Perché a me e non a un altro?

Perché a me e non a un altro?

Questa la domanda di una persona in quella stanza di ospedale di forte sofferenza fisica. Al che una graziosa vecchietta di 86 anni tormentata da altrettanti dolori, ma in grado di parlare, obiettava: Perché agli altri e non a me?

Io faccio ancora fatica a parlare ma non avrei avuto alcun dubbio.

Che fortuna quando il buon Dio ti prepara con pazienza e tenerezza a quel che ti vuol chiedere!

Qualche giorno prima mi era balenata in mente la vicenda di Giovanna d’Arco che, disarmata, aveva salvato il suo popolo: un vago presentimento che la cosa mi riguardasse: anch’io volevo salvare il mio popolo, il Movimento, gli amici, i parenti i conoscenti, la Chiesa tutta. Gesù voleva che completassi nella mia carne quel che manca alle sue sofferenze. Nella mia carne viva. Ma sono lieta e grata perché i dolori vari, spesso atroci, mi hanno fatto riflettere sulla passione di Gesù.

Lettera alla nipotina (una delle tante in attesa che nasca)

Carissima,

ieri durante un esame medico che si chiama TAC, ero là vicino ad una macchina grande che mi fotografava perché sto maluccio e mi devo curare, ho pensato alla storia di Santa Giovanna d’Arco.

Era una ragazzina di meno di vent’anni, ma incaricata dal buon Dio, ha guidato gli eserciti francesi a liberarsi dagli inglesi. Perciò la Francia è libera e lei, così giovane, è la protettrice di tutta la Francia.

Pensa non ha mai usato le armi, ma solo guidato l’esercito perché il re di Francia potesse essere di nuovo incoronato nella bellissima cattedrale di Reims. Era piccola, ma coraggiosa solo perché obbediva a Gesù.

Gesù rende coraggiosi e ci dice sempre: “Non temere: io sono con te e non ti lascio mai!”

Anche a me lo dice attraverso lo sguardo della bella icona che un giorno ti regalerò.

Ti abbraccio

Nonna

L’aspetto affascinante non è il lamento ma la letizia

Nel testo degli Esercizi di Rimini, “Nella corsa per afferrarlo” a paga 71 ci viene comunicato un segno infallibile della Presenza di Dio nel cuore dell’uomo da Lui cambiato:

“…in che cosa si vede questo cambiamento? Nei nostri discorsi? No. Nelle nostre iniziative?? Le iniziative le fanno in tanti. Qual è allora il segno inconfondibile che aiuta tutti a vedere se siamo missionari? La quantità di agitazione che abbiamo? No. Il segno è la letizia! “perciò la grande regola della missione è che noi comunichiamo solo attraverso la letizia del nostro cuore, il cambiamento che è avvenuto in noi – che grazia avere uno che ci dice queste cose, perché non possiamo barare; perciò se quello che portiamo è il lamento, fate tutte le iniziative che volete, ma se quel che portiamo è il lamento, fate tutte le iniziative che volete, ma non c’è missione: a chi interesserà uno che si lamenta costantemente? -.

Dove la parola letizia indica il volto, insomma l’aspetto affascinante e persuasivo della conversione che la potenza di Dio ha operato in noi. (…). Il fascino della conversione è il volto lieto che essa produce; non sono i discorsi, ma il volto lieto che essa produce.

E’ il suo Battesimo

E’ il suo Battesimo.

Bellissima questa preghiera, perciò me la conservo!

Lettera di una nonna alla futura nipotina

Carissima ,

La tua nonna è tornata avantieri dall’ospedale. Sai, all’ospedale qualche volta bisogna andarci per curarsi meglio e poter stare bene ed oggi sento proprio il bisogno di scriverti. Avevo con me una piccola icona che mi ha regalato lo zio P.  quando è tornato da un viaggio a Vilnius in Lituania. L’ho messa sul comodino dell’ospedale e mi guardava e mi benediceva ed io ero contenta. Poi l’ho messa in modo che benedicesse tutte le persone che erano in quella stanza.

