«No all’escalation militare in Siria»

Leggo in Tracce: 

Monsignor Tomasi: «No all’escalation militare in Siria»

30/05/2013 – L’Unione Europea ha cancellato il bando sull’export di mezzi militari all’opposizione siriana. A Ginevra l’osservatore della Santa Sede all’Onu chiede l’interruzione dell’invio delle armi e l’apertura dei negoziati di pace

  • Profughi siriani in fuga.Profughi siriani in fuga.

Ginevra (AsiaNews) – Contro «l’inutile e distruttiva tragedia» che sta sbriciolando la Siria e il Medio oriente, la via da seguire non è «l’intensificazione militare del conflitto armato, ma il dialogo e la riconciliazione». È l’appello di mons. Silvano Tomasi, osservatore della Santa Sede all’Onu di Ginevra, lanciato ieri durante l’incontro della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, sul tema “Il deterioramento della situazione dei diritti umani nella Repubblica araba siriana e le recenti uccisioni di Al Qusayr”.

Le parole di mons. Tomasi vanno in totale controtendenza con le richieste dell’opposizione siriana, che chiede all’occidente aiuti militari contro il regime di Assad. L’urgenza di tali richieste è motivata dal rischio che la città di Al Qusayr, assediata da tempo, torni nelle mani dell’esercito regolare.

Proprio nei giorni scorsi l’Unione europea ha cancellato il bando sull’export di mezzi militari all’opposizione siriana. Secondo alcuni osservatori, tale bando non è mai stato attuato: nei quasi due anni di guerra civile in Siria, diversi Paesi europei hanno venduto armi ad Arabia saudita, Qatar e Abu Dhabi, alleati del Free Syrian Army, maggior forza di opposizione al governo siriano.

Per giustificare la fine ufficiale del bando agli aiuti militari, le diplomazie europee - soprattutto Francia e Gran Bretagna -a denunciare la presenza di migliaia di Hezbollah libanesi in Siria, a sostegno di Assad. Nessuna parola sulle altrettante migliaia di combattenti jihadisti che da tutto il Medio oriente (e anche dall’Europa) vanno a combattere contro l’esercito siriano

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Il rosario in una mano, di fronte alla violenza assurda e fredda di chi governa

Da Tracce un contributo di Silvio Guerra

«Caro Hollande, la nostra umanità non si fabbrica»

27/05/2013 – Sono scesi in piazza per la quarta volta. Monaci, mamme con carrozzine e giovani “veilleurs”. Manifestazioni pacifiche. Eppure, in tanti casi represse dalla polizia. Ma cosa infiamma davvero la Francia contro la legge sulle nozze gay?

  • Parigi, manifestazione del 26 maggio.Parigi, manifestazione del 26 maggio.

Ancora in piazza, per la quarta volta. Ancora centinaia di migliaia di persone, nel solito tira molla dei numeri. Un milione per gli organizzatori, molti meno per la polizia. Parigi con domenica 26 maggio non smette di essere il palcoscenico della protesta contro la legge che autorizza il matrimonio e l’adozione per le coppie omosessuali. Di fronte a passeggini, mamme, religiosi e giovani “armati” di cartelli e slogan, ancora una volta, un imponente schieramento di forze dell’ordine. La prima volta era stata il 24 marzo. E lì erano partiti i primi arresti: era stata una manifestazione pacifica, ma alcuni avevano avuto la colpa di sbagliare il percorso. Il 15 aprile ancora arresti, 67, per disturbo della quiete pubblica. Il Governo, il 22 aprile, giorno di approvazione della legge, schiera davanti all’Eliseo 1.200 poliziotti a fronteggiare un “pericoloso” esercito di famiglie armate di bimbi e passeggini.

Quella stessa sera nascono i veilleurs, i veglianti. Gruppi spontanei di giovani che si ritrovano in vari punti di Parigi e in altre città della Francia, per protestare pacificamente leggendo testi di vari autori. E anche qui, minacce continue di arresto, per manifestazione non autorizzate e occupazioni del suolo pubblico. Ma i giovani non si fermano. E tutte le sere si ritrovano nelle piazze. Un clima che si fa incandescente alla vigilia del 26 maggio, dove chi detiene le “redini” del potere sembra letteralmente impazzire. Le minacce ai veilleurs, l’invito alle mamme a non portare i bimbi in piazza domenica da parte del Ministro dell’Interno, Manuel Valls, e l’arresto di 50 ragazzi fermati con la maglietta della manifestazione.

