Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa?

Da tracce.it

Proponiamo alcuni brani del capitolo su «Coscienza della Chiesa nel mondo moderno nei Cori da “La Rocca” di T. S. Eliot», dall’ultimo libro di Luigi Giussani, Le mie letture, edizioni Bur-Rizzoli. L’Incarnazione: un fatto nel tempo e nella storia. L’avvenimento di Cristo si compie in un popolo

Il mondo non solo non vuole la Chiesa, ma la perseguita.
E che volete – dice, infatti, Eliot -, volete forse che il mondo accetti la Chiesa? Perché deve accettarla?
«Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Perché dovrebbero amare le sue leggi? / Essa ricorda loro la Vita e la Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare./ È gentile dove sarebbero duri, e dura dove essi vorrebbero essere teneri./ Ricorda loro il Male e il Peccato, e altri fatti spiacevoli./ Essi cercano sempre d’evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono». Gli uomini che perseguitano la Chiesa, sognano l’eliminazione della libertà, perch?’estremo ideale di questo mondo è creare un mondo di automi: «Sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono».
L’ultima, la più profonda accusa di Eliot: dove sta la radice vera di tutta questa ostilità e di questo disegno? La rinuncia a Cristo. La ribellione a Cristo e, quindi, la eliminazione di Dio perché, come aveva già detto Nietzsche, se aboliamo Cristo, aboliamo Dio. (…)
Dunque la Straniera sembra dimenticata e avversata in un’epoca di uomini «impegnati a ideare il frigorifero perfetto», «a risolvere una morale razionale», «a far progetti di felicità e a buttar via bottiglie vuote,/ passando dalla vacuità di un febbrile entusiasmo/ per la nazione o la razza o ciò che voi chiamate umanità».
«O anima mia – dice il poeta – che tu sia pronta per la venuta della Straniera,/ che tu sia pronta per colei che sa come fare domande». Del resto, il Coro ricorda agli uomini, che non vogliono sentire quelle domande, che possono «eludere la Vita ma non la Morte». Anch’essa indica la strada verso il tempio.
«Non rinnegherete la Straniera», conclude il III Coro. È una grande responsabilità ed è un’affascinante missione per la nostra meschinità. (…)
È a questo punto l’a fondo di Eliot, già citato, sulla considerazione degli uomini moderni sulla Chiesa: «Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa?».
«Essi [gli uomini che non vogliono la Chiesa] cercano sempre d’evadere/ dal buio esterno e interiore [perché se non ci sono criteri oggettivi di bene e di male c'è buio e confusione]/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono».
Tutti sognano strutture sociali che abbiano un esito buono a prescindere dalla libertà. Nessuno più avrebbe bisogno d’essere buono. «Ma l’uomo che è adombrerà/ l’uomo che pretende di essere». L’uomo così come è sfaterà sempre le visioni delle ideologie che pretendono di essere. «E il Figlio dell’Uomo non fu crocefisso una volta per tutte/ il sangue dei martiri non fu versato una volta per tutte,/ le vite dei Santi non vennero donate una volta per tutte (…). E se il Tempio dev’essere abbattuto /dobbiamo prima costruire il Tempio».
È la pagina più chiara sull’antitrionfalismo. Tante volte, noi siamo accusati di trionfalismo per la nostra volontà di affermazione del fatto cristiano nel tempo e nello spazio, nella storia. Invece, è profondamente antitrionfalista la nostra volontà di costruire. Perché l’idea della storia che ha il cristianesimo è questo possibile continuo ripetersi di cicli e di abbattimenti. Perciò «se il sangue dei Martiri deve fluire sui gradini/ dobbiamo prima costruire i gradini».
Il nostro costruire i gradini non è trionfalismo, anzi. E se il Tempio deve essere distrutto, bisogna prima costruirlo. La nostra volontà di costruire il Tempio non è trionfalismo.
Forse non sarà inutile, a questo punto, rileggere (…) il Coro VII, ove il poeta traccia in sintesi splendida la storia delle religioni.

In principio Dio creò il mondo. Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre erano sopra la faccia dell’abisso.
[deserto perché non c'è uomo, vuoto perché non c'è senso, perché il senso viene percepito nella coscienza dell'uomo].
E quando vi furono uomini, nei loro vari modi lottarono in tormento alla ricerca di Dio
Ciecamente e vanamente, perché l’uomo è cosa vana, e l’uomo senza Dio è un seme nel vento, trascinato qua e là e non trova luogo dove posarsi e dove germinare.
Essi seguirono la luce e l’ombra [l'apparente], e la luce li condusse verso la luce e l’ombra li condusse verso la tenebra,
Ad adorare serpenti ed alberi, ad adorare demoni piuttosto che nulla: a piangere per la vita oltre la vita, per un’estasi non della carne.
Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso.

E lo Spirito si muoveva sopra la faccia delle acque.
E gli uomini che si volsero verso la luce ed ebbero conoscenza della luce
Inventarono le Religioni Maggiori; e le Religioni Maggiori erano buone
E condussero gli uomini dalla luce alla luce, alla conoscenza del Bene e del Male.
Ma la loro luce era sempre circondata e colpita dalle tenebre (…)
E giunsero a un limite, a un limite estremo mosso da un guizzo di vita,
E giunsero allo sguardo rinsecchito e antico di un bimbo morto di fame.
[riti che non avevano nessuna capacità di ravvivare l'umano]
Preghiere scritte in cilindri girevoli, adorazione dei morti, negazione di questo mondo, affermazione di riti il cui senso è dimenticato
[il contrario di ciò per cui sono sorti: alla ricerca del senso]
Nella sabbia irrequieta sferzata dal vento, o sopra le colline dove il vento non farà mai posare la neve.
Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso.
[è ritornato il deserto e il vuoto, si è confermato il deserto e il vuoto: sopra, dentro, sotto, intorno a tutti i tentativi di interpretazione umana, le religioni maggiori].

Quindi giunsero, in un momento predeterminato, un momento nel tempo e del tempo,
Un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia: sezionando, bisecando il mondo del tempo, un momento nel tempo ma non come un momento di tempo,
Un momento nel tempo ma il tempo fu creato attraverso quel momento: poiché senza significato non c’è tempo, e quel momento di tempo diede il significato.
Quindi sembrò come se gli uomini dovessero procedere dalla luce alla luce, nella luce del Verbo.
Attraverso la Passione e il Sacrificio salvati a dispetto del loro essere negativo;
Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima,
Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce;
Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via .
[la lotta ascetica è stata introdotta nel mondo dal cristianesimo]

Ma sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima: sebbene non si sappia quando, o perché, o come, o dove.
Gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dei, dicono, ma per nessun dio; e questo non era mai accaduto prima
Che gli uomini negassero gli dei e adorassero gli dei, professando innanzitutto la Ragione,
E poi il Denaro, il Potere, e ciò che chiamano Vita, o Razza, o Dialettica.
La Chiesa ripudiata, la torre abbattuta, le campane capovolte, cosa possiamo fare
Se non restare con le mani vuote e le palme aperte rivolte verso l’alto
In una età che avanza all’indietro, progressivamente?
(…)
Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell’abisso
[è ritornato come al principio]
È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?
Quando la Chiesa non è più considerata, e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato
tutti gli dei, salvo l’Usura, la Lussuria e il Potere.

L’avventura cristiana è un dramma storico, della storia, nella storia.()

Gesù non era venuto per dominare il mondo. Era venuto per salvare il mondo. Il proprio del cristianesimo è questo incastro delle due parti tanto inverosimile: il temporale nell’eterno e l’eterno nel temporale.

(L. Giussani, Le mie letture, Bur-Rizzoli, pp.109-131)

«Ma Io, quando ritornerò, troverò qualcuno a cui manco, qualcuno per cui la vita sia l’attesa di Me?»

