Eh… la pigrizia intellettuale è una brutta bestia!

Da Tracce:

«Nello snervante comodo della vita moderna la massa delle regole che danno consistenza alla vita si è spappolata».

Perché?

Perché «la maggior parte delle fatiche che imponeva il mondo cosmico sono scomparse e con esse è scomparso anche lo sforzo creativo della personalità» (cfr. A. Carrel, Riflessioni sulla condotta della vita, Bompiani, Milano 1953, pp. 27ss).

La frase di Carrel ci interessa non tanto per auspicare che ritornino le fatiche imposte dal mondo cosmico, quanto per ribadire che, senza l’impegno ad affrontare la vita in tutte le sue problematiche, non sorge il soggetto.
Se cioè l’individuo non si impegna con la vita nella sua totalità, non sorge la personalità e quindi si diventa “mine vaganti”, come vediamo intorno a noi e spesso anche tra noi.
Vi è, di conseguenza, una difficoltà a giudicare: «La frontiera del bene e del male è svanita» (Ibidem), osserva Carrel, uno è sconcertato, non sa giudicare e la divisione regna ovunque.
Potremmo fotografare in questo modo l’esito delle elezioni: la divisione regna ovunque. Il che è un segno dello sconcerto, della divisione, della frammentazione che viviamo nella società.

Ma, attenzione, se questo inducesse a concludere: siccome c’è questa difficoltà, occorre dare alla gente le istruzioni per l’uso, perché è impossibile che essa arrivi a un giudizio, sarebbe la fine, si aggraverebbe in maniera definitiva il problema.

Invece di invitare e di sfidare costantemente le persone a un impegno con il reale totale, affinché non vinca la pigrizia, affinché il centro dell’io non si fermi e venga fuori la personalità di ciascuno, diamo le istruzioni per l’uso, rendendo tutti più pigri.

Complimenti!

Pensiamo così di risolvere il problema? In realtà, introduciamo solo una sfiducia nella capacità di giudicare dell’io.
E se, nel modo di educare, noi insinuiamo questa sfiducia, è finita! Diventeremo potenzialmente vittime della propaganda altrui, tutti.
Chi assimila questa sfiducia nella sua capacità di giudicare sarà travolto da qualsiasi cosa e finirà in balìa delle opinioni di chi grida più forte.

«Senza una reale esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti, non è possibile ripartire»

Da Tracce riprendo questo realistico contributo che aiuta a comprendere l’attuale situazione politica:

Anche in politica l’altro è un bene

di Julián Carrón

10/04/2013 – «Senza una reale esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti, non è possibile ripartire». La lettera di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL a Repubblica (10 aprile 2013)

  • Julián Carrón.Julián Carrón.

Caro Direttore, cercando di vivere la Pasqua nel contesto degli ultimi eventi accaduti nella Chiesa – dalla rinuncia di Benedetto XVI all’irruzione di papa Francesco -, non ho potuto evitare di pensare alla drammatica situazione in cui versa l’Italia per la difficoltà di uscire dalla paralisi che si è venuta a creare.

Si è scritto molto su questo da parte di persone ben più autorevoli di me per le loro competenze in politica. Non ho alcuna soluzione strategica da suggerire. Mi permetto solo di offrire qualche pensiero, nel tentativo di collaborare al bene di una nazione alla quale mi sento ormai legato per tanti motivi.

Mi pare che la situazione di stallo sia il risultato di una percezione dell’avversario politico come un nemico, la cui influenza deve essere neutralizzata o perlomeno ridotta al minimo. Abbiamo nella storia europea del secolo scorso documentazione sufficiente di analoghi tentativi da parte delle differenti ideologie di eliminarsi a vicenda, che hanno portato alle immani sofferenze di intere popolazioni.

Ma l’esito di questi sforzi ha portato a una costatazione palese: è impossibile ridurre a zero l’altro. È stata questa evidenza, insieme al desiderio di pace che nessuno può cancellare dal cuore di ogni uomo, che ha suggerito i primi passi di quel miracolo che si chiama Europa unita. Che cosa permise ai padri dell’Europa di trovare la disponibilità a parlarsi, a costruire qualcosa insieme, perfino dopo la seconda guerra mondiale?La consapevolezza della impossibilità di eliminare l’avversario li rese meno presuntuosi, meno impermeabili al dialogo, coscienti del proprio bisogno; si cominciò a dare spazio alla possibilità di percepire l’altro, nella sua diversità, come una risorsa, un bene.

