“Se togliamo la fede in Dio dalle nostre città…”

“Se togliamo la fede in Dio dalle nostre città, si affievolirà la fiducia tra di noi, ci terremo uniti soltanto per paura, e la stabilità sarebbe minacciata. La lettera agli Ebrei afferma: “Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città” (Eb.11,16) L’espressione “non vergognarsi” è associata a un riconoscimento pubblico. Si vuol dire che Dio confessa pubblicamente, con il suo agire concreto, la sua presenza tra noi, il suo desiderio di render saldi i rapporti tra gli uomini. Saremo forse noi a vergognarsi di chiamare Dio il nostro Dio? Saremo noi a non confessarlo come tale nella nostra vita pubblica, a non proporre la grandezza della vita comune che Egli rende possibile? La fede illumina il vivere sociale; essa possiede una luce creativa per ogni momento nuovo della storia, perché colloca tutti gli eventi in rapporto con l’origine e il destino di tutto nel Padre che ci ama. (Lumen fidei,n.55)

Il segreto dell'”unità”

Mi hanno regalato un libro “Al cuore della fede” di J. Ratzinger che raccoglie una serie di pronunciamenti del’allora card. Ratzinger sulle questioni relative alla fede.

Apparentemente abbastanza arido, come lo sono spesso certi libri che affrontano la teologia.

Poi, apro a caso una pagina e vi trovo scritto proprio quanto mi frulla in mente quanto sto lentamente realizzando circa la sostanziale continuità tra Benedetto XVI d Francesco, come accennavo nella primissima reazione davanti al nuovo pontificato.

In questi giorni di continue sorprese sulla bellezza della vita cristiana mostrate da Colui che è il Vicario di Cristo, la convinzione che Papa Francesco è la “incarnazione” perfetta della dottrina teologica intuita da sempre da J. Ratzinger, si fa sempre più salda.

La conferma mi è venuta da quelle poche righe lette nel libro suindicato a pag. 79

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Per Giovanni essere cristiani vuol dire essere come il Figlio, diventare Figli, quindi non vivere fondandosi su se stessi e chiusi in se stessi, ma vivere invece, completamente aperti, nell””essere da” e nell'”essere per”. Per il cristiano, in quanto “cristiano”, ciò mantiene tutto il suo valore. E di fronte a tali affermazioni egli avvertirà sicuramente quanto poco sia cristiano.

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Dalle nostre considerazioni risulta evidente che l’unità cristiana è in primo luogo unione con Cristo, che diventa possibile quando cessa di rivendicare ciò che è proprio e al suo posto subentra, senza riserve, il puro “essere da” ed “essere con”

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Oggi non essere-una-cosa-sola, ogni separazione ha le sue radici in un’occulta mancanza di vero spirito cristiano, in un attaccamento ai propri interessi, da cui prende avvio la fine dell’unità.

In queste affermazioni è espresso chiaramente il succo della questione: per essere cristiani, occorre seguire Gesù Cristo che era insieme dal Padre per tutti gli uomini. Se c’è questa somiglianza e unità con Gesù Cristo. è inevitabile che ci sia unità con tutti.

Quindi tutti i discorsi che si fanno sull’unità dei cristiani , sull’unità dei cattolici si infrangono davanti all’unica cosa che conta e lo garantisce: essere somigliantissimi al Figlio che era dal Padre e mandato per tutti gli uomini.

Poco dopo leggo il discorso di ieri  di Papa Francesco (22 marzo 2013) al Corpo Diplomatico e ritrovo la stessa dottrina evidenziata in modo diverso ma sorprendentemente in continuità con il predecessore, certo a livello teorico (perché comunicava con gli ambasciatori) ma soprattutto con l’ esperienza evidentissima in ogni suo gesto, di uomo donato  da Dio per ciascun uomo

“…c’è anche un’altra povertà! È la povertà spirituale dei nostri giorni, che riguarda gravemente anche i Paesi considerati più ricchi. È quanto il mio Predecessore, il caro e venerato Benedetto XVI, chiama la “dittatura del relativismo”, che lascia ognuno come misura di se stesso e mette in pericolo la convivenza tra gli uomini. E così giungo ad una seconda ragione del mio nome. Francesco d’Assisi ci dice: lavorate per edificare la pace! Ma non vi è vera pace senza verità! Non vi può essere pace vera se ciascuno è la misura di se stesso, se ciascuno può rivendicare sempre e solo il proprio diritto, senza curarsi allo stesso tempo del bene degli altri, di tutti, a partire dalla natura che accomuna ogni essere umano su questa terra.

