidio alle cose troppe tranquille. Questo per Comunione e Liberazione cosa significa, anche in vista di questo incontro, della Pentecoste, dello Spirito Santo?
R. – Questo significa prima di tutto lasciarci rinnovare dalla potenza dello Spirito, perché noi possiamo portare questa diversità, possiamo veramente disturbare o perturbare l’ambiente in cui siamo, nella misura in cui ci siamo lasciati perturbare dalla potenza di Dio. Per poter rispondere a questo appello di Papa Francesco, dobbiamo noi essere diversi, perché questa creatura nuova, che Cristo è venuto a generare, possa mettere nella realtà questa diversità.

Come si fa a vivere?

Come si fa a vivere? si chiede l’editoriale di Tracce di Maggio  ed è la domanda più inquietante e dolorosa per ciascuno. Ma Papa Francesco, in modo ancora sorprendente ci indica la strada. Almeno la indica ai cristiani. Chi non è cristiano credo che il problema se lo ponga e se è serio con se stesso, non trova risposta.

Ma copio il prezioso suggerimento:

Dall’Osservatore Romano:

Due uscite per il cristiano

Le piaghe di Gesù sono ancora presenti sulla terra. Per riconoscerle è necessario uscire da noi stessi e andare incontro ai fratelli bisognosi, ai malati, agli ignoranti, ai poveri, agli sfruttati. È l’”esodo” che Papa Francesco ha indicato ai cristiani nell’omelia della messa celebrata sabato mattina, 11 maggio, nella cappella della Domus Sanctae Marthae. 
Si tratta – ha spiegato il Pontefice – di “un uscire da noi stessi” reso possibile dalla preghiera “verso il Padre in nome di Gesù”. La preghiera che “ci annoia”, invece, è “sempre dentro noi stessi, come un pensiero che va e viene. Ma la vera preghiera è uscire da noi stessi verso il Padre in nome di Gesù, è un esodo da noi stessi” che si compie “con l’intercessione proprio di Gesù, che davanti al Padre gli fa vedere le sue piaghe”. Ma come riconoscere queste piaghe di Gesù? Come è possibile avere fiducia in queste piaghe se non le si conosce? E qual è “la scuola dove si impara a conoscere le piaghe di Gesù, queste piaghe sacerdotali, di intercessione?”. La risposta del Papa è stata esplicita: “Se noi non riusciamo a fare questa uscita da noi stessi verso quelle piaghe, non impareremo mai la libertà che ci porta nell’altra uscita da noi stessi, verso le piaghe di Gesù”. 
Da qui l’immagine delle due “uscite da noi stessi” indicate dal Santo Padre: la prima è “verso le piaghe di Gesù, l’altra verso le piaghe dei nostri fratelli e sorelle. E questa è la strada che Gesù vuole nella nostra preghiera”. Parole che trovano conferma nel Vangelo di Giovanni (16, 23-28) della liturgia del giorno. Un brano nel quale Gesù è di una chiarezza disarmante: “In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualcosa al Padre nel mio nome, Egli ve la darà”. In queste parole – ha notato il Pontefice – c’è una novità nella preghiera: “Nel mio nome”. Il Padre dunque “ci darà tutto, ma sempre nel nome di Gesù”. 
Cosa significa questo chiedere nel nome di Gesù? È una novità che Gesù rivela proprio “nel momento in cui lascia la terra e torna al Padre”. Nella solennità dell’Ascensione celebrata giovedì scorso – ha ricordato il Papa – è stato letto un brano della Lettera agli Ebrei, dove si dice tra l’altro: “Poiché abbiamo la libertà di andare al Padre”. Si tratta di “una nuova libertà. Le porte sono aperte: Gesù, andando dal Padre, ha lasciato la porta aperta”. Non perché “si sia dimenticato di chiuderla”, ma perché “lui stesso è la porta”. È lui “il nostro intercessore, e per questo dice: “Nel mio nome”". Nella nostra preghiera, caratterizzata da “quel coraggio che ci dà Gesù stesso”, chiediamo allora al Padre nel nome di Gesù: “Guarda tuo Figlio e fammi questo!”.

