Un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore

Certo, mi ha sconcertato il gesto di Benedetto XVI; ma è stato solo la prima reazione emotiva. In fondo è comodo avere un punto di riferimento stabile e quasi la coscienza si addormenta come un bimbo tra le braccia della mamma. Ma la coscienza del Papa di fronte a Dio ha compreso realisticamente che il progetto buono del Padre gli chiedeva di servire la Chiesa, Sposa di Cristo, in un altro modo.

Penso che chi non vive la fede come esperienza di Cristo presente, che interpella dolcemente la tua coscienza attimo per attimo, sia decisamente difficile capire, anche la scelta del silenzio e della clausura nella quale per il momento pare Benedetto si voglia appartare.

Eppure, a me questo gesto è servito per capire che la Chiesa non è del Papa, né dei fedeli o dei Vescovi: la Chiesa è di Dio e solo Lui può decidere come deve essere guidata. E siccome Dio non è un’idea astratta, ma è più concreto della nostra stessa vita, val la pena di fidarsi di Lui che non ci farà mai mancare la sua guida, nonostante la Sede Vacante  per qualche settimana.

Interessante l’intervista al teologo Javier Prades riportata da Tracce:

Afferrato da Cristo

di Davide Perillo

Il Papa ci ha spiegato la fede, da maestro. Ma soprattutto «l’ha fatta accadere». L’umiltà dell’inizio e della fine indicano il vero contenuto di ogni suo passo: «La prima iniziativa è di Dio». Il teologo JAVIER PRADES ci accompagna dentro questi otto anni

L’inizio e la fine. Certo, si specchiano già a prima vista. Difficile non vedere nell’umiltà con cui ha rinunciato al Soglio pontificio lo stesso tratto con cui Benedetto XVI si era presentato al popolo di Dio, il 19 aprile di otto anni fa: «Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Ma ora che il lavoro si conclude, ed è tempo di bilanci, si capisce che c’è qualcosa di più nel legame che unisce quei due gesti. «C’è una testimonianza che abbraccia tutto il resto», dice Javier Prades, 52 anni, teologo e rettore dell’Università San Dámaso di Madrid: «In come il cardinale Ratzinger aveva accettato la carica c’era già, in nuce, il cuore di quello che è venuto dopo: la prima iniziativa è di Dio, non nostra. Benedetto XVI lo ha mostrato a tutti con grande chiarezza. È un uomo libero. E lo si è visto bene, in questi anni».

Quali sono stati i tratti salienti di questo Pontificato?
Subito, addirittura a ridosso dell’elezione, nella messa Pro eligendo Pontifice, Ratzinger aveva già disegnato una comprensione profonda del mistero della vita cristiana e dei bisogni della Chiesa. È quello che ha detto dopo, nella prima omelia da Papa: non ripone la sua speranza nei programmi, ma nella volontà di rispettare l’iniziativa del Mistero. È la consapevolezza che la vera urgenza è alla radice, nel rapporto con il Mistero di Dio, appunto. È un refrain che si è mantenuto nel tempo. Ed è diventato decisivo, anche per la sensibilità con cui ha sviluppato i grandi discorsi del Pontificato. Pensiamo alla lezione tenuta ai Bernardini, con l’insistenza sul quaerere Deum: «I monaci non hanno pensato a creare una cultura cristiana, ma hanno cercato Dio». La conseguenza è stata una novità di vita che ha portato a creare una realtà inaspettata. Ecco, questa preminenza del Mistero è sicuramente uno degli assi portanti. Ma ce ne sono altri.

Quali?
Per esempio, la strenua difesa della ragione umana. Si vede bene nell’intervento a Regensburg, dove emerge quell’affermazione paradigmatica: ciò che va contro la ragione va contro la natura di Dio. Poi, l’attenzione è stata deviata dalle polemiche sull’islam. Ma la rivendicazione dell’ampiezza della ragione è diventata una costante del Pontificato. Basta pensare anche al discorso non pronunciato alla Sapienza, quando gli impedirono di intervenire, o all’immagine del bunker usata davanti al Bundestag tedesco, nel 2011. E più a monte c’è l’affermazione dei tratti essenziali della fede cristiana, della sua specificità: la risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio nella storia è il riconoscimento di un avvenimento. In questo senso, le prime righe della Deus caritas est, la sua prima enciclica, sono decisive.

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». È una formulazione che colpì tutti…
E che porta dritti fino all’Anno della Fede. Perché una grande caratteristica di Benedetto XVI è stata proprio la consapevolezza dell’irriducibilità del fatto cristiano. Anzi, forse il fattore dominante è questo.

In che senso?
Per il Papa è il riconoscimento di Cristo che consente di spiegare gli altri elementi: la sovranità di Dio e la dignità dell’uomo. Questo Papa non arriva a Cristo dopo, come derivazione: è partendo da Lui che coglie questa dimensione incondizionata di Dio, non subordinata a niente, come sorgente della dignità dell’uomo. Dio è sempre prima. Può risultare molto familiare un’espressione di don Giussani: «Qualcosa che viene prima».

Quali sono i momenti con cui è emersa con più chiarezza questa centralità? 
Il Pontificato è ricchissimo di questa consapevolezza. Se dovessimo identificare dei documenti, a parte le encicliche, direi che le sue esortazioni Sacramentum caritatis e Verbum Domini, dopo i corrispettivi Sinodi, di fatto sono un canto a Cristo, Verbo incarnato, reso presente agli uomini nell’Eucaristia e nella Parola di Dio. Fino ad arrivare alle catechesi dell’Anno della Fede. Ma questo primato, nei suoi testi, è una costante: riguardo all’interpretazione della Scrittura, alla vita del comune fedele, all’attesa umana o al dinamismo dell’amore, Cristo viene sempre prima. Non dimentichiamo che Ratzinger si è formato alla scuola di Agostino. Ma questa sensibilità si è espressa anche in certi gesti educativi; le Giornate della Gioventù, per esempio. Sono momenti rivolti al mondo intero, in cui il Papa ha orientato lo sguardo di tutti verso l’essenziale: Cristo.

Ecco, a proposito dell’«apertura al mondo intero»: un altro tratto saliente del Pontificato è il dialogo avviato con la modernità anche in forza di questa difesa della ragione. Che caratteristiche ha avuto, secondo lei? 
Il primo dato, non scontato, è proprio questa forte volontà di dialogo. Ratzinger lo dice già nel 2005, quando propone un «sì» alla modernità. È un «sì» critico, in grado di indicare anche le riduzioni della dimensione moderna dell’uomo e della ragione. Ma per Benedetto XVI sia la modernità che la Chiesa si sono evolute, e oggi siamo in grado di approfondire il confronto su certi grandi temi: la libertà religiosa, il rapporto tra Chiesa e Stato, quello tra scienza e fede. E i problemi etici, la dignità dell’uomo… Temi cari al mondo moderno. Lui quel confronto lo ha mantenuto a più livelli: tenendo dialoghi diretti, ma anche impostando i suoi interventi sotto forma di dialogo, facendo eco alle domande dei contemporanei. Mi sembra una caratteristica dell’intelligenza di Ratzinger per la visione della Chiesa in rapporto al mondo di oggi.