Questa lunga litania non toglie nessuna certezza; mostra la cecità del potere che non toglie più solo gli zeri alle cifre dei partecipanti delle manifestazioni. Non elimina più solo simbolicamente chi protesta, ma passa a una fase ulteriore: ti spazza via fisicamente. Il clima di violenza che le forze dell’ordine denunciano è paradossalmente voluto e quindi creato per spaccare l’onda d’urto popolare contro una legge inutile e quindi ingiusta.

Il paese delle libertà e dei diritti dell’uomo sta diventando un nuovo gulag del ventunesimo secolo. I paletti “sono conficcati nel terreno”. A quando il filo spinato? Come scriveva Saint Exupéry: «Ci hanno tagliato le gambe e le braccia e ci hanno lasciati liberi di correre».

Eppure domenica siamo in piazza. Forse un milione. Abbiamo risposto alla provocazione della manifestazione con lo stesso desiderio della moltitudine di persone e di vite che ci sfilano davanti: famiglie, giovani, nonni, persone anziane che tengono ad esserci e a dire, fino all’ultimo fiato, che non vogliono questa legge.

Tantissimi religiosi. Suore, preti… Perfino diciassette monaci benedettini partiti dall’estrema punta della Bretagna. Il padre abate ha autorizzato metà della comunità «a portare solidarietà alle famiglie». Una minuta suora protestante, dietro gli occhiali scuri, brandisce due bandiere e uno stendardo: «Siamo nati tutti da un uomo e una donna». Perché è qui, madre? «Perchè il matrimonio è un valore proprio dell’umano». Basta questo per sentire il cuore colmo e spazzare via l’amarezza dei giorni precedenti.
Passa una persona molto anziana, in carrozzina, spinta dal nipote. Non scandiscono slogan: recitano il rosario. Che richiamo potente è il loro gesto impercettibile. Il rosario in una mano, di fronte alla violenza assurda e fredda di chi governa. Ma capisci ancora di più che la preghiera non è un rifugio, ma è proprio un indicare una Presenza che salva. Non siamo soli. C’è Qualcuno a cui rivolgersi. Per questo, con un gruppo di amici, decidiamo di cominciare questa marcia recitando l’Angelus. Coscienti che ciò che poteva cambiarci non era tanto quanto potevamo fare o quanti eravamo a manifestare, ma che tutto è occasione di memoria e mendicanza. Così ti puoi stupire di fronte alla “vita” e alla “creatività” di questa gente. Niente insulti contro gli omosessuali né scritte omofobe, come racconteranno i media. Una signora, nonna, vestita di tutto punto, impugna un cartello: «Non voglio il gender». Di cosa è fatta questa umanità che sfila e sfida tutti i pronostici. È solo testardaggine?

Gli assalti mediatici, infatti, non danno tregua sull’ “assurdità” di queste manifestazioni. «Perchè continuate?»; «Cosa vi importa di opporvi ai diritti degli altri?». Provare a rispondere apre un abisso. C’è scritto, su un cartello, «Un figlio è un dono, non un diritto». La legge afferma il contrario. E questo genera uno scandalo nelle coscienze di tanti. Il cardinale Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, ha dichiarato nelle scorse settimane: «Non è che perché la legge è stata approvata dal Parlamento allora la legge è giusta». 
Due signore con il chador sventolano un cartello: «Hollande, dov’è il progresso della legge?». Poco più lontano, sfila un folto gruppo di musulmani in gaballà, con tanto di mogli velate: «Perché siamo qua? Per le vostre stesse ragioni». Nagib ci dice: «Ho votato Hollande, ma mi sento tradito. Sono partito da Rennes con un gruppo di persone, a piedi. Ho camminato per venti giorni, 450 chilometri, per essere qui oggi. Abbiamo incontrato tanta gente lungo il cammino, a cui abbiamo spiegato le ragioni del nostro gesto e perché siamo contrari a questa legge che distrugge le nostre coscienze».

Dove si può incontrare tutti i giorni un’umanità cosi, gente che si mette in gioco in questo modo?
Alla fine della manifestazione siamo accolti sul piazzale degli Invalides dalle parole di Axel, il giovane iniziatore dei veilleurs: «La nostra umanità non è un prodotto che si fabbrica; non vogliamo esserne privati. Siamo qui perché vogliamo gridare con il nostro cuore e con la nostra intelligenza il risveglio delle nostre coscienze, del popolo di Francia. Partiamo da un “no”, ma sappiamo bene che una città non si costruisce solo con i “no”. Noi vogliamo seminare nelle piazze pubbliche una cultura che costruisca il nostro cuore e il nostro spirito».