Comunione e Liberazione, il Papa, l’America Latina

Intervista a Julián de la Morena – di Alver Metalli www.terredamerica.com

08/07/2013

Julián de la Morena è spagnolo, ma in America Latina ci vive dal 2003 quando la sua congregazione, i missionari di San Carlo Borromeo, lo ha mandato in Messico a curare la formazione dei postulanti. Dal Messico, in tempi più recenti, è passato agli antipodi, in Brasile. Non è che ci viva molto per la verità, perché la responsabilità che ha assunto lo porta a viaggiare di paese in paese. Dal 2009 è lui che segue le comunità di Comunione e Liberazione sparse in America Latina.
Le origini del movimento sono italiane e risalgono agli anni 60 ma da subito, già una decina di anni dopo, i primi aderenti sono sbarcati su questa sponda dell’Atlantico. Occorrerà aspettare ancora un ventennio perché CL metta radici in un’altra decina di paesi del continente, almeno nella forma e con la proposta che conosciamo. Paolo VI ha incoraggiato la “missione” di CL, Giovanni Paolo II ha spinto il movimento ad andare in tutto il mondo, Benedetto XVI, nel suo primo viaggio ad Aparecida, ha avuto gesti e parole di stima per i movimenti e le cosiddette nuove comunità. Con il senno di poi sappiamo che quell’adunanza continentale in Brasile, l’altra metà dell’America Latina, è stata lo snodo di due papi, una sorta di ideale passaggio di testimone.

De la Morena, le sembra che anche il successore di Benedetto XVI apprezzi allo stesso modo i movimenti?
La maniera in cui papa Bergoglio ci ha accolti e ha dialogato con noi in piazza san Pietro lo scorso 18 maggio ha mostrato davanti al mondo un amico che parlava con amici. In questi primi mesi poi si sta mettendo alla testa della Chiesa come chi guida un movimento. Per questo se ci trascuriamo finiremmo con il diventare obsoleti.

Cosa significa per il movimento di cui lei è responsabile in latinoamerica un Papa di questa parte del mondo?
La sfida a vivere un maggiore protagonismo nella costruzione della Chiesa, tanto in America Latina come altrove. L’arrivo di Papa Francesco alla sede di Pietro fa sì che l’America sia più presente a Roma e a sua volta Roma sia più vicina all’America. Questo fatto ci stimola a vivere la fede come un nuovo inizio, per noi e per il mondo. Per molto tempo siamo stati recettori dell’aiuto della Chiesa, adesso arriva il momento di metterci al servizio di tutta la Chiesa universale, ma questo non sarà possibile senza una conversione e rinnovamento interiore profondi. Questo continente meticcio che nella grande storia della Chiesa ha solo cinque secoli di cristianesimo sta mostrando al mondo una grande maturità di fede, ed è chiamato a rinnovare con la sua freschezza e gioventù quello che si è perso in altri luoghi del pianeta.

Carrón, il successore di don Giussani, ha invitato tutti gli aderenti a Comunione e Liberazione a capire le “implicazioni esistenziali” di questo pontificato. Quali sono?
Padre Carrón ci ha ricordato di recente che l’avvenimento cristiano è un imprevisto che ci sorprende sempre. Non lo possiamo fabbricare e neppure ridurre ad un presupposto o a delle conseguenze di tipo sociale o morale. È un fatto che accade nella storia dell’uomo e pertanto a partire da questo accadimento il metodo è quello di stare attenti ai particolari della realtà perché in essi è contenuta la risposta alle attese degli uomini. Bisogna cominciare sempre dall’incontro con Cristo che ci precede, ci “primerea” come piace dire al Papa, ed essere attenti alle circostanze, ai segni della realtà; sono essi che ci mobilitano ad uscire dal territorio confortevole in cui ci rifugiamo con frequenza e muoverci verso gli incontri della vita. Il Papa ci reclama ad andare alla periferia esistenziale. Incontrare gli altri è sempre un bene, anche quando fossero antagonisti. Noi ci sentiamo richiamati a testimoniare la presenza di Cristo costruendo luoghi vivi negli ambienti dove viviamo e lavoriamo.

In questi primi mesi emerge già con chiarezza il modo di intendere la Chiesa di Papa Francisco, l’agire stesso dei cristiani nel mondo come lui lo intende…
Dal primo momento il Santo Padre si è presentato come un testimone di Cristo, ci ha commossi con gesti e parole facendo vedere la vera natura della Chiesa che non è riducibile a nostri progetti perché Cristo ci sorprende sempre. Tutto questo sta mostrando che la Chiesa è viva ed era viva.

C’è qualcosa che l’ha colpita di più?
Mi ha commosso in modo particolare quando il Papa ci ha corretti in differenti momenti chiedendo di gridare Cristo, Cristo al posto di Francesco, Francesco. In questo modo ha messo in evidenza che la Chiesa è di Cristo e che riconoscere la Sua presenza tra noi è la grazia più grande che possa capitarci.

Nel Papa è anche insistente il richiamo alla povertà e ai poveri. Al punto che le prime critiche che gli vengono mosse puntano in questa direzione. Per lei e il movimento di Comunione e Liberazione cosa significa questo richiamo?
Da una parte che la Chiesa non deve confidare in altra forza o ricchezza che non sia Cristo; solamente lì c’è la nostra consistenza. In questo senso le sue parole ci aiutano a toglierci di dosso molte delle false sicurezze che ci offre il mondo, la seduzione dell’egemonia per esempio, cioè di poter promuovere un cambiamento autentico da posizioni di potere. I poveri ci educano nella fede e nella carità, il contatto con loro ci aiuta a capire anche la nostra povertà. Mi sembra che noi cristiani, oggi, stiamo assumendo una vita più austera. Ma il punto di partenza di questa conversione che sono i poveri, non nasce dal vedere le necessità di tanti uomini ma dall’incontro con Cristo e dalla gratitudine per la vita nuova che ci è stata data.

L’esperienza di Comunione e Liberazione è in sintonia con la predicazione di papa Francesco?
Siamo molto provocati e sfidati da quello che lui sta dicendo e vogliamo essere all’altezza di quello che propone a tutta la Chiesa. Don Giussani ci ha educati a vedere nel Romano Pontefice la rocca sicura. Siamo noi che abbiamo bisogno della paternità del Vescovo di Roma, e pertanto vogliamo essere sempre in sintonia con lui.
A mio parere le sintonie tra il magistero di Papa Francisco e gli insegnamenti di don Giussani e padre Carrón sono manifeste e numerose.

Dove le vede?
In punti come l’affermazione della centralità di Cristo come incontro e presenza, sulla natura della Chiesa non riducibile a proposta etica o sociale, nel modo come viene affrontata la questione educativa e la testimonianza, per indicarne alcuni.

C’è qualcosa su cui le sembra che l’esperienza di Comunione e Liberazione si debba per così dire“sintonizzare”?
Credo che il Papa ci sorprenderà spesso perché sembra comportarsi come un pilota di formula uno disposto a condurre la chiesa a tutta velocità. Per questo dovremo essere sintonizzati permanentemente per non perderci questo bel momento della storia del cattolicesimo. Indubbiamente abbiamo bisogno, come ci ha chiesto don Julián Carrón, di tornare al primo amore dell’incontro con Cristo e la Chiesa, facendo in modo che la nostra fede cristiana non si riduca a definizioni risapute ma diventi esperienze che cambino i nostri cuori. Credo che in tutto questo siamo agli inizi, ma siamo disposti, questo lo posso assicurare, a contribuire con il meglio di noi, decisi a cominciare sempre di nuovo, come ha detto il Papa recentemente, con lo sguardo all’orizzonte e accettando la fatica del cammino. In questo momento in cui la crisi è soprattutto antropologica, noi vogliamo lavorare e camminare con la Chiesa per riscattare l’uomo, come la Chiesa ha già fatto tante altre volte nel corso della storia.