Così facendo ha letto in maniera originale anche certe categorie culturali: ha parlato di «ecologia dell’uomo», di «laicità positiva»…
Ecco, questo è un esempio interessante: la laicità positiva. Benedetto XVI in Francia, nel cuore della tradizione che sembrerebbe più ostile al cristianesimo in Europa, rivendica la laicità dello Stato e la giusta separazione tra Stato e Chiesa richiamando, però, una nuova fase in cui si vada oltre lo steccato della contrapposizione. Insomma, apre il dialogo su una delle questioni basilari della civiltà europea. Altro esempio: la scienza. Già da teologo Ratzinger ha avuto la sensibilità di guardare a quel mondo poggiando su una convinzione: il reale è intelligibile. Questo apre a uno sguardo di fiducia sulla scienza e sul lavoro degli scienziati, dà un grande credito al loro contributo di conoscenza della realtà. E permette di affrontare in modo nuovo un altro punto importante nel rapporto con la modernità.

Man mano è diventato sempre più evidente che parte essenziale del magistero di Benedetto XVI era proprio la sua testimonianza personale. In qualche modo ha mostrato anche con la vita la verità di ciò che indicava nell’insegnamento: il momento della rinuncia, in questo senso, è stato imponente, ma ho presente anche occasioni come la Gmg di Madrid, o l’atteggiamento davanti alle vittime della pedofilia… Quanto è stato importante questo aspetto? Quanto il Papa ci ha aiutato a capire che il cristianesimo è anzitutto qualcosa che accade e si conosce per testimonianza?
È decisivo. Nei suoi confronti c’era – e per tanti versi permane – un cliché: «È un Papa teologo, un professore». È vero. È un grandissimo teologo e professore, ma lo è in forza della sua capacità testimoniale. È un testimone di Cristo. Lo è sempre stato. A leggere le sue opere teologiche, a seguire le sue interviste, si scioglie l’immagine del Panzerkardinal (non dimentichiamo cosa sono stati gli insulti contro il Ratzinger cardinale…); ci si è accorti che sia da Papa che prima è stato sempre molto libero. Nel libro su Gesù di Nazaret ci consegna una sua riflessione essenziale, quasi una sorta di testamento dottrinale. E la inizia dicendo che si sottopone alla libera discussione, perché questo libro non è un gesto magisteriale in senso proprio. Ecco, a mio parere in quel gesto forza testimoniale e contenuto coincidono. Il libro comunica in maniera molto forte il fatto che la fede in Cristo è il punto di partenza e di destinazione dell’intera esistenza, e ne presenta le ragioni per una discussione aperta.

È stato veramente un «umile operaio nella vigna del Signore», quindi.
Sì. In Benedetto XVI le parole e i gesti si accompagnano. Anche quando ci sono state fatiche non piccole, o addirittura difficoltà molto gravi, se n’è fatto carico in prima persona: pensiamo ai casi di pedofilia, alle polemiche sui lefebvriani. Ha preso iniziativa scrivendo ai Vescovi, giudicando, riconoscendo gli errori commessi. Se da una parte corregge e giudica, offrendone le ragioni, dall’altra accetta il dialogo e le riflessioni che gli vengono proposte.

In che cosa è cambiata la Chiesa in questi otto anni?
Di sicuro è una Chiesa che è stata aiutata a riconoscere l’essenziale della fede e a comunicarla a tutti.

E lo sta facendo? Insomma, quanto ha inciso davvero il magistero di Benedetto XVI sulla Chiesa e sul mondo?
Ha inciso profondamente, a mio parere, anche se c’è ancora molto da assimilare nella vita della Chiesa. Questo Papa si è esposto, sia ad intra che ad extra. Dovunque si è messo davanti a tutti, ha ottenuto di fatto l’allargamento della ragione: chi ascoltava e si paragonava, scopriva domande e poteva accogliere le evidenze della ragione e la certezza della fede. C’è ancora una lunga strada per far passare nel tessuto ecclesiale questo atteggiamento. Così come c’è tanto da fare per approfondire altri punti decisivi della sua riflessione. Pensiamo alla sua preoccupazione sulla vera interpretazione del Concilio Vaticano II, un aspetto magari meno immediato per la gente comune, ma che per la vita della Chiesa è di grande trascendenza. Il Papa lega l’interpretazione a questa intelligenza profonda della tradizione cristiana, che è sempre in grado di riformarsi nella continuità del soggetto-Chiesa. Anche su questo dovremo riflettere molto.

E fuori dalla Chiesa? 
Per fare soltanto un caso, nel volume Dio salvi la ragione (Cantagalli; ndr) si vede come il Papa di fatto, grazie al suo discorso di Regensburg, ottiene da André Glucksmann, da Joseph Weiler, da Gustavo Bueno, da alcuni grandi nomi della scena occidentale una risposta che riapre delle posizioni. Incide, insomma. Ma è un piccolo esempio di una dinamica che si è vista spesso, in questi anni. Pensiamo alla visita in Inghilterra. In una società che poteva avere tutti i pregiudizi possibili verso il Papa di Roma, lui riesce a generare un atteggiamento che David Cameron, il premier, ha sintetizzato bene: «Ha sfidato l’intero Paese a sedersi e pensare». E potremmo dire qualcosa di simile anche per le visite in Francia, all’Onu, nella Repubblica ceca… O per l’impatto delle Gmg.

Lei c’era a Madrid…
Sì, e anche lì ho visto superare uno stereotipo: «È un Papa anziano, che non sa incontrare i giovani». Invece si è visto un Pontefice che ha fatto dei gesti essenziali, centrati tutti sui misteri nucleari della fede: l’Eucaristia, la Croce, l’annuncio di Gesù a tutti, la carità. E che, così facendo, non solo ha trascinato una folla come non si era mai vista a Madrid, ma ha ottenuto dai ragazzi una serietà e una profondità che a volte neanche loro riconoscono a se stessi.

Quanto è rimasto di quell’incontro dopo?
Ho visto persone che hanno riscoperto la fede o hanno scoperto la vocazione. O rapporti con autorità civili e realtà sociali che si sono aperti grazie a quei giorni e lo sono rimasti. Dopo lo tsunami della folla, ovviamente, tutto rifluisce un po’. Ma ci sono molte persone a tutti i livelli per cui quella Gmg è stata un punto di svolta.