Tornata a casa, ho potuto prendere la foto della mia icona (perché sono ancora a letto in via di guarigione e l’icona originale è nell’angolo della bellezza che è in soggiorno) ed è bella grande e mi guarda con tanta dolcezza e mi custodisce.

È un grande dono avere Gesù che mi custodisce così.

Ti do un bacione!

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Quello che unisce parte dal cuore di ciascuno

 

Non se ne parla più. Ormai lo storico incontro di preghiera per la pace in Medio Oriente e nel mondo intero è come se fosse stata archiviata dall’incalzare di tutte le altre notizie o pseudo- notizie che ogni giorno ci inondano privandoci del gusto di soffermarci sui fatti veramente significativi per giudicarli e magari trarne insegnamento.

Oggi ripesco tale notizia perché mi ha lasciato perplessa l’interpretazione fornita da una trasmissione radiofonica ascoltata quasi sbadatamente uno di questi giorni.

Ricordo che si aveva qualche perplessità sulla proposta di Papa Francesco di partire da ciò che ci unisce per ricostruire la Pace. Il commentatore affermava che l’unica cosa che unisce Israele e Palestina è la volontà di distruzione dell’altro per potersi affermare come nazione (spero di aver capito bene).

La cosa non mi è piaciuta perché sarà pur vero che le due nazioni (chiamiamole così) si detestano, ma quel che unisce non sono i sentimenti reciproci negativi, solo perché sono simili se non uguali.

Quello che unisce è qualcosa che va al fondo della questione fino al cuore di ogni persona ragionevole.

Qual è l’unica cosa che ci unisce davvero, al di là della religione, della politica o di ogni altra cosa?

Quel che abbiamo in comune, tutti indistintamente, è il desiderio di Pace (e mai come in questi ultimi tempi la cosa è evidente e per niente ideologica).

Chi non vuole la pace? Soprattutto se le conseguenze della mancanza di pace sono così evidenti e drammatiche che quasi ci siamo abituati all’ineluttabilità della mancanza di pace?

E quale altra possibilità che non fosse politica, economica o sociale poteva regalare un minimo di speranza a questa nostra umanità accasciata dall’impotenza rispetto ai suoi desideri di bellezza, armonia, pace, gioia?

Da che mondo è mondo tutti gli uomini hanno individuato una religione che desse un senso alla vita, e quindi anche una divinità cui rivolgersi, un divinità cui è possibile quanto è impossibile all’uomo.

Ed ecco la genialità del nostro Papa che ha fatto leva su questo senso religioso comune a tutti gli uomini e, senza chiedere di rinunciare alla propria identità o alla propria religione, ha proposto a due uomini di stato quello che umanamente è impossibile ed è aspirazione di ogni uomo.

Ecco: a me sembra che l’unica cosa che accomuna tutti gli uomini e quindi può essere un punto di partenza per un cammino comune è il desiderio di pace. E non solo tra popoli e etnie, ma anche tra una famiglia e un‘altra, tra una persona e un’altra. Ma quante volte crediamo di poter sostituire la pace con il quieto vivere o sorvolano sulla nostra impotenza a crearla intorno a noi ed evitando di chiederla come dono a Dio, qualunque sia la religione che pratichiamo?

L’icona cristiana, mistero di una Presenza

Ieri in paese abbiamo benedetto le icone disegnate nel corso propedeutico di sei lezioni, grazie alla sapiente guida del maestro Michele Ziccheddu.Riporto qui le primissime impressioni dopo la liturgia che ci ha regalato un sacramentale che d’ora in poi custodirà anche la mia famiglia:

Non lo sapevo. Tutto ciò che il buon Dio benedice gli appartiene, è suo. Questo diceva oggi il sacerdote durante la benedizione delle icone che abbiamo scritto appena in sei lezioni tra marzo e aprile.

È stata una benedizione solenne secondo il rito antico e ci siamo sentiti investiti della grande responsabilità di avere il volto di Dio che, dall’angolo della bellezza che d’ora in poi sarà nelle nostre case, volgerà il suo sguardo benevolo, misericordioso, potente, geloso su ciascuno di noi.