I contesti in cui Comunione e Liberazione è presente sono molto diversi, si va da Cuba al Venezuela, dal Messico al Brasile, passando per Argentina, Perù, Paraguay… Ma c’e’ un orientamento generale per quanto riguarda la presenza sociale di CL?
CL non possiede nessuna opera di natura – diciamo così – corporativa in America Latina; il nostro lavoro è fondamentalmente volto ad educare alla fede, favorendo uomini adulti che si impegnino personalmente con iniziative di tutti i tipi per essere presenza del Resuscitato, assumendo ognuno in prima persona la responsabilità che ciò comporta. Molte persone del nostro movimento fin dagli anni 60 hanno costruito un buon numero di opere in tutta l’America Latina, opere educative e di carità, per favorire lo sviluppo delle popolazioni. In questi anni abbiamo riflettuto e accumulato esperienza, in questo senso c’è da sottolineare che la nostra preoccupazione fondamentale è quella che le opere sociali si convertano in un esempio di come l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà. Alcune di queste opere sono diventate dei punti di riferimento nella società civile, ma anche così non cessano di essere una goccia nel mare dei tanti bisogni che ci sono.

Perché dice che si devono convertire?
Perché dobbiamo avere ancor più chiaro che il maggior contributo che possiamo dare agli uomini e alle società è che le iniziative sociali siano soprattutto educative di un soggetto nuovo.

E per ciò che riguarda la politica? È un punto che almeno in Italia è alquanto controverso. C’è una direttiva generale su questo livello?
Credo che l’esempio del Papa susciterà un nuovo modo di fare politica anche in America Latina, che incoraggerà tanti uomini ad interessarsi alla verità e al bene comune, e a tendere ponti per realizzare una convivenza e sviluppo umani più giusti. In un momento storico in cui la politica è tanto screditata, pensiamo alle manifestazioni di questi giorni anche in Brasile, c’è bisogno di una rigenerazione che può venire solo da persone disposte a vivere la politica come un servizio. In questo senso la Chiesa e in special modo i movimenti hanno un compito importante da svolgere, quello di educare uomini dalla fede solida che cambi i cuori e anche le strutture.

Quanto è lunga la strada?
Non importa quanto lunga, ma che sia la strada giusta. Recentemente Carrón parlando in Italia ha puntualizzato una cosa decisiva a mio avviso anche per noi in America Latina: «Guardate che la grande tentazione del potere è quella di farci credere soddisfatti. La tentazione del Grande Inquisitore di Dostoevskij è questa, tanto è vero che Gesù appare come uno che viene a disturbare. Ma noi non vogliamo seccature, noi vogliamo che ci lascino in pace! Vi chiedo: questo lasciarci in pace è la felicità, è la pienezza, è il compimento della vita? Per questo la domanda di Cristo non è altro che questa: «Ma Io, quando ritornerò, troverò qualcuno a cui manco, qualcuno per cui la vita sia l’attesa di Me?».

Molte delle cose che ha accennato sono trattate in un testo tipicamente latinoamericano in cui Bergoglio ha avuto una parte rilevante, il “documento di Aparecida” che ha concluso la V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano a Rio de Janeiro nel 2007. Lo ha letto?
L’ho letto. Quando venne pubblicato vivevo in Messico, adesso vivo in Brasile e mi ha molto impressionato conoscere il santuario dove è stato elaborato questo documento. L’ho ripreso in mano e sto scoprendo cose che non avevo notato. Credo ci sia un “prima” e un “dopo” per la Chiesa in America Latina. Adesso siamo più coscienti che la rivoluzione è della Grazia.

Il primo contatto di Bergoglio Papa con l’America Latina sarà di qui a pochi giorni a Rio de Janeiro. Ci sarà Comunione e Liberazione?
Lo stiamo aspettando. Parteciperò personalmente con un gruppo numeroso di universitari di tutti i paesi dell’America Latina. Mi ha molto aiutato quello che mi ha detto un evangelico carioca mentre visitavamo i luoghi dove si terranno i grandi eventi con il Papa: io non mi voglio perdere l’incontro con questo uomo perché ci sta aiutando a riscoprire la bellezza della fede.

“Ci sono pezzi di un mistero, come tessere di un mosaico, che incontriamo e vediamo”

A volte, perdiamo coloro che non ci capiscono perché abbiamo disimparato la semplicità, importando dal di fuori anche una razionalità aliena alla nostra gente. Senza la grammatica della semplicità, la Chiesa si priva delle condizioni che rendono possibile ‘pescare’ Dio nelle acque profonde del suo Mistero”.

Dalla Radio Vaticana

Papa Francesco ai vescovi brasiliani: “Siamo ancora una Chiesa capace di riscaldare il cuore?

2013-07-27

Ultimo appuntamento del Papa prima della Veglia con i giovani: l’incontro e il pranzo con la presidenza della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, che conta 275 circoscrizioni ecclesiastiche, e con i cardinali e i vescovi brasiliani presso l’arcivescovado di Rio de Janeiro. La forza della Chiesa “non abita in se stessa” ma “si nasconde nelle acque profonde di Dio, nelle quali essa è chiamata a gettare le reti”, dice il Papa riprendendo nel suo discorso la storia stessa della Madonna di Aparecida. (…)