C’è un elemento potente di quei giorni, che ritroviamo in altri momenti o nelle stesse catechesi di quest’Anno della Fede: Benedetto XVI valorizza molto l’aspetto affettivo, il desiderio, ma lo fa sottolineandone sempre il legame intrinseco con la ragione, l’unità dell’io. Quanto è stata importante questa «ricentratura»? E come aiuta a sottrarre la fede al terreno del sentimentalismo? 
È vero, il papa Ratzinger valorizza molto anche questo aspetto. Nelle encicliche, per esempio, affezione e desiderio sono un fattore portante: ragione e libertà sono tenuti come un valore, come un bene. Già nella Deus caritas est Benedetto XVI fa un percorso che parte dalla dinamica dell’eros, e quindi del desiderio affettivo, senza contrapporlo all’agape, alla carità. Sono testi di una ricchezza eccezionale. Ma anche nel messaggio indirizzato al Meeting 2012 c’è una valorizzazione della dinamica del desiderio proprio perché intimamente legato alle domande ultime della ragione. Per questo non è un impeto sentimentale: ha a che fare con la piena intelligenza del reale, e non solo con l’inclinazione o la pulsione.

Accanto al richiamo ad «uscire dal bunker» e «allargare la ragione» c’è stata pure un’insistenza continua sulla «gioia e la bellezza» dell’essere cristiani. Una «convenienza umana» totale, insomma. Anche qui, che novità ha portato il suo magistero? 
Ci sarebbe molto da dire. Penso agli incontri con gli artisti. O alle sue parole alla Scala. Ma teniamo solo un esempio che ho visto da vicino: la sua interpretazione della Sagrada Família, a Barcellona. In quell’occasione il Papa ha fatto una catechesi sulla bellezza che indica ancora una volta una sensibilità imprescindibile per il cristianesimo in Europa: nel cammino dell’uomo, Dio emerge come la fonte di questa bellezza, così come lo è del bene e della verità. Il fascino che genera un’attrattiva resta il fattore iniziale della comunicazione della fede.

E il rapporto con Cl? Joseph Ratzinger era molto amico di don Giussani, e si sa. Ma il modo in cui il suo magistero ci sta aiutando ad approfondire anche il carisma di Giussani è addirittura commovente…
Chi è educato da don Giussani trova una sintonia, un’affinità con questo Papa che glielo rende molto familiare. Grazie al carisma risulta possibile condividere e amare le sue proposte secondo una sintonia di cui lo stesso Ratzinger parlò nell’omelia del funerale di don Giussani e di cui ha riparlato proprio poche settimane fa, nell’udienza alla Fraternità San Carlo Borromeo. Questa familiarità è una grazia nella grazia. Non si può che riconoscerla con gratitudine e stupore.

Stupisce anche come persino nel gesto della rinuncia ci sia qualcosa che ci fa capire meglio alcuni punti su cui abbiamo lavorato molto negli ultimi tempi: il richiamo che «a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato», come diceva don Giussani; la supremazia della testimonianza e non del potere; il fatto che le circostanze sono «un fattore decisivo e non secondario» nella vocazione personale… Sono cose che abbiamo visto incarnate in maniera potentissima e al massimo livello nel Papa. 
Anche con la rinuncia, a mio parere, Benedetto XVI ha fatto un gesto di amore a Cristo e di fiducia in Dio in atto. Dio è reale, è tanto reale che può guidare la Chiesa con l’assistenza dello Spirito. È vero, ci fa vedere bene che «a nulla fuorché a Gesù» vale la pena di attaccarsi. E per via della sua testimonianza siamo costretti a prendere posizione in modo tale che possa crescere la nostra fede. Non ci ha soltanto spiegato la fede: l’ha fatta accadere. E poi l’ha anche spiegata, egregiamente.

“richiamo potente a rinunciare a ogni sicurezza umana”

COMUNICATO STAMPA

Julián Carrón: «L’incredibile libertà di un uomo afferrato da Cristo»

 

11/02/2013 – Le parole di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, in relazione all’annuncio della rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI

«Con questo gesto, tanto imponente quanto imprevisto, il Papa ci testimonia una tale pienezza nel rapporto con Cristo da sorprenderci per una mossa di libertà senza precedenti, che privilegia innanzitutto il bene della Chiesa. Così mostra a tutti di essere totalmente affidato al disegno misterioso di un Altro.
Chi non desidererebbe una simile libertà?
Il gesto del Papa è un richiamo potente a rinunciare a ogni sicurezza umana, confidando esclusivamente nella forza dello Spirito Santo, come se Benedetto XVI ci dicesse con le parole di san Paolo: “Sono persuaso che colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Fil 1,6).
Attraverso l’annuncio del Papa, il Signore ci domanda di trapassare ogni apparenza, attraversando tutto l’entusiasmo umano con cui avevamo salutato l’elezione di Benedetto XVI e con cui lo abbiamo seguito in questi otto anni, grati per ogni sua parola.
Desiderando di vivere la stessa esperienza di immedesimazione con Cristo che ha dettato al Papa questo atto storico per la vita della Chiesa e del mondo, accogliamo anche noi con libertà e pieni di stupore questo estremo gesto di paternità, compiuto per amore dei suoi figli, affidando la sua persona alla Madonna affinché continui a esserci padre dando la vita per l’opera di un Altro, cioè per l’edificazione della Chiesa di Dio.
Con tutti i fratelli, insieme a Benedetto XVI, domandiamo allo Spirito di Cristo di assistere la Chiesa nella scelta di un padre che possa guidarla in un momento storico così delicato e decisivo».

Milano, 11 febbraio 2013

Don Giussani: «Io sono zero, Dio è tutto»

Da Tracce un’intervista a don Giussani di Dino Boffo per Avvenire del 13.10.2002

 

INTERVISTA A DON GIUSSANI

Lo fissi negli occhi e ti chiedi: qual è il mistero di una vita? Di quelle semplici e di quelle importanti. Ma importanti perché? E in base a che cosa? La notorietà pubblica? Il numero di seguaci? Le opere realizzate? Il sacerdote che incontriamo è certamente famoso. Senza dubbio è destinato a entrare nella storia religiosa del Novecento. Il pensiero che migliaia di persone vorrebbero stargli dinanzi, potergli rivolgere una domanda, anche una sola, mette imbarazzo. Allunghi lo sguardo e scorgi dietro a lui una moltitudine di giovani (e meno giovani ormai), consapevoli, ed entusiasti ad oltranza. E percepisci immediatamente quello che in termini non solo tecnici viene chiamato carisma. Ne ha da vendere, quest’uomo, glielo riconoscono pure quelli che restano scettici sul suo messaggio. Ancor più oggi, vecchio e acciaccato, è un tutt’uno con il suo carisma, penetrato e assorto in esso. Spontaneo viene il pensare alla corrente comunicativa che lo lega al suo Dio. Dev’essere una relazione forte e continua. Che poi è la cifra segreta di ogni “fondatore”, specie nelle stagioni di disarmo dalle strutture: attingono alla Fonte quello che è fascinoso e di rinforzo per le anime. Molti di questi movimenti più recenti sono spuntati dal tronco secolare ma giovane e fecondo della cattolicità italiana. Non suonasse sconveniente, avresti la tentazione di dirgli: don Giussani, non sembra anche a lei di essere più del suo movimento, che il suo sguardo vada oltre, e il suo sogno trasbordi ancora? Che lei sarà certo un maestro, un concentrato dei maestri che ha avuto, ma più ancora è un testimone, nel senso letterale del termine: uno che ha visto, e per questo parla e può parlare a tutti? Intanto don Luigi – a sua volta – ti fissa aspettando la prima domanda. Fatalmente diversa da queste.