Ora, dico pensando al presente, se non trova posto in noi l’esperienza elementare che l’altro è un bene, non un ostacolo, per la pienezza del nostro io, nella politica come nei rapporti umani e sociali, sarà difficile uscire dalla situazione in cui ci troviamo.

Riconoscere l’altro è la vera vittoria per ciascuno e per tutti. I primi ad essere chiamati a percorrere questa strada, come è accaduto nel passato, sono proprio i politici cattolici, qualunque sia il partito in cui militano. Ma anche essi, purtroppo, tante volte appaiono più definiti dagli schieramenti partitici che dall’autocoscienza della loro esperienza ecclesiale e dal desiderio del bene comune. Eppure, proprio la loro esperienza di essere «membri gli uni degli altri» (san Paolo) consentirebbe uno sguardo sull’altro come parte della definizione di sé e quindi come un bene.

In tanti questi giorni hanno guardato la Chiesa e si sono sorpresi di come si sia resa disponibile a cambiare per rispondere meglio alle sfide del presente. In primo luogo, abbiamo visto un Papa che, al culmine del suo potere, ha compiuto un gesto assolutamente inedito di libertà - che ha stupito tutti – affinché un altro con più energie potesse guidare la Chiesa. Poi siamo stati testimoni dell’arrivo di Papa Francesco, che dal primo istante ci ha sorpreso con gesti di una semplicità disarmante, capaci di raggiungere il cuore di chiunque.

Negli ultimi anni la Chiesa è stata colpita da non poche vicende, a cominciare dallo scandalo della pedofilia; sembrava allo sbando, eppure anche nell’affrontare queste difficoltà è apparsa la sua diversità affascinante.

In che modo la vita della Chiesa può contribuire a misurarsi con l’attuale situazione italiana? Non credo intervenendo nell’agone politico come una delle tante parti e delle tante opinioni in competizione. Il contributo della Chiesa è molto più radicale. Se la consistenza di coloro che servono questa grande opera che è la politica è riposta solo nella politica, non c’è molto da sperare. In mancanza di un altro punto d’appoggio, si afferreranno per forza alla politica e al potere personale e, nel caso specifico, punteranno sullo scontro come unica possibilità di sopravvivenza. Ma la politica non basta a se stessa. Mai come in questo momento risulta così evidente.

Nella sua povertà di realtà piena di limiti, la Chiesa continua a offrire agli uomini, proprio in questi giorni, l’unico vero contributo, quello per cui essa esiste – e Papa Francesco lo ricorda di continuo -: l’annuncio e l’esperienza di Cristo risorto. È Lui l’unico in grado di rispondere esaurientemente alle attese del cuore dell’uomo, fino al punto di rendere un Papa libero di rinunciare per il bene del suo popolo.

Senza una reale esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti, non è possibile ripartire. Questa è la testimonianza che tutti i cristiani, a cominciare da chi è più impegnato in politica, sono chiamati a dare, insieme a ogni uomo di buona volontà, come contributo per sbloccare la situazione: affermare il valore dell’altro e il bene comune al di sopra di qualsiasi interesse partitico.

(La Repubblica, 10 aprile 2013)

 

“Vi auguro di non arrestarvi mai all’apparenza delle cose”

Saluto di Julián Carrón a conclusione del Triduo pasquale di GS. 
Rimini, 30 marzo 2013

Cari amici,

quante volte vi penso arruffati tra i cambiamenti degli stati d’animo, imbrigliati nelle vostre reazioni; mi invade una sconfinata tenerezza verso ciascuno di voi e mi domando: chissà come ognuno se la caverà senza finire nella confusione, gettando la spugna?

