Dalla Sardegna

Da  Tracce:

SARDEGNA

Quel perché sporco di fango

di Niccolò De Carolis

22/11/2013 – Olbia è la provincia finora più colpita dal ciclone. Don Cristian ci ha sempre vissuto. Nel dolore per le vittime partono i primi aiuti, come la raccolta di detersivi e indumenti. «Che mi riempiono di gioia, perché sono segno di una Grazia»

  • Una strada allagata ad Olbia.Una strada allagata ad Olbia.

«È stato un miscuglio di sofferenza e grazia di Dio». Don Cristian, 31 anni, ha sempre vissuto nella provincia di Olbia, proprio dove il ciclone Cleopatra ha lasciato il segno più drammatico del suo passaggio. Ci racconta come ha vissuto quelle ore di emergenza, della sua corsa verso la parte alta della città, della visita alla gente rimasta senza tetto, della «gioia nel vedere la solidarietà e la voglia di aiutare del popolo sardo». Fino alle domande dei suoi parrocchiani, quei «perché» che non lo lasciano tranquillo.

Dov’era quando è iniziata l’alluvione?
La mia chiesa si trova a Porto San Paolo appena fuori Olbia, ma lunedì sera, quando ha iniziato a piovere forte, mi trovavo in città. Era da un po’ di giorni che faceva brutto tempo, ma in quella giornata le precipitazioni si sono fatte particolarmente intense e i fiumi hanno straripato riversandosi per le strade. Mi sono rifugiato in una zona rialzata dove ho aspettato fino a mezzanotte, quando le piogge si sono calmate e le principali vie di comunicazione sono state riattivate. A quel punto ho potuto raggiungere abbastanza facilmente la mia parrocchia, che per fortuna non aveva subito danni.

E il giorno dopo?
Appena mi sono svegliato sono tornato a Olbia per girare le vie più colpite e disperate. L’acqua, che era arrivata anche a superare i due metri di altezza, aveva fatto crollare alcune case, devastato irrimediabilmente numerosi appartamenti e per strada c’erano montagne di oggetti: da mobili antichi a televisori al plasma di ultima generazione. Tutto da buttare. Le persone comunque cercavano di recuperare il possibile, cose a cui erano legate da un particolare ricordo oppure comprate con grandi sacrifici. L’ultima volta che la città è stata allagata in questo modo risale a quasi quarant’anni fa, ma in quel caso non ci furono morti. Questa volta, purtroppo, nove vittime solo nella nostra provincia.

Ha colpito tutti la vicenda del papà morto con suo figlio mentre cercava di salvarlo. Come si fa a stare di fronte a un fatto così?
È quello che in questi giorni mi chiedono le persone che incontro: perché Dio fa accadere questo? Perché proprio i bambini e le famiglie che sono quelli più difesi da Gesù? Sono domande che mi faccio anch’io. Credo che la morte nell’uomo e questi cataclismi nella natura siano entrambi il grande segno di un’incompiutezza e ci ricordano che la pienezza sta solo in Dio. Alle persone con cui dialogo rispondo che sono anch’io in cammino per scoprire il senso di tutto questo. Forse non avremo una risposta completa finché Dio non ce la consegnerà quando saremo di fronte a Lui.

Cosa significa per lei “essere in cammino”?
Nella vita e nelle persone c’è un mistero che non si finisce mai di conoscere. Ogni giorno c’è la possibilità di fare un passo verso la scoperta di se stessi, di fronte a Dio.

Appena si sono ritirate le acque è partita la ricerca del colpevole. Il procuratore Riccardo Rossi invece ha detto: «Questo è il tempo della misericordia, poi arriverà quello della giustizia». Era una tragedia evitabile?
Concordo con il procuratore, la prima cosa da fare è dare calore umano a chi in questo momento sta soffrendo. Anche qui tra i miei compaesani c’è chi si lamenta perché bisognava arginare prima i fiumi o perché si dovevano ripulire meglio le vie di scolo. C’è un desiderio comprensibile di riuscire a evitare una catastrofe del genere, ma credo ci sia un innegabile elemento d’inevitabilità.