Ottant’anni. Don Gius, com’è la vita a quell’altezza?
La vita a quest’altezza è fatta e comunicata per riconoscere il nome di Dio in tutte le cose, e per riconoscere lo Spirito creatore che opera in essa. Così che s’avverino le parole della poesia di Ada Negri Mia giovinezza: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo/ all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:/… più bella./ Ami, e non pensi essere amata: ad ogni/ fiore che sboccia o frutto che rosseggia/ o pargolo che nasce, al Dio dei campi/ e delle stirpi rendi grazie in cuore».

Il senso del tempo che corre veloce quanto ha inciso nell’opera che ha realizzato? In altre parole: la sua vita si è svolta nel segno dell’urgenza?
Spero che la mia vita si sia svolta secondo quel che Dio aspettava da essa. Si può dire che si sia svolta nel segno dell’urgenza perché ogni circostanza, anzi ogni istante per la mia coscienza cristiana è stato ricerca della gloria di Cristo. Il cardinale Tettamanzi, mio vescovo, entrando in Milano, ha detto: «Gli uomini e le donne del nostro tempo, anche se inconsapevolmente, ci chiedono di “parlare” loro di Cristo, anzi di farlo loro “vedere”». Proprio Gesù Cristo, la Sua gloria umana nella storia, è nel mondo l’unico segno positivo di un altrimenti assurdo muoversi del tempo e dello spazio. Poiché senza il significato, direbbe Eliot, non c’è tempo. La vita è piena di nullità, di negatività e Gesù di Nazareth è la rivincita. In me questo è chiaro. Così la speranza è la certezza per cui nel presente si può respirare, nel presente si può godere.

C’è stato un momento nei primi decenni della sua vita in cui ha avuto il presentimento di quello che sarebbe scaturito dalla sua iniziativa sacerdotale? Per quanto delicato e personale, ce lo può raccontare?
Non riesco a fissare alcun momento particolarmente “istigatore”. Tutto per me si è svolto nella più assoluta normalità e solo le cose che accadevano, mentre accadevano, suscitavano stupore, tanto era Dio a operarle facendo di esse la trama di una storia che mi accadeva – e mi accade – davanti agli occhi. Ho visto il succedere di un popolo, in nome di Cristo, protagonista della storia.

Lei è assai amato dai suoi ragazzi. Quando parla loro, anche in assemblee vastissime, di persona o in video, non si muove una mosca. Si intuisce che per molti lei è un padre, rappresenta l’ideale. La imbarazza?
Non mi imbarazza affatto, ma mi fa pregare Dio affinché io sappia sempre dare ragioni e forza per la libertà dei giovani.

Don Giussani è tra le icone pubbliche degli ultimi decenni, eppure in pubblico non è mai apparso molto, si direbbe solo lo stretto indispensabile. Timidezza o civetteria, scelta calcolata o spontanea?
Scelta spontanea di un animo teso al vero, pur essendo ben consapevole dei miei limiti.

Dinanzi al suo nome, e quasi a prescindere dalla persona, per anni è stato quasi obbligatorio schierarsi: o decisamente a favore, o contro. Perché secondo lei?
Il favore anche ben riconosciuto non mi ha mai fatto dimenticare il prezzo del sacrificio richiesto.

Chi la sta intervistando proviene da un’esperienza ecclesiale ritenuta “opposta” a Cl. Per anni le cronache si sono riempite del conflitto Ac-Cl. Lei pensa che fosse inevitabile o ha qualche rimprovero da fare o da farsi al riguardo?
Mi pare che quanto più un gruppo di fedeli cerca di vivere la fede e di educarsi all’apostolato sotto l’influsso di analisi sincere e appassionate tanto più rischia anche di essere parziale nei suoi riferimenti, poiché ogni analisi è impossibile che sia omnicomprensiva. Ma se i rapporti sono mantenuti e svolti nella carità, come Cristo e gli Apostoli hanno raccomandato, le distinzioni e le diversità riescono ad essere una collaborazione.

Perdoni l’ingenuità della domanda: che cos’è Cl per don Giussani?
E’ un’amicizia (l’ex rettore dell’Università di Monaco e fondatore dell’Università di Eichstatt, il professore Nikolaus Lobkowicz, ha scritto che incontrando Cl ha scoperto l’amicizia come “virtù”) che assicuri uno sforzo comune di collaborazione nella riflessione sulla fede e nel tentativo di rendere espressione comune la volontà di testimoniare Cristo come ispiratore di pace e di aiuto vicendevole.
E nella lettera che mi ha inviato per il ventennale della Fraternità di Cl, Giovanni Paolo II ha scritto che «il movimento ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale» dell’uomo di oggi. E ha aggiunto: «La strada è Cristo… Comunione e Liberazione, più che ad offrire cose nuove, mira a far riscoprire la Tradizione e la storia della Chiesa, per riesprimerla in modi capaci di parlare e di interpellare gli uomini del nostro tempo». Esistiamo solo per questo.

Prete, educatore e leader. Non lo neghi: lei è stato ed è un capo a tutto tondo. Qual è la gioia maggiore, ma anche la maggior fatica, nel guidare un popolo di giovani ed ex-giovani?
Nel guidare un popolo la gioia maggiore e insieme la fatica maggiore stanno nel chiedere sinceramente e continuamente a Dio, e quindi allo Spirito e alla Madonna, luce per la propria intelligenza e fuoco ardente per la propria carità di fronte a tutti i problemi che scaturiscono nel cuore di ogni uomo davanti agli avvenimenti che il Mistero di Dio permette, problemi che si impongono al cuore e al lavoro di ognuno nel luogo in cui ci si incontra.

Il seme di Comunione e Liberazione è ormai sparso in tutti i continenti. Quali criteri indica perché la diffusione avvenga nella fedeltà al disegno originale?
La diffusione dei criteri teorici e pratici in tutto il mondo è un dono da chiedere continuamente a Cristo e perciò deve avvenire come oggetto della preghiera al Mistero del Padre, come Cristo ci ha insegnato: nella coerente ricerca dei principi della fede e della carità, nell’obbedienza umile ai pastori del gregge, cioè i Vescovi. L’obbedienza all’autorità della Chiesa – innanzitutto al Papa, argine stabilito per la sicurezza della nostra fede cattolica – costituisce l’originale e perfetto criterio. In un tale atteggiamento gli anni che passano confermano (cioè motivano la conferma di una promessa compiuta).