Vai allo speciale Papa Benedetto

E’ un Altro all’origine di quella faccia…

Da Tempi.it:

Per capire l’origine del gesto di Benedetto XVI basta osservare la letizia del volto di Joseph Ratzinger, quel volto da cui lo stesso Julián Carrón, presidente della fraternità di Cl, spiega di essere rimasto particolarmente colpito la sera del 28 febbraio, prima che si chiudessero le porte di Castel Gandolfo. Una letizia così profonda, ha spiegato il sacerdote spagnolo intervistato oggi da Alessandro Banfi su TgCom24, è il segnale che il gesto delle dimissioni non è spiegabile con ragioni strategiche o organizzative, ma con una adesione profonda al fatto di Gesù Cristo.

CRISTO PER JOSEPH RATZINGER. «Che cosa vuol dire Cristo per Joseph Ratzinger, per la sua persona? C’è qualcuno che se lo domanda?», si è chiesto Carrón. «Ratzinger ha riportato la Chiesa a riflettere su Gesù Cristo. Solo una persona per cui Cristo è reale e non una auto convinzione, non un’etica, o un’organizzazione, ma una vita, può spiegare una cosa del genere». Tanti, ha continuato Carrón, faticano a comprendere una tale spiegazione perché non avendo esperienza di Cristo come qualcosa di reale, non si capacitino che Egli possa essere all’origine di una tale letizia. Eppure, ragiona il sacerdote, ciascuno di noi per capire l’esperienza di un altro deve guardare alla propria esperienza elementare: «Chiunque quando ha un’esperienza vera di amore può dire che quello che riempie, non è un’organizzazione, ma una presenza che ci fa continuamente riprendere».

NEL GESTO, IL METODO. «Questo gesto – domanda il giornalista – comunica anche una ansia di rinnovamento e autoriforma della Chiesa?». «Questo – risponde Carrón – è presente in tutto quel che Ratzinger ha detto dopo. È come se in quel gesto ci fosse non soltanto il richiamo al rinnovamento, ma il metodo per compierlo». Come se il Papa, con le sue “liete” dimissioni avesse detto: «Se Cristo non diventa per noi la cosa più cara sarà difficile per noi rinnovare la Chiesa con delle strategie. Quindi non soltanto il gesto di per sé è un richiamo, ma ci offre anche la strada per rispondere a questo richiamo. Come nel primo incontro del Vangelo, quello di Giovanni e Andrea con Gesù. Hanno incontrato una persona così eccezionale che era la strada, tanto che il giorno dopo sono tornati a cercare Gesù».

DI COSA HA BISOGNO LA CHIESA. Ciò di cui ha bisogno la Chiesa, secondo il successore di don Luigi Giussani, è quel che Ratzinger ci ha indicato indicendo l’anno della fede. «La Chiesa ha bisogno, come tutti abbiamo bisogno in ogni momento della nostra vita, di riscoprire cosa ci è accaduto quando siamo diventati cristiani». Ecco allora che “l’identikit” del nuovo Papa non può che essere quello di «un cristiano, un credente, una persona che possa testimoniare, come ha fatto Benedetto XVI e come aveva fatto prima di lui Giovanni Paolo II, la bellezza di Cristo». Ricordando una espressione del suo predecessore don Giussani, secondo cui la Chiesa aveva iniziato a “vergognarsi di Cristo”, don Carrón si chiede: «Perché ci vergogniamo di Cristo? Perché non lo abbiamo scoperto con tutta la nostra umanità. Non possiamo offrirlo ad altri se non siamo convinti che sia un bene per noi. Se non è Cristo ciò che abbiamo di più chiaro è difficile che non abbiamo vergogna di proporlo».

Guarda il VIDEO

“Anche di questo, Papa Ratzinger ha fatto dono alla Chiesa…”

Solo Benedetto poteva far questo…

Ti chiedono perché lo ha fatto. E chi sarà il prossimo. Il mondo si interroga sulla Chiesa, sulla sua vera natura. Il gesto del Papa ha creato un vuoto che s’è riempito di domande. E tranne i soliti pirla che non riescono a leggere la realtà se non secondo fruste categorie di schieramento e di potere, nei cuori semplici c’è una specie di attesa. Il famoso cantante, come il ragazzo, il noto regista come il semplice fedele si chiedono: e ora?
Poche cose come il cristianesimo sono ancora in grado di interessare i cuori e la intelligenza delle persone, se di cristianesimo si tratta e non di uno dei tanti surrogati banali a cui viene ridotto in chiacchiere e prediche.
Anche di questo Papa Ratzinger ha fatto dono alla Chiesa, Di questa possibilità, di questa nuova responsabilità. Di questo tremore.

dr

 

Il desiderio buono, se non sostenuto da un ideale vero, è destinato allo sfacelo.

