EVANGELII GAUDIUM: Rilettura di Julián Carrón

Da Facebook

EVANGELII GAUDIUM
Rilettura di Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL.

Sessant’anni fa don Luigi Giussani riproponeva al liceo Berchet di Milano la sfida del cristianesimo come risposta ragionevole ed entusiasmante alle esigenze di ogni uomo. E nel 2005 alla sua morte don Julian Carrón raccoglieva il testimone del fondatore. Comincia così l’intervista di Giorgio Paolucci a don Carrón pubblicata oggi su Avvenire. Il dialogo ruota intorno all’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco, che indica il cammino della Chiesa per i prossimi anni.
Cos’ha da imparare la guida della Fraternità di Cl da queste indicazioni, chiede Paolucci. «Siamo sfidati a rinnovare l’incontro personale con Cristo, ogni giorno e senza sosta. È qui l’origine della “conversione pastorale e missionaria” che viene sollecitata dal documento. Francesco dice chiaramente che la sorgente dello slancio missionario è un uomo che vive della memoria grata di Cristo e vuole condividere la gioia provocata dal Vangelo. Lui indica il punto sorgivo, chiede che l’annuncio si concentri sull’essenziale».
Nell’Esortazione il Papa scrive che il «cristianesimo porta il volto delle tante culture e dei popoli in cui è accolto e radicato». Come accade questo nel movimento di Cl, che ha messo radici in molti Paesi? «La presenza di nostre comunità in 80 paesi – risponde Carrón –, in contesti molto diversi, e le amicizie nate con persone di tradizione ortodossa, anglicana, ebraica, musulmana, buddista, testimoniano che quando si punta sull’essenziale si può entrare in dialogo col cuore di ogni uomo a qualsiasi latitudine.
Accadono fatti commoventi: una donna africana non riusciva ad avere figli, la famiglia del marito premeva su di lui perché l’abbandonasse, come vuole la tradizione locale. Ma l’uomo, vedendola così lieta nell’esperienza che viveva nella comunità di Cl, ha resistito alle pressioni non volendosi privare della gioia della fede che lei testimoniava, e che era più grande dell’impossibilità di generare. È un piccolo-grande esempio di come il cristianesimo valorizza ed esalta tutto l’umano».
CL E LE PARROCCHIE. Nel documento viene sottolineato il valore dell’esperienza come veicolo privilegiato per la trasmissione della fede. Il giornalista di Avvenire chiede a don Carrón cosa pensa delle critiche che da più parti arrivano sul pericolo che l’enfatizzazione dell’esperienza personale metta in ombra il riferimento rigoroso alla dottrina e quindi rappresenti un attentato alla verità.
«Papa Francesco – dice Carrón – si colloca nella scia dei suoi predecessori, Giovanni Paolo II e Paolo VI, quando affermavano che “l’uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri, più all’esperienza che alla dottrina, più alla vita e ai fatti che alle teorie”. Solo se l’uomo sperimenta la pertinenza della verità della fede alle esigenze della vita può trovare ragioni adeguate per aderire ad essa. Nel cristianesimo la verità è diventata carne perché l’uomo potesse farne esperienza e, così, trovare i motivi d’una adesione pienamente ragionevole. È quanto è accaduto ai primi: Andrea e Giovanni non sapevano chi era quell’uomo, ma lo hanno seguito per la corrispondenza umana che
hanno scoperto nell’incontro con Lui. Nessuno li aveva mai guardati così prima di allora!». Papa Francesco sfida il gelo, cappotto e sciarpa per l’Udienza generale
Francesco sottolinea che i movimenti sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti. E aggiunge che «è molto salutare» che non perdano il contatto con la parrocchia «e si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare». Come vivono i ciellini questo rapporto, che in passato è stato motivo di incomprensioni e contrasti? «Il Papa sta chiedendo di uscire verso le periferie esistenziali per incontrare tutti, credenti e non credenti, senza aspettare che gli uomini vengano a cercarci. Lui per primo sta dando l’esempio, con le sue parole e la testimonianza che offre. Cl è nata e si è diffusa negli ambienti – scuole, università, lavoro, quartieri – ma i ciellini non snobbano affatto le parrocchie. Solo nella diocesi di Milano ce ne sono quattromila impegnati a vario titolo: catechismo, cori, società sportive, doposcuola, attività educative negli oratori. Riproporre una contrapposizione o una rivalità tra Cl e le Chiese locali è qualcosa che non corrisponde al vero: il compito a cui il Papa chiama tutti è la collaborazione all’unica missione della Chiesa, andare incontro agli uomini per testimoniare la gioia del Vangelo. Dobbiamo tutti spostare il baricentro».
Infine la questione della continuità o diversità tra papa Francesco e il predecessore Benedetto XVI.
«È la passione per Cristo ciò che accomuna Benedetto e Francesco. Il primo ha intercettato la necessità di ripartire dai fondamentali, il secondo ha raccolto il testimone insistendo sull’urgenza missionaria. Entrambi hanno chiara la percezione che la fede non può più essere un dato scontato e che all’origine della missione c’è l’urgenza della conversione personale. Francesco lo dice a chiare lettere all’inizio dell’Evangelii gaudium (n. 7): “Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: ‘All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva’”. Qui emerge chiaramente nella differenza dei temperamenti e delle sensibilità che ovviamente rimane (e che è sempre una ricchezza) l’unità d’intenti. Ma scusi, chi davvero conosce e vive la Chiesa poteva pensare altrimenti?».