Qual è il fatto che l’ha scossa di più in questi giorni?
Mi vengono in mente due episodi. Il primo di grande sofferenza quando, prima di chiudere le bare, abbiamo salutato per l’ultima volta i due bambini morti. Ero con un altro prete francescano, insieme abbiamo voluto abbracciare le famiglie e dare una carezza alle vittime per manifestare anche solo un briciolo dell’amore che Dio ha per loro. Un amore che li ha accompagnati in vita e che li continuerà ad accompagnare adesso.

E l’altro?
Il secondo fatto è vedere il nostro popolo rialzarsi subito, spinto da un insopprimibile desiderio di aiutare gli altri. Sono nate tante organizzazioni di raccolta: per esempio di indumenti e di detersivo, perché il lavoro principale ora è ripulire le case dal fango. Alla chiesa della Sacra Famiglia vengono distribuiti pasti caldi alle centinaia di famiglie che lavorano da mattina a sera per rendere le loro abitazioni di nuovo agibili. Inaspettato è stato anche l’aiuto di tante persone ricche che non sono originarie della nostra isola ma che comunque hanno voluto mettere a disposizione le proprie strutture di vacanza. È stata davvero una sorpresa: noi sardi a volte li guardiamo come gente che vuole sfruttare la nostra terra. Tutti questi fatti mi riempiono di gioia perché sono segno di una Grazia.

Per sostenere le popolazioni colpite dall’alluvione CdO ha avviato una sottoscrizione. Sul sito www.cdo.it, gli estremi per contribuire

Comunicato Stampa de “I Giuristi per la vita”

Davanti a tale umiliazione della libertà di espressione e di pensiero garantita finora dalla Costituzione italiana riporto il Comunicato Stampa dei “Giuristi per la Vita” in merito alla vicenda “Barilla”:

COMUNICATO STAMPA 10-2013
L’Associazione Giuristi per la Vita esprime solidarietà all’industriale Guido Barilla per il linciaggio mediatico e relativa campagna di boicottaggio, causato dalle dichiarazioni rilasciate durante la trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio 24.
In quell’occasione lo stesso imprenditore, pur dichiarando addirittura la propria posizione favorevole rispetto ai matrimoni omosessuali, ha affermato: «non farei mai un spot con una famiglia omosessuale, non per mancanza di rispetto ma perché non la penso come loro, la nostra è una famiglia classica dove la donna ha un ruolo fondamentale». Tanto è bastato per vedersi affibbiare il marchio infamante di
omofobo, seguito dall’inevitabile canea dei rancorosi e intolleranti omosessualisti.
I Giuristi per la Vita, pur non condividendo la posizione di Guido Barilla circa i matrimoni tra persone dello stesso sesso, apprezzano la scelta di una promozione commerciale attraverso l’immagine della famiglia naturale, al cui interno viene valorizzato il ruolo della donna-madre, e riconoscono il coraggio dimostrato dallo stesso Barilla nel difendere la famiglia formata da un uomo e una donna. Come ha
ricordato l‘onorevole Eugenia Roccella «gli attacchi forsennati delle associazioni gay e l’invito al boicottaggio nei confronti della Barilla dimostrano quanto siano fondati i timori per la libertà di espressione espressi da alcuni durante il dibattito parlamentare sull’omofobia». «Se avere un’idea del matrimonio diversa da quella dei militanti gay – si è chiesta la stessa onorevole Roccella – scatena tutto questo, cosa accadrebbe con una legge come quella appena votata dalla Camera?».
I Giuristi per la Vita difendono il diritto di Guido Barilla ad essere “diverso” rispetto al pensiero unico dominante che si vorrebbe imporre nella società italiana, e segnalano come le intolleranti reazioni che mirano a distruggere la libertà di opinione e di impresa vengano proprio da quelle associazioni e da quegli uomini politici che intendono trasformare in reato penalmente perseguibile il mero fatto di sostenere pubblicamente i principi sulla famiglia contenuti nella nostra Costituzione laica e
repubblicana.
Quella dell’industriale Guido Barilla tacciato di omofobia – pur essendo, oltretutto non
ostile ai matrimoni gay – è l’ultimo esempio della preoccupante ondata di intolleranza
e odio che proviene dalla lobby omosessualista.
IL PRESIDENTE
Avv. Gianfranco Amato

“Una Siria momentanea, irriconoscibile, aberrante” – #10forSyria

L’orrore di quanto accade in Siria è senza fine.