Ho letto con interesse un articolo segnalatomi da un amico su Grillo e il Movimento cinque stelle e, poiché mi chiedeva cosa ne pensassi gli ho risposto:,

 Finalmente riesco a leggere l’articolo!
Eppure Il mio amico Giorgio sta lavorando da anni in quell’ambiente così malsano, ma si è mantenuto fedele a ciò che è sempre stato vero e, se hai visto il suo contributo che ho segnalato anche nel blog, avrai capito che non scherza e vuole andare avanti. Stasera alle 16 ha ripreso a fare SdC  con gli amici, come faceva prima del mese di campagna elettorale e ha ripreso solo il venerdì con il silenzio prima della domenica delle elezioni.
Io credo che Giorgio stia da anni costruendo qualcosa di simile a quel che facevano i Benedettini, naturalmente all’interno del suo ambito. E la cosa incredibile è che è rimasto amico di tutti! anche degli avversari politici! Non parla mai male di nessuno ed è sempre propositivo e se vedi il suo sito (Al centro la persona) ti rendi conto di come ha operato e vuole continuare ad operare.
Il disagio dei grillini si dissolverà quando capiranno che finiscono come i sessantottini [che ritengo in gran parte responsabili dell'attuale sfaceloanche se non sono i soli] … Inutile esplicitare un disagio giustificato e limitarsi a ululare: occorre rimboccarsi le maniche e ricostruire con un progetto che può nascere solo da una comunità cristiana che vive come dice il  primo punto della nota sulle elezioni di CL
 Allora accadrà ciò che  Benedetto XVI presagiva nel 1969 (poveri noi!):

Un omaggio dal sito del Vaticano

Un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore

Certo, mi ha sconcertato il gesto di Benedetto XVI; ma è stato solo la prima reazione emotiva. In fondo è comodo avere un punto di riferimento stabile e quasi la coscienza si addormenta come un bimbo tra le braccia della mamma. Ma la coscienza del Papa di fronte a Dio ha compreso realisticamente che il progetto buono del Padre gli chiedeva di servire la Chiesa, Sposa di Cristo, in un altro modo.

Penso che chi non vive la fede come esperienza di Cristo presente, che interpella dolcemente la tua coscienza attimo per attimo, sia decisamente difficile capire, anche la scelta del silenzio e della clausura nella quale per il momento pare Benedetto si voglia appartare.

Eppure, a me questo gesto è servito per capire che la Chiesa non è del Papa, né dei fedeli o dei Vescovi: la Chiesa è di Dio e solo Lui può decidere come deve essere guidata. E siccome Dio non è un’idea astratta, ma è più concreto della nostra stessa vita, val la pena di fidarsi di Lui che non ci farà mai mancare la sua guida, nonostante la Sede Vacante  per qualche settimana.

Interessante l’intervista al teologo Javier Prades riportata da Tracce:

Afferrato da Cristo

di Davide Perillo

Il Papa ci ha spiegato la fede, da maestro. Ma soprattutto «l’ha fatta accadere». L’umiltà dell’inizio e della fine indicano il vero contenuto di ogni suo passo: «La prima iniziativa è di Dio». Il teologo JAVIER PRADES ci accompagna dentro questi otto anni

L’inizio e la fine. Certo, si specchiano già a prima vista. Difficile non vedere nell’umiltà con cui ha rinunciato al Soglio pontificio lo stesso tratto con cui Benedetto XVI si era presentato al popolo di Dio, il 19 aprile di otto anni fa: «Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Ma ora che il lavoro si conclude, ed è tempo di bilanci, si capisce che c’è qualcosa di più nel legame che unisce quei due gesti. «C’è una testimonianza che abbraccia tutto il resto», dice Javier Prades, 52 anni, teologo e rettore dell’Università San Dámaso di Madrid: «In come il cardinale Ratzinger aveva accettato la carica c’era già, in nuce, il cuore di quello che è venuto dopo: la prima iniziativa è di Dio, non nostra. Benedetto XVI lo ha mostrato a tutti con grande chiarezza. È un uomo libero. E lo si è visto bene, in questi anni».

Quali sono stati i tratti salienti di questo Pontificato?
Subito, addirittura a ridosso dell’elezione, nella messa Pro eligendo Pontifice, Ratzinger aveva già disegnato una comprensione profonda del mistero della vita cristiana e dei bisogni della Chiesa. È quello che ha detto dopo, nella prima omelia da Papa: non ripone la sua speranza nei programmi, ma nella volontà di rispettare l’iniziativa del Mistero. È la consapevolezza che la vera urgenza è alla radice, nel rapporto con il Mistero di Dio, appunto. È un refrain che si è mantenuto nel tempo. Ed è diventato decisivo, anche per la sensibilità con cui ha sviluppato i grandi discorsi del Pontificato. Pensiamo alla lezione tenuta ai Bernardini, con l’insistenza sul quaerere Deum: «I monaci non hanno pensato a creare una cultura cristiana, ma hanno cercato Dio». La conseguenza è stata una novità di vita che ha portato a creare una realtà inaspettata. Ecco, questa preminenza del Mistero è sicuramente uno degli assi portanti. Ma ce ne sono altri.