Faccio l’indiscreto. Come prega don Giussani? E quale invocazione più frequentemente sale dal suo cuore durante la giornata?
La mia preghiera è la liturgia e la continuata ripetizione di una formula: Veni Sancte Spiritus, Veni per Mariam. Vieni Santo Spirito, vieni per Maria, renditi presente attraverso il ventre, la carne della Madonna. Questa antica giaculatoria è sintesi di tutta la Tradizione e segna il metodo di Dio per farsi conoscere dagli uomini: l’Incarnazione. Tutto il cristianesimo è lì. Nell’inno suo alla Vergine, Dante parla del “caldo” del ventre della Madonna: pensare che di lì si grida il Mistero è veramente la cosa più misteriosa, e solo nell’esperienza di una comunione vissuta si può cominciare a capire qualcosa di questo mistero di Dio.
Per cui la preghiera è il gesto più ragionevole che l’uomo ingaggiato nella quotidiana lotta per la vita possa compiere: è l’alfa e l’omega di tutto. Io non ho fatto niente, sono uno zero. L’Infinito fa tutto, e da noi non si farebbe niente se non si fosse donato.

A ottant’anni è inevitabile forse pensare alla successione. Posso sapere cosa si attende da chi raccoglierà il suo testimone?
Mi attendo dalla Misericordia di Dio e della Madonna un capo che risponda coerentemente ai contenuti delle ultime domande.

Dio ha parlato, ma come può saperlo l’uomo?

(…)  dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? Questa domanda oggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? È una realtà o no? Perché non si fa sentire? «Vangelo» vuol dire: Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia. Gesù è la sua Parola, il Dio con noi, il Dio che ci mostra che ci ama, che soffre con noi fino alla morte e risorge. Questo è il Vangelo stesso. Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza.

La questione per noi è: Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza? Di per sé il fatto che abbia parlato è la salvezza, è la redenzione. Ma come può saperlo l’uomo? Questo punto mi sembra che sia un interrogativo, ma anche una domanda, un mandato per noi: possiamo trovare risposta (…)

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Breve profilo del nuovo Vescovo di Reggio Emilia

Parlavo nel post di ieri della bellezza della Chiesa quando è vera e oggi voglio sottolineare che la stessa esperienza di fede cui anch’io sono stata chiamata ha reso capace don Massimo di servire la Chiesa ai livelli più alti e ne sono davvero felice.

Dal sito della Diocesi di Reggio Emilia::

Mons. Massimo Camisasca, nominato Vescovo di Reggio Emilia – Guastalla  
E’ stato annnunciato ufficialmente sabato 29 settembre, alle 12, in contemporanea a Reggio e a Roma
Breve profilo di Massimo Camisasca
Massimo Camisasca è nato il 3 novembre 1946 a Milano. Dai suoi genitori Mariangela Tufigno, insegnante alle scuole elementari, ed Ennio, impiegato comunale, riceve fin da piccolo un’educazione alla fede cattolica profonda e ricca di amore alla Chiesa. Ha un fratello gemello di nome Franco.
All’età di quattordici anni incontra al liceo Berchet di Milano don Luigi Giussani, che sarà il fondatore di Comunione e Liberazione, movimento nel quale, negli anni successivi, ricoprirà importanti cariche di responsabilità. Nel 1965 diventa uno dei responsabili della Gioventù Studentesca milanese e due anni più tardi entra a far parte della presidenza diocesana dell’Azione Cattolica giovanile, di cui sarà presidente diocesano dal 1970 al 1972. Laureatosi in Filosofia all’Università Cattolica di Milano con una tesi in Storia della Teologia su Y. Congar, inizia il suo insegnamento di storia, filosofia e religione prima nei licei milanesi, poi all’Università Cattolica di Milano, dove sarà assistente alla cattedra di Filosofia della religione.
Nei primi anni Settanta entra nel seminario della Comunità Missionaria “Paradiso” a Bergamo e nel 1975 viene ordinato sacerdote.
Durante gli anni successivi diventa responsabile della Pastorale Scolastica della Diocesi di Bergamo e dal 1978 è trasferito a Roma per curare le relazioni tra Comunione e Liberazione e la Santa Sede, lavoro che lo terrà impegnato per quindici anni.
Nel 1987 ottiene la Licenza in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense con una tesi su sant’Agostino. Dal 1989 al 1996 ricopre la cattedra di gnoseologia e metafisica presso l’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, a Roma, del quale è vice-preside dal 1993 al 1996.
Nel 1990 viene nominato Cappellano di Sua Santità.
Nei primi anni Novanta partecipa come perito all’VIII e come uditore alla IX Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi e nel 1996 viene nominato Prelato onorario di Sua Santità.
Ha pubblicato numerosi articoli di pastorale, filosofia e teologia sui più importanti quotidiani italiani. È stato redattore della rivista internazionale di teologia Communio. Ha collaborato a diverse trasmissioni RAI, sia come redattore che come commentatore televisivo. È autore di oltre cinquanta libri, tradotti in inglese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese e russo.
Nel 1985 fonda la Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, Società di Vita Apostolica di diritto pontificio . Tale comunità, formata da 110 sacerdoti e 40 seminaristi, è presente in diciassette paesi di quattro continenti. Di essa è Superiore Generale fin dalla fondazione.

“Dentro le brutture del mondo è la bellezza di Cristo che la Chiesa porta ed è questa la sfida ancor più incalzante di oggi”