“La verità non entra in una enciclopedia. La verità è un incontro…”

Dalla Radio Vaticana:

Il Papa: i cristiani costruiscano ponti non muri, la verità è un incontro

2013-05-08 Radio Vaticana
L’evangelizzazione non è fare proselitismo. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa alla Casa Santa Marta. Il Papa ha ribadito che il cristiano che vuole annunciare il Vangelo deve dialogare con tutti, sapendo che nessuno possiede la verità, perché la verità si riceve dall’incontro con Gesù. Alla Messa, concelebrata dal cardinale Francesco Coccopalmerio e mons. Oscar Rizzato, hanno preso parte un gruppo di dipendenti dei Servizi generali del Governatorato, della Cancelleria del Tribunale dello Stato Vaticano e della Floreria. Il servizio di Alessandro Gisotti: 
I cristiani di oggi siano come Paolo che, parlando ai greci nell’Areopago, costruì ponti per annunziare il Vangelo senza condannare nessuno. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco che ha messo l’accento sull’atteggiamento “coraggioso” di Paolo che “si avvicina di più al cuore” di chi ascolta, “cerca il dialogo”. Per questo, ha osservato, l’Apostolo delle Genti fu davvero un “pontefice, costruttore di ponti” e non “costruttore di muri”. Questo, ha aggiunto, ci fa pensare all’atteggiamento che sempre deve avere un cristiano:
“Un cristiano deve annunziare Gesù Cristo in una maniera che Gesù Cristo venga accettato, ricevuto, non rifiutato. E Paolo sa che lui deve seminare questo messaggio evangelico. Lui sa che l’annunzio di Gesù Cristo non è facile, ma che non dipende da lui: lui deve fare tutto il possibile, ma l’annunzio di Gesù Cristo, l’annunzio della verità, dipende dalla Spirito Santo. Gesù ci dice nel Vangelo di oggi: ‘Quando verrà Lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità’. Paolo non dice agli ateniesi: ‘Questa è la enciclopedia della verità. Studiate questo e avrete la verità, la verità!’. No! La verità non entra in una enciclopedia. La verità è un incontro; è un incontro con la Somma verità: Gesù, la grande verità. Nessuno è padrone della verità. La verità si riceve nell’incontro”.
Ma perché Paolo ha agito così? Innanzitutto, ha affermato il Papa, perché “questo è il modo” di Gesù che “ha parlato con tutti” con i peccatori, i pubblicani, i dottori della legge. Paolo, dunque, “segue l’atteggiamento di Gesù”:
“Il cristiano che vuol portare il Vangelo deve andare per questa strada: sentire tutti! Ma adesso è un buon tempo nella vita della Chiesa: questi ultimi 50 anni, 60 anni sono un bel tempo, perché io ricordo quando bambino si sentiva nelle famiglie cattoliche, nella mia: ‘No, a casa loro non possiamo andare, perché non sono sposati per la Chiesa, eh!’. Era come una esclusione. No, non potevi andare! O perché sono socialisti o atei, non possiamo andare. Adesso – grazie a Dio – no, non si dice quello, no? Non si dice quello no? Non si dice! C’era come una difesa della fede, ma con i muri: il Signore ha fatto dei ponti. Primo: Paolo ha questo atteggiamento, perché è stato l’atteggiamento di Gesù. Secondo: Paolo è consapevole che lui deve evangelizzare, non fare proseliti”.
La Chiesa, è stata la sua riflessione citando Benedetto XVI, “non cresce nel proselitismo”, ma “cresce per attrazione, per la testimonianza, per la predicazione”. E Paolo aveva proprio questo atteggiamento: annuncia non fa proselitismo. E riesce ad agire così perché “non dubitava del suo Signore”. “I cristiani che hanno paura di fare ponti e preferiscono costruire muri – ha avvertito – sono cristiani non sicuri della propria fede, non sicuri di Gesù Cristo”. I cristiani invece, è stata la sua esortazione, facciano come Paolo e inizino “a costruire ponti e ad andare avanti”:
“Paolo ci insegna questo cammino di evangelizzare, perché lo ha fatto Gesù, perché è ben consapevole che l’evangelizzazione non è fare proselitismo: è perché è sicuro di Gesù Cristo e non ha bisogno di giustificarsi e di cercare ragioni per giustificarsi. Quando la Chiesa perde questo coraggio apostolico diventa una Chiesa ferma, una Chiesa ordinata, bella, tutto bello, ma senza fecondità, perché ha perso il coraggio di andare alle periferie, qui dove sono tante persone vittime dell’idolatria, della mondanità, del pensiero debole… tante cose. Chiediamo oggi a San Paolo che ci dia questo coraggio apostolico, questo fervore spirituale, di essere sicuri. ‘Ma, Padre, noi possiamo sbagliarci’…. ‘Avanti, se ti sbagli, ti alzi e avanti: quello è il cammino’. Quelli che non camminano per non sbagliarsi, fanno uno sbaglio più grave. Così sia”.