“…quello che ci ha conquistato è proprio quest’attrattiva”

«Siamo testimoni dell’amore»

di Carlo Dignola – L’Eco di Bergamo
31/10/2013 – Julián Carrón questa sera al Centro Congressi di Bergamo in occasione dei 40 anni di Cl nella città lombarda. «Tutti vogliono avvicinarsi al Papa: vuol dire che gli riconoscono un modo adeguato di vivere la fede». L’intervista all’”Eco di Bergamo”
La parola che Julián Carrón – il capo di Comunione e Liberazione da quando, nel febbraio del 2005, è morto don Giussani – ripete più spesso è «bellezza». Con il suo eloquio ispanizzante, le doppie che gli scivolano in bocca, la voce un po’ monotona, Carrón nel carattere non ha niente del fare burbero, ficcante, anche provocatorio del fondatore brianzolo di Cl. Non usa punti esclamativi. Nella sostanza, invece, dice le sue stesse cose con la fedeltà di un figlio, adattandole e riscoprendole in una situazione storica che sta anche rapidamente cambiando.
Questa sera Carrón arriva a Bergamo, al Centro Congressi Giovanni XXIII, per festeggiare i 40 anni del movimento in questa terra che è rimasta cattolica in modo molto radicato, un po’ tradizionalista, ma che si è anche sempre dimostrata aperta ai fermenti nuovi del mondo cattolico, che non a caso sono passati spesso di qui.

Don Carrón, cosa c’è da festeggiare?
Per noi questo momento vuol dire festeggiare la fedeltà di Dio, il suo amore sconfinato per il nostro niente che neppure il nostro tradimento ha bloccato. Come dice il profeta Isaia, «anche se tuo padre e tua madre ti abbandonassero, io non ti abbandonerò mai». Questo è ciò che ci sentiamo addosso. Noi non possiamo festeggiare niente senza ricordare un famoso invito di don Giussani del ‘94 e che è rimasto un punto fermo per noi: «Man mano che maturiamo, siamo a noi stessi spettacolo e, Dio lo voglia, anche agli altri. Spettacolo, cioè, di limite e di tradimento, e perciò di umiliazione, e nello stesso tempo di sicurezza inesauribile nella grazia che ci viene donata e rinnovata ogni mattino». Questa festa è dunque il ringraziamento per la fedeltà di Dio e la domanda che non abbandoni il suo popolo.

A cosa serve un movimento nella Chiesa? Non bastano già le parrocchie? Qual è, secondo lei, il contributo che CL ha dato in questi anni e che può dare all’interno della vita della Chiesa?
Un carisma, come dice la parola stessa, è un dono dello Spirito che rende la fede più persuasiva, più attraente, come diceva Giovanni Paolo II. Un modo con cui Dio continua il dialogo con gli uomini, continua a prendere iniziativa secondo una modalità assolutamente nuova, sempre sorprendente anche per noi stessi che vi partecipiamo. In questo momento Papa Francesco sta invitando tutti noi cattolici ad andare alle “periferie esistenziali” del mondo, ad andare incontro agli uomini. Noi abbiamo questa preoccupazione nel nostro dna: abbiamo sempre desiderato di vivere la fede nei diversi ambienti in cui si svolge la vita di tutti. Il Papa sta spingendo i cristiani a rendersi presenti ovunque, non soltanto nell’ambito, già di per sé bello e utile, delle parrocchie, ma in tutti gli ambienti. I nostri contemporanei purtroppo spesso non si avvicinano nemmeno alle parrocchie: se noi, qualunque sia la modalità con cui viviamo la fede – movimento, parrocchia, un’associazione di qualsiasi tipo – non siamo presenti lì, questi uomini non avranno la possibilità di incontrare Cristo oggi.

Papa Francesco è il primo che non parla alla ristretta cerchia delle sue pecore… 
Eh sì. Questo mi pare il grande richiamo che, con il suo personale modo di fare, sta rivolgendo a tutta la Chiesa. Che tutti gli uomini meritano di essere raggiunti dalla bellezza e dalla tenerezza di Dio, che noi siamo fortunati di aver incontrato. E questo il Papa lo testimonia in ogni modo, nella modalità con cui guarda a ciascuno quando è circondato da decine di migliaia di persone. Se tutti desiderano avvicinarsi a lui vuol dire che c’è qualcosa nella sua modalità di vivere la fede che la gente sta riconoscendo come adeguata al bisogno che ha.

Lei ha parlato di un’«attrattiva» che suscita Gesù. Forse oggi anche tanti non cristiani la avvertono, ma quando poi si tratta di sottomettersi a tutte le indicazioni della Chiesa… 
A noi quello che ci ha conquistato è proprio quest’attrattiva, non abbiamo fatto altro che lasciarci trascinare per non perdere quello che ci attrae nell’incontro con Cristo. La pretesa che ha la Chiesa non è altro che la pretesa di Cristo che questa bellezza sia rilevante per la totalità dell’esistenza e non solo per alcuni suoi aspetti. Che possa illuminare, rendere intenso e profondo perfino l’istante più banale della vita. Che tutto diventi pieno di senso, traboccante di bellezza e di gusto, come in una storia d’amore. Don Giussani ci ha sempre ripetuto una famosa frase di Romano Guardini: «Nell’esperienza di un grande amore, tutto ciò
che accade diventa un avvenimento nel suo ambito». Quale uomo non desidera questo?

All’uomo di oggi il Cristianesimo appare come una religione un po’ vecchia, superata. Ce ne sono di più appetibili (il Buddismo, la New age…). Non si sente un po’ inadatto ai tempi? 
Ogni uomo deve fare il proprio cammino, andare fino in fondo a quella che è la propria strada: solo così potrà verificare fino in fondo la capacità che essa ha di rispondere a tutte le sue esigenze. Oggi il Cristianesimo entra nell’agone di questa diversità religiosa. Non ha nessuna priorità. Questo, in fondo, è il fascino del nostro tempo: il Cristianesimo deve mostrare in mezzo a questa pluralità di forme in cui viviamo la sua ragionevolezza. Così gli uomini potranno fare il paragone tra l’esperienza che hanno scelto loro e quello che vedono testimoniato dai cristiani.