Mi rincuora pensarvi stupiti quando sorprendete l’emergere in voi, una volta dopo l’altra − in mezzo a tutti i cambiamenti d’umore che nessuno di voi può evitare −, del desiderio di felicità, di quell’impeto di compimento, che non vi lascia tregua, verso un orizzonte illimitato, oltre qualsiasi apparenza. Tutto cambia tranne esso. Che vittoria sulla confusione che nessuno, nemmeno noi, può impedire!

E mi viene da pensare: se fossero leali con quel desiderio, con quell’impeto, col «pensiero dominante» di leopardiana memoria, «terribile, ma caro dono del ciel»: come «torre in solitario campo, Tu stai solo, gigante, in mezzo a» tutti gli ondeggiamenti; nessun imbroglio lo fermerà.

«Che vantaggio avrà l’uomo se guadagna il mondo intero e poi perde se stesso?». Che passione per ciascuno di noi trabocca da queste parole di Gesù!

Vi auguro di non arrestarvi mai all’apparenza delle cose e di assecondare instancabilmente quell’impeto senza tregua che è il vostro più grande alleato per l’avventura della vita.

Cristo si è fatto uomo, è morto e risorto per rimanere nella storia accanto a noi e sostenere questo nostro alleato.

Complice col vostro cuore
Julián

“La Chiesa cattolica è accaduta davanti ai nostri occhi”

“… la Chiesa cattolica è accaduta davanti ai nostri occhi, nell’intenso dialogo fra papa Francesco e la folla in piazza San Pietro. L’attesa della gente, mentre i cardinali votavano in Conclave, rivelava un popolo fiducioso e nello stesso tempo bisognoso di un pastore, intorno al quale si produce una unità sempre sorprendente in un mondo come il nostro, abituato alla divisione. La fumata bianca ha ceduto il posto a una gioia debordante, che in più d’uno deve aver suscitato la domanda: «Come è possibile che si rallegrino, se non sanno ancora chi è stato eletto?». Con l’ondeggiare delle tende l’attesa cresceva, rivelando il desiderio di conoscere, vedere e ascoltare il pastore, come quasi duemila anni fa Aquila e Priscilla, oriundi di Roma, convertiti da san Paolo a Corinto, volevano conoscere Pietro, l’amico di Gesù, il primo Vescovo di Roma.

Il primo gesto del Papa ha preceduto il suo volto: ha deciso di chiamarsi Francesco, indicando sin dall’inizio dove occorre fissare lo sguardo. Come il poverello di Assisi, il Pontefice dichiara di non avere altra ricchezza che Cristo, e non conosce altro modo di comunicarla che la semplice testimonianza della propria vita. E subito, davanti ai fedeli, con le telecamere di tutto il mondo puntate su di sé, il Papa ha mostrato, in atto, qual è il fattore che sta all’origine della Chiesa: ha invitato la folla a raccogliersi in preghiera davanti a Dio Padre attraverso Gesù Cristo. In quel momento la Chiesa è accaduta davanti a tutti noi. Come il suo predecessore, l’impetuoso Pietro, Francesco ha confessato: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt, 16,16). Come al primo Vescovo di Roma, anche a lui Cristo consegna, davanti al suo gregge, le chiavi della Chiesa…”

Da Avvenire del 16 marzo

E’ un Altro all’origine di quella faccia…

Da Tempi.it:

Per capire l’origine del gesto di Benedetto XVI basta osservare la letizia del volto di Joseph Ratzinger, quel volto da cui lo stesso Julián Carrón, presidente della fraternità di Cl, spiega di essere rimasto particolarmente colpito la sera del 28 febbraio, prima che si chiudessero le porte di Castel Gandolfo. Una letizia così profonda, ha spiegato il sacerdote spagnolo intervistato oggi da Alessandro Banfi su TgCom24, è il segnale che il gesto delle dimissioni non è spiegabile con ragioni strategiche o organizzative, ma con una adesione profonda al fatto di Gesù Cristo.