All’origine della storia di Aparecida ci sono tre poveri pescatori che gettano le reti ma non riescono a prendere nulla fin quando non pescano una figura in ceramica, prima il corpo e poi la testa: è l’immagine di Nostra Signora della Concezione. Solo allora riescono a prendere una gran quantità di pesci. Papa Francesco fa riferimento a questa storia per sottolineare che Dio è arrivato di sorpresa. I pescatori da parte loro non disprezzano il mistero incontrato nel fiume:
“Hay algo sabio que hemos de aprender…
C’è qualcosa di saggio che dobbiamo imparare. Ci sono pezzi di un mistero, come tessere di un mosaico, che incontriamo e vediamo. Noi vogliamo vedere troppo in fretta il tutto e Dio invece si fa vedere pian piano. Anche la Chiesa deve imparare questa attesa”.
I pescatori, poi, portano a casa il mistero, affidano alla Vergine le loro cause e “consentono così che le intenzioni di Dio si possano attuare: una grazia, poi l’altra”. Il Signore risveglia nell’uomo il desiderio di custodirlo nel proprio cuore e in noi il desiderio di chiamare i vicini per far conoscere la sua bellezza. Ma senza la semplicità del loro atteggiamento, “la nostra missione è destinata al fallimento”:
“La barca de la Iglesia no tiene la potencia de los grandes transatlánticos…
La barca della Chiesa non ha la potenza dei grandi transatlantici che varcano gli oceani. E tuttavia Dio vuole manifestarsi proprio attraverso i nostri mezzi, mezzi poveri, perché è sempre Lui che agisce”.
Per Papa Francesco, dunque, il risultato del lavoro pastorale non si appoggia sulla ricchezza delle risorse, ma sulla creatività dell’amore. Servono tenacia e organizzazione, ma prima di tutto “bisogna sapere che la forza della Chiesa non abita in se stessa, bensì si nasconde nelle acque profonde di Dio, nelle quali essa è chiamata a gettare le reti”. La Chiesa, poi, non può allontanarsi dalla semplicità:
“A veces perdemos a quienes no nos entienden porque hemos olvidado …
A volte, perdiamo coloro che non ci capiscono perché abbiamo disimparato la semplicità, importando dal di fuori anche una razionalità aliena alla nostra gente. Senza la grammatica della semplicità, la Chiesa si priva delle condizioni che rendono possibile ‘pescare’ Dio nelle acque profonde del suo Mistero”.
Papa Francesco ricorda poi che la Chiesa in Brasile ha applicato “con originalità il Concilio Vaticano II e il percorso realizzato, pur avendo dovuto superare certe malattie infantili, ha portato ad una Chiesa gradualmente più matura, aperta, generosa, missionaria”.
Quindi il Papa si concentra sui discepoli di Emmaus, scandalizzati dall’apparente sconfitta del Messia. Il pensiero va a quanti lasciano la Chiesa che è apparsa forse troppo fredda, forse troppo autoreferenziale, forse troppo prigioniera dei propri rigidi linguaggi. Di fronte a questa situazione, “serve una Chiesa che non abbia paura di uscire nella loro notte”, dice Papa Francesco:
“Necesitamos una Iglesia capaz de encontrarse en su camino….
Serve una Chiesa capace di intercettare la loro strada. Serve una Chiesa in grado di inserirsi nella loro conversazione. Serve una Chiesa che sappia dialogare con quei discepoli, i quali, scappando da Gerusalemme, vagano senza meta, da soli, con il proprio disincanto, con la delusione di un Cristianesimo ritenuto ormai terreno sterile, infecondo, incapace di generare senso”.
Tanti si sono innamorati della globalizzazione che ha in sé qualcosa di veramente positivo, nota il Papa, ma a tanti sfugge il lato oscuro come la perdita dell’esperienza di appartenenza a qualsivoglia nido, la frattura nelle famiglie, l’incapacità di amare e perdonare. Apparendo troppo alta la misura della Grande Chiesa, molti sono dunque andati alla ricerca di qualcuno che illuda ancora una volta. C’è quindi una domanda centrale:
“¿Somos aún una Iglesia capaz de inflamar el corazón? …
Siamo ancora una Chiesa capace di riscaldare il cuore? Una Chiesa capace di ricondurre a Gerusalemme?”.
In un mondo dove attira tutto quello che è veloce come Internet, ma si avverte allo stesso tempo una disperata necessità di calma, il Papa si chiede se siamo ancora in grado di mostrare l’altezza dell’amore nell’abbassamento della Croce. Serve dunque una Chiesa capace di far sentire che essa è “nostra Madre”.
Quindi, Papa Francesco ricorda alcune sfide per la Chiesa del Brasile. Prima di tutto bisogna formare ministri capaci di riscaldare il cuore della gente, di scendere nella notte senza essere invasi dal buio, serve “solidità umana, culturale, affettiva, spirituale, dottrinale”. Per questo serve una “revisione profonda delle strutture di formazione” e “una formazione qualificata a tutti i livelli”. Il Papa evidenzia la necessità di una valorizzazione crescente dell’elemento locale e regionale, assicurando la vera unità nella ricchezza della diversità. Il Pontefice parla quindi della missione e della necessità di una Chiesa capace di riscoprire le viscere materne della misericordia per “inserirsi in un mondo di ‘feriti’, che hanno bisogno di comprensione, di perdono, di amore”. E’ importante poi “rinforzare la famiglia, che rimane cellula essenziale per la società e per la Chiesa”, i giovani e le donne. “Non riduciamo – sottolinea il Papa – l’impegno delle donne nella Chiesa, bensì promuoviamo il loro ruolo attivo nella comunità ecclesiale. Perdendo le donne la Chiesa rischia la sterilità”.
Nell’ambito della società la Chiesa chiede una sola cosa: la libertà di annunciare il Vangelo in modo integrale, anche quando si pone in contrasto con il mondo:
“La Iglesia quiere hacer presente ese patrimonio inmaterial sin el cual …
La Chiesa desidera rendere presente quel patrimonio immateriale senza il quale la società si sfalda, le città sarebbero travolte dai propri muri, abissi, barriere. La Chiesa ha il diritto e il dovere di mantenere accesa la fiamma della liberta e dell’unità dell’uomo”.
Educazione, salute, pace sociale sono le urgenze brasiliane. Su questi temi la Chiesa ha una parola da dire, perché per rispondere adeguatamente a tali sfide non sono sufficienti soluzioni meramente tecniche, ma bisogna avere una sottostante visione dell’uomo, della sua libertà, del suo valore, della sua apertura al trascendente.
Infine ricorda l’Amazzonia. Papa Francesco richiama alla custodia della creazione e ringrazia per quello che sta facendo la Chiesa lì, dove servono formatori qualificati per consolidare la formazione di un clero autoctono e il “volto amazzonico” della Chiesa. Infine il Papa auspica che la Vergine di Aparecida sia la stella “che illumina il vostro impegno e il vostro cammino per portare come Lei ha fatto – conclude – il Cristo ad ogni uomo e ad ogni donna del vostro immenso Paese”. “Sarà lui – assicura – a scaldare il cuore e donare nuova e sicura speranza”.

Un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore

Certo, mi ha sconcertato il gesto di Benedetto XVI; ma è stato solo la prima reazione emotiva. In fondo è comodo avere un punto di riferimento stabile e quasi la coscienza si addormenta come un bimbo tra le braccia della mamma. Ma la coscienza del Papa di fronte a Dio ha compreso realisticamente che il progetto buono del Padre gli chiedeva di servire la Chiesa, Sposa di Cristo, in un altro modo.

Penso che chi non vive la fede come esperienza di Cristo presente, che interpella dolcemente la tua coscienza attimo per attimo, sia decisamente difficile capire, anche la scelta del silenzio e della clausura nella quale per il momento pare Benedetto si voglia appartare.

Eppure, a me questo gesto è servito per capire che la Chiesa non è del Papa, né dei fedeli o dei Vescovi: la Chiesa è di Dio e solo Lui può decidere come deve essere guidata. E siccome Dio non è un’idea astratta, ma è più concreto della nostra stessa vita, val la pena di fidarsi di Lui che non ci farà mai mancare la sua guida, nonostante la Sede Vacante  per qualche settimana.

Interessante l’intervista al teologo Javier Prades riportata da Tracce:

Afferrato da Cristo

di Davide Perillo

Il Papa ci ha spiegato la fede, da maestro. Ma soprattutto «l’ha fatta accadere». L’umiltà dell’inizio e della fine indicano il vero contenuto di ogni suo passo: «La prima iniziativa è di Dio». Il teologo JAVIER PRADES ci accompagna dentro questi otto anni

L’inizio e la fine. Certo, si specchiano già a prima vista. Difficile non vedere nell’umiltà con cui ha rinunciato al Soglio pontificio lo stesso tratto con cui Benedetto XVI si era presentato al popolo di Dio, il 19 aprile di otto anni fa: «Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Ma ora che il lavoro si conclude, ed è tempo di bilanci, si capisce che c’è qualcosa di più nel legame che unisce quei due gesti. «C’è una testimonianza che abbraccia tutto il resto», dice Javier Prades, 52 anni, teologo e rettore dell’Università San Dámaso di Madrid: «In come il cardinale Ratzinger aveva accettato la carica c’era già, in nuce, il cuore di quello che è venuto dopo: la prima iniziativa è di Dio, non nostra. Benedetto XVI lo ha mostrato a tutti con grande chiarezza. È un uomo libero. E lo si è visto bene, in questi anni».

Quali sono stati i tratti salienti di questo Pontificato?
Subito, addirittura a ridosso dell’elezione, nella messa Pro eligendo Pontifice, Ratzinger aveva già disegnato una comprensione profonda del mistero della vita cristiana e dei bisogni della Chiesa. È quello che ha detto dopo, nella prima omelia da Papa: non ripone la sua speranza nei programmi, ma nella volontà di rispettare l’iniziativa del Mistero. È la consapevolezza che la vera urgenza è alla radice, nel rapporto con il Mistero di Dio, appunto. È un refrain che si è mantenuto nel tempo. Ed è diventato decisivo, anche per la sensibilità con cui ha sviluppato i grandi discorsi del Pontificato. Pensiamo alla lezione tenuta ai Bernardini, con l’insistenza sul quaerere Deum: «I monaci non hanno pensato a creare una cultura cristiana, ma hanno cercato Dio». La conseguenza è stata una novità di vita che ha portato a creare una realtà inaspettata. Ecco, questa preminenza del Mistero è sicuramente uno degli assi portanti. Ma ce ne sono altri.

Quali?
Per esempio, la strenua difesa della ragione umana. Si vede bene nell’intervento a Regensburg, dove emerge quell’affermazione paradigmatica: ciò che va contro la ragione va contro la natura di Dio. Poi, l’attenzione è stata deviata dalle polemiche sull’islam. Ma la rivendicazione dell’ampiezza della ragione è diventata una costante del Pontificato. Basta pensare anche al discorso non pronunciato alla Sapienza, quando gli impedirono di intervenire, o all’immagine del bunker usata davanti al Bundestag tedesco, nel 2011. E più a monte c’è l’affermazione dei tratti essenziali della fede cristiana, della sua specificità: la risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio nella storia è il riconoscimento di un avvenimento. In questo senso, le prime righe della Deus caritas est, la sua prima enciclica, sono decisive.