Chi può voler credere nella possibilità di una ricociliazione se non i cristiani?

Il cristiano sa che  a Dio nulla è impossibile e si offre per fornire a Dio l’opportunità di intervenire.

Ecco cosa leggo a questo link:

Padre François si sarebbe dovuto allontanare … per salvarsi ma non lo ha fatto, voleva presidiare i suoi luoghi sacri, chiese di una cristianità in fuga dalla Siria dei talebani. Una Siria momentanea, irriconoscibile, aberrante. Una Siria con i mesi contati perché i siriani non sono così. L’ho spiegato già in un precedente post in questo blog, i siriani odiano al Qaeda. Lo sapeva bene padre François che voleva ricostruire il tessuto sociale multiconfessionale siriano, ce lo spiegò col suo italiano pulito, fluido, non scalfito dai tanti anni passati lontano da Roma.

Ricordo che l’emergenza Siria è stata sottolineata da Papa Francesco e che AVSI si sta muovendo per affrontarla:

Fra Pierbattista Pizzaballa

“Basta violenze in Siria” lo ha invocato il Papa all’Angelus il 12 febbraio 2012. Dal Pontefice è arrivato “un pressante appello a porre fine alla violenza e allo spargimento di sangue” in Siria. “Invito tutti e anzitutto le autorità politiche in Siria – ha scandito Benedetto XVI dopo la preghiera dell’Angelus – a privilegiare la via del dialogo, della riconciliazione e dell’impegno per la pace”. Secondo il Papa, “è urgente rispondere alle legittime aspirazioni delle diverse componenti della Nazione, come pure agli auspici della comunità internazionale, preoccupata del bene comune dell’intera società e della Regione”.

Condividendo le parole del Santo Padre, AVSI raccoglie l’appello del Custode di Terra Santa per l’emergenza in Siria:“In questi mesi di grande tensione – scrive Fra Pierbattista Pizzaballa – quando la Siria è dilaniata da scontri interni e il conflitto sembra assumere, sempre più, le caratteristiche di guerra civile, i francescani, insieme a pochi altri esponenti della chiesa latina, sono impegnati a sostenere i bisogni della popolazione cristiana locale. La Custodia è presente in diverse zone del Paese: Damasco, Aleppo, Lattakiah, Oronte. I dispensari medici dei conventi francescani, secondo la tradizione della Custodia, diventano luogo di rifugio e accoglienza per tutti, senza alcuna differenza fra etnie di Alawiti, Sunniti, Cristiani o ribelli e governativi. Stare con la gente, accogliere e assistere chi si trova nel bisogno, senza distinzione di razza, religione e nazionalità. Garantire, con fiduciosa presenza, il servizio religioso ai fedeli perché comprendano l’importanza di restare nel proprio Paese. Questo rimane il senso della missione francescana. In tempi non così dissimili da quelli in cui Francesco si rivolgeva ai frati esortandoli a mantenere saldi i valori del Vangelo. Nelle sue semplici esortazioni Francesco rifletteva la grazia ricevuta dal Signore e, nell’esperienza di vita quotidiana, testimoniava l’accoglienza della fede, come il bene più caro e prezioso da coltivare e rinvigorire.”

“…AVSI per rispondere all’emergenza lancia dal 17 giugno al 31 agosto la campagna di raccolta fondi #10forSyria che invita a donare 10 euro per continuare a sostenere le popolazioni rifugiate:
Dona 10 euro e riempi una cisterna di 2.000 litri di acqua.
Dona 10 euro e compra 2 kg di fagioli, 2 di riso, 2 di zucchero e 2 lt di olio.
Dona 10 euro e paga 1 ora di corso di ripetizione per un bambino siriano. Web:

DONA ORA:

CREDITO VALTELLINESE – Sede Milano Stelline, Corso Magenta 59
Iban: IT04D0521601614000000005000
c/c intestato AVSI FONDAZIONE
Per bonifici dall’estero: BIC (Swift code): BPCVIT2S
Causale: Emergenza Siria

Ancora dal sito di AVSI

“C’è una drammatica emergenza umanitaria in queste zone. Abbiamo la responsabilità di intervenire e fare tutto ciò che è possibile”. Così racconta Giampaolo Silvestri, Direttore Esecutivo di AVSI in visita nei campi profughi in Libano e Giordania.