Quali?
Per esempio, la strenua difesa della ragione umana. Si vede bene nell’intervento a Regensburg, dove emerge quell’affermazione paradigmatica: ciò che va contro la ragione va contro la natura di Dio. Poi, l’attenzione è stata deviata dalle polemiche sull’islam. Ma la rivendicazione dell’ampiezza della ragione è diventata una costante del Pontificato. Basta pensare anche al discorso non pronunciato alla Sapienza, quando gli impedirono di intervenire, o all’immagine del bunker usata davanti al Bundestag tedesco, nel 2011. E più a monte c’è l’affermazione dei tratti essenziali della fede cristiana, della sua specificità: la risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio nella storia è il riconoscimento di un avvenimento. In questo senso, le prime righe della Deus caritas est, la sua prima enciclica, sono decisive.

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». È una formulazione che colpì tutti…
E che porta dritti fino all’Anno della Fede. Perché una grande caratteristica di Benedetto XVI è stata proprio la consapevolezza dell’irriducibilità del fatto cristiano. Anzi, forse il fattore dominante è questo.

In che senso?
Per il Papa è il riconoscimento di Cristo che consente di spiegare gli altri elementi: la sovranità di Dio e la dignità dell’uomo. Questo Papa non arriva a Cristo dopo, come derivazione: è partendo da Lui che coglie questa dimensione incondizionata di Dio, non subordinata a niente, come sorgente della dignità dell’uomo. Dio è sempre prima. Può risultare molto familiare un’espressione di don Giussani: «Qualcosa che viene prima».

Quali sono i momenti con cui è emersa con più chiarezza questa centralità? 
Il Pontificato è ricchissimo di questa consapevolezza. Se dovessimo identificare dei documenti, a parte le encicliche, direi che le sue esortazioni Sacramentum caritatis e Verbum Domini, dopo i corrispettivi Sinodi, di fatto sono un canto a Cristo, Verbo incarnato, reso presente agli uomini nell’Eucaristia e nella Parola di Dio. Fino ad arrivare alle catechesi dell’Anno della Fede. Ma questo primato, nei suoi testi, è una costante: riguardo all’interpretazione della Scrittura, alla vita del comune fedele, all’attesa umana o al dinamismo dell’amore, Cristo viene sempre prima. Non dimentichiamo che Ratzinger si è formato alla scuola di Agostino. Ma questa sensibilità si è espressa anche in certi gesti educativi; le Giornate della Gioventù, per esempio. Sono momenti rivolti al mondo intero, in cui il Papa ha orientato lo sguardo di tutti verso l’essenziale: Cristo.

Ecco, a proposito dell’«apertura al mondo intero»: un altro tratto saliente del Pontificato è il dialogo avviato con la modernità anche in forza di questa difesa della ragione. Che caratteristiche ha avuto, secondo lei? 
Il primo dato, non scontato, è proprio questa forte volontà di dialogo. Ratzinger lo dice già nel 2005, quando propone un «sì» alla modernità. È un «sì» critico, in grado di indicare anche le riduzioni della dimensione moderna dell’uomo e della ragione. Ma per Benedetto XVI sia la modernità che la Chiesa si sono evolute, e oggi siamo in grado di approfondire il confronto su certi grandi temi: la libertà religiosa, il rapporto tra Chiesa e Stato, quello tra scienza e fede. E i problemi etici, la dignità dell’uomo… Temi cari al mondo moderno. Lui quel confronto lo ha mantenuto a più livelli: tenendo dialoghi diretti, ma anche impostando i suoi interventi sotto forma di dialogo, facendo eco alle domande dei contemporanei. Mi sembra una caratteristica dell’intelligenza di Ratzinger per la visione della Chiesa in rapporto al mondo di oggi.

Così facendo ha letto in maniera originale anche certe categorie culturali: ha parlato di «ecologia dell’uomo», di «laicità positiva»…
Ecco, questo è un esempio interessante: la laicità positiva. Benedetto XVI in Francia, nel cuore della tradizione che sembrerebbe più ostile al cristianesimo in Europa, rivendica la laicità dello Stato e la giusta separazione tra Stato e Chiesa richiamando, però, una nuova fase in cui si vada oltre lo steccato della contrapposizione. Insomma, apre il dialogo su una delle questioni basilari della civiltà europea. Altro esempio: la scienza. Già da teologo Ratzinger ha avuto la sensibilità di guardare a quel mondo poggiando su una convinzione: il reale è intelligibile. Questo apre a uno sguardo di fiducia sulla scienza e sul lavoro degli scienziati, dà un grande credito al loro contributo di conoscenza della realtà. E permette di affrontare in modo nuovo un altro punto importante nel rapporto con la modernità.