CRISTO PER JOSEPH RATZINGER. «Che cosa vuol dire Cristo per Joseph Ratzinger, per la sua persona? C’è qualcuno che se lo domanda?», si è chiesto Carrón. «Ratzinger ha riportato la Chiesa a riflettere su Gesù Cristo. Solo una persona per cui Cristo è reale e non una auto convinzione, non un’etica, o un’organizzazione, ma una vita, può spiegare una cosa del genere». Tanti, ha continuato Carrón, faticano a comprendere una tale spiegazione perché non avendo esperienza di Cristo come qualcosa di reale, non si capacitino che Egli possa essere all’origine di una tale letizia. Eppure, ragiona il sacerdote, ciascuno di noi per capire l’esperienza di un altro deve guardare alla propria esperienza elementare: «Chiunque quando ha un’esperienza vera di amore può dire che quello che riempie, non è un’organizzazione, ma una presenza che ci fa continuamente riprendere».

NEL GESTO, IL METODO. «Questo gesto – domanda il giornalista – comunica anche una ansia di rinnovamento e autoriforma della Chiesa?». «Questo – risponde Carrón – è presente in tutto quel che Ratzinger ha detto dopo. È come se in quel gesto ci fosse non soltanto il richiamo al rinnovamento, ma il metodo per compierlo». Come se il Papa, con le sue “liete” dimissioni avesse detto: «Se Cristo non diventa per noi la cosa più cara sarà difficile per noi rinnovare la Chiesa con delle strategie. Quindi non soltanto il gesto di per sé è un richiamo, ma ci offre anche la strada per rispondere a questo richiamo. Come nel primo incontro del Vangelo, quello di Giovanni e Andrea con Gesù. Hanno incontrato una persona così eccezionale che era la strada, tanto che il giorno dopo sono tornati a cercare Gesù».

DI COSA HA BISOGNO LA CHIESA. Ciò di cui ha bisogno la Chiesa, secondo il successore di don Luigi Giussani, è quel che Ratzinger ci ha indicato indicendo l’anno della fede. «La Chiesa ha bisogno, come tutti abbiamo bisogno in ogni momento della nostra vita, di riscoprire cosa ci è accaduto quando siamo diventati cristiani». Ecco allora che “l’identikit” del nuovo Papa non può che essere quello di «un cristiano, un credente, una persona che possa testimoniare, come ha fatto Benedetto XVI e come aveva fatto prima di lui Giovanni Paolo II, la bellezza di Cristo». Ricordando una espressione del suo predecessore don Giussani, secondo cui la Chiesa aveva iniziato a “vergognarsi di Cristo”, don Carrón si chiede: «Perché ci vergogniamo di Cristo? Perché non lo abbiamo scoperto con tutta la nostra umanità. Non possiamo offrirlo ad altri se non siamo convinti che sia un bene per noi. Se non è Cristo ciò che abbiamo di più chiaro è difficile che non abbiamo vergogna di proporlo».

Guarda il VIDEO

“richiamo potente a rinunciare a ogni sicurezza umana”

COMUNICATO STAMPA

Julián Carrón: «L’incredibile libertà di un uomo afferrato da Cristo»

 

11/02/2013 – Le parole di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, in relazione all’annuncio della rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI

«Con questo gesto, tanto imponente quanto imprevisto, il Papa ci testimonia una tale pienezza nel rapporto con Cristo da sorprenderci per una mossa di libertà senza precedenti, che privilegia innanzitutto il bene della Chiesa. Così mostra a tutti di essere totalmente affidato al disegno misterioso di un Altro.
Chi non desidererebbe una simile libertà?
Il gesto del Papa è un richiamo potente a rinunciare a ogni sicurezza umana, confidando esclusivamente nella forza dello Spirito Santo, come se Benedetto XVI ci dicesse con le parole di san Paolo: “Sono persuaso che colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Fil 1,6).
Attraverso l’annuncio del Papa, il Signore ci domanda di trapassare ogni apparenza, attraversando tutto l’entusiasmo umano con cui avevamo salutato l’elezione di Benedetto XVI e con cui lo abbiamo seguito in questi otto anni, grati per ogni sua parola.
Desiderando di vivere la stessa esperienza di immedesimazione con Cristo che ha dettato al Papa questo atto storico per la vita della Chiesa e del mondo, accogliamo anche noi con libertà e pieni di stupore questo estremo gesto di paternità, compiuto per amore dei suoi figli, affidando la sua persona alla Madonna affinché continui a esserci padre dando la vita per l’opera di un Altro, cioè per l’edificazione della Chiesa di Dio.
Con tutti i fratelli, insieme a Benedetto XVI, domandiamo allo Spirito di Cristo di assistere la Chiesa nella scelta di un padre che possa guidarla in un momento storico così delicato e decisivo».