Ad oggi circa 800.000 persone sono fuggite dalla guerra in Siria, in particolare sono 306.356 i siriani in Giordania e 317.229 in Libanosecondo fonti dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR). Ogni giorno arrivano circa 1000 persone nuove in entrambi i paesi.

Giampaolo Silvestri  ha raccontato il 5 e 7 marzo la vita di questi profughi attraverso scatti su Twitter:

Qui siamo al Centro di registrazione dei rifugiati di AVSI/Caritas a Mafraq, in Giordania, dove arrivano ogni giorno oltre 150 persone.

Le strutture della Caritas e della Chiesa Cattolica sono essenziali nel fornire aiuti ai profughi siriani.

Una delle stufe distribuite a 990 famiglie di profughi siriani in Giordania, utili per scaldarsi e cucinare.

Centro distribuzione AVSI/Caritas per profughi siriani a Mafraq in Giordania; stufe, coperte e altri beni essenziali.

Amar, al centro della foto, rifugiato siriano è volontario del progetto AVSI/Caritas che ha un approccio non assistenzialista.

La maggior parte dei profughi siriani sono donne e bambini, gli uomini sono rimasti a combattere.

Le suore dorotee di Zarqa, Giordania, presso una scuola frequentata da cristiani e mussulmani. 250 bambini e ragazzi possono studiare grazie al Sostegno a distanza.

Suor Rima delle dorotee è morta nell’attentato all’Università di Aleppo il 15 gennaio. Il suo corpo non è stato trovato.

Potete vedere le altre foto a questo link

Siria: “Di questo passo non rimarrà nessun cristiano in queste zone”

Una delle notizie che altrove vengono taciute:

Siria. Ribelli attaccano un convento francescano a Ghassanieh: morto un religioso
Ribelli sarebbero entrati nel convento francescano di Ghassanieh e dopo averlo razziato lo hanno distrutto.
Nel raid avrebbero anche ucciso un eremita cattolico siriano, padre François Mourad. È quanto si apprende da una comunicazione, di padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, che riferisce parole del suo ministro regionale della Siria, padre Halim Noujaim.

Due le versioni riferite – riporta l’agenzia Sir – ma entrambe confermano l’uccisione del religioso eremita, che in un caso sarebbe stato ucciso da un proiettile vagante sparato dai ribelli. La seconda versione, invece, quella più attendibile, parla di ribelli entrati nel convento per rubare tutto e dell’uccisione del padre. Il racconto è avvalorato dalla testimonianza diretta di un francescano, padre Firas, che dalla località di Kanaieh avrebbe raggiunto Ghassanieh. Qui avrebbe parlato con le suore del convento e preso il cadavere di padre François per dargli degna sepoltura. “Vorrei che tutti sapessero – sono parole del Ministro regionale dei francescani di Siria, Halim Noujaim – che l‘Occidente nell‘appoggiare i rivoluzionari appoggia gli estremisti religiosi, e aiuta ad uccidere i cristiani. Di questo passo non rimarrà nessun cristiano in queste zone”. (R.P.)

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/06/24/siria._ribelli_attaccano_un_convento_francescano_a_ghassanieh:_mort/it1-704253
del sito Radio Vaticana

 

«No all’escalation militare in Siria»

Leggo in Tracce: 

Monsignor Tomasi: «No all’escalation militare in Siria»

30/05/2013 – L’Unione Europea ha cancellato il bando sull’export di mezzi militari all’opposizione siriana. A Ginevra l’osservatore della Santa Sede all’Onu chiede l’interruzione dell’invio delle armi e l’apertura dei negoziati di pace

  • Profughi siriani in fuga.Profughi siriani in fuga.