Man mano è diventato sempre più evidente che parte essenziale del magistero di Benedetto XVI era proprio la sua testimonianza personale. In qualche modo ha mostrato anche con la vita la verità di ciò che indicava nell’insegnamento: il momento della rinuncia, in questo senso, è stato imponente, ma ho presente anche occasioni come la Gmg di Madrid, o l’atteggiamento davanti alle vittime della pedofilia… Quanto è stato importante questo aspetto? Quanto il Papa ci ha aiutato a capire che il cristianesimo è anzitutto qualcosa che accade e si conosce per testimonianza?
È decisivo. Nei suoi confronti c’era – e per tanti versi permane – un cliché: «È un Papa teologo, un professore». È vero. È un grandissimo teologo e professore, ma lo è in forza della sua capacità testimoniale. È un testimone di Cristo. Lo è sempre stato. A leggere le sue opere teologiche, a seguire le sue interviste, si scioglie l’immagine del Panzerkardinal (non dimentichiamo cosa sono stati gli insulti contro il Ratzinger cardinale…); ci si è accorti che sia da Papa che prima è stato sempre molto libero. Nel libro su Gesù di Nazaret ci consegna una sua riflessione essenziale, quasi una sorta di testamento dottrinale. E la inizia dicendo che si sottopone alla libera discussione, perché questo libro non è un gesto magisteriale in senso proprio. Ecco, a mio parere in quel gesto forza testimoniale e contenuto coincidono. Il libro comunica in maniera molto forte il fatto che la fede in Cristo è il punto di partenza e di destinazione dell’intera esistenza, e ne presenta le ragioni per una discussione aperta.

È stato veramente un «umile operaio nella vigna del Signore», quindi.
Sì. In Benedetto XVI le parole e i gesti si accompagnano. Anche quando ci sono state fatiche non piccole, o addirittura difficoltà molto gravi, se n’è fatto carico in prima persona: pensiamo ai casi di pedofilia, alle polemiche sui lefebvriani. Ha preso iniziativa scrivendo ai Vescovi, giudicando, riconoscendo gli errori commessi. Se da una parte corregge e giudica, offrendone le ragioni, dall’altra accetta il dialogo e le riflessioni che gli vengono proposte.

In che cosa è cambiata la Chiesa in questi otto anni?
Di sicuro è una Chiesa che è stata aiutata a riconoscere l’essenziale della fede e a comunicarla a tutti.

E lo sta facendo? Insomma, quanto ha inciso davvero il magistero di Benedetto XVI sulla Chiesa e sul mondo?
Ha inciso profondamente, a mio parere, anche se c’è ancora molto da assimilare nella vita della Chiesa. Questo Papa si è esposto, sia ad intra che ad extra. Dovunque si è messo davanti a tutti, ha ottenuto di fatto l’allargamento della ragione: chi ascoltava e si paragonava, scopriva domande e poteva accogliere le evidenze della ragione e la certezza della fede. C’è ancora una lunga strada per far passare nel tessuto ecclesiale questo atteggiamento. Così come c’è tanto da fare per approfondire altri punti decisivi della sua riflessione. Pensiamo alla sua preoccupazione sulla vera interpretazione del Concilio Vaticano II, un aspetto magari meno immediato per la gente comune, ma che per la vita della Chiesa è di grande trascendenza. Il Papa lega l’interpretazione a questa intelligenza profonda della tradizione cristiana, che è sempre in grado di riformarsi nella continuità del soggetto-Chiesa. Anche su questo dovremo riflettere molto.

E fuori dalla Chiesa? 
Per fare soltanto un caso, nel volume Dio salvi la ragione (Cantagalli; ndr) si vede come il Papa di fatto, grazie al suo discorso di Regensburg, ottiene da André Glucksmann, da Joseph Weiler, da Gustavo Bueno, da alcuni grandi nomi della scena occidentale una risposta che riapre delle posizioni. Incide, insomma. Ma è un piccolo esempio di una dinamica che si è vista spesso, in questi anni. Pensiamo alla visita in Inghilterra. In una società che poteva avere tutti i pregiudizi possibili verso il Papa di Roma, lui riesce a generare un atteggiamento che David Cameron, il premier, ha sintetizzato bene: «Ha sfidato l’intero Paese a sedersi e pensare». E potremmo dire qualcosa di simile anche per le visite in Francia, all’Onu, nella Repubblica ceca… O per l’impatto delle Gmg.