Siamo qui per questo. Se tutto quello che viviamo fosse una costruzione politica, siamo certi che queste persone non sarebbero qui, non le avremmo né viste né incontrate. La legge non cambierà. Rimarrà, quasi certamente. Ma noi abbiamo la certezza di non aver perso il nostro tempo. Ripartiamo con il desiderio di vivere domani, nel nostro lavoro e nelle circostanze che il Mistero ci darà questi sprazzi di umanità nuova.

 

Il Papa incontra i Movimenti

Sabato e Domenica prossime oltre 120 mila persone sono attese in piazza San Pietro per la Giornata dei movimenti, delle nuove comunità, delle associazioni e aggregazioni laicali. “Io credo, aumenta in noi la fede” è il titolo dell’iniziativa che nasce nell’ambito dell’Anno della Fede e su proposta del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. Momenti culminanti la Veglia di Pentecoste, il Sabato, e il giorno successivo la Messa, presiedute da Papa Francesco.

A partecipare all’evento anche Comunione e Liberazione. Con quali sentimenti i membri del movimento si stanno preparando all’incontro? Debora Donnini lo ha chiesto a don Julian Carron, presidente della “Fraternità di Comunione e Liberazione”: 
R. – Ci stiamo preparando attraverso il desiderio di andare dal Papa per essere sostenuti nella fede in questo anno in cui il tema è proprio la fede.
D. – Nel ’98, c’era stato un momento molto importante, sempre nella Pentecoste, di incontro dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali con Giovanni Paolo II. Ci può essere in qualche modo un legame, un filo conduttore fra questi due momenti?
R. – A me sembra di sì. Nella diversità della loro natura, in fondo, si tratta di un incontro dei movimenti e delle realtà ecclesiali con il Papa. Quest’anno ha la peculiarità di essere nell’Anno della Fede, che è come aggiungere una consapevolezza più acuta di cosa voglia dire per la fede cattolica il legame con Pietro.
D. – Nella Pentecoste il grande “protagonista” è lo Spirito Santo. C’è, quindi, un legame molto forte tra lo Spirito Santo, i movimenti e le nuove realtà ecclesiali?
R. – Assolutamente sì, perché i movimenti e le realtà ecclesiali sono frutto della potenza dello Spirito. Il carisma è un dono dello Spirito Santo, dato alla Chiesa per il suo rinnovamento costante. Andiamo anche a chiedere allo Spirito Santo che le nostre vite possano essere rigenerate dalla nostra costante caduta umana, normale. Per questo, come in una sorta di pellegrinaggio, andiamo a chiedere questa grazia allo Spirito Santo, insieme a tutte le altre realtà ecclesiali, con il Papa.
D. – Oggi il Papa nella Messa a Santa Marta ha detto che è importante che ci siano cristiani con zelo apostolico, non “cristiani da salotto”, senza il coraggio di dare fastidio alle cose troppe tranquille. Questo per Comunione e Liberazione cosa significa, anche in vista di questo incontro, della Pentecoste, dello Spirito Santo?
R. – Questo significa prima di tutto lasciarci rinnovare dalla potenza dello Spirito, perché noi possiamo portare questa diversità, possiamo veramente disturbare o perturbare l’ambiente in cui siamo, nella misura in cui ci siamo lasciati perturbare dalla potenza di Dio. Per poter rispondere a questo appello di Papa Francesco, dobbiamo noi essere diversi, perché questa creatura nuova, che Cristo è venuto a generare, possa mettere nella realtà questa diversità.

A proposito di eutanasia

Terribile il video delle ultime ore di Piera davanti alle quali mi sono detta che quello che caratterizza tale scelta è l’inferno della solitudine. Solitudine covata per anni, solitudine non presa in considerazione da amici e conoscenti.

Ma come si riesce a capire che l’uomo non è fatto per la solitudine?

Forse bisognerebbe imparare dai bambini.

Sì perché il bambino non riesce a vivere se non nella relazione con la figura materna e in tale relazione sta la sua sicurezza e la sua serenità.

Ma cosa è successo che ci ha fatto allontanare da quella semplicità che ci rendeva certi?

Ho sempre pensato alla vita come un progressivo allontanarsi dalla nascita alla ricerca di un’autonomia che si ritiene sia segno di età adulta. Ma l’autonomia vera non è solitudine. Occorre essere autonomi ma aperti alla relazione con gli altri. Ma una relazione vera almeno con una persona che ci accolga interamente per quello che siamo è davvero indispensabile.

Non è vero che non esiste almeno una persona capace di accoglierci: il problema è che ci stanchiamo troppo presto di cercarla; abbiamo fretta e così finiamo per annegare nella solitudine.

