Solo i popoli perseguitati e oppressi sono così buoni conduttori di dolore…

Il male puro è cieco e sordo…

Questa l’impressione sgradevole e desolante davanti alla lettura delle prime pagine de “I quaranta giorni del Mussa Dagh” di Franz Werfel 

Sembra qualcosa di incredibile… e il cuore e la ragione si ribellano… e faccio fatica a proseguire nella lettura. Ma la sorte degli Armeni massacrati ed eliminati dai Turchi all’inizio della prima guerra mondiale – mirabilmente narrata da un ebreo che ben conosce la persecuzione contro una razza – ha del demoniaco: si assiste al tremendo avanzare, silenzioso e traditore, del male.. è come la tela di un ragno velenosissimo che divora all’improvviso dopo il lento e paziente lavoro di tanto tempo. 

Il problema all’inizio  per i Giovani Turchi era quello di trovare un pretesto per accusare e deportare i fieri e pacifici Armeni, poi i pretesti non servono più: diventa una colpa semplicemente essere armeni e le deportazioni sono di un dolore indescrivibile. 

Ma tornando all’episodio che mi ha sconvolto – si tratta dell’incontro tra il dottor Giovanni Lepsius, tedesco, che si rivolge a Enver Pascià, capo supremo dei Turchi, per perorare la causa degli Armeni (pap. 139 e ss) – devo dire che ho fatto una scoperta: il puro male, quasi ingenuo e incosciente nella sua semplicità ha sempre lo stesso volto inquietante e pauroso. Come il volto di Weston in Perelandra di C. S. Lewis, come  il volto di Don Rodrigo, che ha la sfrontatezza di chiedere a P. Cristoforo di mettere sotto la sua protezione Lucia ne “I promessi sposi”. 

C’è un altro passaggio doloroso del romanzo che riporto perché mi ha colpito: laddove uno dei personaggi, un Pastore protestante coraggioso e tenace, schiacciato dall’ingiusta oppressione del potere, si lascia sfuggire un brevissimo gemito. Gli astanti, davanti a quel lamento appena accennato si lasciano coinvolgere, anche se sono davanti ad un estraneo, proprio come soltanto un popolo – un vero popolo che ha un comune sentire -, riesce a fare: 

“Il Pastore Aràm richiamò con uno sforzo il suo sguardo smarrito, balzò in piedi con forzata disinvoltura e tentò un sorriso tranquillante, come s enon fosse avvenuto nulla di speciale. Anche le donne si alzarono, ma entrambe con molto sforzo, poiché, se una aveva il braccio inservibile, l’altra era incinta. Solo la piccola nella casacca a righe rimase seduta, fissindo sospettosa i suoi compagni di sofferenze. Le esclamazioni violente, le domande e i  gemiti del primo saluto  non si poterono comprendere. Ma quando il pastore Aràm abbracciò il padre, la sua padronanza di sé per un momento cedette. La sua testa cadde sulla spalla del vecchio e si udì un breve singhiozzo, un rantolo roco e doloroso. Non durò un secondo. Le donne rimasero mute. Ma nella folla circostante si propopagò coem una scossa elettrica. Gemiti, singhiozzi e colpetti di tosse corsero tra le file. Solo i popoli perseguitati ed oppressi sono così buoni conduttori di dolore. Ciò che accade a uno acade a tutti. E lì davanti alla Chiesa di Yoghonolùk trecento paesani erano commossi da una sofferenza, di cui non conoscevano ancora la storia (“I quaranta giorni del Mussa Dagh” di Franz Werfel, pag. 95-96)

Questo scrivevo nel vecchio blog durante la lettura del capolavoro di Franz Werfel che descrive il martirio degli Armeni.
Poi proseguivo con un altro post:

…finché tutto diventa chiaro e semplice e definitivo

Non amo il libri voluminosi, perciò davanti al bel tomo de “I quaranta giorni del Mussa Dagh” di Franz Werfel sono rimasta perplessa. L’insistenza di mio marito poi mi ha fatto cedere. E l’ho letto.

E’ stata una rivelazione. Sarà perchè l’unico libro grosso che ho letto, riletto e gustato è stato solo “I promessi Sposi”- e reggerne il confronto non è per niente facile – , sarà perchè è un libro terribilemente attuale, ma mi ha davvero conquistata.

Ho già detto di alcuni passaggi terribili in cui la perfidia del male sordo e cieco lasciava senza fiato, ricordandomi quella drammatica riflessione del Manzoni: “Le parole dell’iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile”. Ma non pensavo che, con lo scorrere delle pagine, avrei assistito ad un affresco così realistico e doloroso  di un episodio della storia degli Armeni durato soltanto quaranta intensissimi giorni, durante i quali tutta la miseria e la grandezza del cuore umano non ha avuto veli per lo scrittore che ha riferito tutto, senza  mai concedersi dei giudizi morali. Si impara così semplicemente a conoscere i vari personaggi che rappresentano dei tipi umani ben delineati e coerenti; e la concezione della vita dell’autore è semplicemente affidata alle riflessioni e alle reazioni  dei protagonisti.

Quel che mi ha particolarmente colpito sono certi terribili episodi che caratterizzano l’ultima decina dei quaranta giorni, davanti ai quali lo sgomento è la reazione inevitabile, lo sgomento che rasenta la disperazione. Ma poi scopri che anche tutto quel male è stato incredibilmente strumento di bene. 

E allora mi veniva in mente che se non ci fosse stato Giuda, se non ci fossero stati gli scribi e i farisei, Gesù non avrebbe potuto dimostrarci l’amore di Dio per l’uomo e non avrebbe potuto salvarlo.

Ecco: Dio è così sorprendente che, non volendo il male, lo usa però a servizio del bene perché, pur rispettando la libertà dell’uomo fatto a sua immagine, si riserva la straordinaria possibilità di trasformare il male in bene. 

E il protagonista della storia narrata da Werfel ha una sorta di percezione che tutta la vicenda andrà a buon fine e, in vista di questo, guidato da qualche sprazzo di intuizione che lo fa sentire predestinato ad un compito importante,  riesce a realizzare, per quaranta giorni, l’incredibile sopravvivenza di qualche migliaio di persone che vogliono sfuggire alla orribile sorte di tutti gli armeni in quel lontano 1915, la deportazione. 

Ma durante lo scorrere delle pagine il lettore non ha altro elemento per sperare in una conclusione positiva umanamente impossibile, se non questi brevi e rari sprazzi di speranza che il protagonista comunica. E la conclusione della vicenda è davvero imprevista e imprevedibile; e, certamente, non lascia tranquillo il lettore  se non alle ultime  righe.

Un po’ come la vita di ognuno: quante paure, quante speranze, quanti desideri… Poi, pian piano, col passare degli anni, qualcosa si svela finché tutto diventa chiaro e semplice e definitivo.

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