“… se io non lo servo, la Sua gloria è minore”

La separazione del cielo dalla terra è il delitto che ha reso il senso religioso o,  meglio, il sentimento religioso, vago, astratto, come una nube che corre nel cielo e  presto si svaga, si fiacca e scompare, mentre la terra resta dominata – volenti o nolenti – ultimamente come fu con Adamo ed Eva, dall’orgoglio, dall’imposizione di sé, dalla  violenza. Il rabbino di Roma, Elio Toaff, ha scritto in un libro recente: “L’epoca  messianica è proprio il contrario di quello che vuole il cristianesimo: noi [ebrei]  vogliamo riportare Dio in terra, e non l’uomo in cielo. Noi non diamo il regno dei cieli  agli uomini, ma vogliamo che Dio torni a regnare in terra”.

Quando l’ho letto sono saltato sulla sedia!

Questa è esattamente la caratteristica del carisma con cui abbiamo  percepito e sentito il cristianesimo, perché il cristianesimo è “Dio in terra” e la nostra  opera, tutta la nostra vita, ha come scopo la gloria di Cristo, la gloria dell’uomo Cristo,  dell’uomo-Dio Cristo.
La gloria di Cristo è una cosa temporale, del tempo, dello  spazio, della storia, nella storia, al di qua dell’ultimo limite, perché al di là ci pensa solo  Lui a farsi gloria: coincide con l’eterno di là, ma di qua, se io non lo servo, la Sua gloria  è minore.

LUIGI GIUSSANI – IL RISCHIO EDUCATIVO

«Com’è grande il Signore che mi prende tutto»

Da TRACCE.it

7/05/2013 – Igor, kazako che vive in Italia, torna in patria con tre amici per l’ingresso del nuovo vescovo di Atyrau, don Adelio Dell’Oro. Nel frattempo, gli Esercizi spirituali a Rimini. Ma a tema c’è la stessa cosa: «Chi ci separerà dall’Amore di Cristo?»

  • Don Adelio Dell'Oro. 

Vorrei raccontarvi della mia esperienza che ho vissuto due settimane fa ad Atyrau, Kazakistan. Da qualche anno vivo in Italia e proprio nei giorni degli Esercizi della Fraternità c’era l’ingresso del nuovo vescovo di Atyrau, don Adelio Dell’Oro, che avevo conosciuto a Karaganda nel 1997. L’incontro con lui e altri preti italiani mi ha fatto rinascere. È stato un cambiamento vitale. Quando ho saputo che l’ingresso del mio caro amico sarebbe stato negli stessi giorni degli Esercizi non sapevo cosa fare. Mi ha aiutato una semplice telefonata di un amico, don Giuseppe, che mi ha chiesto se avevo intenzione di partire. Io gli ho detto semplicemente sì. E questo sì l’ho portato fino alla fine. Questa decisione mi ha sfidato tante volte fino alla partenza, ed è maturata con una certezza incredibile. Un esempio. Il mio secondo figlio è andato con mia moglie in ospedale. Con chi sarebbe stata la mia seconda figlia? Alcuni amici mi hanno aiutato, offrendosi di tenerla. Mia moglie è stata grande e decisiva. La vedevo stanca in ospedale, ma sempre con il sorriso. Tutti questi fatti mi hanno “preparato” per una grande e indimenticabile esperienza in Kazakistan. 