Ginevra (AsiaNews) – Contro «l’inutile e distruttiva tragedia» che sta sbriciolando la Siria e il Medio oriente, la via da seguire non è «l’intensificazione militare del conflitto armato, ma il dialogo e la riconciliazione». È l’appello di mons. Silvano Tomasi, osservatore della Santa Sede all’Onu di Ginevra, lanciato ieri durante l’incontro della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, sul tema “Il deterioramento della situazione dei diritti umani nella Repubblica araba siriana e le recenti uccisioni di Al Qusayr”.

Le parole di mons. Tomasi vanno in totale controtendenza con le richieste dell’opposizione siriana, che chiede all’occidente aiuti militari contro il regime di Assad. L’urgenza di tali richieste è motivata dal rischio che la città di Al Qusayr, assediata da tempo, torni nelle mani dell’esercito regolare.

Proprio nei giorni scorsi l’Unione europea ha cancellato il bando sull’export di mezzi militari all’opposizione siriana. Secondo alcuni osservatori, tale bando non è mai stato attuato: nei quasi due anni di guerra civile in Siria, diversi Paesi europei hanno venduto armi ad Arabia saudita, Qatar e Abu Dhabi, alleati del Free Syrian Army, maggior forza di opposizione al governo siriano.

Per giustificare la fine ufficiale del bando agli aiuti militari, le diplomazie europee – soprattutto Francia e Gran Bretagna -a denunciare la presenza di migliaia di Hezbollah libanesi in Siria, a sostegno di Assad. Nessuna parola sulle altrettante migliaia di combattenti jihadisti che da tutto il Medio oriente (e anche dall’Europa) vanno a combattere contro l’esercito siriano

LEGGI L’ARTICOLO SU ASIANEWS.IT

Il rosario in una mano, di fronte alla violenza assurda e fredda di chi governa

Da Tracce un contributo di Silvio Guerra

«Caro Hollande, la nostra umanità non si fabbrica»

27/05/2013 – Sono scesi in piazza per la quarta volta. Monaci, mamme con carrozzine e giovani “veilleurs”. Manifestazioni pacifiche. Eppure, in tanti casi represse dalla polizia. Ma cosa infiamma davvero la Francia contro la legge sulle nozze gay?

  • Parigi, manifestazione del 26 maggio.Parigi, manifestazione del 26 maggio.

Ancora in piazza, per la quarta volta. Ancora centinaia di migliaia di persone, nel solito tira molla dei numeri. Un milione per gli organizzatori, molti meno per la polizia. Parigi con domenica 26 maggio non smette di essere il palcoscenico della protesta contro la legge che autorizza il matrimonio e l’adozione per le coppie omosessuali. Di fronte a passeggini, mamme, religiosi e giovani “armati” di cartelli e slogan, ancora una volta, un imponente schieramento di forze dell’ordine. La prima volta era stata il 24 marzo. E lì erano partiti i primi arresti: era stata una manifestazione pacifica, ma alcuni avevano avuto la colpa di sbagliare il percorso. Il 15 aprile ancora arresti, 67, per disturbo della quiete pubblica. Il Governo, il 22 aprile, giorno di approvazione della legge, schiera davanti all’Eliseo 1.200 poliziotti a fronteggiare un “pericoloso” esercito di famiglie armate di bimbi e passeggini.

Quella stessa sera nascono i veilleurs, i veglianti. Gruppi spontanei di giovani che si ritrovano in vari punti di Parigi e in altre città della Francia, per protestare pacificamente leggendo testi di vari autori. E anche qui, minacce continue di arresto, per manifestazione non autorizzate e occupazioni del suolo pubblico. Ma i giovani non si fermano. E tutte le sere si ritrovano nelle piazze. Un clima che si fa incandescente alla vigilia del 26 maggio, dove chi detiene le “redini” del potere sembra letteralmente impazzire. Le minacce ai veilleurs, l’invito alle mamme a non portare i bimbi in piazza domenica da parte del Ministro dell’Interno, Manuel Valls, e l’arresto di 50 ragazzi fermati con la maglietta della manifestazione.