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». È una formulazione che colpì tutti…
E che porta dritti fino all’Anno della Fede. Perché una grande caratteristica di Benedetto XVI è stata proprio la consapevolezza dell’irriducibilità del fatto cristiano. Anzi, forse il fattore dominante è questo.

In che senso?
Per il Papa è il riconoscimento di Cristo che consente di spiegare gli altri elementi: la sovranità di Dio e la dignità dell’uomo. Questo Papa non arriva a Cristo dopo, come derivazione: è partendo da Lui che coglie questa dimensione incondizionata di Dio, non subordinata a niente, come sorgente della dignità dell’uomo. Dio è sempre prima. Può risultare molto familiare un’espressione di don Giussani: «Qualcosa che viene prima».

Quali sono i momenti con cui è emersa con più chiarezza questa centralità? 
Il Pontificato è ricchissimo di questa consapevolezza. Se dovessimo identificare dei documenti, a parte le encicliche, direi che le sue esortazioni Sacramentum caritatis e Verbum Domini, dopo i corrispettivi Sinodi, di fatto sono un canto a Cristo, Verbo incarnato, reso presente agli uomini nell’Eucaristia e nella Parola di Dio. Fino ad arrivare alle catechesi dell’Anno della Fede. Ma questo primato, nei suoi testi, è una costante: riguardo all’interpretazione della Scrittura, alla vita del comune fedele, all’attesa umana o al dinamismo dell’amore, Cristo viene sempre prima. Non dimentichiamo che Ratzinger si è formato alla scuola di Agostino. Ma questa sensibilità si è espressa anche in certi gesti educativi; le Giornate della Gioventù, per esempio. Sono momenti rivolti al mondo intero, in cui il Papa ha orientato lo sguardo di tutti verso l’essenziale: Cristo.

Ecco, a proposito dell’«apertura al mondo intero»: un altro tratto saliente del Pontificato è il dialogo avviato con la modernità anche in forza di questa difesa della ragione. Che caratteristiche ha avuto, secondo lei? 
Il primo dato, non scontato, è proprio questa forte volontà di dialogo. Ratzinger lo dice già nel 2005, quando propone un «sì» alla modernità. È un «sì» critico, in grado di indicare anche le riduzioni della dimensione moderna dell’uomo e della ragione. Ma per Benedetto XVI sia la modernità che la Chiesa si sono evolute, e oggi siamo in grado di approfondire il confronto su certi grandi temi: la libertà religiosa, il rapporto tra Chiesa e Stato, quello tra scienza e fede. E i problemi etici, la dignità dell’uomo… Temi cari al mondo moderno. Lui quel confronto lo ha mantenuto a più livelli: tenendo dialoghi diretti, ma anche impostando i suoi interventi sotto forma di dialogo, facendo eco alle domande dei contemporanei. Mi sembra una caratteristica dell’intelligenza di Ratzinger per la visione della Chiesa in rapporto al mondo di oggi.

Così facendo ha letto in maniera originale anche certe categorie culturali: ha parlato di «ecologia dell’uomo», di «laicità positiva»…
Ecco, questo è un esempio interessante: la laicità positiva. Benedetto XVI in Francia, nel cuore della tradizione che sembrerebbe più ostile al cristianesimo in Europa, rivendica la laicità dello Stato e la giusta separazione tra Stato e Chiesa richiamando, però, una nuova fase in cui si vada oltre lo steccato della contrapposizione. Insomma, apre il dialogo su una delle questioni basilari della civiltà europea. Altro esempio: la scienza. Già da teologo Ratzinger ha avuto la sensibilità di guardare a quel mondo poggiando su una convinzione: il reale è intelligibile. Questo apre a uno sguardo di fiducia sulla scienza e sul lavoro degli scienziati, dà un grande credito al loro contributo di conoscenza della realtà. E permette di affrontare in modo nuovo un altro punto importante nel rapporto con la modernità.

Man mano è diventato sempre più evidente che parte essenziale del magistero di Benedetto XVI era proprio la sua testimonianza personale. In qualche modo ha mostrato anche con la vita la verità di ciò che indicava nell’insegnamento: il momento della rinuncia, in questo senso, è stato imponente, ma ho presente anche occasioni come la Gmg di Madrid, o l’atteggiamento davanti alle vittime della pedofilia… Quanto è stato importante questo aspetto? Quanto il Papa ci ha aiutato a capire che il cristianesimo è anzitutto qualcosa che accade e si conosce per testimonianza?
È decisivo. Nei suoi confronti c’era – e per tanti versi permane – un cliché: «È un Papa teologo, un professore». È vero. È un grandissimo teologo e professore, ma lo è in forza della sua capacità testimoniale. È un testimone di Cristo. Lo è sempre stato. A leggere le sue opere teologiche, a seguire le sue interviste, si scioglie l’immagine del Panzerkardinal (non dimentichiamo cosa sono stati gli insulti contro il Ratzinger cardinale…); ci si è accorti che sia da Papa che prima è stato sempre molto libero. Nel libro su Gesù di Nazaret ci consegna una sua riflessione essenziale, quasi una sorta di testamento dottrinale. E la inizia dicendo che si sottopone alla libera discussione, perché questo libro non è un gesto magisteriale in senso proprio. Ecco, a mio parere in quel gesto forza testimoniale e contenuto coincidono. Il libro comunica in maniera molto forte il fatto che la fede in Cristo è il punto di partenza e di destinazione dell’intera esistenza, e ne presenta le ragioni per una discussione aperta.

È stato veramente un «umile operaio nella vigna del Signore», quindi.
Sì. In Benedetto XVI le parole e i gesti si accompagnano. Anche quando ci sono state fatiche non piccole, o addirittura difficoltà molto gravi, se n’è fatto carico in prima persona: pensiamo ai casi di pedofilia, alle polemiche sui lefebvriani. Ha preso iniziativa scrivendo ai Vescovi, giudicando, riconoscendo gli errori commessi. Se da una parte corregge e giudica, offrendone le ragioni, dall’altra accetta il dialogo e le riflessioni che gli vengono proposte.

In che cosa è cambiata la Chiesa in questi otto anni?
Di sicuro è una Chiesa che è stata aiutata a riconoscere l’essenziale della fede e a comunicarla a tutti.

E lo sta facendo? Insomma, quanto ha inciso davvero il magistero di Benedetto XVI sulla Chiesa e sul mondo?
Ha inciso profondamente, a mio parere, anche se c’è ancora molto da assimilare nella vita della Chiesa. Questo Papa si è esposto, sia ad intra che ad extra. Dovunque si è messo davanti a tutti, ha ottenuto di fatto l’allargamento della ragione: chi ascoltava e si paragonava, scopriva domande e poteva accogliere le evidenze della ragione e la certezza della fede. C’è ancora una lunga strada per far passare nel tessuto ecclesiale questo atteggiamento. Così come c’è tanto da fare per approfondire altri punti decisivi della sua riflessione. Pensiamo alla sua preoccupazione sulla vera interpretazione del Concilio Vaticano II, un aspetto magari meno immediato per la gente comune, ma che per la vita della Chiesa è di grande trascendenza. Il Papa lega l’interpretazione a questa intelligenza profonda della tradizione cristiana, che è sempre in grado di riformarsi nella continuità del soggetto-Chiesa. Anche su questo dovremo riflettere molto.

E fuori dalla Chiesa? 
Per fare soltanto un caso, nel volume Dio salvi la ragione (Cantagalli; ndr) si vede come il Papa di fatto, grazie al suo discorso di Regensburg, ottiene da André Glucksmann, da Joseph Weiler, da Gustavo Bueno, da alcuni grandi nomi della scena occidentale una risposta che riapre delle posizioni. Incide, insomma. Ma è un piccolo esempio di una dinamica che si è vista spesso, in questi anni. Pensiamo alla visita in Inghilterra. In una società che poteva avere tutti i pregiudizi possibili verso il Papa di Roma, lui riesce a generare un atteggiamento che David Cameron, il premier, ha sintetizzato bene: «Ha sfidato l’intero Paese a sedersi e pensare». E potremmo dire qualcosa di simile anche per le visite in Francia, all’Onu, nella Repubblica ceca… O per l’impatto delle Gmg.