Io sono stata vicina , nonostante avessi problemi seri di salute, ad una persona in fase terminale. E proprio perché le ero vicina mi parlava del suo desiderio di farla finita al più presto.

Davanti a una richiesta tale ero sconcertata… ma dopo un po’ le dissi: “Dai, su, preghiamo”.  E lei:”Prega tu che io muoia presto”. Allora non so come replicai (chissà come mi è venuto in mente!): “Preghiamo la Madonna che venga lei al più presto a prenderti per portarti in Paradiso”.

Da quel momento smise di parlare. Solo con un filo di voce, ogni tanto durante la giornata, diceva, anzi urlava: “Maria! Maria!”

Non riuscivamo a capire chi fosse questa Maria anche perché delle figlie nessuna si chiamava Maria. Così le chiedemmo chi fosse questa Maria e lei, con un filo di voce quasi stizzito perché non avevamo capito: “Ma è la Madonna!”

E’ incredibile ! Incredibile che una semplice frase abbia potuto sostenere quegli ultimi quindici giorni di sofferenza silenziosa.

Prima di chiudere la bara, ricordo che le abbiamo messo tra le mani una rosa bellissima perché la consegnasse a Maria.

«Grati e ammirati per la sua libertà»

IL TELEGRAMMA A NAPOLITANO

22/04/2013 – Il testo del messaggio di don Julián Carrón inviato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della sua rielezione al Quirinale

Illustrissimo Signor Presidente, 24.000 aderenti alla Fraternità di Comunione e Liberazione, radunati a Rimini per gli annuali Esercizi spirituali, hanno appreso la notizia della Sua rielezione.
«Mi muove in questo momento il sentimento di non potermi sottrarre a un’assunzione di responsabilità verso la nazione, confidando che vi corrisponda una analoga collettiva assunzione di responsabilità». Il suo gesto di libertà aumenta l’ammirazione per la Sua persona.
In questo drammatico momento Lei ci appare come una risorsa per l’Italia, di fronte all’urgenza di riprendere la strada di una vera pacificazione che ottenga quel bene così necessario per la vita personale e sociale.
Pur consapevoli dei nostri limiti, come credenti educati da don Giussani alla passione per il destino dei fratelli uomini, desideriamo offrire la nostra testimonianza, insieme a ogni uomo di buona volontà, come contributo per sbloccare la situazione, affermando il valore dell’altro nella ricerca del bene comune al di sopra di qualsiasi interesse particolare.
Comprendendo il peso enorme della nuova responsabilità, Le auguriamo di ottenere ciò per cui ha accettato questo grande sacrificio.
Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione

 

Non vorrei aggiungere nulla a questo testo così importante della mia Fraternità. Dico solo che mentre i miei amici erano là a Rimini, io, costretta a casa, ho seguito il desolante spettacolo offerto dalla maggior parte dei rappresentanti del popolo italiano e ho anche pregato il buon Dio, ho davvero mendicato un rimedio a questo obnubilamento collettivo delle coscienze che rende impossibile pensare al vero bene comune.

Sorprendentemente un uomo come Napolitano – che ha scandalizzato molti cattolici per certi suoi errori – ha saputo dimostrare un senso del bene comune ignoto a moltissimi in Italia e, al di là di come si svolgeranno gli eventi, sento di volergli esprimere la mia gratitudine per il coraggio con cui affronta questo incredibile onere.

 

Milano, 22 aprile 2013.

“Questa grandezza mi fa dire che siamo fatti ad immagine di Dio”

Da Tracce.it:

«C’è qualcosa che questa bomba non potrà mai colpire»

di Niccolò De Carolis

16/04/2013 – L’attentato alla maratona, lo shock, il dolore. Una testimonianza davanti a un fatto che «in un secondo ha cambiato la percezione delle cose». Anche in chi pensava «di possedere questo posto come fosse una cosa mia», e adesso…

Due immagini ho impresse nella mente quando cerco di capire il dolore che hanno vissuto ieri le persone colpite dalle due bombe all’arrivo della maratona di Boston.

La prima risale a domenica pomeriggio. Giro in centro con gli amici, passeggiata a Copley Square e poi messa al Prudential Center, il più grande centro commerciale della città (sì, la chiesa si trova proprio all’interno). Ma non è una domenica pomeriggio come le altre, perché le strade sono riempite e rivitalizzate da decine di migliaia di corridori da tutto il mondo. Molti si sono portati dietro la propria famiglia e ne approfittano per visitare le chiese e i palazzi più antichi d’America. Sono ben riconoscibili perché indossano già scarpe da gara e felpa ufficiale della maratona. Lo sport e la competizione sono molto sentiti da queste parti. Guardo le loro facce e mi sembrano contenti, hanno l’occasione di partecipare a qualcosa di grande.