Giovanni Paolo II gridava: «Non abbiate paura» di rivolgervi a Cristo. Oggi forse Papa Francesco dice un «non abbiate paura» anche ai suoi: non abbiate paura in un mondo in cui siete, ormai, in minoranza. 
Certo. Per questo è importantissimo per il cristiano che possa vivere un’esperienza, come ci ha insegnato sempre don Giussani. Che la fede sia un’esperienza presente, dove io trovi la conferma della sua rilevanza. Altrimenti non potrà resistere in un mondo in cui tutto dice il contrario. La sfida e la bellezza drammatica di questo momento storico è questa: che noi cristiani non abbiamo
nessun altro sostegno, nessun altro vantaggio e punto d’appoggio che l’esperienza di bellezza che facciamo nella fede, insieme ai nostri fratelli.

Questo afflato generale per Papa Francesco è una moda esteriore o tocca in qualche modo la fede in Cristo?
Mi sembra che più che una moda sia un segno del bisogno che noi, credenti e non credenti – come dimostra ad esempio il dialogo tra Papa Bergoglio ed Eugenio Scalfari – abbiamo di essere raggiunti dalla misericordia e dalla tenerezza di Dio attraverso un volto, uno sguardo umano, che ti renda Dio talmente vicino che sia facile riconoscerlo. In questo senso c’entra già con la fede, che non è altro se non il riconoscimento di una presenza che risponde all’attesa dell’uomo. Che cos’è il Cristianesimo se non il Verbo che è diventato carne, è diventato palpabile, e attraverso questa carnalità rende vicine agli uomini la tenerezza e la misericordia di Dio? Gli uomini di oggi, anche quelli apparentemente più lontani dal punto di vista culturale o anche religioso, mi sembra che lo avvertano in questo Papa.

Come dovrebbe comportarsi il cristiano in un mondo in cui è nettamente in minoranza? Cercando di sfruttare al meglio le sue rendite di posizione? 
Prima di tutto dovrebbe accorgersi che questa strategia dell’egemonia, se mai abbiamo pensato che fosse quella giusta, si è dimostrata completamente fallimentare. Anche se si fossero raggiunti tanti posti e tanti luoghi di potere. Il cristiano ha solo una chance, perché la sua potenza non è tenere in mano nessun tipo di potere ma essere testimone della novità di Cristo che è entrata nella storia proprio per affascinare e conquistare il cuore degli uomini. Non perché siamo di meno la luce brilla meno: la luce non brilla meno nel buio. La gente rimane stupita quando incontra persone, oggi, che rendono trasparente questa vita che per loro è sconosciuta. Non c’è – e speriamo di averlo imparato per sempre noi cristiani – un’altra modalità che non sia la testimonianza, cioè il trasparire della bellezza di Cristo. Non c’è altro metodo.

Non è un po’ complicato essere cristiani oggi? Troppo impegnativo. 
Ma questo perché quello che si chiama Cristianesimo a volte non è altro che una sua riduzione etica. Se invece, come il Papa – e anche Benedetto XVI e Giovanni Paolo II – ci testimonia è una bellezza che attira, è una cosa facile: basta lasciarsi conquistare. Persino Scalfari è contento che il Papa gli scriva o lo incontri. È andato di corsa a trovarlo quando Bergoglio lo ha chiamato. Questo non toglie il dramma di ciascuno di assecondare o non assecondare quello che gli è capitato. Ma di per sé è facilissimo.

(da L’eco di Bergamo, 31 ottobre 2013)

Lettera alla Fraternità di CL

Dal sito ufficiale di CL

Cari amici,

venerdì 11 ottobre ho avuto la grazia di essere ricevuto in udienza privata da papa Francesco. Ho sperimentato di persona quello che da mesi vediamo ogni volta che compare in pubblico: l’estrema familiarità del suo entrare in rapporto con il singolo, anche quando si trova in mezzo a folle enormi.

Ho potuto così raccontargli il cammino che abbiamo fatto in questi anni, da quando è mancato don Giussani. Ho sottolineato che tutto il nostro tentativo è stato ed è in funzione della personalizzazione della fede, come unica condizione per poter vivere nella realtà quotidiana quella novità di vita che ci ha affascinato.
A queste parole il Papa è subito andato su quella che costituisce la sua preoccupazione fondamentale: che ogni uomo, qualsiasi sia la situazione in cui si trova, possa essere raggiunto dall’annuncio cristiano, dalla misericordia e dalla tenerezza di Cristo. Perciò ha insistito sul bisogno della testimonianza, sulla necessità cioè di andare incontro agli altri, di fronte alla tentazione di chiudersi su posizioni difensive, incapaci di rispondere all’urgenza della trasmissione della fede, osservando che non sarà la pura “restaurazione” di forme del passato che potrà rendere attuale il cristianesimo per l’uomo di oggi.

Mi ha stupito leggere questa settimana, nel discorso alla plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, alcune delle preoccupazioni del Papa che erano emerse nel dialogo avuto e che vorrei condividere con voi.

1) Innanzitutto, papa Francesco richiama tutti al fatto che «nuova evangelizzazione» significa «risvegliare nel cuore e nella mente dei nostri contemporanei la vita della fede. La fede è un dono di Dio, ma è importante che noi cristiani mostriamo di vivere in modo concreto la fede, attraverso l’amore, la concordia, la gioia, la sofferenza, perché questo suscita delle domande, come all’inizio del cammino della Chiesa: perché vivono così? Che cosa li spinge? Sono interrogativi che portano al cuore dell’evangelizzazione che è la testimonianza della fede e della carità. Ciò di cui abbiamo bisogno, specialmente in questi tempi, sono testimoni credibili che con la vita e anche con la parola rendano visibile il Vangelo, risveglino l’attrazione per Gesù Cristo, per la bellezza di Dio… C’è bisogno di cristiani che rendano visibile agli uomini di oggi la misericordia di Dio, la sua tenerezza per ogni creatura».