Carissimo Scalfari,

prima di scrivere l’editoriale con cui oggi si aprono le pagine di Repubblica avrebbe dovuto ascoltare quanto ha detto ieri il Papa, avrebbe dovuto piegarsi al suo dolore e sentire la forza della sua certezza. L’analisi che ci propone oggi degli ultimi pontificati da Pio XII a Benedetto XVI è un tentativo di interpretare la vita della Chiesa con logiche di potere puramente politico, come se la questione seria della Chiesa fosse di sopravvivere al mondo e non di portare dentro la storia ciò per cui Gesù l’ha posta e la sostiene, la proposta ad ogni uomo della via per trovare se stesso. Non che come lei sostiene la Chiesa non soffra delle ferite a lei inferte da un potere sempre più subdolo e incombente, ma le energie di cui vive la Chiesa le sono date dalla presenza di Gesù, la sua affezione sempre appassionata e viva, capace di mantenere salda la sua dimora, e mentre tutto cospira per farla precipitare è più certo il suo procedere dentro la storia. E’ grande il dolore del Papa di fronte al male che entra dentro le mura della casa del Signore, ancor più certo il suo cammino, perchè come ha detto ieri il Papa sa che sulla vita della Chiesa è Gesù a vigilare, a renderla più certa di ciò che porta. Lei è questo che nelle sue analisi non prende in considerazione, del resto in questi difficili momenti la Chiesa è chiamata a verificare proprio questo, se la sua presenza nella storia si riduce a logiche di puro potere e allora siamo vicini alla fine oppure se ciò che fa vivere la Chiesa è Colui che le ha dato inizio e che oggi è in grado di darle un nuovo inizio. Nel dolore e nella certezza di Benedetto XVI c’è già questo nuovo inizio, è ciò di cui vive la Chiesa, è la presenza che sa portare il male per il bene di cui consiste. Vi è una domanda che emerge dentro la scena del mondo, oggi portata a travolgere tutto con lo scandalo di chi tradisce, è la domanda sulla consistenza della vita, è la domanda che si legge tra le pagine del Vangelo, “che serve all’uomo conquistare il mondo intero, se alla fine perde se stesso?”: è questa la domanda che urge all’oggi, non le sue analisi, ma come poter ritrovare se stessi! E la Chiesa porta questo dentro la storia la tenerezza per l’umano, la possibilità che Gesù apre ad ogni tornante del tempo di scoprire il punto che dà forza all’io. Oggi è questo che la Chiesa ha da scoprire, dentro la bufera in cui sta passando e diversamente da quanto le pensa ha un Papa che sa sorreggerla dentro questa dura sfida, un Papa che sa di che tenerezza è investita la vita dell’uomo, una tenerezza di cui viene vitalizzata ogni fibra d’umano. E’ per questo che al posto della sua pessima conclusione – “Il pontificato lezioso andrà avanti finché potrà, poi non ci sarà il diluvio ma una pioggia da palude piena di rane, zanzare e qualche anitra selvatica. Quanto di peggio per tutti. ” – c’è invece un’altra cosa da dire, che la Chiesa sa già trarre dalla presenza di Chi la fa vivere il meglio che deve ancora venire, quella tenerezza per l’uomo che Cristo ha portato nel mondo e ha consegnato alla sua dimora perchè diventi sempre più appassionante e travolgente. Dentro le brutture del mondo è la bellezza di Cristo che la Chiesa porta ed è questa la sfida ancor più incalzante di oggi!

Gianni Mereghetti

Abbiategrasso

“La proposta educativa di don Giussani: nessuno può salvarsi da sé”

Il cardinale Scola ha presieduto la celebrazione eucaristica nel settimo anniversario della scomparsa e nel 30° del riconoscimento pontificio di Cl. La Fraternità di Cl ha chiesto formalmente l’avvio della causa di beatificazione

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La pretesa cristiana

Rilancio molto volentieri la bellissima notizia con le parole del mio amico Berlicche:

Ciò che rimane

by Berlicche

Come forse saprete già, è iniziato il processo di beatificazione di Don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione.
Non dubito affatto che andrà a buon fine. Il “Gius” è uno della dozzina o più di santi che per mia fortuna ho incontrato personalmente. Era evidente cosa lo muoveva.

Proprio all’inizio del suo libro “All’origine della pretesa cristiana” Giussani – sulla scorta di Julien Ries e Rudolph Otto – osserva* come dal sacro, cioè dalla percezione del “totalmente altro”, nasca la scoperta del santo, cioè di come l’adesione a quel sacro faccia apparire tutto il resto senza valore.
Ecco: il santo è chi sa guardare oltre la cortina grigia del reale e ci indica come tutte le cose possano trasformarsi, come tutto possa splendere di luce, soprattutto la nostra vita.
E ce lo indica perché è evidente in lui.

“Evidente”: qui bisogna intendersi. Una caratteristica dei santi è di essere stati spessissimo incompresi e perseguitati, lo accennavo qualche tempo fa. Padre Pio, Josè Maria Escrivà, don Bosco, per citare solo i primi che mi vengono alla mente, sono stati lungamente “trattati male” dai loro superiori. Giussani è stato allontanato da quanto aveva fondato, mandato a studiare all’estero, e non parliamo di quanto accaduto al suo movimento.
Sono giunto alla conclusione che questa sia proprio una caratteristica della santità. Riceve colpi da due parti. Da un lato da chi al sacro si oppone, lo combatte, cioè quel male che è reale e la cui più grande forza è farsi sottovalutare. E dall’altro lato da chi anche in buona fede non riesce a comprendere che il santo è altro da quello che ci si aspetta, ed è proprio per questo che è santo. Il vero male spesso usa l’insopprimibile piccineria umana per cercare di spegnere ciò che è grande, usando le armi dell’abitudine, del conformismo, della gelosia.

Il santo, il vero santo, però rimane fedele. Nella Bibbia c’è la frase “li ha saggiati come oro nel crogiuolo “; e ancora, “Il crogiolo è per l’argento e la fornace per l’oro, ma chi prova i cuori è il Signore”. Chi persevera nonostante le prove alla fine emerge come metallo purissimo, che tutti realmente possono apprezzare. Perde per strada tutte le impurità, perché solo l’essenziale resta.
E mi viene in mente che può valere anche il viceversa: cioè che solo dove c’è la Grazia che costruisce alla fine l’edificio resta in piedi.
Dov’è solo progetto umano, solamente orgoglio, le fondamenta sono deboli e crollano. E niente rimane.

Ciò che rimane è ciò che vale.

*Osserva Julien Ries: «Con la sua celebre analisi delle modalità dell’esperienza religiosa Rudolf Otto, teologo e storico delle religioni, mette in luce le tappe e il contenuto di quest’esperienza: sentimento di creatura in presenza del mysterium tremendum e fascinans espresso dalle parole qadosh, hàgios, sacer. In questo approccio, l’uomo coglie una prima faccia del sacro, il numinoso, l’essenza numinosa, l’anyad eva, il “tutt’altro”. Questa prima scoperta sfocia su una seconda, vale a dire la scoperta del sanctum, il valore numinoso, seconda faccia del sacro, in presenza della quale il profano appare come un non-valore e il peccato come un anti-valore. Qui ha origine
la religione, che è essenzialmente rapporto dell’uomo con il sacro, scoperto come numinoso e come valore numinoso»
(J. Ries, il sacro nella storia religiosa dell’umanità, Jaca Book, Milano 1995, p. 80)
(“All’origine della pretesa cristiana”, Rizzoli, pg 13).