Il secondo ricordo è di lunedi, appena dopo pranzo. La mattina avevo studiato a casa, perché la Boston Public Library, dove negli ultimi giorni stavo consultando dei libri, era rimasta chiusa trovandosi proprio davanti all’arrivo della maratona. Gli incontri e l’aria respirata il giorno prima mi spingono ad uscire di casa dopo pranzo per dare un’occhiata al passaggio dei corridori. Mentre mi avvicino vedo che in migliaia hanno deciso di passare la giornata lungo le transenne, semplicemente per salutare e incoraggiare gli atleti. Ci sono tanti ragazzini perché le scuole sono rimaste chiuse, infatti insieme alla maratona si festeggia il Patriot Day, più di duecento anni fa la Guerra d’Indipendenza è iniziata proprio sulle coste del Massachusetts.

Mancano un paio di miglia all’arrivo e i maratoneti a questo passaggio arrivano molto stanchi, c’è chi cammina, chi corricchia zoppicando, volti tesi per la fatica ma sempre fissi verso il traguardo. All’arrivo c’è qualcuno che li aspetta. Torno a casa colpito, ho visto passione, dedizione, desiderio di dare tutto fino alla fine. Ma soprattutto il mio cuore è ferito da una sproporzione: tra tutto questo e il gesto che stanno compiendo.

Passa un’ora, sento un forte rumore di elicotteri e sirene, guardo internet e rimango senza parole: «Due bombe all’arrivo della maratona di Boston». Cosa? Qui? In questo giorno di festa? A pochi passi da casa mia? Basta un fatto, un secondo, permettere a soqquadro la mia percezione delle cose. Mi sento nudo e impotente, la realtà rivendica con forza la sua alterità. Ritorna la sproporzione di prima, ancora più forte.

«Mi sono sentito violato», Matt, un caro amico di Boston, descrive così il suo primo stato d’animo. È nato e cresciuto in questa città, ne conosce e ama ogni angolo tanto da esserne diventato anche guida turistica. Copley Square, a pochi metri dall’attentato, è uno dei primi posti in cui mi ha portato quando sono arrivato in America. «Era come se possedessi questo posto, era una cosa mia, casa mia. Però c’è qualcosa che questo fatto non può e non potrà mai corrompere. La bellezza dell’umanità di quelle persone. Ho in mente i soccorritori, poliziotti e gente comune, che ha rischiato la propria vita per mettere in salvo quella degli altri. Nel tardo pomeriggio sono andato al supermercato, i corridori che facevano la spesa venivano abbracciati dalle persone che passavano, in lacrime. Questa grandezza mi fa dire che siamo fatti ad immagine di Dio».

“Lo vediamo o no il risultato della manipolazione delle nostre anime?”

In merito alla vicenda di cui ho parlato qui ho trovato una riflessione che mi ha chiarito il disagio provocato dal fatto così inaspettato:

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Qualche giorno fa riportavo un articolo di Olavo de Carvalho. Tra l’altro diceva:

“Chiunque può rendersi conto che gaysti, femministe, abortisti e tutti quanti (in italiano nel testo, NdT) non avrebbero mai avuto spazio nella società se questo non fosse stato aperto in precedenza dalla invasione relativista, ma che, nella stessa misura, questi entrano in campo liberi da qualsiasi obbligo relativista e armati del più rigido assolutismo. Conoscete per caso qualche gaysta, femminista o abortista disposto a concordare che le esigenze del suo gruppo abbiano solo un valore relativo, che le credenze dei loro avversari hanno una parte di ragione e devono essere rispettate tanto quanto le loro? Avete mai visto alcuni di loro riconoscere, almeno in teoria, il diritto di combattere le loro proposte senza paura di rappresaglie? Eppure, nessuno di loro avrebbe avuto neppure la minima possibilità di essere ascoltato con attenzione e rispetto se l’avanguardia relativista non avesse minato la intransigenza dei loro avversari. Si servono del relativismo come di un piede di porco: quando la porta è scassinata, cambiano sull’istante il discorso e iniziano a condannare come criminale qualsiasi tentativo di relativizzare l’autorità delle loro esigenze.”

Bene, se tante volte non vi fosse mai capitato di sperimentare qualcosa del genere; se tante volte vi fosse passato per la testa che è un’esagerazione; se tante volte avete paura di avere paura (la  spiego un’altra volta),  ebbene ecco qua un utile corollario: occhio a cosa indossate. 