2) Quindi è passato al secondo aspetto: «L’incontro, l’andare incontro agli altri. La nuova evangelizzazione è un movimento rinnovato verso chi ha smarrito la fede e il senso profondo della vita. Questo dinamismo fa parte della grande missione di Cristo di portare la vita nel mondo, l’amore del Padre all’umanità. Il Figlio di Dio è “uscito” dalla sua condizione divina ed è venuto incontro a noi. La Chiesa è all’interno di questo movimento, ogni cristiano
è chiamato ad andare incontro agli altri, a dialogare con quelli che non la pensano come noi, con quelli che hanno un’altra fede, o che non hanno fede. Incontrare tutti, perché tutti abbiamo in comune l’essere creati a immagine e somiglianza di Dio. Possiamo andare incontro a tutti, senza paura e senza rinunciare alla nostra appartenenza».

3) Infine ha invitato a riconoscere che «tutto questo, però, nella Chiesa non è lasciato al caso, all’improvvisazione. Esige l’impegno comune per un progetto pastorale che richiami l’essenziale e che sia ben centrato sull’essenziale, cioè su Gesù Cristo. Non serve disperdersi in tante cose secondarie o superflue, ma concentrarsi sulla realtà fondamentale, che è l’incontro con Cristo, con la sua misericordia, con il suo amore e l’amare i fratelli come Lui ci ha amato» e che «ci spinge anche a percorrere vie nuove, con coraggio, senza fossilizzarci! Ci potremmo chiedere: com’è la pastorale delle nostre diocesi e parrocchie? Rende visibile l’essenziale, cioè Gesù Cristo?».

Vi prego di accogliere come rivolta a noi − specialmente a noi che siamo nati solo per questo, come testimonia tutta la vita di don Giussani − la domanda di papa Francesco: ciascuno di noi, ogni comunità del nostro Movimento, «rende visibile l’essenziale, cioè Gesù Cristo?».

Papa Francesco mi ha confidato di avere conosciuto il Movimento a Buenos Aires agli inizi degli anni Novanta e che questa scoperta fu per lui «aria fresca». E questo lo portò a leggere spesso i testi di don Giussani, perché trovava in lui quello che serviva alla sua vita cristiana. Immaginate la commozione nel sentirmi dire queste cose da chi oggi è il Vescovo di Roma!

Il Papa ci incoraggia a vivere personalmente, nella comunione tra noi, la natura del nostro carisma, perché un movimento come il nostro è chiamato a rispondere alle urgenze di questo momento della vita della Chiesa e del mondo.
Dalla vicinanza e familiarità di papa Francesco nasce per me e per tutti noi, amici, una nuova responsabilità davanti a Dio e alla Chiesa.

Dopo avergli fornito alcuni dati sulla nostra realtà, per esempio sulla presenza in università, nella scuola e nei diversi ambienti di vita e di lavoro, sui tanti tentativi di rispondere con gesti di carità ai bisogni che intercettiamo, sulla grazia delle vocazioni tanto al sacerdozio quanto alla vita consacrata nelle sue diverse forme, ci siamo salutati, non senza prima avermi chiesto di pregare per lui.
Ovviamente, questo invito era rivolto a me e a tutto il Movimento. Per questo, vi prego di prendere sul serio la sua richiesta, nell’offerta e nella preghiera di tutti i giorni per papa Francesco, perché Dio continui a dargli la grazia necessaria per guidare la Sua Chiesa.
E per ciascuno di noi domandiamo al Signore la semplicità di cedere costantemente alla Sua voce, che ci ha raggiunto attraverso l’accento unico del nostro carissimo don Giussani e che continua a chiamarci con l’intensità di papa Francesco.

Un abbraccio a ciascuno pieno di affetto

don Julián Carrón

 

Carrón: «Una sfida al cuore di ciascuno»

Da Tracce e dal TG del Meeting di Rimini:

di Francesca Mortaro e Linda Stroppa

20/08/2013 – L’intervista al Presidente della Fraternità di Comunione Liberazione

  • Julián Carrón.Julián Carrón.

Come ogni anno Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione ha visitato il Meeting. Ha assistito all’incontro sul titolo della XXIV edizione,“Emergenza Uomo”, tenuto da John Waters, che ha poi incontrato. Prima di ripartire ha rilasciato un’intervista al Tg Meeting in cui ci richiama ad essere attenti a scoprire gli spunti di verità nelle esperienze che viviamo al Meeting. Riportiamo il testo dell’intervista.

Il Meeting è un’occasione di scoperta, qui ci sono tanti incontri, tanti avvenimenti dalla politica alla cultura, ma il Meeting può anche essere l’occasione per rispondere alla domanda con cui lei ci aveva lasciato all’inizio dell’estate: come si fa a vivere?

Io me lo auguro. Perché tutto per noi è un’occasione di trovare una risposta a quello che urge di più nella vita. Mi auguro che per ciascuno di coloro che partecipano in un modo o nell’altro al Meeting possano incominciare a trovare qualche traccia per rispondere a quella domanda. A volte attraverso un incontro che fai, una testimonianza che ascolti, una mostra che vedi puoi trovare qualche traccia di quella urgenza che abbiamo del vivere, senza la quale non c’è veramente un significato per questa vita.

Oggi il potere sembra non lasciarci spazio né di iniziativa né di manovra e allora cosa vuol dire ripartire dall’uomo?

Il potere non ha nessuna potenza su di noi se c’è un io in grado di vivere con un autocoscienza tale da non essere determinato dal potere stesso. Dobbiamo smetterla di prendercela con il potere in un certo senso, perché questo dimostra soltanto la nostra fragilità e la fragilità del nostro io. Se noi riusciamo a crescere nell’autocoscienza di quello che siamo, nessun potere in questo mondo potrà fermarci.