Lei c’era a Madrid…
Sì, e anche lì ho visto superare uno stereotipo: «È un Papa anziano, che non sa incontrare i giovani». Invece si è visto un Pontefice che ha fatto dei gesti essenziali, centrati tutti sui misteri nucleari della fede: l’Eucaristia, la Croce, l’annuncio di Gesù a tutti, la carità. E che, così facendo, non solo ha trascinato una folla come non si era mai vista a Madrid, ma ha ottenuto dai ragazzi una serietà e una profondità che a volte neanche loro riconoscono a se stessi.

Quanto è rimasto di quell’incontro dopo?
Ho visto persone che hanno riscoperto la fede o hanno scoperto la vocazione. O rapporti con autorità civili e realtà sociali che si sono aperti grazie a quei giorni e lo sono rimasti. Dopo lo tsunami della folla, ovviamente, tutto rifluisce un po’. Ma ci sono molte persone a tutti i livelli per cui quella Gmg è stata un punto di svolta.

C’è un elemento potente di quei giorni, che ritroviamo in altri momenti o nelle stesse catechesi di quest’Anno della Fede: Benedetto XVI valorizza molto l’aspetto affettivo, il desiderio, ma lo fa sottolineandone sempre il legame intrinseco con la ragione, l’unità dell’io. Quanto è stata importante questa «ricentratura»? E come aiuta a sottrarre la fede al terreno del sentimentalismo? 
È vero, il papa Ratzinger valorizza molto anche questo aspetto. Nelle encicliche, per esempio, affezione e desiderio sono un fattore portante: ragione e libertà sono tenuti come un valore, come un bene. Già nella Deus caritas est Benedetto XVI fa un percorso che parte dalla dinamica dell’eros, e quindi del desiderio affettivo, senza contrapporlo all’agape, alla carità. Sono testi di una ricchezza eccezionale. Ma anche nel messaggio indirizzato al Meeting 2012 c’è una valorizzazione della dinamica del desiderio proprio perché intimamente legato alle domande ultime della ragione. Per questo non è un impeto sentimentale: ha a che fare con la piena intelligenza del reale, e non solo con l’inclinazione o la pulsione.

Accanto al richiamo ad «uscire dal bunker» e «allargare la ragione» c’è stata pure un’insistenza continua sulla «gioia e la bellezza» dell’essere cristiani. Una «convenienza umana» totale, insomma. Anche qui, che novità ha portato il suo magistero? 
Ci sarebbe molto da dire. Penso agli incontri con gli artisti. O alle sue parole alla Scala. Ma teniamo solo un esempio che ho visto da vicino: la sua interpretazione della Sagrada Família, a Barcellona. In quell’occasione il Papa ha fatto una catechesi sulla bellezza che indica ancora una volta una sensibilità imprescindibile per il cristianesimo in Europa: nel cammino dell’uomo, Dio emerge come la fonte di questa bellezza, così come lo è del bene e della verità. Il fascino che genera un’attrattiva resta il fattore iniziale della comunicazione della fede.

E il rapporto con Cl? Joseph Ratzinger era molto amico di don Giussani, e si sa. Ma il modo in cui il suo magistero ci sta aiutando ad approfondire anche il carisma di Giussani è addirittura commovente…
Chi è educato da don Giussani trova una sintonia, un’affinità con questo Papa che glielo rende molto familiare. Grazie al carisma risulta possibile condividere e amare le sue proposte secondo una sintonia di cui lo stesso Ratzinger parlò nell’omelia del funerale di don Giussani e di cui ha riparlato proprio poche settimane fa, nell’udienza alla Fraternità San Carlo Borromeo. Questa familiarità è una grazia nella grazia. Non si può che riconoscerla con gratitudine e stupore.

Stupisce anche come persino nel gesto della rinuncia ci sia qualcosa che ci fa capire meglio alcuni punti su cui abbiamo lavorato molto negli ultimi tempi: il richiamo che «a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato», come diceva don Giussani; la supremazia della testimonianza e non del potere; il fatto che le circostanze sono «un fattore decisivo e non secondario» nella vocazione personale… Sono cose che abbiamo visto incarnate in maniera potentissima e al massimo livello nel Papa. 
Anche con la rinuncia, a mio parere, Benedetto XVI ha fatto un gesto di amore a Cristo e di fiducia in Dio in atto. Dio è reale, è tanto reale che può guidare la Chiesa con l’assistenza dello Spirito. È vero, ci fa vedere bene che «a nulla fuorché a Gesù» vale la pena di attaccarsi. E per via della sua testimonianza siamo costretti a prendere posizione in modo tale che possa crescere la nostra fede. Non ci ha soltanto spiegato la fede: l’ha fatta accadere. E poi l’ha anche spiegata, egregiamente.

“richiamo potente a rinunciare a ogni sicurezza umana”

COMUNICATO STAMPA

Julián Carrón: «L’incredibile libertà di un uomo afferrato da Cristo»

 

11/02/2013 – Le parole di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, in relazione all’annuncio della rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI

«Con questo gesto, tanto imponente quanto imprevisto, il Papa ci testimonia una tale pienezza nel rapporto con Cristo da sorprenderci per una mossa di libertà senza precedenti, che privilegia innanzitutto il bene della Chiesa. Così mostra a tutti di essere totalmente affidato al disegno misterioso di un Altro.
Chi non desidererebbe una simile libertà?
Il gesto del Papa è un richiamo potente a rinunciare a ogni sicurezza umana, confidando esclusivamente nella forza dello Spirito Santo, come se Benedetto XVI ci dicesse con le parole di san Paolo: “Sono persuaso che colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Fil 1,6).
Attraverso l’annuncio del Papa, il Signore ci domanda di trapassare ogni apparenza, attraversando tutto l’entusiasmo umano con cui avevamo salutato l’elezione di Benedetto XVI e con cui lo abbiamo seguito in questi otto anni, grati per ogni sua parola.
Desiderando di vivere la stessa esperienza di immedesimazione con Cristo che ha dettato al Papa questo atto storico per la vita della Chiesa e del mondo, accogliamo anche noi con libertà e pieni di stupore questo estremo gesto di paternità, compiuto per amore dei suoi figli, affidando la sua persona alla Madonna affinché continui a esserci padre dando la vita per l’opera di un Altro, cioè per l’edificazione della Chiesa di Dio.
Con tutti i fratelli, insieme a Benedetto XVI, domandiamo allo Spirito di Cristo di assistere la Chiesa nella scelta di un padre che possa guidarla in un momento storico così delicato e decisivo».

Milano, 11 febbraio 2013

Don Giussani: «Io sono zero, Dio è tutto»

Da Tracce un’intervista a don Giussani di Dino Boffo per Avvenire del 13.10.2002

 

INTERVISTA A DON GIUSSANI

Lo fissi negli occhi e ti chiedi: qual è il mistero di una vita? Di quelle semplici e di quelle importanti. Ma importanti perché? E in base a che cosa? La notorietà pubblica? Il numero di seguaci? Le opere realizzate? Il sacerdote che incontriamo è certamente famoso. Senza dubbio è destinato a entrare nella storia religiosa del Novecento. Il pensiero che migliaia di persone vorrebbero stargli dinanzi, potergli rivolgere una domanda, anche una sola, mette imbarazzo. Allunghi lo sguardo e scorgi dietro a lui una moltitudine di giovani (e meno giovani ormai), consapevoli, ed entusiasti ad oltranza. E percepisci immediatamente quello che in termini non solo tecnici viene chiamato carisma. Ne ha da vendere, quest’uomo, glielo riconoscono pure quelli che restano scettici sul suo messaggio. Ancor più oggi, vecchio e acciaccato, è un tutt’uno con il suo carisma, penetrato e assorto in esso. Spontaneo viene il pensare alla corrente comunicativa che lo lega al suo Dio. Dev’essere una relazione forte e continua. Che poi è la cifra segreta di ogni “fondatore”, specie nelle stagioni di disarmo dalle strutture: attingono alla Fonte quello che è fascinoso e di rinforzo per le anime. Molti di questi movimenti più recenti sono spuntati dal tronco secolare ma giovane e fecondo della cattolicità italiana. Non suonasse sconveniente, avresti la tentazione di dirgli: don Giussani, non sembra anche a lei di essere più del suo movimento, che il suo sguardo vada oltre, e il suo sogno trasbordi ancora? Che lei sarà certo un maestro, un concentrato dei maestri che ha avuto, ma più ancora è un testimone, nel senso letterale del termine: uno che ha visto, e per questo parla e può parlare a tutti? Intanto don Luigi – a sua volta – ti fissa aspettando la prima domanda. Fatalmente diversa da queste.