La prima cosa che mi ha colpito in quel viaggio è stata la grande amicizia di tre persone: don Eugenio, don Giuseppe e Enrico. Dalla mattina fino alla sera, in aereo o in un bar, per strada o in albergo abbiamo parlato della cosa più essenziale, cioè della vita. La visita di Atyrau è cominciata con la prima cena nell’unica parrocchia della città, che conta mezzo milione di abitanti, con i primi amici arrivati e con qualche vescovo. Il secondo giorno si è aperto con le Lodi e una breve discussione sul tema degli Esercizi di Rimini. Subito ci siamo accorti come durante il viaggio avessimo parlato proprio dello stessa cosa: «Chi ci separerà dall’Amore di Cristo?». Siamo andati in chiesa, dove cinque vescovi hanno celebrato una messa bellissima, in latino. Oltre a loro, una quindicina di preti, mentre sulle panche eravamo solo in cinque. Mi sono venuti i brividi, e ho capito come è grande il Signore che arriva anche nella steppa sperduta del Kazakistan e mi prende tutto. Nel pomeriggio sono arrivati altri amici da tutte le parti del Paese. Si sono alternati incontri bellissimi, stupore e gioia. Alcuni avevano viaggiato trentasei ore in treno per arrivare fin lì. Per poi ripartire dopo sette ore. Altri, invece, sono tornati a sorridere dopo dieci anni di distacco da questa grande amicizia. Dieci anni volati in un attimo: erano felici di ritrovarsi all’origine. O ancora, la storia di una amica che dodici anni fa era partita da sola da Karaganda per lavoro e ha conservato questa amicizia portandola dappertutto, in chiesa, al lavoro invitando altri a vedere cosa c’è di sorprendente e di bello nella vacanzina, agli Esercizi, alla Scuola di Comunità… Tutte storie nate dal sì di un prete, e poi di un altro e di un altro ancora.

Dopo la cerimonia dell’ingresso, c’è stato il momento dei canti. Ho visto un popolo vero e felice con i suoi vescovi che cantavano e suonavano la chitarra. Don Adelio è stato contento di questa festa ed era curioso di ciò che lo avrebbe aspettato il giorno dopo, quando sarebbe ripresa la vita quotidiana. Questa è la grandezza della fede. «Chi ci separerà dall’Amore di Cristo?».
Voglio raccontare questa esperienza a tutti e voglio dire che questa festa della fede va vissuta nel quotidiano e dappertutto.
 Sono stati questi per me gli Esercizi spirituali. Ora, tornato a casa, sto con i figli e, come mi ha detto il mio amico Enrico, faccio il tifo perché mia moglie incontri Gesù.
Auguro a tutti di cercare questa bellezza nei volti incontrati. Dovunque.
Igor, Kazakistan

Il no all’umano

Andrea e Giovanni si sono trovati di fronte un uomo che ricuperava in loro un’assenzaAffezione e dimora di cui il loro animo si struggeva: l’assenza dell’umano.
Giustificare l’ira, giustificare la strumentalizzazione dell’altro, giustificare il potere sull’altro, giustificare la funzionalità dell’altro a un proprio progetto: è il no all’umano, perché l’umano non è connesso col tuo progetto! L’umano sorge e si erge nel cammino del tempo e dello spazio, nel cammino della storia, come Io. E da questo Io nasce una luce che illumina la tua faccia, che così viene scoperta e viene esaltata; viene amata, viene abbracciata e viene resa sorgente di nuove creature.
Vi ricordate quel caso che ho citato due anni fa, del professore di chimica? Un docente famoso di chimica di un’università italiana stava discutendo con me e altri sette o otto e, a un certo punto, dice: «Se non avessi la chimica, mi ucciderei». Aveva moglie e due figli: più disumano di così se mòre! Eppure la chimica per lui era come una preferenza, ma una preferenza “innescata” da un veleno mortale, che la rodeva incendiandola dal di dentro, facendone crollare tutte le pareti.
LUIGI GIUSSANI – AFFEZIONE E DIMORA

“È la fatica interminabile del quotidiano che fa scalpore”

DA AVVENIRE

Contro gli scettici del post-moderno

di Julián Carrón

26/04/2013 – Non è nelle grandi cose che si gioca la partita del vivere, ma nella fatica del quotidiano. Un brano dell’introduzione all’ultima Équipe, “Un evento reale nella vita dell’uomo”

«La vita dell’uomo si svolge laggiù tra le case, nei campi. Davanti al fuoco e in un letto. E ogni giorno che spunta ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze. È un fastidio alla fine […]. C’è una burrasca che rinnova le campagne – né la morte né i grossi dolori scoraggiano. Ma la fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d’ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come mosche d’estate – quest’è il vivere che taglia le gambe» (C. Pavese, Dialoghi con Leucò). Cesare Pavese ha identificato bene la sfida che ciascuno di noi è chiamato ad affrontare ogni giorno. Non è davanti alle grandi burrasche che ci giochiamo la partita del vivere. Per quelle possiamo riuscire perfino a tirare fuori delle energie a noi sconosciute. È la fatica interminabile del quotidiano che fa scalpore. Perciò è davanti al quotidiano «vivere che taglia le gambe» che ogni ideologia, teoria o credenza misura la sua verità in questi tempi postmoderni. Nel grande mercato delle ideologie tutto sembra avere lo stesso valore. Una teoria vale l’altra. Niente di nuovo sotto il sole. Lo scetticismo accomuna tutte le posizioni.