Questa lunga litania non toglie nessuna certezza; mostra la cecità del potere che non toglie più solo gli zeri alle cifre dei partecipanti delle manifestazioni. Non elimina più solo simbolicamente chi protesta, ma passa a una fase ulteriore: ti spazza via fisicamente. Il clima di violenza che le forze dell’ordine denunciano è paradossalmente voluto e quindi creato per spaccare l’onda d’urto popolare contro una legge inutile e quindi ingiusta.

Il paese delle libertà e dei diritti dell’uomo sta diventando un nuovo gulag del ventunesimo secolo. I paletti “sono conficcati nel terreno”. A quando il filo spinato? Come scriveva Saint Exupéry: «Ci hanno tagliato le gambe e le braccia e ci hanno lasciati liberi di correre».

Eppure domenica siamo in piazza. Forse un milione. Abbiamo risposto alla provocazione della manifestazione con lo stesso desiderio della moltitudine di persone e di vite che ci sfilano davanti: famiglie, giovani, nonni, persone anziane che tengono ad esserci e a dire, fino all’ultimo fiato, che non vogliono questa legge.

Tantissimi religiosi. Suore, preti… Perfino diciassette monaci benedettini partiti dall’estrema punta della Bretagna. Il padre abate ha autorizzato metà della comunità «a portare solidarietà alle famiglie». Una minuta suora protestante, dietro gli occhiali scuri, brandisce due bandiere e uno stendardo: «Siamo nati tutti da un uomo e una donna». Perché è qui, madre? «Perchè il matrimonio è un valore proprio dell’umano». Basta questo per sentire il cuore colmo e spazzare via l’amarezza dei giorni precedenti.
Passa una persona molto anziana, in carrozzina, spinta dal nipote. Non scandiscono slogan: recitano il rosario. Che richiamo potente è il loro gesto impercettibile. Il rosario in una mano, di fronte alla violenza assurda e fredda di chi governa. Ma capisci ancora di più che la preghiera non è un rifugio, ma è proprio un indicare una Presenza che salva. Non siamo soli. C’è Qualcuno a cui rivolgersi. Per questo, con un gruppo di amici, decidiamo di cominciare questa marcia recitando l’Angelus. Coscienti che ciò che poteva cambiarci non era tanto quanto potevamo fare o quanti eravamo a manifestare, ma che tutto è occasione di memoria e mendicanza. Così ti puoi stupire di fronte alla “vita” e alla “creatività” di questa gente. Niente insulti contro gli omosessuali né scritte omofobe, come racconteranno i media. Una signora, nonna, vestita di tutto punto, impugna un cartello: «Non voglio il gender». Di cosa è fatta questa umanità che sfila e sfida tutti i pronostici. È solo testardaggine?

Gli assalti mediatici, infatti, non danno tregua sull’ “assurdità” di queste manifestazioni. «Perchè continuate?»; «Cosa vi importa di opporvi ai diritti degli altri?». Provare a rispondere apre un abisso. C’è scritto, su un cartello, «Un figlio è un dono, non un diritto». La legge afferma il contrario. E questo genera uno scandalo nelle coscienze di tanti. Il cardinale Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, ha dichiarato nelle scorse settimane: «Non è che perché la legge è stata approvata dal Parlamento allora la legge è giusta». 
Due signore con il chador sventolano un cartello: «Hollande, dov’è il progresso della legge?». Poco più lontano, sfila un folto gruppo di musulmani in gaballà, con tanto di mogli velate: «Perché siamo qua? Per le vostre stesse ragioni». Nagib ci dice: «Ho votato Hollande, ma mi sento tradito. Sono partito da Rennes con un gruppo di persone, a piedi. Ho camminato per venti giorni, 450 chilometri, per essere qui oggi. Abbiamo incontrato tanta gente lungo il cammino, a cui abbiamo spiegato le ragioni del nostro gesto e perché siamo contrari a questa legge che distrugge le nostre coscienze».

Dove si può incontrare tutti i giorni un’umanità cosi, gente che si mette in gioco in questo modo?
Alla fine della manifestazione siamo accolti sul piazzale degli Invalides dalle parole di Axel, il giovane iniziatore dei veilleurs: «La nostra umanità non è un prodotto che si fabbrica; non vogliamo esserne privati. Siamo qui perché vogliamo gridare con il nostro cuore e con la nostra intelligenza il risveglio delle nostre coscienze, del popolo di Francia. Partiamo da un “no”, ma sappiamo bene che una città non si costruisce solo con i “no”. Noi vogliamo seminare nelle piazze pubbliche una cultura che costruisca il nostro cuore e il nostro spirito».