Il Papa nel messaggio al Meeting ci ha esortato ad andare nel mondo rimanendo fedeli a Cristo. Ci sono esperienze a cui guardare per imparare questo?

È questo ciò che dobbiamo scoprire anche qua. Perché qui ci sono tantissime esperienze che vengono esposte attraverso le testimonianze, attraverso le mostre, attraverso le opere, attraverso tutta una quantità sterminata di realtà che documentano un’esperienza. A ciascuno di noi tocca essere attenti per scoprire gli spunti di verità di quelle esperienze per poter valorizzare e seguire quello che di bello, di giusto, di attraente troviamo sulla strada. Ci saranno poi realtà dove questo si documenta in modo più palese e attraverso cui il Mistero ci chiama di più, ci invita di più a seguirlo. Questa è una sfida al cuore di ciascuno, perché il cuore ha la capacità di riconoscere quello che è vero, che è bello e che è giusto per poterlo seguire. E’ un problema di educazione all’attenzione, più che uno sforzo moralistico titanico dell’uomo. E’ semplicemente come è successo dall’inizio: Giovanni e Andrea avevano la capacità di riconoscere l’unico che valeva la pena seguire. L’hanno scoperto, non hanno avuto bisogno di fare un training particolare, semplicemente lo hanno incontrato e lo hanno seguito. Il problema è se noi siamo disponibili a questo e lo seguiamo. Facile.

Il giudizio, la presunzione, la verità nella carità

Per anni un mio amico , durante certi incontri periodici, poneva il problema che lo assillava: il problema del giudizio sulle cose, sulla scia del paolino “vagliate [giudicate] ogni cosa e trattenete il valore”, come principio fondamentale della vita cristiana.

E per anni io mi sono sentita a disagio davanti a un comportamento di presunzione nel dare un giudizio su tutto e su tutti con l’atteggiamento del “so tutto io” che percepivo in modo negativo. Mi chiedevo perché mai mi fosse insopportabile tale comportamento che riscontro ancora tra molti.

Ieri sera ho capito.

E’ vero:  occorre vagliare ogni cosa con cui veniamo a contatto, con lealtà e verità; ma perché questo vagliare [giudicare] le cose non appaia come un giudizio di condanna della persona, occorre ricordare quanto anche Papa Francesco ripetutamente ci testimonia: che non esiste verità senza carità.

E per capire cosa significhi privilegiare la verità nella carità riporto alcuni passi che, appunto ieri ho letto in “ Chi ci separerà dall’amore di Cristo?“:􀁌􀁖􀁆􀁈􀀃􀁆􀁒􀁐􀁈􀀃􀁉􀁒􀁖􀁖􀁈􀁕􀁒􀀃􀁌􀀃􀁅􀁌-

􀁖 “… colpisce come fossero i bisognosi coloro che cercavano Gesù. Il prototipo sono i pubblicani. Stupisce – ma noi quasi non ce ne rendiamo conto, passa quasi inosservato nella sua semplicità – leggere nel vangelo: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano…: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro” Questa frase è una generalizzazione di quel che doveva essere accaduto tante altre volte
􀁌[mi viene in mente Papa Francesco che quando abbraccia bambini o malati viene approvato da tutti, ma quando definisce fratelli  i Musulmani, incomincia a non essere più capito e gli scribi e i farisei di ogni tempo gridano allo scandalo]  􀀃􀁓􀁘􀁅􀁅􀁏􀁌􀁆􀁄􀁑􀁌􀀃􀁈􀀃􀁌􀀃􀁓􀁈􀁆􀁆􀁄􀁗􀁒􀁕􀁌􀀃􀁓􀁈􀁕􀀃􀁄􀁖􀁆􀁒􀁏􀁗􀁄􀁕􀁏􀁒􀀑􀀃􀀬􀀃􀁉􀁄􀁕􀁌􀁖􀁈􀁌􀀃􀁈􀀃􀁊􀁏􀁌􀀃􀁖􀁆􀁕􀁌􀁅􀁌􀀃􀁐􀁒􀁕􀁐􀁒􀁕􀁄-
􀁙􀁄”Come mai proprio coloro che sembrerebbero i più lontani, i meno interessati a stare con Lui, sono quelli che più lo cercano? Che cosa vedevano in Lui che non trovavano altrove? (…) Che grande consolazione per ciascuno di noi – se si immedesima con la semplicità dei racconti evangelici – l’essere raggiunto da una Presenza così (qualsiasi sia la situazione in cui si trova, la difficoltà che sta attraversando, le sfide che deve affrontare)!

(…) Poter stare davanti a Lui senza dover dimenticare o nascondere niente di sé􀁑. Non perché Gesù fingesse di non conoscere tutti i loro sbagli o perché li giustificasse. Questo non avrebbe dato loro la pace. Di gente che giustificava i loro sbagli ne avevano già abbastanza tra coloro con cui stavano di solito [quante volte cerchiamo la connivenza degli amici e così inganniamo il nostro desiderio di un'accoglienza totale]. Perché allora lo cercavano? Lo cercavano appunto perché con Lui non erano costretti a nascondere niente, tanto ogni cosa era palese al Suo sguardo. Altri invece Lo consideravano un ingenuo, incapace di rendersi conto di come stavano veramente le cose”. [Di incredibile attualità queste parole se solo pensiamo a quanto ha detto ieri il Papa all'Angelus]

Ebbene Queste righe mi hanno aiutato a capire quanto anche papa Benedetto diceva nella Caritas in Veritateche la verità da sola rende intransigenti e la carità da sola genera quel buonismo così odioso a tutti.

Occorre avere gli occhi ben aperti per conoscere la verità e accogliere con carità la persona che compie l’errore.