Lei c’era a Madrid…
Sì, e anche lì ho visto superare uno stereotipo: «È un Papa anziano, che non sa incontrare i giovani». Invece si è visto un Pontefice che ha fatto dei gesti essenziali, centrati tutti sui misteri nucleari della fede: l’Eucaristia, la Croce, l’annuncio di Gesù a tutti, la carità. E che, così facendo, non solo ha trascinato una folla come non si era mai vista a Madrid, ma ha ottenuto dai ragazzi una serietà e una profondità che a volte neanche loro riconoscono a se stessi.

Quanto è rimasto di quell’incontro dopo?
Ho visto persone che hanno riscoperto la fede o hanno scoperto la vocazione. O rapporti con autorità civili e realtà sociali che si sono aperti grazie a quei giorni e lo sono rimasti. Dopo lo tsunami della folla, ovviamente, tutto rifluisce un po’. Ma ci sono molte persone a tutti i livelli per cui quella Gmg è stata un punto di svolta.

C’è un elemento potente di quei giorni, che ritroviamo in altri momenti o nelle stesse catechesi di quest’Anno della Fede: Benedetto XVI valorizza molto l’aspetto affettivo, il desiderio, ma lo fa sottolineandone sempre il legame intrinseco con la ragione, l’unità dell’io. Quanto è stata importante questa «ricentratura»? E come aiuta a sottrarre la fede al terreno del sentimentalismo? 
È vero, il papa Ratzinger valorizza molto anche questo aspetto. Nelle encicliche, per esempio, affezione e desiderio sono un fattore portante: ragione e libertà sono tenuti come un valore, come un bene. Già nella Deus caritas est Benedetto XVI fa un percorso che parte dalla dinamica dell’eros, e quindi del desiderio affettivo, senza contrapporlo all’agape, alla carità. Sono testi di una ricchezza eccezionale. Ma anche nel messaggio indirizzato al Meeting 2012 c’è una valorizzazione della dinamica del desiderio proprio perché intimamente legato alle domande ultime della ragione. Per questo non è un impeto sentimentale: ha a che fare con la piena intelligenza del reale, e non solo con l’inclinazione o la pulsione.

Accanto al richiamo ad «uscire dal bunker» e «allargare la ragione» c’è stata pure un’insistenza continua sulla «gioia e la bellezza» dell’essere cristiani. Una «convenienza umana» totale, insomma. Anche qui, che novità ha portato il suo magistero? 
Ci sarebbe molto da dire. Penso agli incontri con gli artisti. O alle sue parole alla Scala. Ma teniamo solo un esempio che ho visto da vicino: la sua interpretazione della Sagrada Família, a Barcellona. In quell’occasione il Papa ha fatto una catechesi sulla bellezza che indica ancora una volta una sensibilità imprescindibile per il cristianesimo in Europa: nel cammino dell’uomo, Dio emerge come la fonte di questa bellezza, così come lo è del bene e della verità. Il fascino che genera un’attrattiva resta il fattore iniziale della comunicazione della fede.

E il rapporto con Cl? Joseph Ratzinger era molto amico di don Giussani, e si sa. Ma il modo in cui il suo magistero ci sta aiutando ad approfondire anche il carisma di Giussani è addirittura commovente…
Chi è educato da don Giussani trova una sintonia, un’affinità con questo Papa che glielo rende molto familiare. Grazie al carisma risulta possibile condividere e amare le sue proposte secondo una sintonia di cui lo stesso Ratzinger parlò nell’omelia del funerale di don Giussani e di cui ha riparlato proprio poche settimane fa, nell’udienza alla Fraternità San Carlo Borromeo. Questa familiarità è una grazia nella grazia. Non si può che riconoscerla con gratitudine e stupore.

Stupisce anche come persino nel gesto della rinuncia ci sia qualcosa che ci fa capire meglio alcuni punti su cui abbiamo lavorato molto negli ultimi tempi: il richiamo che «a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato», come diceva don Giussani; la supremazia della testimonianza e non del potere; il fatto che le circostanze sono «un fattore decisivo e non secondario» nella vocazione personale… Sono cose che abbiamo visto incarnate in maniera potentissima e al massimo livello nel Papa. 
Anche con la rinuncia, a mio parere, Benedetto XVI ha fatto un gesto di amore a Cristo e di fiducia in Dio in atto. Dio è reale, è tanto reale che può guidare la Chiesa con l’assistenza dello Spirito. È vero, ci fa vedere bene che «a nulla fuorché a Gesù» vale la pena di attaccarsi. E per via della sua testimonianza siamo costretti a prendere posizione in modo tale che possa crescere la nostra fede. Non ci ha soltanto spiegato la fede: l’ha fatta accadere. E poi l’ha anche spiegata, egregiamente.