Milano, 11 febbraio 2013

“La fede non è un presupposto ovvio”

Da Tracce un’intervista di Paolo Ondarza

31/10/2012 – L’intervista al Presidente della Fraternità di Cl al termine del Sinodo sulla nuova evangelizzazione: «Mi ha colpito che il Papa inizi la “Porta Fidei” dicendo: la fede non è un presupposto ovvio».

Portare la gioia di essere cristiani in tutti gli ambienti della vita quotidiana. È ciò che da sempre anima la Fraternità di Comunione e Liberazione e che ancora oggi è la strada indicata dai suoi appartenenti per la nuova evangelizzazione. Tra i padri partecipanti al Sinodo sulla nuova evangelizzazione c’era don Julián Carrón, presidente di Cl. Paolo Ondarza lo ha intervistato: «Mi ha colpito, rileggendo il documento Porta Fidei, il fatto che il Papa comincia dicendo che oggi non si può dare per scontata la fede: non è un presupposto ovvio. Con questa impressione, e rileggendo poi l’Instrumentum laboris per la preparazione del Sinodo, mi ha colpito molto un passaggio in cui si metteva in evidenza la preoccupazione per il fatto che il cristianesimo non viene comunicato nei luoghi in cui si svolge la vita degli uomini: il posto di lavoro, il quartiere… Questa è veramente una sfida che dobbiamo affrontare, perché attualmente non richiamiamo alcun interesse. Questo ci dice della sfida che il cristianesimo diventi una realtà presente in noi, nel modo di affrontare le cose di tutti i giorni, perché altrimenti sarà difficile che gli uomini si possano interessare a quello che facciamo quando la domenica ci incontriamo per la Messa».
Quindi, essere nei luoghi in cui si trova la gente, intercettare la gente e anche la richiesta di assoluto che ha l’uomo. Nella vostra esperienza concreta, questo come si traduce? Si traduce nel tentativo costante di essere presenti, adesso come prima, nell’ambiente, nella scuola, nell’università e nei luoghi di lavoro, dove – con il nostro tentativo sempre “ironico” – cerchiamo di rendere presente il cristianesimo come proposta e testimonianza. Noi questo ce l’abbiamo a cuore, perché è la possibilità per noi stessi di poter verificare – nella vita concreta, nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti – la verità di quello in cui crediamo. E in primo luogo, lo vogliamo per noi stessi, perché se questo sarà vero per noi, noi stessi potremo dimostrare agli altri come la fede sia in grado di rinnovare la vita quotidiana.
Deve partire da un’esperienza di conversione personale? Certo, è l’inizio di qualsiasi comunicazione della fede. È il primo passo. Convertendoci a Cristo, potremo poi toccare con mano che questa conversione è utile per la vita, per la nostra vita, per la vita degli uomini nostri fratelli e per la vita del mondo.
Oggi, tutto questo ha una motivazione in più, se pensiamo anche alla crisi valoriale – anche a livello politico – che la nostra società sta attraversando. Come può tradursi questo impegno, quindi? Già nel modo in cui, per esempio, ciascuno vive la propria professionalità sul posto di lavoro, nel modo in cui è presente nel quartiere o nel piccolo paese dove abita. Se quello che prevale è questa novità di vita, insieme con il desiderio di comunicarlo all’altro affinché diventi un bene per gli altri – sottolineando quindi anche l’aspetto del bene comune che può ritornare a tutti – ciò significa che esso potrà poi raggiungere anche le persone che si impegnano direttamente nel campo politico.
In apertura dell’Anno della Fede, qual è il suo auspicio? Il mio augurio, e il mio desiderio, per me e per tutti gli amici, per tutti i cristiani, è quello che ci dice il Papa: di sapere riscoprire il valore della fede, affinché possiamo uscire da questo Anno della Fede più convinti, più persuasi che mai del fatto che la fede è il dono più prezioso che ci è capitato nella vita

“Il meglio che bussa alla porta delle nostre giornate”

Se seguiamo con semplicità (…) non ci perderemo il meglio che bussa alla porta delle nostre giornate, come ci ricordava sempre don Giussani: «È una promessa dentro ogni battaglia – mentre c’è la battaglia, attraverso tutto il tempo della vita che sia lotta e fatica – a entrare sempre di più dentro il Tu; perché il “Tu” è a un presente: “Mia forza e mio canto sei tu”».