􀁈􀁕􀁈􀁖􀁖􀁄􀁗􀁌􀀃􀁄􀀃􀁖􀁗􀁄􀁕􀁈􀀃􀁆􀁒􀁑􀀃􀀯􀁘􀁌􀀏􀀃􀁖􀁒􀁑􀁒􀀃􀁔􀁘􀁈􀁏􀁏􀁌􀀃􀁆􀁋􀁈􀀃􀁓􀁌􀁿􀀃􀀯􀁒􀀃􀁆􀁈􀁕􀁆􀁄􀁑􀁒􀀢􀀃􀀦􀁋􀁈􀀃􀁆􀁒􀁖􀁄􀀃
􀁙􀁈􀁇􀁈􀁙􀁄􀁑􀁒􀀃􀁌􀁑􀀃􀀯􀁘􀁌􀀃􀁆􀁋􀁈􀀃􀁑􀁒􀁑􀀃􀁗􀁕􀁒􀁙􀁄􀁙􀁄􀁑􀁒􀀃􀁄􀁏􀁗􀁕􀁒􀁙􀁈􀀢􀀃􀀶􀁒􀁏􀁒􀀃􀁆􀁒􀁑􀀃􀀯􀁘􀁌􀀃􀁕􀁌􀁘􀁖􀁆􀁌􀁙􀁄􀁑􀁒􀀃􀁄􀀃
􀁊􀁘􀁄􀁕􀁇􀁄􀁕􀁈􀀃􀁖􀁈􀀃􀁖􀁗􀁈􀁖􀁖􀁌􀀑􀀃􀀴􀁘􀁈􀁖􀁗􀁒􀀃􀁱􀀃􀁘􀁑􀀃􀁈􀁖􀁈􀁐􀁓􀁌􀁒􀀃􀁖􀁒􀁏􀁄􀁕􀁈􀀃􀁆􀁋􀁈􀀃􀁏􀂷􀁄􀁏􀁗􀁕􀁒􀀃􀁱􀀃􀁘􀁑􀀃􀁅􀁈􀁑􀁈􀀑􀀃􀀯􀁄􀀃
􀁓􀁕􀁈􀁖􀁈􀁑􀁝􀁄􀀃􀁇􀁌􀀃􀀪􀁈􀁖􀁿􀀃􀁈􀁕􀁄􀀃􀁓􀁈􀁕􀁆􀁈􀁓􀁌􀁗􀁄􀀃􀁆􀁒􀁐􀁈􀀃􀁘􀁑􀀃􀁅􀁈􀁑􀁈􀀃􀁓􀁕􀁈􀁝􀁌􀁒􀁖􀁒􀀏􀀃􀁖􀁗􀁄􀁕􀁈􀀃􀁆􀁒􀁑􀀃􀀯􀁘􀁌􀀃
􀁉􀁄􀁆􀁈􀁙􀁄􀀃􀁏􀁒􀁕􀁒􀀃􀁅􀁈􀁑􀁈􀀞􀀃􀁈􀀃􀁓􀁈􀁕􀀃􀀪􀁈􀁖􀁿􀀃􀁔􀁘􀁈􀁏􀁏􀁈􀀃􀁓􀁈􀁕􀁖􀁒􀁑􀁈􀀃􀁈􀁕􀁄􀁑􀁒􀀃􀁘􀁑􀀃􀁅􀁈􀁑􀁈􀀏􀀃􀁗􀁄􀁑􀁗􀁒􀀃􀁇􀁄􀀃

􀀃􀀾􀁇􀁄􀁑􀁇􀁒􀀃􀁆􀁒􀁖􀁵􀀃􀁕􀁄􀁊􀁌􀁒􀁑􀁈􀀃􀁇􀁈􀁏􀀃􀁐􀁒􀁗􀁌􀁙􀁒􀀃􀁓􀁈􀁕􀀃􀁆􀁘􀁌􀀃􀁊􀁏􀁌􀀃􀁄􀁏􀁗􀁕􀁌􀀃􀁖􀁌􀀃􀁄􀁙􀁙􀁌􀁆􀁌􀁑􀁄􀁙􀁄􀁑􀁒􀀃􀁄􀀃
􀀪􀁈􀁖􀁿􀁀􀀝􀀃􀂴􀀦􀁒􀁖􀁗􀁘􀁌􀀃􀁕􀁌􀁆􀁈􀁙􀁈􀀃􀁌􀀃􀁓􀁈􀁆􀁆􀁄􀁗􀁒􀁕􀁌􀀃􀁈􀀃􀁐􀁄􀁑􀁊􀁌􀁄􀀃􀁆􀁒􀁑􀀃􀁏􀁒􀁕􀁒􀂵􀂪

… Ma allora cosa c’entra il bisogno?

… Ma allora cosa c’entra il bisogno?

Perchè Gesù dice di essere venuto per i malati?

Perché solo quelli che hanno la ferita sono,di solito, ultimamente aperti a un imprevisto.

Senza bisogno, senza ferita, uno chiude subito qualsiasi possibilità a questo imprevisto, cerca di sistemare le cose. Il bisogno è condizione necessaria, non del porsi dell’Avvenimento, ma del suo riconoscimento.

Un Avvenimento irrompe, accada, irriducibilmente, qui ed ora, non è conseguenza di antecedenti. Il bisogno permette di vedere l’Avvenimento, di accorgersi di esso…

(“Chi ci separerà dall’amore di Cristo?”, pag.19)

“O trasfigurati o tristi”

Diceva con diverse parole Papa Francesco􀀃nel discorso cui si rimanda nel post “faccia da peperoncini all’aceto”? Ma la sostanza è la stessa “tertium non datur”: non c’è bisogno di molte parole per trovare una via di mezzo inesistente.