Siamo qui per questo. Se tutto quello che viviamo fosse una costruzione politica, siamo certi che queste persone non sarebbero qui, non le avremmo né viste né incontrate. La legge non cambierà. Rimarrà, quasi certamente. Ma noi abbiamo la certezza di non aver perso il nostro tempo. Ripartiamo con il desiderio di vivere domani, nel nostro lavoro e nelle circostanze che il Mistero ci darà questi sprazzi di umanità nuova.

 

Il Papa incontra i Movimenti

Sabato e Domenica prossime oltre 120 mila persone sono attese in piazza San Pietro per la Giornata dei movimenti, delle nuove comunità, delle associazioni e aggregazioni laicali. “Io credo, aumenta in noi la fede” è il titolo dell’iniziativa che nasce nell’ambito dell’Anno della Fede e su proposta del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. Momenti culminanti la Veglia di Pentecoste, il Sabato, e il giorno successivo la Messa, presiedute da Papa Francesco.

A partecipare all’evento anche Comunione e Liberazione. Con quali sentimenti i membri del movimento si stanno preparando all’incontro? Debora Donnini lo ha chiesto a don Julian Carron, presidente della “Fraternità di Comunione e Liberazione”: 
R. – Ci stiamo preparando attraverso il desiderio di andare dal Papa per essere sostenuti nella fede in questo anno in cui il tema è proprio la fede.
D. – Nel ’98, c’era stato un momento molto importante, sempre nella Pentecoste, di incontro dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali con Giovanni Paolo II. Ci può essere in qualche modo un legame, un filo conduttore fra questi due momenti?
R. – A me sembra di sì. Nella diversità della loro natura, in fondo, si tratta di un incontro dei movimenti e delle realtà ecclesiali con il Papa. Quest’anno ha la peculiarità di essere nell’Anno della Fede, che è come aggiungere una consapevolezza più acuta di cosa voglia dire per la fede cattolica il legame con Pietro.
D. – Nella Pentecoste il grande “protagonista” è lo Spirito Santo. C’è, quindi, un legame molto forte tra lo Spirito Santo, i movimenti e le nuove realtà ecclesiali?
R. – Assolutamente sì, perché i movimenti e le realtà ecclesiali sono frutto della potenza dello Spirito. Il carisma è un dono dello Spirito Santo, dato alla Chiesa per il suo rinnovamento costante. Andiamo anche a chiedere allo Spirito Santo che le nostre vite possano essere rigenerate dalla nostra costante caduta umana, normale. Per questo, come in una sorta di pellegrinaggio, andiamo a chiedere questa grazia allo Spirito Santo, insieme a tutte le altre realtà ecclesiali, con il Papa.
D. – Oggi il Papa nella Messa a Santa Marta ha detto che è importante che ci siano cristiani con zelo apostolico, non “cristiani da salotto”, senza il coraggio di dare fastidio alle cose troppe tranquille. Questo per Comunione e Liberazione cosa significa, anche in vista di questo incontro, della Pentecoste, dello Spirito Santo?
R. – Questo significa prima di tutto lasciarci rinnovare dalla potenza dello Spirito, perché noi possiamo portare questa diversità, possiamo veramente disturbare o perturbare l’ambiente in cui siamo, nella misura in cui ci siamo lasciati perturbare dalla potenza di Dio. Per poter rispondere a questo appello di Papa Francesco, dobbiamo noi essere diversi, perché questa creatura nuova, che Cristo è venuto a generare, possa mettere nella realtà questa diversità.

A proposito di eutanasia

Terribile il video delle ultime ore di Piera davanti alle quali mi sono detta che quello che caratterizza tale scelta è l’inferno della solitudine. Solitudine covata per anni, solitudine non presa in considerazione da amici e conoscenti.

Ma come si riesce a capire che l’uomo non è fatto per la solitudine?

Forse bisognerebbe imparare dai bambini.