Notiamo, e questo è il capolavoro diabolico, che non è stata una ronda della gaystapo che ha bloccato il povero padre di famiglia. Sono state le autorità costituite che hanno agito in prevenzione di una possibile reazione a quello chepoteva sembrare una provocazione. Capite? Non hanno agito su un ordine esplicito. E’ scattato qualcosa nel loro cervello! Queste sono reazioni pavloviane. Immaginate cosa sarebbe successo se invece vi fosse stato, in mezzo a un parco con famiglie e bambini, un bacio gay. Se la polizia fosse intervenuta si sarebbero scatenate tutte le reazioni del mondo contro “l’omofobia” e contro l’impedimento di una libera espressione della “omoaffettività”. Lo vediamo o no il risultato della manipolazione delle nostre anime? La  vediamo o no la spirale del silenzio? La vediamo o no la psicopolizia e la guerra asimmetrica pienamente all’opera? Siamo ancora convinti che è solo una “impersonale necessità storica” che ci ha portato a questo punto?

Qui altre informazioni.

Se dopo tutto questo ancora hanno dubbi, è perché sono anime vacillanti, indebolite da incertezze amletiche insanabili o, per usare un riferimento culturale più accessibile al loro spirito, affette dalla Sindrome di Titti: “Oh Oh, mi è sembrato di aver visto un gatto?!” Per loro, non possiamo fare nulla.(Olavo de Carvalho)

Non posso altro come cristiano ma “Posso dare la speranza”

E’ vero che la situazione italiana non è rosea, perché si è completamente smarrito il senso di… tutto, ma in Corea incombono minacce reali o propagandistiche pericolosissime ed è bene saper che anche in quelle condizioni si può essere cristiani, cioè segno della Presenza di Cristo.
Traggo dal sito di Tracce questo articolo :

 

«Andare a Pyongyang? Per me è un pellegrinaggio»

di Luca Fiore

10/04/2013 – Padre Gerald Hammond è l’unico sacerdote cattolico ad avere accesso al Paese di Kim Jong Un. Dal 1998 visita i malati di tubercolosi due o tre volte l’anno. «La mia è la “pastorale della presenza”. Sto con loro, perché Cristo è lì con loro»

  • Padre Gerald Hammond con un bimbo coreano.Padre Gerald Hammond con un bimbo coreano.

Si chiama padre Gerald Hammond, ha 80 anni, ed è l’unico sacerdote cattolico ad avere accesso con regolarità alla Corea del Nord. Nato negli Stati Uniti è arrivato come missionario nella penisola coreana appena dopo la fine della guerra fratricida che divise il Paese tra Nord e Sud. Vive a Seul da ormai 53 anni e del suo ordine, l’Istituto dei missionari di Maryknoll, è diventato il superiore regionale. Dal 1998 riesce ad entrare in Corea del Nord al seguito di alcune organizzazioni umanitarie che visitano soprattutto i centri che curano la tubercolosi.

Padre Hammond, quando è stato l’ultima volta in Corea del Nord?
Lo scorso novembre, per una settimana. Abbiamo visitato sette centri che curano la tubercolosi nella zona Sud di Pyongyang. Con me c’era un medico, un infermiere e alcuni esperti di tbc.

Quante volte ci è stato dal 1998?
Più di cinquanta. Vado due o tre volte l’anno.

Come si svolgono queste visite?
Dal momento del nostro arrivo a Pyongyang siamo incessantemente accompagnati da personale del Governo. Ci assistono in tutto e per tutto il tempo. Sono molto gentili e disponibili. Nel Paese non possiamo introdurre telefoni cellulari né computer. Andiamo soltanto nei luoghi dove ci accompagnano. La maggior parte del tempo lo passiamo in una struttura di accoglienza gestita dal Ministero degli Esteri. Collaboriamo con i funzionari del Dipartimento della salute della Corea del Nord, perché la nostra missione è legata essenzialmente al problema della tubercolosi. È una malattia che si trasmette per via aerea e si contrae in luoghi di lavoro malsani o per malnutrizione. Il Paese, come si sa, è molto povero: spesso manca l’acqua corrente e l’energia elettrica è scarsa.