􀀨Da “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?“, pag.18

􀀨􀁕􀁄􀁑”(…) Ma siete matte? Zaccheo era un’altra cosa, la loro vita era trasfigurata; loro capivano􀁒􀀃di voler più bene ai loro mariti e ai loro figli,e Zaccheo capiva capiva di essere più ricco di prima, trasfigurato, perché era vicino a quello lì. E’ il contrario dell’episodio del giovane ricco, uno a cui Cristo dice:”Vieni co me”, cioè “Voglio stare vicino a te”􀁏. 􀁖E il vangelo dice: “E quello se ne andò triste”, il giovane ricco triste. O trasfigurati o tristi, perché non si può rimanere fermi dove si era prima dopo che Cristo ha chiamato, quando Cristo ha dato una vocazione, quando Cristo è venuto vicino alla nostra vita, quando 􀁗non si può essere come prima: o si diventa più tristi, ci si intristisce di più, anche se sembra di prendere respiro, perché si ritorna a fare i propri 􀁑comodi, ci si immeschinisce in un modo umanamente anche penoso, oppure ci si trasfigura”􀁐􀁄􀁑􀁄􀀏􀀃􀁆􀁒􀁖􀁵􀀃􀁆􀁋􀁈􀀃􀁌􀁏􀀃􀁓􀁈􀁑􀁖􀁌􀁈􀁕􀁒􀀏􀀃􀁏􀂷􀁌􀁐􀁐􀁄􀁊􀁌􀁑􀁄􀁗􀁌􀁙􀁌􀁗􀁪􀀃􀁈􀀃􀁏􀂷􀁄􀁉􀁉􀁈􀁗􀁗􀁌􀁙􀁌􀁗􀁪􀀃􀁇􀁈􀁏􀁏􀂷􀁘􀁒􀁐􀁒􀀃
􀁖􀁒􀁑􀁒􀀃􀁖􀁗􀁄􀁗􀁌􀀃􀁆􀁒􀁐􀁈􀀃􀂴􀁅􀁏􀁒􀁆􀁆􀁄􀁗􀁌􀂵􀀏􀀃􀁆􀁄􀁏􀁄􀁐􀁌􀁗􀁄􀁗􀁌

Testimoniare la fede

Da TRACCE:

di Julián Carrón

11/07/2013 – La lettera di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Cl, a Repubblicasulla “Lumen fidei” (11 luglio 2013)

  • Don Julián Carrón. Don Julián Carrón.

Caro Direttore,
Eugenio Scalfari ha colto acutamente che il tema dell’enciclica di papa Francesco è «il punto centrale della dottrina cristiana: che cos’è la fede» e ha concluso il suo editoriale di domenica con una domanda: «Qual è la risposta, reverendissimo papa?» (la Repubblica, 7 luglio 2013). Rileggendo l’enciclica Lumen fidei sollecitato da queste parole, non ho potuto evitare di riandare con la mente a questa immagine con cui Gesù descrive la missione dei suoi seguaci nel mondo: «Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa»(Mt 5,15).

Che altro avrebbero potuto fare di meglio papa Benedetto e papa Francesco per rispondere a quella percezione tanto diffusa che associa la fede al buio, oppure a «una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino», finendo così col considerarla «un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco» (3)?
A una obiezione del genere non si può rispondere soltanto con un ragionamento. Non si sconfigge il buio “parlando” della luce, ma accendendo una lampada. Il buio può essere sconfitto solo con la luce. Solamente la testimonianza luminosa della fede che illumina la vita di chi l’accoglie può rispondere a tale obiezione.

Così è nata la fede cristiana. Coloro che incontrarono Gesù rimasero colpiti dalla luce che egli gettava sulla realtà in cui erano immersi. Tanto è vero che uno di loro, l’evangelista Matteo, descrive il significato della presenza di Gesù nella storia con queste parole, riprendendo una profezia di Isaia: «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta» (Mt 4,16). Per chi vuole illuminare non c’è altra strada che “brillare”. Gesù stesso si concepiva così: «Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre» (Gv 12,46).

La sfida in cui si trova oggi la fede cristiana non è diversa da quella di ieri. L’uomo contemporaneo – come ci ricorda Eliot – cerca affannosamente «d’evadere / dal buio esterno e interiore / sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono». Per questo è difficile trovare un’altra immagine più adeguata di quella della lampada: l’avvenimento di Cristo si propone, qui e ora, come risposta unica e imprevedibile alla profonda oscurità in cui l’uomo di oggi si dibatte impotente.

Davanti alla testimonianza dei due Pontefici contenuta in queste pagine, ciascuno potrà giudicare allora se la fede cristiana sminuisce, come sosteneva Nietzsche, «la portata dell’esistenza umana», impedendo all’uomo di «coltivare l’audacia del sapere» (2), la sua capacità di ricerca della verità, oppure se «la fede arricchisce l’esistenza umana in tutte le sue dimensioni» (6), rendendola un’avventura veramente umana, personale e appassionante, mostrando che «quando l’uomo si avvicina a Lui [Cristo], la luce umana non si dissolve nell’immensità luminosa di Dio, come se fosse una stella inghiottita dall’alba, ma diventa più brillante quanto è più prossima al fuoco originario, come lo specchio che riflette lo splendore» (35).

Certo, per accettare la sfida che la loro testimonianza rappresenta occorre una apertura della ragione, che si compie solo nell’amore, per una autentica affezione a sé. Infatti, solo chi è amato e, perciò, ama veramente se stesso può essere interessato alla verità e sussulta quando intercetta qualche raggio della sua luce sulla strada della vita.
Con la loro testimonianza Benedetto XVI e papa Francesco richiamano tutti noi – che abbiamo ricevuto il dono della fede – al compito che ci è stato affidato nel mondo: far risplendere la luce di Cristo sui nostri volti. «La fede si trasmette… da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma» (37). Tutti capiamo che razza di responsabilità implichi un tale compito: saremo in grado di assolverlo solo se noi per primi accettiamo di lasciarci costantemente illuminare dalla luce di Cristo. Perciò «la Chiesa… non presuppone mai la fede come un fatto scontato, ma sa che questo dono di Dio deve essere nutrito e rafforzato, perché continui a guidare il suo cammino» (6).