Anche il cristianesimo deve misurarsi con una tale provocazione. Anzi, noi cristiani siamo i primi interessati a verificare la sua capacità di rispondere a tale sfida.
Il cristianesimo nel nostro tempo ha subito l’influsso della mentalità dominante e si trova davanti a concezioni diverse di esso, più o meno contrastanti tra di loro. Ridotto a un’altra ideologia tra le tante, appunto. O a un’altra etica. O a un altro culto. Ma qualsiasi sia l’immagine che ognuno si fa del cristianesimo, trova la sua pietra d’inciampo in questa sfida, che nessuno può cercare di evitare, tanto è stringente.
È la vera natura del cristianesimo che ne va di mezzo. Ce la ricorda chi meno avremmo potuto immaginare: «“Il cristianesimo – dice il grande Wittgenstein – non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà dell’anima umana, bensì una descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo.” Uno come lui ha colto l’essenza del cristianesimo, come anche Pavese, nella frase già ricordata: “Nelle cose pensate manca sempre l’inevitabilità, il pensiero più risoluto non è nulla di fronte a ciò che avviene”. “Il cristianesimo non è una dottrina […] bensì una descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo.” L’evento reale nella vita di un uomo è il riconoscimento e l’adesione a Cristo, è l’accettare di essere stati scelti».

In cosa consiste questo evento reale nella vita dell’uomo, davanti al quale anche il pensiero più risoluto è nulla? «Cosa vuol dire “fare il cristianesimo”? Il cristianesimo è il legame che Cristo stabilisce con te»…
Ma affinché questa iniziativa di Cristo che ci precede possa attecchire, deve trovare accoglienza nell’uomo.
 «Perciò non è un problema innanzitutto di sconoscenza, ma di libertà. È la lama della libertà! È nel filo sottile di questo desiderio, della verità, della sincerità di questo desiderio, che si gioca tutto. Si gioca la persona, perché nella libertà ciò che si gioca è la persona. Il disegno di Dio si compie inesorabilmente, ma ciò che si gioca è la persona, perché l’Eterno non può essere mio se non lo voglio, la felicità non potrà essere mia se non la voglio, la perfezione non potrà essere mia se non la voglio».
Nella sua passione per la nostra vita, don Giussani non ha mai avuto altra preoccupazione che non fosse l’aiuto alla generazione di un io nuovo: «Quello che conta è il soggetto, ma il soggetto è la consapevolezza di un avvenimento, l’avvenimento di Cristo, che è diventato storia per te attraverso un incontro, e tu l’hai riconosciuto. Dobbiamo collaborare, aiutarci all’insorgere di soggetti nuovi, cioè di gente consapevole di un avvenimento che diventa storia per loro, altrimenti possiamo creare reti organizzative, ma non costruiamo nulla, non diamo niente di nuovo al mondo».
Ma come sappiamo se ci siamo lasciati plasmare dal cristianesimo e non da qualcuna delle sue riduzioni moderne? Il soggetto generato dal cristianesimo ha la riprova nella propria esperienza, nell’imprevedibile miracolo che accade davanti ai suoi occhi: la trasformazione del presente.

Soprattutto in questa nostra epoca tutto si gioca nella persona: «Quanto più i tempi sono duri, tanto più è il soggetto che conta, è la persona che conta». Come si diventa oggi una persona come quella descritta da don Giussani? Riconoscendo la Sua presenza ora: «Egli è presente. Se Egli è presenza, […] implica una realtà materiale: come tale non è più così esile. La Sua presenza implica una realtà materiale. […] Egli è presenza, qui e ora, perciò si identifica – è una presenza umana e quindi si identifica, è rilevabile, constatabile, visibile, tangibile, udibile – con una realtà fisica presente».
Ma dove è presente Cristo? «In una compagnia. Il metodo per creare questo soggetto nuovo è l’offerta di una compagnia. Nella compagnia si oggettiva, si rende oggettiva questa novità e la si assimila, così che la compagnia è il terreno su cui sorge la soggettività nuova».
Noi siamo stati scelti per renderLo presente oggi ai nostri fratelli uomini. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere da don Giussani:«Perché siamo stati battezzati? Perché noi siamo qui a parlare di queste cose? Perché noi siamo lo strumento con cui Cristo si comunica al mondo. Vale a dire, è nella normalità del vivere quotidiano che attecchisce, che si alimenta, che ha la sua sorgente l’impeto umanamente più grandioso, quello in cui l’uomo comunica se stesso all’altro, quello in cui l’uomo sacrifica, diventa una cosa sacra per l’altro, quello in cui l’uomo porta nella vita dell’altro il richiamo e la presenza del suo destino, cioè la missione».
Solo così possiamo porre nella realtà un fatto di vita. E il termine «presenza», tanto spesso identificato in modo riduttivo con una riuscita umana, con un potere o una egemonia, coinciderà sempre più col proprio io, dentro le movenze della giornata, di fronte a tutto e a tutti.