Leggi tutta la riflessione di J.Carròn offerta agli amici subito dopo la conclusione della sua partecipazione al Sinodo per la nuova evangelizzazione

«Preferiti, anche dentro il dolore»

Da Tracce:

02/11/2012 – Il 4 novembre 2011 è morto in un incidente stradale Giovanni Bizzozero, studente di Veterinaria. A un anno di distanza, i genitori raccontano la loro esperienza. Fin da subito «ciò che era accaduto ci metteva di fronte ad una scelta»

Carissimo don Julián, il 4 novembre è un anno che il Signore ha voluto nostro figlio Giovanni con sé. Fin dalla prima notte per noi è parso evidente che ciò che era accaduto ci metteva di fronte ad una scelta: se fosse più ragionevole credere che questa circostanza negasse tutta la preferenza che in questi anni ci siamo sentiti addosso, o che, in modo misterioso e doloroso, quanto accaduto fosse dentro questa preferenza.
Abbiamo detto il nostro sì, quella notte ed ogni istante di questo anno. Abbiamo scoperto che non è che il Signore prende questo sì, se lo mette in tasca e tutto continua come prima, ma abbiamo sperimentato che da questo sì tutto cambia, perché Cristo risponde e quindi risponde tutta la realtà che è fatta di Lui. Dal quel momento la nostra vita è stata l’essere spettatori del Mistero buono che interviene in ogni istante dentro la vita. Questo ha stravolto il modo di guardarci tra di noi, di guardare i nostri figli, gli amici di sempre e le decine di nuovi amici incontrati.
Ti dobbiamo confessare che il dolore per la mancanza di nostro figlio aumenta di giorno in giorno, ma aumenta anche l’evidenza e quindi la certezza. Innanzitutto la certezza – come ci hai detto la sera prima del funerale al telefono – che Giovanni ora gode della pienezza con un’intensità di bene molto più grande di quella che avremmo potuto dargli tutti noi, ma anche la certezza che questo è il nostro destino, e che questo compimento è già iniziato ora, qui, perché testimoni di Lui che riaccade continuamente e quindi che continuamente compie. Questa certezza è proprio frutto non di un miracolo, né di sentimenti o pensieri scomposti, ma di un cammino che per grazia, dal primo incontro, abbiamo fatto e stiamo facendo nella compagnia del movimento. Per cui questo dolore non è mai stato un dolore disperato ma è ora un dolore offerto.
Ci siamo anche accorti che dire questo sì, che guardare così la realtà non è di una volta, ma è di ogni istante, perché in ogni istante noi dobbiamo ridecidere Chi guardare, e che questo sguardo e questo sì sono possibili perché apparteniamo ad un popolo, un popolo costituito da volti precisi di amici che fin dal primo istante ci hanno abbracciato e non ci hanno mai più lasciati, il volto di Gesù che dice: «Donna, non piangere». Flavio e Ester, Viggiù (Varese)
La sfida più potente alla positività del reale: il testo dell’assemblea di Julián Carrón con gli universitari in occasione della morte di Giovanni Bizzozero (9 novembre 2011)

“nessun «falso infinito» con cui tante volte identifica il suo compimento”, riesce a soddisfare le attese infinite dell’uomo

Intervenendo al Sinodo, il leader di Cl cita Benedetto XVI e don Giussani e  ammonisce: «La nuova evangelizzazione rischia di essere ridotta a una questione  di esperti».

Carrón al sinodo: All’attesa del cuore dell’uomo può rispondere solo un  avvenimento

Riportiamo di seguito il discorso di don Julián  Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, alla nona  Congregazione Generale del Sinodo dei Vescovi (13 ottobre  2012).