“la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore”

Riporto con gratitudine e affetto le parole dell’ultima udienza di Papa Benedetto XVI:

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato!
Distinte Autorità!
Cari fratelli e sorelle!
Vi ringrazio di essere venuti così numerosi a questa ultima Udienza generale del mio pontificato.
Come l’apostolo Paolo nel testo biblico che abbiamo ascoltato, anch’io sento nel mio cuore di dover soprattutto ringraziare Dio, che guida e fa crescere la Chiesa, che semina la sua Parola e così alimenta la fede nel suo Popolo. In questo momento il mio animo si allarga per di abbracciare tutta la Chiesa sparsa nel mondo; e rendo grazie a Dio per le «notizie» che in questi anni del ministero petrino ho potuto ricevere circa la fede nel Signore Gesù Cristo, e della carità che circola nel Corpo della Chiesa e lo fa vivere nell’amore, e della speranza che ci apre e ci orienta verso la vita in pienezza, verso la patria del Cielo.
Sento di portare tutti nella preghiera, in un presente che è quello di Dio, dove raccolgo ogni incontro, ogni viaggio, ogni visita pastorale. Tutto e tutti raccolgo nella preghiera per affidarli al Signore: perché abbiamo piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, e perché possiamo comportarci in maniera degna di Lui, del suo amore, portando frutto in ogni opera buona (cfr Col 1,9-10).
In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e vive nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia.
Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto ferma questa certezza che mi ha sempre accompagnato. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, che cosa mi chiedi? E’ un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai. E il Signore mi ha veramente guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza. E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua e non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare. Ed è per questo che oggi il mio cuore è colmo di ringraziamento a Dio perché non ha fatto mai mancare a tutta la Chiesa e anche a me la sua consolazione, la sua luce, il suo amore.
Siamo nell’Anno della fede, che ho voluto per rafforzare proprio la nostra fede in Dio in un contesto che sembra metterlo sempre più in secondo piano. Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Signore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno anche nella fatica. Vorrei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano. In una bella preghiera da recitarsi quotidianamente al mattino si dice: «Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio d’avermi creato, fatto cristiano…». Sì, siamo contenti per il dono della fede; è il bene più prezioso, che nessuno ci può togliere! Ringraziamo il Signore di questo ogni giorno, con la preghiera e con una vita cristiana coerente. Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!
Ma non è solamente Dio che voglio ringraziare in questo momento. Un Papa non è solo nella guida della barca di Pietro, anche se è sua la prima responsabilità; e io non mi sono mai sentito solo nel portare la gioia e il peso del ministero petrino; il Signore mi ha messo accanto tante persone che, con generosità e amore a Dio e alla Chiesa, mi hanno aiutato e mi sono state vicine. Anzitutto voi, cari Fratelli Cardinali: la vostra saggezza, i vostri consigli, la vostra amicizia sono stati per me preziosi; i miei Collaboratori, ad iniziare dal mio Segretario di Stato che mi ha accompagnato con fedeltà in questi anni; la Segreteria di Stato e l’intera Curia Romana, come pure tutti coloro che, nei vari settori, prestano il loro servizio alla Santa Sede: sono tanti volti che non emergono, rimangono nell’ombra, ma proprio nel silenzio, nella dedizione quotidiana, con spirito di fede e umiltà sono stati per me un sostegno sicuro e affidabile. Un pensiero speciale alla Chiesa di Roma, la mia Diocesi! Non posso dimenticare i Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, le persone consacrate e l’intero Popolo di Dio: nelle visite pastorali, negli incontri, nelle udienze, nei viaggi, ho sempre percepito grande attenzione e profondo affetto; ma anch’io ho voluto bene a tutti e a ciascuno, senza distinzioni, con quella carità pastorale che è il cuore di ogni Pastore, soprattutto del Vescovo di Roma, del Successore dell’Apostolo Pietro. Ogni giorno ho portato ciascuno di voi nella mia preghiera, con il cuore di padre.
Vorrei che il mio saluto e il mio ringraziamento giungesse poi a tutti: il cuore di un Papa si allarga al mondo intero. E vorrei esprimere la mia gratitudine al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, che rende presente la grande famiglia delle Nazioni. Qui penso anche a tutti coloro che lavorano per una buona comunicazione e che ringrazio per il loro importante servizio.
A questo punto vorrei ringraziare di vero cuore anche tutte le numerose persone in tutto il mondo che nelle ultime settimane mi hanno inviato segni commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui. E’ vero che ricevo lettere dai grandi del mondo – dai Capi di Stato, dai Capi religiosi, dai rappresentanti del mondo della cultura eccetera. Ma ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che mi scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella Chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, non un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi poter toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. 
  
In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi. 
Qui permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre – chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare, e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona. Prima ho detto che molte persone che amano il Signore amano anche il Successore di san Pietro e sono affezionate a lui; che il Papa ha veramente fratelli e sorelle, figli e figlie in tutto il mondo, e che si sente al sicuro nell’abbraccio della loro comunione; perché non appartiene più a se stesso, appartiene a tutti e tutti appartengono a lui.
Il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio.
 