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“… una grande magnanimità e anche una grande umiltà”

Dalla  radio Vaticana alcune parole di papa Francesco mi hanno ricordato che per un cristiano il compito principale è contribuire alla formazione di una comunità cristiana viva; il resto viene come naturale conseguenza, anche la politica; nel senso che i rappresentanti che mandiamo difendono la concezione di vita della comunità viva cui appartengono. Altrimenti è una questione di potere e basta: non è che prima viene il potere e poi nasce la comunità cristiana viva. Ma: prima nasce la comunità cristiana viva fatta di persone che si impegnano con la propria umanità e poi viene il potere come servizio a tutti. Altrimenti il potere è a servizio di una ideologia.
Al centro dell’omelia del Papa il brano del Vangelo di San Marco in cui si racconta l’Ascensione di Gesù. Il Signore, prima di salire al Cielo, invia gli apostoli ad annunciare il Vangelo: “fino alla fine del mondo” – dice – non soltanto a Gerusalemme o in Galilea:

“No: in tutto il mondo. L’orizzonte … l’orizzonte grande … E come si può vedere, questa è la missionarietà della Chiesa. La Chiesa va avanti con questa predicazione a tutti, a tutto il mondo. Ma non va avanti da sola: va con Gesù. ‘Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro’. Il Signore lavora con tutti coloro che predicano il Vangelo. Questa è la magnanimità che i cristiani devono avere. Un cristiano pusillanime non lo si capisce: è proprio della vocazione cristiana, questa magnanimità: sempre di più, sempre di più, sempre di più, sempre avanti”.

La prima Lettera di San Pietro – sottolinea il Papa – definisce lo stile cristiano della predicazione, che è quello dell’umiltà:

“Lo stile della predicazione evangelica va su questo atteggiamento: l’umiltà, il servizio, la carità, l’amore fraterno. ‘Ma … Signore, noi dobbiamo conquistare il mondo!’. Quella parola, conquistare, non va. Dobbiamo predicare nel mondo. Il cristiano non deve essere come i soldati che quando vincono la battaglia fanno piazza pulita di tutto”.

Il cristiano – prosegue il Papa – “annuncia il Vangelo con la sua testimonianza, più che con le parole”. E con una duplice disposizione, come dice San Tommaso d’Aquino: un animo grande che non si spaventa delle cose grandi, di andare avanti verso orizzonti che non finiscono, e l’umiltà di tenere conto delle cose piccole. “Questo è divino – ha osservato – è come una tensione tra il grande e il piccolo” e la “missionarietà cristiana” procede “per questa strada”.

Il Vangelo di San Marco – conclude il Papa – finisce con “una frase bellissima” laddove si dice che Gesù agiva con i discepoli, confermando “la Parola con i segni che l’accompagnavano”.

“Quando noi andiamo con questa magnanimità e anche con questa umiltà, quando noi non ci spaventiamo delle cose grandi, di quell’orizzonte, ma prendiamo anche le cose piccole – l’umiltà, la carità quotidiana – il Signore conferma la Parola. E andiamo avanti. Il trionfo della Chiesa è la Risurrezione di Gesù. Ma c’è la Croce, prima. Chiediamo oggi al Signore di diventare missionari nella Chiesa, apostoli nella Chiesa ma con questo spirito: una grande magnanimità e anche una grande umiltà. Così sia”.

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/04/25/papa_francesco:_il_cristiano_sia_umile_ma_non_tema_di_fare_cose_grandi/it1-686220
del sito Radio Vaticana

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