Sì perché il bambino non riesce a vivere se non nella relazione con la figura materna e in tale relazione sta la sua sicurezza e la sua serenità.

Ma cosa è successo che ci ha fatto allontanare da quella semplicità che ci rendeva certi?

Ho sempre pensato alla vita come un progressivo allontanarsi dalla nascita alla ricerca di un’autonomia che si ritiene sia segno di età adulta. Ma l’autonomia vera non è solitudine. Occorre essere autonomi ma aperti alla relazione con gli altri. Ma una relazione vera almeno con una persona che ci accolga interamente per quello che siamo è davvero indispensabile.

Non è vero che non esiste almeno una persona capace di accoglierci: il problema è che ci stanchiamo troppo presto di cercarla; abbiamo fretta e così finiamo per annegare nella solitudine.

Io sono stata vicina , nonostante avessi problemi seri di salute, ad una persona in fase terminale. E proprio perché le ero vicina mi parlava del suo desiderio di farla finita al più presto.

Davanti a una richiesta tale ero sconcertata… ma dopo un po’ le dissi: “Dai, su, preghiamo”.  E lei:”Prega tu che io muoia presto”. Allora non so come replicai (chissà come mi è venuto in mente!): “Preghiamo la Madonna che venga lei al più presto a prenderti per portarti in Paradiso”.

Da quel momento smise di parlare. Solo con un filo di voce, ogni tanto durante la giornata, diceva, anzi urlava: “Maria! Maria!”

Non riuscivamo a capire chi fosse questa Maria anche perché delle figlie nessuna si chiamava Maria. Così le chiedemmo chi fosse questa Maria e lei, con un filo di voce quasi stizzito perché non avevamo capito: “Ma è la Madonna!”

E’ incredibile ! Incredibile che una semplice frase abbia potuto sostenere quegli ultimi quindici giorni di sofferenza silenziosa.

Prima di chiudere la bara, ricordo che le abbiamo messo tra le mani una rosa bellissima perché la consegnasse a Maria.

«Grati e ammirati per la sua libertà»

IL TELEGRAMMA A NAPOLITANO

22/04/2013 – Il testo del messaggio di don Julián Carrón inviato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della sua rielezione al Quirinale

Illustrissimo Signor Presidente, 24.000 aderenti alla Fraternità di Comunione e Liberazione, radunati a Rimini per gli annuali Esercizi spirituali, hanno appreso la notizia della Sua rielezione.
«Mi muove in questo momento il sentimento di non potermi sottrarre a un’assunzione di responsabilità verso la nazione, confidando che vi corrisponda una analoga collettiva assunzione di responsabilità». Il suo gesto di libertà aumenta l’ammirazione per la Sua persona.
In questo drammatico momento Lei ci appare come una risorsa per l’Italia, di fronte all’urgenza di riprendere la strada di una vera pacificazione che ottenga quel bene così necessario per la vita personale e sociale.
Pur consapevoli dei nostri limiti, come credenti educati da don Giussani alla passione per il destino dei fratelli uomini, desideriamo offrire la nostra testimonianza, insieme a ogni uomo di buona volontà, come contributo per sbloccare la situazione, affermando il valore dell’altro nella ricerca del bene comune al di sopra di qualsiasi interesse particolare.
Comprendendo il peso enorme della nuova responsabilità, Le auguriamo di ottenere ciò per cui ha accettato questo grande sacrificio.
Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione

 

Non vorrei aggiungere nulla a questo testo così importante della mia Fraternità. Dico solo che mentre i miei amici erano là a Rimini, io, costretta a casa, ho seguito il desolante spettacolo offerto dalla maggior parte dei rappresentanti del popolo italiano e ho anche pregato il buon Dio, ho davvero mendicato un rimedio a questo obnubilamento collettivo delle coscienze che rende impossibile pensare al vero bene comune.

Sorprendentemente un uomo come Napolitano – che ha scandalizzato molti cattolici per certi suoi errori – ha saputo dimostrare un senso del bene comune ignoto a moltissimi in Italia e, al di là di come si svolgeranno gli eventi, sento di volergli esprimere la mia gratitudine per il coraggio con cui affronta questo incredibile onere.

 

Milano, 22 aprile 2013.

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