Beatissimo Padre, Venerabili Padri, Fratelli e sorelle:

Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione e l’Anno della fede traggono origine  dalla stessa costatazione: non possiamo continuare a «pensare alla fede come un  presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, «questo presupposto non solo  non è più tale, ma spesso viene perfino negato» (Porta fidei, 2). Se la  fede non si può continuare a dare per scontata, la prima urgenza è come  ridestare negli uomini del nostro tempo l’interesse per essa e per il  cristianesimo. E il luogo privilegiato dove questo può accadere è la vita  quotidiana, dove come cristiani entriamo in rapporto con i nostri fratelli  uomini.

Leggendo l’Instrumentum Laboris, che contiene tanti spunti preziosi  per il nostro lavoro, sono rimasto colpito da questa osservazione: «Desta  preoccupazione in molte risposte [ai Lineamenta] la scarsezza di  primo annuncio nella vita quotidiana, che si svolge nel quartiere, dentro il  mondo del lavoro». Questa valutazione, che emerge in tante risposte, mi sembra  metta il dito nella piaga, indicando quale sia la sfida che ci troviamo ad  affrontare.

Malgrado tutti i tentativi fatti negli ultimi decenni per migliorare gli  strumenti della trasmissione della fede, la costatazione è semplice: tutto lo  sforzo fatto fino adesso fatica a generare una novità di vita tale da destare  nei vicini e nei colleghi la curiosità per quello che i battezzati vivono nella  vita quotidiana (quartiere, luogo di lavoro). Questo dice molto della difficoltà  che oggi ci troviamo ad affrontare come Chiesa: come superare quella frattura  tra la fede e la vita che rende più difficile alla fede di essere incontrabile  in modo ragionevole, e dunque attraente nella vita quotidiana. Se non riusciamo  ad affrontare con chiarezza la questione, continueremo a fare ingenti sforzi  senza riuscire a dare una risposta adeguata alla radice del problema.

Qui risiede, a mio avviso, il nesso profondo tra l’Anno della fede e la Nuova  Evangelizzazione. Infatti, senza “riscoprire e riaccogliere il dono prezioso che  è la fede”, che renda ogni battezzato una “nuova creatura” capace di mostrare la  bellezza di una esistenza vissuta nella fede, la nuova evangelizzazione rischia  di essere ridotta a una questione di esperti e una discussione su gli strumenti,  e di non avvenire come esperienza personale e ecclesiale in grado di ridestare  negli uomini l’interesse per la fede.

Per suscitare questo interesse abbiamo un alleato dentro l’uomo di qualsiasi  cultura e condizione. Noi sappiamo che il cuore dell’uomo è fatto per  l’infinito. E questo desiderio, anche se sepolto sotto mille distrazioni ed  errori, è incancellabile. Rimane in lui l’attesa di un compimento. Perché nessun «falso infinito» – per usare un’espressione di Benedetto XVI -, con cui tante  volte identifica il suo compimento, riesce a soddisfarlo. «Che giova all’uomo  guadagnare il mondo intero se poi perdi se stesso? Cosa potrà dare l’uomo in  cambio di sé?» (Mt 16,26).

A questa attesa, però, non può semplicemente rispondere una dottrina, un  insieme di regole, una organizzazione, ma piuttosto l’avvenimento di una umanità  diversa. Come disse don Giussani durante il Sinodo sui laici del 1987, «ciò che  manca non è tanto la ripetizione verbale o culturale dell’annuncio. L’uomo di  oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per  le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata.  È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco  dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi  subito, vengo a casa tua”». Allora come oggi, solo una creatura nuova, un  testimone di una vita cambiata può suscitare di nuovo la curiosità per il  cristianesimo: vedere realizzata quella pienezza che uno desidera raggiungere,  ma non sa come. Uomini nuovi che creano luoghi dove ciascuno possa essere  invitato a fare la verifica che fecero i primi due sulla riva del Giordano: «Vieni e vedi», perché «una fede che non possa essere reperta e trovata  nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue  esigenze, non sarà una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto,  dice l’opposto» (L. Giussani, Il rischio educativo).

[il grassetto è mio]

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