“quella baldanza ingenua che ci caratterizza”

Saluto al Santo Padre Benedetto XVI di don Julián Carrón ( 24 marzo 2007) 
 
Abbiamo ancora vivissima nella memoria l’ultima volta che La abbiamo incontrata in occasione del funerale di don Giussani. La sua commovente disponibilità a venire a celebrarlo e le parole piene d’affezione e di comprensione profonda di lui, non potremo mai dimenticarle. Quante volte, da allora, ci siamo sorpresi a parlare di don Giussani con le parole che Lei ci ha rivolto quel giorno per descriverne la personalità: un uomo ferito dalla bellezza, che non guidava a sé, ma a Cristo, e così guadagnava i cuori!
È da lui, dalla sua testimonianza instancabile, che noi abbiamo imparato quello che Lei non si stanca di ripetere a tutti da quando è salito al Soglio Pontificio: la bellezza del cristianesimo. amic. Questa bellezza del cristianesimo noi l’abbiamo scoperta senza tralasciare niente di quello che è autenticamente umano. Anzi, per noi vivere la fede in Cristo coincide con l’esaltazione dell’umano. Tutto il tentativo educativo di don Giussani è stato mostrare la corrispondenza di Cristo con tutte le autentiche esigenze umane. Egli era convinto che solo una proposta rivolta alla ragione e alla libertà, e verificata nell’esperienza, fosse in grado di interessare l’uomo, perché l’unica in grado di fare percepire la sua verità, cioè la sua convenienza umana. Così ci ha mostrato come è possibile vivere la fede da uomini, nel pieno uso della ragione, della libertà e dell’affezione. Noi vogliamo seguire le sue orme.
Davanti a tanta grazia è impossibile non sentire i brividi per tutta la nostra sproporzione. Per questo siamo ritornati spesso, particolarmente in questi giorni di preparazione all’incontro con Lei, alle parole che don Giussani ci rivolse nel 1984 per il trentennale della nascita del movimento:
«Man mano che maturiamo, siamo a noi stessi spettacolo e, Dio lo voglia, anche agli altri. Spettacolo, cioè, di limite e di tradimento e perciò di umiliazione, e nello stesso tempo di sicurezza inesauribile nella grazia che ci viene donata e rinnovata ogni mattino. Da qui viene quella baldanza ingenua che ci caratterizza, per la quale ogni giorno della nostra vita è concepito come un’offerta a Dio, perché la Chiesa esista dentro i nostri corpi e le nostre anime, attraverso la materialità della nostra esistenza».
Consapevoli del nostro niente, domandiamo ogni giorno di poter dire di “sì” alla grazia che ci viene donata perché possiamo testimoniarla senza pretese, ma senza paura, a tutti i nostri fratelli uomini. Siamo certi che, in questo momento di confusione che il mondo sta vivendo, il cuore dell’uomo, pur ferito, resta capace di riconoscere la verità e la bellezza, se la trova sulla strada della vita. Noi desideriamo vivere la novità che ci è capitata in tutte le situazioni e ambienti dove si svolge la nostra esistenza, confidando di poter testimoniare nella nostra piccolezza tutta la bellezza che ha invaso la nostra vita, in modo tale che possa essere incontrata.
Speriamo così che si compia in noi quello che è stato da sempre il metodo di Dio per diventare compagno di cammino per ogni uomo: dare la grazia a uno, perché attraverso di lui possa arrivare a tutti. Come l’ha data a don Giussani perché arrivasse a noi, così è stata data a noi perché arrivi ad altri. È questo che può rendere possibile quell’incontro in cui ha origine la fede cristiana, come Lei, Santità, ci ha ricordato nella sua enciclica Deus caritas est: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n.1).

“L’esperienza del Sacro”

L’intervista di Tracce a Julien Ries novantaduenne neocardinale:

Ha trascorso la vita a mostrare come l’uomo, prima che habilis ed erectus, è innanzitutto religiosus. Erede di Mircea Eliade, Julien Ries a novantadue anni riceve la porpora cardinalizia: «Inizia una nuova avventura nella mia vita»

«È stata una delle più grandi sorprese della mia vita». Julien Ries non si aspettava a novantadue anni di ricevere la berretta color porpora. Di onori ne aveva ricevuti molti. Ma mai come questo. «Era la vigilia dell’Epifania. Il Nunzio apostolico è venuto da me e mi ha dato la notizia: il Santo Padre mi chiedeva di accettare di diventare cardinale della Santa Chiesa. Ho dovuto rifletterci un po’, perché è un impegno molto importante. Poi ho accettato. Così è cominciata questa nuova avventura nella mia vita». Una vita iniziata ad Arlon, piccolo paese della Vallonia, in Belgio, nella diocesi di Namur. Le porte del seminario gli si aprono che è ancora un ragazzino: «Ho scoperto la vocazione a 12 anni. Ho sentito una chiamata. Ne ho parlato con il prete della mia parrocchia. Lui lo ha riferito ai miei genitori. Furono molto contenti. Poi sono stato ordinato sacerdote nel 1945». Al concistoro del 18 febbraio arriva con la fama di punto di riferimento per gli storici delle religioni. Erede di Mircea Eliade all’Università Cattolica di Lovanio e di Nuova-Lovanio, attraverso i suoi studi Ries ha sempre cercato di documentare, dal punto di vista storico e antropologico, quanto l’aspetto della religiosità sia costitutivo della natura umana. «Il senso religioso è in qualche modo innato nell’uomo», dice Ries: «Se guardiamo alla preistoria, constatiamo che già nel momento in cui comincia a prendere il suo posto sulla terra, l’uomo inizia a interessarsi alla dimensione religiosa».

Professor Ries, lei ha dedicato una vita allo studio dell’homo religiosus e all’esperienza del sacro nelle diverse religioni. Che cosa ha significato per lei?
Vedere come l’uomo religioso ha fatto l’esperienza del sacro nel corso della storia è un lavoro appassionante. Ma cosa significa esattamente “il sacro”? C’è stato bisogno di consultare i testi delle diverse religioni per capire che l’esperienza del sacro rappresentava l’uomo nella sua essenza ultima. Il sacro è per l’uomo la scoperta di una trascendenza, cioè di un essere che esiste al di là della vita che noi trascorriamo sulla terra. In altre parole: è la scoperta di Dio nelle grandi religioni. È un lavoro che mi ha richiesto molto tempo, iniziato con Mircea Eliade e che continua fino ad oggi.

Da dove nasce la sua passione per la dimensione religiosa dell’uomo moderno?
La scoperta di Cristo trasforma la nostra vita. Diventare prete ha trasformato totalmente la mia vita e mi ha portato a studiare i diversi ambiti della dottrina religiosa e della dottrina cattolica. Mi rendo sempre più conto dell’importanza che rappresenta per il mondo la predicazione della Parola o, in altri termini, di quello che chiamiamo la “nuova evangelizzazione”. È un ambito di un’importanza assoluta per la Chiesa. Fu Paolo VI che per primo lanciò questa idea. Giovanni Paolo II ha ripreso e allargato il lavoro su questa nuova evangelizzazione: ha inventato le Giornate Mondiali della Gioventù e riconosciuto e valorizzato diversi movimenti nella Chiesa. Tutto questo ci mostra fino a che punto noi dobbiamo essere testimoni di Cristo nel mondo di oggi.