Ciascuno di noi ha bisogno di lasciarsi trasformare dall’Amore, «a cui si è aperto nella fede, e nel suo aprirsi a questo Amore che gli è offerto, la sua esistenza si dilata oltre sé». Accettando di partecipare al “noi” della comunione della Chiesa, «l’“io” del credente si espande per essere abitato da un Altro, per vivere in un Altro, e così la sua vita si allarga nell’Amore» (21).
Solo se trovano sul loro cammino persone che, per la fede, sono capaci di stare davanti alle sfide del vivere, se possono cioè vedere attraverso esse la pertinenza della fede alle esigenze della vita, cioè la sua profonda ragionevolezza, gli uomini del nostro tempo potranno tornare a interessarsi di Cristo e della fede. Perché vedranno che quello che rende i cristiani così diversi non può essere una fiaba oppure un bel sentimento (cfr. 24), ma un fatto che porta con sé le ragioni dell’umano. Solo la provocazione di questa testimonianza luminosa e concreta può essere in grado di toccare «la persona nel suo centro, nel cuore» (40), l’unica capace di essere all’altezza delle sue esigenze fondamentali di verità, bellezza, giustizia, felicità. Sì, ieri come oggi, «la fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo» (38).
Grazie dell’ospitalità.

  •  Testimoniare la fede
    Scarica il pdf (94,53 KB)

Piatti o arrabbiati?

… la costruzione della mia vita non comincia dal mio fare, ma comincia da questo lasciarmi costantemente colpire da una Presenza che mi ridesta costantemente, tanto che tutto diventa segno, qualsiasi circostanza. Questo è il desiderio che abbiamo: che possiamo vivere tutto così! Perché l’alternativa è essere piatti davanti a qualsiasi cosa che accade.
O molto arrabbiati.

(…)

“…possiamo creare un mondo pieno di umanità, che ha la sua origine nella presenza di Cristo, e non sentire più il bisogno di dire il Suo nome, e non sentire più l’urgenza di quella sterminata tensione, di quella esasperata tensione a dire il Suo nome. Perché non ne sentiamo la mancanza. Ma se è così, allora uno si domanda: se
degli atei hanno famiglie così belle, che cosa aggiunge, qual è il di-più del cristianesimo? Per questo, se noi non capiamo che cosa è questo di-più, se noi, strada facendo nella vita, non cogliamo la differenza tra il fatto che tutto vada bene e l’urgenza di Cristo, prima o poi ci disinteresseremo della fede. E siccome abbiamo difficoltà a cogliere questo, poi quando uno ha una urgenza, quando
uno ha una domanda, quando uno ha un desiderio, non sa che cosa fare”

(…)

… vivendo alla presenza di Cristo, vivendo in un luogo dove Cristo accade, il Mistero ci educa a essere sempre più disponibili, quindi a lasciarci toccare da tutto; non perché siano diverse le cose (un altro impatta la medesima realtà che impatto
io), ma perché è diversa la capacità di stupore di un io afferrato da Cristo

 

Da http://it.clonline.org/appunti-della-scuola-di-comunita-con-julian-carron-2012/default.asp?id=702

Eh… la pigrizia intellettuale è una brutta bestia!

Da Tracce:

«Nello snervante comodo della vita moderna la massa delle regole che danno consistenza alla vita si è spappolata».

Perché?

Perché «la maggior parte delle fatiche che imponeva il mondo cosmico sono scomparse e con esse è scomparso anche lo sforzo creativo della personalità» (cfr. A. Carrel, Riflessioni sulla condotta della vita, Bompiani, Milano 1953, pp. 27ss).

La frase di Carrel ci interessa non tanto per auspicare che ritornino le fatiche imposte dal mondo cosmico, quanto per ribadire che, senza l’impegno ad affrontare la vita in tutte le sue problematiche, non sorge il soggetto.
Se cioè l’individuo non si impegna con la vita nella sua totalità, non sorge la personalità e quindi si diventa “mine vaganti”, come vediamo intorno a noi e spesso anche tra noi.
Vi è, di conseguenza, una difficoltà a giudicare: «La frontiera del bene e del male è svanita» (Ibidem), osserva Carrel, uno è sconcertato, non sa giudicare e la divisione regna ovunque.
Potremmo fotografare in questo modo l’esito delle elezioni: la divisione regna ovunque. Il che è un segno dello sconcerto, della divisione, della frammentazione che viviamo nella società.

Ma, attenzione, se questo inducesse a concludere: siccome c’è questa difficoltà, occorre dare alla gente le istruzioni per l’uso, perché è impossibile che essa arrivi a un giudizio, sarebbe la fine, si aggraverebbe in maniera definitiva il problema.

Invece di invitare e di sfidare costantemente le persone a un impegno con il reale totale, affinché non vinca la pigrizia, affinché il centro dell’io non si fermi e venga fuori la personalità di ciascuno, diamo le istruzioni per l’uso, rendendo tutti più pigri.

Complimenti!

Pensiamo così di risolvere il problema? In realtà, introduciamo solo una sfiducia nella capacità di giudicare dell’io.
E se, nel modo di educare, noi insinuiamo questa sfiducia, è finita! Diventeremo potenzialmente vittime della propaganda altrui, tutti.
Chi assimila questa sfiducia nella sua capacità di giudicare sarà travolto da qualsiasi cosa e finirà in balìa delle opinioni di chi grida più forte.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 73 follower