Qual è la reazione alle vostre missioni?
I medici e i pazienti sono molto grati per l’aiuto che portiamo. Sono sempre stato accolto in modo molto cordiale. Sanno che noi andiamo da loro solamente per portare aiuto umanitario. Anche se…

Anche se?
Io sono un sacerdote e ho anche altro da dare alla gente. Posso dare la speranza. E poi, a margine della nostra attività umanitaria, c’è la possibilità di avere un rapporto con i funzionari, con i medici, col personale ospedaliero. Facciamo capire che la nostra speranza è che non ci sia guerra nella penisola coreana. Io parlo di questo e parlo anche di riconciliazione tra il popolo del Nord e quello del Sud.

Le autorità sanno che è un sacerdote?
Sì, lo sanno. Vado vestito in clergyman. Non ho mai nascosto il mio essere sacerdote.

Può raccontare di qualche dialogo avuto con i pazienti?
Parlo il coreano molto bene e non ho problemi ad entrare in rapporto con la gente. Loro vedono che sono un prete e quando mi chiedono di dire una preghiera io la dico con loro. Gli incontri si svolgono nei reparti. Di solito sono presenti due o tre persone alla volta. Sono autorizzato a dire quello che voglio. Non mi è permesso, però, parlare di politica o di religione in quanto tale.

In che senso?
Se mi chiedono di questioni religiose io posso rispondere, ma non posso porle io come argomento. Ma questo non è importante. Penso che l’esempio sia molto più importante delle parole. Come sta dicendo il Santo Padre, occorre essere semplici e umili. Pensare ai poveri è esattamente la mia missione.

Perché?
Stare con la gente che soffre è stare con Cristo, perché Lui è lì con loro, davvero. Stare con loro: è questo che la Chiesa vuole che facciamo. Non dobbiamo dire qualcosa di particolare, ma dobbiamo mostrare la nostra vita. Loro sanno che l’aiuto arriva dalla Chiesa cattolica. Ma della Chiesa non sanno niente perché è da cinquant’anni che non ci sono sacerdoti nel Paese. La situazione è completamente diversa da quella cinese. Non ho mai visto un cristiano che si sia presentato come tale. Se l’avesse fatto con me, ne avrebbe pagato le conseguenze in qualche modo.

Ci sono molti cristiani in Corea del Nord?
Il Governo parla di circa 3mila cattolici su 23 milioni di abitanti. Ma non c’è in alcun modo una presenza visibile della Chiesa. All’inizio della Guerra di Corea, iniziata nel giugno del 1950, tutti i vescovi, i sacerdoti, le suore e i catechisti sono stati arrestati o uccisi. Tutto è stato bombardato: ci sono state più bombe sganciate sulla Corea del Nord che in tutta Europa durante la Seconda guerra mondiale. Entrambi i popoli del Sud e del Nord hanno sofferto moltissimo e quando sono arrivato in Corea del Sud, nel 1960, c’erano centinaia di rifugiati malati, anche loro, di tubercolosi.

Come è riuscito ad ottenere l’autorizzazione per queste visite?
Attraverso la Eugene Bell Foundation, una ong protestante americana. Loro facevano già questo servizio. Sono entrato in rapporto con loro attraverso la Catholic Relief Service, una ong cattolica. Ora vado per conto anche della Caritas internazionale.

Quali sono i suoi sentimenti quando va a Pyongyang?
Mi piace pensare che sto andando in un luogo di pellegrinaggio. Perché, se guardiamo con gli occhi della Chiesa, quello è un Paese imbevuto del sangue dei martiri e della gente che soffre. Per me è un pellegrinaggio.

E quando ritorna? Cosa pensa?
A volte mi sento molto scoraggiato, perché attorno a me non trovo molto interesse per quello che capita in Corea del Nord. Io sono entusiasta di raccontare quello che capita a Pyongyang, ma vedo che la gente ha molte altre cose per la testa. La mancanza di interesse e preoccupazione mi rattrista.

Oggi si parla della Corea del Nord per altre ragioni…
Sì, io vivo a Seul da trent’anni. Abito in una zona di campagna e vedo che la gente continua la vita di tutti i giorni. Non c’è la corsa nei negozi per fare scorte di cibo. La gente è tesa, ma calma. Quel che succede oggi è successo anche in passato. Io credo che le minacce della Corea del Nord siano motivate principalmente da ragioni di politica interna: ho l’impressione che Kim Jong Un stia cercando di ottenere il controllo della struttura di potere del Paese.

Qual è la cosa che l’ha più impressionata nelle sue visite a Pyongyang?
Vedere le facce dei pazienti appena dopo aver preso il farmaco contro la tbc. Dopo un attimo stanno già meglio. E si accorgono che qualcuno si è interessato a loro.