Ne Il senso religioso don Giussani spiega come le domande ultime, la dimensione religiosa dell’uomo, siano risvegliate dall’impatto con la realtà. Che cosa ne pensa?
Il senso religioso è in qualche modo innato nell’uomo. Se guardiamo alla preistoria, constatiamo che già nel momento in cui comincia a prendere il suo posto sulla terra, l’uomo inizia a interessarsi alla dimensione religiosa. L’uomo è un homo religiosus. E quello che lo tocca in modo particolare sono i simboli. È attraverso i simboli che l’uomo della preistoria entra in rapporto con questa dimensione del sacro, che lo rende religiosus. Crede ad una trascendenza che gli fa toccare delle realtà che vanno al di là della nostra natura umana. Chiaramente a questo punto noi abbiamo una missione. Noi constatiamo che il cristianesimo ha ricevuto il messaggio di Gesù di Nazaret, e questo messaggio deve essere trasmesso, comunicato, dato all’umanità, ovunque i cristiani vivono e lavorano.

Quali sono le sfide più grandi che aspettano la Chiesa?
La sfida maggiore è la secolarizzazione. È iniziata da diversi secoli, ma nel nostro tempo è diventata davvero un’ideologia. Ciò significa che, anche con il concorso dei media, si ignora Dio. La società vuole essere assolutamente libera e l’uomo di oggi è invitato a fare ciò che ha voglia di fare. Qui la rivoluzione del 1968 ha giocato un ruolo fondamentale. È allora che si è formata l’idea che la religione non debba essere un affare pubblico. Quindi la religione è diventata un affare privato. Oggi è necessario che la Chiesa mostri che il messaggio cristiano interessa tutta la società, tutta l’umanità. Occorre che questo messaggio sia annunciato oggi come è stato annunciato duemila anni fa dagli apostoli di Gesù. I dodici hanno ascoltato la Parola, l’hanno trasmessa attraverso tutto il mondo mediterraneo. Oggi occorre rifare questo lavoro. È per questo che parliamo di nuova evangelizzazione, perché a questo mondo secolarizzato bisogna mostrare ciò che rappresenta veramente il messaggio di Cristo per l’uomo e per la società. Una delle grandi difficoltà è nel trovare i preti necessari a sostenere la Chiesa nel suo messaggio e nella sua proposta. La mancanza di vocazioni in Europa è dovuta alla secolarizzazione. È necessario sempre di più che anche i laici si impegnino e che i movimenti come Cl crescano.

Che cosa la colpisce di più dell’attuale pontificato?
La persona stessa del Santo Padre. Abbiamo conosciuto dei grandi papi: Paolo VI, papa del dialogo a tutti i livelli; abbiamo conosciuto Giovanni Paolo II, l’apostolo che ci ha detto: «Non abbiate paura» e che ha camminato nelle strade di tutto il mondo. Benedetto XVI segue le stesse orme. È un sovrano pontefice che vive un’intensa vita interiore e ne trasmette al mondo l’immagine. Un uomo di dottrina, un grande teologo che parla con una chiarezza eccezionale. E che comunica, parla ogni settimana, incontra i giovani… E prende delle iniziative molto importanti. Cerca di fare della Chiesa di Cristo una Chiesa “una” e “santa”. Il dialogo ecumenico è per lui molto importante e in questo ha molto successo. Allo stesso modo per il dialogo interreligioso: lo ha dimostrato in occasione dell’incontro di Assisi lo scorso anno. Il suo pensiero penetra lentamente ma con certezza nel mondo cristiano. Tutto ciò suscita una certa opposizione dei media che sentono che la Chiesa si sta risvegliando. Percepiscono che la Chiesa sta crescendo sia da un punto di vista di numeri, che dal punto di vista dell’impatto sulla società e sul mondo. E questo è dovuto in gran parte all’intervento di Benedetto XVI.

In occasione dell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici, il Papa ha detto che «il contributo dei cristiani alla società è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà». Come capisce questa affermazione del Papa?
Per Benedetto XVI occorre mostrare che l’uomo ha un’intelligenza che si apre alla realtà. Occorre mostrare che questa intelligenza è assolutamente necessaria per percorrere il cammino nel mondo. Questa intelligenza, questa ragione, deve appunto aprirsi a tutta la realtà. Non solo in una dimensione orizzontale, ma anche in una dimensione verticale. Per ritrovare Dio, Cristo. Per ritrovare i grandi valori che costituiscono il senso della vita. E su questo punto credo che il Papa abbia un’influenza decisiva sulla società moderna, perché parte dalla realtà così com’è. Spiega il Vangelo (ha scritto due libri su Gesù), mostra in questo modo le radici della Chiesa e chiede a tutti i cristiani di riscoprirle. E così facendo a poco a poco persuade i cristiani a vivere e a testimoniare Cristo. È proprio il Papa, in prima persona, che fa vedere cos’è la testimonianza cristiana nel mondo secolarizzato.

Un movimento come Comunione e Liberazione che novità può portare nella Chiesa di oggi?
Il movimento è nato in un contesto difficile, un contesto nel quale si erano affermati il materialismo marxista e l’idea di una libertà dove tutto è permesso. Il “tutto è permesso” è diventato il leitmotiv della nostra società. Il movimento di Cl ha testimoniato e testimonia che la libertà deve rispettare l’essere umano, ci ha mostrato come bisogna vivere questa libertà. Cl ci ha fatto vedere come bisogna vivere il messaggio di Cristo, come si può essere veramente testimoni in una società come quella di oggi. Testimoni che non disprezzano il mondo, ma che amano il mondo, che dialogano con il mondo e non hanno paura di affermare il messaggio di Cristo. È sotto i nostri occhi come il movimento è cresciuto dall’inizio della sua storia. È di certo uno dei grandi movimenti nella Chiesa, uno dei movimenti più importanti per la nuova evangelizzazione. Occorre che ogni appartenente al movimento di Cl sia un testimone autentico di Cristo nel mondo di oggi.

Come possiamo partecipare alla missione che il Papa le affida con questa nuova nomina?
Questa missione è la missione della Chiesa. Il fatto stesso di essere cristiani, di vivere l’esistenza cristiana, conferisce alla vita una nuova dimensione: alle nostre relazioni, alle nostre azioni, al mondo nel quale viviamo. Quindi tutti i battezzati hanno una missione. Col Battesimo i cristiani sono invitati a camminare sulla nuova strada che Cristo è venuto a tracciare, che gli apostoli hanno trasmesso dapprima al mondo mediterraneo e in seguito a tutto il mondo. La Chiesa è così veicolo e portatrice di Cristo nel mondo. I movimenti, come Cl e come altre comunità religiose nate dallo Spirito Santo dopo il Concilio Vaticano II, stanno dimostrando di aver compreso cosa significa questa missione. Quindi Cl è sicuramente al centro di questo compito affidatole da Cristo e dalla Chiesa. Una missione nel cuore della società che si attua attraverso la testimonianza della vita, della parola e delle opere.

 

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