Ringrazio tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui avete accolto questa decisione così importante. Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che voglio vivere sempre. Vi chiedo di ricordarmi davanti a Dio, e soprattutto di pregare per i Cardinali, chiamati ad un compito così rilevante, e per il nuovo Successore dell’Apostolo Pietro: il Signore lo accompagni con la luce e la forza del suo Spirito. 
Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria Madre di Dio e della Chiesa perché accompagni ciascuno di noi e l’intera comunità ecclesiale; a Lei ci affidiamo, con profonda fiducia.
Cari amici! Dio guida la sua Chiesa, la sorregge sempre anche e soprattutto nei momenti difficili. Non perdiamo mai questa visione di fede, che è l’unica vera visione del cammino della Chiesa e del mondo. Nel nostro cuore, nel cuore di ciascuno di voi, ci sia sempre la gioiosa certezza che il Signore ci è accanto, non ci abbandona, ci è vicino e ci avvolge con il suo amore. Grazie!

Appello: luce e silenzio per il Papa

Aderisco e invito ad aderire a questo gesto di affetto per il nostro caro Papa Benedetto:

Autore: Riva, Sr. Maria Gloria  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele

Fonte: CulturaCattolica.it
mercoledì 13 febbraio 2013

Il 27 febbraio ultima sera della sua permanenza in Vaticano di Sua Santità Benedetto XVI, vogliamo promuovere una fiaccolata silenziosa in San Pietro il 27 febbraio dalle ore 19:00 alle ore 20:00. Per quanti non potranno recarsi a Roma, chiediamo di mettere una luce alla medesima ora e osservare un minuto di silenzio il 27 febbraio alle ore 20,00 in punto.

Carissimi lettori e carissimi amici,
questo è un appello per chi ama davvero la Chiesa. Siamo consapevoli di vivere un grande evento. Non possiamo permettere né che passi invano, né che il Santo Padre si senta solo in quest’ora per lui, e per tutti noi, così difficile e grave. Sappiamo già che non è solo. Tuttavia siamo convinte che le parole, così tanto ormai svuotate di senso non riescano più a comunicare, ci sono necessari dei gesti, veri, sentiti, liberi dalla polemica e colmi di quella partecipazione sentita che solo il silenzio può offrire.
Per questo vogliamo invitarvi a dire «Grazie» al Papa per tutto ciò che è e che ha fatto con un gesto: «Andare tutti in piazza San Pietro alle ore 19 del 27 febbraio 2013 in assoluto silenzio, con preghiere che salgano a Dio dal cuore, con fiaccole che segnalino la nostra presenza al Santo Padre che, per l’ultima sera, lavorerà a quella finestra che si affaccia sulla piazza e che tutti conosciamo.
Quello sarà l’ultimo giorno del Papa in Vaticano perché, dal pomeriggio del giorno successivo, si trasferirà a Castel Gandolfo. Vogliamo così manifestargli la nostra assoluta comprensione per il suo gesto, la nostra solidarietà e il nostro vero attaccamento alla Chiesa.
Tutti quelli che non potranno per ovvi motivi (è un mercoledì sera) recarsi a Roma o essere in piazza San Pietro, a quell’ora offrano la loro partecipazione orante osservando un minuto di silenzio alle 20,00 e mettendo fin dalle ore 19 un lume alla finestra. Dobbiamo far sapere al Papa che ci siamo che siamo con lui e che lo saremo sempre anche nelle prossime difficili ore della storia».
Ringraziamo anticipatamente quanti vorranno e potranno rispondere e aderire.Le monache dell’Adorazione Eucaristica

“Se il chicco di grano non muore…”

Il papa si dimette, il fulmine sulla cupola di San Pietro (foto)

Non so se sia vero, perché ho difficoltà a credere alle varie informazioni che circolano in rete, però il fulmine a ciel sereno evocato dal Cardinale Decano che ha risposto immediatamente al Santo Padre dopo la comunicazione della sua scelta sembra aver avuto la sua conferma misteriosa dalle forze della Natura che obbediscono a… leggi superiori!

Per me, credente, è sicuramente un segno che tutto l’universo, tutta la creazione partecipa di questo momento solenne che l’umiltà di Papa Benedetto ci ha regalato: il momento del realismo, dell’umiltà, della libertà totale davanti a Dio e agli uomini.

Ciò non può restare come un messaggio astratto e che non mi tocca personalmente, ma deve essere l’evangelico “chicco di grano”  che solo se muore può dare frutto.

Sono infinitamente grata per tutti i doni di fede che Papa Benedetto ci ha donato e continuerà a darci e mi unisco a tutta la Chiesa  che prega con lui e per lui  e per il nuovo Papa.

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