Ottant’anni. Don Gius, com’è la vita a quell’altezza?
La vita a quest’altezza è fatta e comunicata per riconoscere il nome di Dio in tutte le cose, e per riconoscere lo Spirito creatore che opera in essa. Così che s’avverino le parole della poesia di Ada Negri Mia giovinezza: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo/ all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:/… più bella./ Ami, e non pensi essere amata: ad ogni/ fiore che sboccia o frutto che rosseggia/ o pargolo che nasce, al Dio dei campi/ e delle stirpi rendi grazie in cuore».

Il senso del tempo che corre veloce quanto ha inciso nell’opera che ha realizzato? In altre parole: la sua vita si è svolta nel segno dell’urgenza?
Spero che la mia vita si sia svolta secondo quel che Dio aspettava da essa. Si può dire che si sia svolta nel segno dell’urgenza perché ogni circostanza, anzi ogni istante per la mia coscienza cristiana è stato ricerca della gloria di Cristo. Il cardinale Tettamanzi, mio vescovo, entrando in Milano, ha detto: «Gli uomini e le donne del nostro tempo, anche se inconsapevolmente, ci chiedono di “parlare” loro di Cristo, anzi di farlo loro “vedere”». Proprio Gesù Cristo, la Sua gloria umana nella storia, è nel mondo l’unico segno positivo di un altrimenti assurdo muoversi del tempo e dello spazio. Poiché senza il significato, direbbe Eliot, non c’è tempo. La vita è piena di nullità, di negatività e Gesù di Nazareth è la rivincita. In me questo è chiaro. Così la speranza è la certezza per cui nel presente si può respirare, nel presente si può godere.

C’è stato un momento nei primi decenni della sua vita in cui ha avuto il presentimento di quello che sarebbe scaturito dalla sua iniziativa sacerdotale? Per quanto delicato e personale, ce lo può raccontare?
Non riesco a fissare alcun momento particolarmente “istigatore”. Tutto per me si è svolto nella più assoluta normalità e solo le cose che accadevano, mentre accadevano, suscitavano stupore, tanto era Dio a operarle facendo di esse la trama di una storia che mi accadeva – e mi accade – davanti agli occhi. Ho visto il succedere di un popolo, in nome di Cristo, protagonista della storia.

Lei è assai amato dai suoi ragazzi. Quando parla loro, anche in assemblee vastissime, di persona o in video, non si muove una mosca. Si intuisce che per molti lei è un padre, rappresenta l’ideale. La imbarazza?
Non mi imbarazza affatto, ma mi fa pregare Dio affinché io sappia sempre dare ragioni e forza per la libertà dei giovani.

Don Giussani è tra le icone pubbliche degli ultimi decenni, eppure in pubblico non è mai apparso molto, si direbbe solo lo stretto indispensabile. Timidezza o civetteria, scelta calcolata o spontanea?
Scelta spontanea di un animo teso al vero, pur essendo ben consapevole dei miei limiti.

Dinanzi al suo nome, e quasi a prescindere dalla persona, per anni è stato quasi obbligatorio schierarsi: o decisamente a favore, o contro. Perché secondo lei?
Il favore anche ben riconosciuto non mi ha mai fatto dimenticare il prezzo del sacrificio richiesto.

Chi la sta intervistando proviene da un’esperienza ecclesiale ritenuta “opposta” a Cl. Per anni le cronache si sono riempite del conflitto Ac-Cl. Lei pensa che fosse inevitabile o ha qualche rimprovero da fare o da farsi al riguardo?
Mi pare che quanto più un gruppo di fedeli cerca di vivere la fede e di educarsi all’apostolato sotto l’influsso di analisi sincere e appassionate tanto più rischia anche di essere parziale nei suoi riferimenti, poiché ogni analisi è impossibile che sia omnicomprensiva. Ma se i rapporti sono mantenuti e svolti nella carità, come Cristo e gli Apostoli hanno raccomandato, le distinzioni e le diversità riescono ad essere una collaborazione.

Perdoni l’ingenuità della domanda: che cos’è Cl per don Giussani?
E’ un’amicizia (l’ex rettore dell’Università di Monaco e fondatore dell’Università di Eichstatt, il professore Nikolaus Lobkowicz, ha scritto che incontrando Cl ha scoperto l’amicizia come “virtù”) che assicuri uno sforzo comune di collaborazione nella riflessione sulla fede e nel tentativo di rendere espressione comune la volontà di testimoniare Cristo come ispiratore di pace e di aiuto vicendevole.
E nella lettera che mi ha inviato per il ventennale della Fraternità di Cl, Giovanni Paolo II ha scritto che «il movimento ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per arrivare alla soluzione di questo dramma esistenziale» dell’uomo di oggi. E ha aggiunto: «La strada è Cristo… Comunione e Liberazione, più che ad offrire cose nuove, mira a far riscoprire la Tradizione e la storia della Chiesa, per riesprimerla in modi capaci di parlare e di interpellare gli uomini del nostro tempo». Esistiamo solo per questo.

Prete, educatore e leader. Non lo neghi: lei è stato ed è un capo a tutto tondo. Qual è la gioia maggiore, ma anche la maggior fatica, nel guidare un popolo di giovani ed ex-giovani?
Nel guidare un popolo la gioia maggiore e insieme la fatica maggiore stanno nel chiedere sinceramente e continuamente a Dio, e quindi allo Spirito e alla Madonna, luce per la propria intelligenza e fuoco ardente per la propria carità di fronte a tutti i problemi che scaturiscono nel cuore di ogni uomo davanti agli avvenimenti che il Mistero di Dio permette, problemi che si impongono al cuore e al lavoro di ognuno nel luogo in cui ci si incontra.

Il seme di Comunione e Liberazione è ormai sparso in tutti i continenti. Quali criteri indica perché la diffusione avvenga nella fedeltà al disegno originale?
La diffusione dei criteri teorici e pratici in tutto il mondo è un dono da chiedere continuamente a Cristo e perciò deve avvenire come oggetto della preghiera al Mistero del Padre, come Cristo ci ha insegnato: nella coerente ricerca dei principi della fede e della carità, nell’obbedienza umile ai pastori del gregge, cioè i Vescovi. L’obbedienza all’autorità della Chiesa – innanzitutto al Papa, argine stabilito per la sicurezza della nostra fede cattolica – costituisce l’originale e perfetto criterio. In un tale atteggiamento gli anni che passano confermano (cioè motivano la conferma di una promessa compiuta).

Faccio l’indiscreto. Come prega don Giussani? E quale invocazione più frequentemente sale dal suo cuore durante la giornata?
La mia preghiera è la liturgia e la continuata ripetizione di una formula: Veni Sancte Spiritus, Veni per Mariam. Vieni Santo Spirito, vieni per Maria, renditi presente attraverso il ventre, la carne della Madonna. Questa antica giaculatoria è sintesi di tutta la Tradizione e segna il metodo di Dio per farsi conoscere dagli uomini: l’Incarnazione. Tutto il cristianesimo è lì. Nell’inno suo alla Vergine, Dante parla del “caldo” del ventre della Madonna: pensare che di lì si grida il Mistero è veramente la cosa più misteriosa, e solo nell’esperienza di una comunione vissuta si può cominciare a capire qualcosa di questo mistero di Dio.
Per cui la preghiera è il gesto più ragionevole che l’uomo ingaggiato nella quotidiana lotta per la vita possa compiere: è l’alfa e l’omega di tutto. Io non ho fatto niente, sono uno zero. L’Infinito fa tutto, e da noi non si farebbe niente se non si fosse donato.