Le cure funzionano?
Nonostante il farmaco contro la tbc che portiamo sia molto forte, solo il 60 per cento dei malati sopravvive. Si ammalano anche molti giovani. E noi non possiamo arrivare a tutti perché non abbiamo abbastanza personale… E pensare che qualcuno preferirebbe che in Corea del Nord non ci andassi nemmeno.

Perché?
Dicono che non dovrei aiutare un Paese terrorista, che è un regime comunista e tutto il resto. Ma a me la politica non interessa. Io credo che questo sia quello che Cristo ci chiede di fare. Ci chiede di prenderci cura delle persone più trascurate. Io la chiamo “pastorale della presenza”: essere lì. C’è la dimensione religiosa, certo. Ma c’è il fatto che aiuti la gente e la gente sa chi sei tu. Tu gli dai vita, permetti loro di sopravvivere. Ma gli dai anche la speranza.

Ha parlato del nuovo Papa…
Sì, è davvero una boccata d’aria fresca! È umile e ci continua a dire di avere grande attenzione ai poveri. Poveri non solo materialmente, ma anche spiritualmente. Penso che avrà un grande effetto. Su noi sacerdoti, e sui laici.

 

Ma la Francia non era il paese della liberté, fraternité. egalité?

Da CulturaCattolica.it

Succede in Francia. E non è un «Pesce d’aprile»!

Multato per aver indossato una maglietta della ‘Manif pour tous’ la recente oceanica manifestazione popolare parigina contro la legalizzazione dei matrimoni gay.
Su Twitter abbiamo trovato questa notizia, da far rabbrividire!

Da un padre arrabbiatoLunedì ero al Giardino del Lussemburgo con mia moglie e i nostri sei figli al “pic-nic per tutti”, che viene improvvisato da alcuni giorni. Dovendo incontrare alcuni amici incontrati navigando sui social network, abbiamo convenuto, per riconoscerci, di indossare la t-shirt resa celebre dagli eventi del 13 gennaio e 24 marzo. Non è un abbigliamento militante dal momento che non c’è il titolo di “Manif per tutti”, ma solo una famiglia “normale” stilizzata. Non avevamo portato bandiere, fischietti, vuvuzela o altro materiale da manifestazione; avevamo organizzato solo una caccia al tesoro con i bambini. Gli amici che abbiamo incontrato, fino ad allora solo virtuali, erano molti certamente, ma né più né meno agitati della folla di curiosi che si godevano questa bella giornata del 1 ° aprile.

Meno di un quarto d’ora dopo il nostro arrivo, alcuni agenti si sono avvicinati al nostro gruppo, infastiditi dai nostri vestiti e ci hanno chiesto di rimuovere o coprire queste felpe per il motivo, suppongo ritenuto sovversivo, che rappresentano la silhouette di un padre e di una madre che tengono per mano due bambini. Rifiutando di obbedire, un ufficiale ha chiesto i miei documenti e mi ha portato alla stazione di polizia per verbalizzare l’accaduto.manif-pour-tous Occorreva trovare il motivo per la contravvenzione. Hanno iniziato con “indossava un abito immorale”, ma davanti alla mia reazione molto divertita e ai consigli del suo collega (di grado più elevato e quindi con una riflessione più ponderata), la motivazione è stata trasformata in “manifestazione ludica organizzata senza autorizzazione”. La natura della presunta violazione mi sembrava fuorviante per cui ho fatto verbalizzare il mio disaccordo, cosa che mi porterà ad essere convocato dal tribunale di polizia per ulteriori procedure penali.

Il valoroso ufficiale che mi ha multato probabilmente non ha mai letto i pensatori del “gender”, come Judith Butler e Nicolas Gougain, e avrebbe anche difficoltà a identificare il reale significato della sigla LGBT. Tuttavia, ha riconosciuto nella famiglia stilizzata della mia felpa un simbolo in grado di turbare il nuovo ordine pubblico che imporrà a tutti il matrimonio omosessuale.

Cari padri di famiglia, si profila una nuova resistenza. Non è la lotta senza fine in trincea per conservare pochi metri di una patria da trasmettere ai nostri bambini; non è più quella della ‘macchia’ da cui si torna solo alcune notti buie per abbracciare i nostri cari. No, la resistenza dei mesi a venire è quella dei parchi e dei luoghi pubblici, come famiglia, sottobraccio alla moglie, sbandierando con orgoglio la nostra gioia (e le nostro felpe) per il fatto di vivere un matrimonio felice. Non temiamo troppo le multe, perché saremo così tanti che, visto il magro bilancio che il nuovo regime socialista ha lasciato a disposizione della polizia e della giustizia, saranno obbligati a cedere davanti a noi.

QUI L’ORIGINALE

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