A ottant’anni è inevitabile forse pensare alla successione. Posso sapere cosa si attende da chi raccoglierà il suo testimone?
Mi attendo dalla Misericordia di Dio e della Madonna un capo che risponda coerentemente ai contenuti delle ultime domande.

Dio ha parlato, ma come può saperlo l’uomo?

(…)  dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? Questa domanda oggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? È una realtà o no? Perché non si fa sentire? «Vangelo» vuol dire: Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia. Gesù è la sua Parola, il Dio con noi, il Dio che ci mostra che ci ama, che soffre con noi fino alla morte e risorge. Questo è il Vangelo stesso. Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza.

La questione per noi è: Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza? Di per sé il fatto che abbia parlato è la salvezza, è la redenzione. Ma come può saperlo l’uomo? Questo punto mi sembra che sia un interrogativo, ma anche una domanda, un mandato per noi: possiamo trovare risposta (…)

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Breve profilo del nuovo Vescovo di Reggio Emilia

Parlavo nel post di ieri della bellezza della Chiesa quando è vera e oggi voglio sottolineare che la stessa esperienza di fede cui anch’io sono stata chiamata ha reso capace don Massimo di servire la Chiesa ai livelli più alti e ne sono davvero felice.

Dal sito della Diocesi di Reggio Emilia::

Mons. Massimo Camisasca, nominato Vescovo di Reggio Emilia – Guastalla  
E’ stato annnunciato ufficialmente sabato 29 settembre, alle 12, in contemporanea a Reggio e a Roma
Breve profilo di Massimo Camisasca
Massimo Camisasca è nato il 3 novembre 1946 a Milano. Dai suoi genitori Mariangela Tufigno, insegnante alle scuole elementari, ed Ennio, impiegato comunale, riceve fin da piccolo un’educazione alla fede cattolica profonda e ricca di amore alla Chiesa. Ha un fratello gemello di nome Franco.
All’età di quattordici anni incontra al liceo Berchet di Milano don Luigi Giussani, che sarà il fondatore di Comunione e Liberazione, movimento nel quale, negli anni successivi, ricoprirà importanti cariche di responsabilità. Nel 1965 diventa uno dei responsabili della Gioventù Studentesca milanese e due anni più tardi entra a far parte della presidenza diocesana dell’Azione Cattolica giovanile, di cui sarà presidente diocesano dal 1970 al 1972. Laureatosi in Filosofia all’Università Cattolica di Milano con una tesi in Storia della Teologia su Y. Congar, inizia il suo insegnamento di storia, filosofia e religione prima nei licei milanesi, poi all’Università Cattolica di Milano, dove sarà assistente alla cattedra di Filosofia della religione.
Nei primi anni Settanta entra nel seminario della Comunità Missionaria “Paradiso” a Bergamo e nel 1975 viene ordinato sacerdote.
Durante gli anni successivi diventa responsabile della Pastorale Scolastica della Diocesi di Bergamo e dal 1978 è trasferito a Roma per curare le relazioni tra Comunione e Liberazione e la Santa Sede, lavoro che lo terrà impegnato per quindici anni.
Nel 1987 ottiene la Licenza in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense con una tesi su sant’Agostino. Dal 1989 al 1996 ricopre la cattedra di gnoseologia e metafisica presso l’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, a Roma, del quale è vice-preside dal 1993 al 1996.
Nel 1990 viene nominato Cappellano di Sua Santità.
Nei primi anni Novanta partecipa come perito all’VIII e come uditore alla IX Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi e nel 1996 viene nominato Prelato onorario di Sua Santità.
Ha pubblicato numerosi articoli di pastorale, filosofia e teologia sui più importanti quotidiani italiani. È stato redattore della rivista internazionale di teologia Communio. Ha collaborato a diverse trasmissioni RAI, sia come redattore che come commentatore televisivo. È autore di oltre cinquanta libri, tradotti in inglese, spagnolo, tedesco, francese, portoghese e russo.
Nel 1985 fonda la Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, Società di Vita Apostolica di diritto pontificio . Tale comunità, formata da 110 sacerdoti e 40 seminaristi, è presente in diciassette paesi di quattro continenti. Di essa è Superiore Generale fin dalla fondazione.

“Dentro le brutture del mondo è la bellezza di Cristo che la Chiesa porta ed è questa la sfida ancor più incalzante di oggi”

Carissimo Scalfari,

prima di scrivere l’editoriale con cui oggi si aprono le pagine di Repubblica avrebbe dovuto ascoltare quanto ha detto ieri il Papa, avrebbe dovuto piegarsi al suo dolore e sentire la forza della sua certezza. L’analisi che ci propone oggi degli ultimi pontificati da Pio XII a Benedetto XVI è un tentativo di interpretare la vita della Chiesa con logiche di potere puramente politico, come se la questione seria della Chiesa fosse di sopravvivere al mondo e non di portare dentro la storia ciò per cui Gesù l’ha posta e la sostiene, la proposta ad ogni uomo della via per trovare se stesso. Non che come lei sostiene la Chiesa non soffra delle ferite a lei inferte da un potere sempre più subdolo e incombente, ma le energie di cui vive la Chiesa le sono date dalla presenza di Gesù, la sua affezione sempre appassionata e viva, capace di mantenere salda la sua dimora, e mentre tutto cospira per farla precipitare è più certo il suo procedere dentro la storia. E’ grande il dolore del Papa di fronte al male che entra dentro le mura della casa del Signore, ancor più certo il suo cammino, perchè come ha detto ieri il Papa sa che sulla vita della Chiesa è Gesù a vigilare, a renderla più certa di ciò che porta. Lei è questo che nelle sue analisi non prende in considerazione, del resto in questi difficili momenti la Chiesa è chiamata a verificare proprio questo, se la sua presenza nella storia si riduce a logiche di puro potere e allora siamo vicini alla fine oppure se ciò che fa vivere la Chiesa è Colui che le ha dato inizio e che oggi è in grado di darle un nuovo inizio. Nel dolore e nella certezza di Benedetto XVI c’è già questo nuovo inizio, è ciò di cui vive la Chiesa, è la presenza che sa portare il male per il bene di cui consiste. Vi è una domanda che emerge dentro la scena del mondo, oggi portata a travolgere tutto con lo scandalo di chi tradisce, è la domanda sulla consistenza della vita, è la domanda che si legge tra le pagine del Vangelo, “che serve all’uomo conquistare il mondo intero, se alla fine perde se stesso?”: è questa la domanda che urge all’oggi, non le sue analisi, ma come poter ritrovare se stessi! E la Chiesa porta questo dentro la storia la tenerezza per l’umano, la possibilità che Gesù apre ad ogni tornante del tempo di scoprire il punto che dà forza all’io. Oggi è questo che la Chiesa ha da scoprire, dentro la bufera in cui sta passando e diversamente da quanto le pensa ha un Papa che sa sorreggerla dentro questa dura sfida, un Papa che sa di che tenerezza è investita la vita dell’uomo, una tenerezza di cui viene vitalizzata ogni fibra d’umano. E’ per questo che al posto della sua pessima conclusione – “Il pontificato lezioso andrà avanti finché potrà, poi non ci sarà il diluvio ma una pioggia da palude piena di rane, zanzare e qualche anitra selvatica. Quanto di peggio per tutti. ” – c’è invece un’altra cosa da dire, che la Chiesa sa già trarre dalla presenza di Chi la fa vivere il meglio che deve ancora venire, quella tenerezza per l’uomo che Cristo ha portato nel mondo e ha consegnato alla sua dimora perchè diventi sempre più appassionante e travolgente. Dentro le brutture del mondo è la bellezza di Cristo che la Chiesa porta ed è questa la sfida ancor più incalzante di oggi!

Gianni Mereghetti

Abbiategrasso

“La proposta educativa di don Giussani: nessuno può salvarsi da sé”

Il cardinale Scola ha presieduto la celebrazione eucaristica nel settimo anniversario della scomparsa e nel 30° del riconoscimento pontificio di Cl. La Fraternità di Cl ha chiesto formalmente l’avvio della causa di beatificazione

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