Teresa, scherzosamente orgogliosa, si diceva preoccupata perché d’ora in poi dovrà essere più brava.

In realtà l’icona cristiana, scritta secondo le regole dell’antica arte iconografica fondata unicamente sulla Scrittura, è una cosa seria.

Chi si presta a dipingerla in realtà sa di essere solo uno strumento della Bellezza di Dio che in ogni modo vuole farsi vicino alle sue creature predilette, gli uomini. Ecco perché non si può scrivere un’icona se non nella preghiera e non si spiegherebbe la bellezza e il fascino delle icone benedette stasera – degli allievi di due corsi propedeutici tenuti dal maestro iconografo Michele Ziccheddu – se non grazie all’intervento dello Spirito Santo da noi più volte invocato durante la scrittura.

Personalmente ricordo il dramma dell’incapacità di rendere visibile l’ineffabile, ma mi sono fidata dell’ottimo maestro che ci ha aiutati; e nessuno di noi riesce a capacitarsi del fatto che in qualche modo è protagonista della scrittura della luce di Dio su quella tavola gessata, simbolo della croce.

Non esiste altra spiegazione plausibile rispetto al mistero di quel Volto se non nell’intervento dell’Onnipotente

 

Cristo non c’entra: c’entra a un livello al di là del tempo e dello spazio; è un’ispirazione morale ….“trascendentale”

Nell’analisi della nostra storia recentemente pubblicata nella vita di don Giussani di Savorana compaiono alcuni elementi illuminanti sull’esperienza Cristiana.

In occasione degli Esercizi di Rimini di quest’anno dal titolo “Nella corsa per afferrarlo” a pag.28 e seguenti si dice cosa successe negli anni 80 e si riportano ampi brani della biografia. Trascrivo alcuni passaggi.

“… vivere la novità portata da Cristo dell’appartenenza alla Chiesa (…) non sembrava abbastanza. Costruire la comunità cristiana sembrava insufficiente per la portata della sfida, occorreva “fare qualcosa”. E l’immagine di questo “fare” era dettato dalla impostazione degli altri: si trattava di una mossa uguale e contraria a quella degli altri (…)

Quale fu (… ) la modalità di risposta allo smarrimento? (…) abbiamo fatto un’infinità di iniziative (…) presi dal fremito di fare , di riuscire a realizzare risposte e operazioni in cui noi potessimo dimostrare agli altri che, agendo secondo i principi cristiani , si faceva meglio di loro. Solo così avremmo potuto avere una patria anche noi”

Si cercò cioè ci superare lo smarrimento con una volontà di intervento, di operatività, di attività, con un “buttarsi a capofitto seguendo il mondo”, in uno sforzo e in una pretesa di cambiamento delle cose con le proprie forze, esattamente come gli altri. (…) Senza che ce ne rendessimo conto, avvenne, dice Giussani, “il passaggio da una matrice a un’altra matrice, … minimizzando e rendendo il più possibile astratto il discorso e il tipo di esperienza cui si partecipava ” (…) Venne operata una riduzione o una vanificazione dello spessore storico del fatto cristiano,… minimizzandone la portata storica… rendendolo il più possibile vano come incidenza storica”.

(…) Tutto ciò che si stava vivendo allora dell’appartenenza al Movimento (l’educazione ricevuta, la caritativa, la presenza quotidiana nelle scuole e nelle università, la risposta ai diversi bisogni) era come svuotato, non era stimato sufficiente: occorreva fare altro per mostrare che anche noi eravamo interessati alle sorti del mondo, che avevamo un progetto e una prassi migliore.

Tale posizione portava a una serie di conseguenze indicate da don Giussani, a pag. 29. Ne indico la prima che mi pare impressiona teme te coincidente con l’attuale posizione di molti:

“Una concezione e efficientistica dell’impegno cristiano, con accentuazioni di moralismo”. Altro che accentuazioni: con riduzione totale a moralismo! Per che cosa si doveva rimanere ancora cristiani? Perché il cristianesimo ti spinge all’azione, ti spinge all’impegno e basta!… il cristiano ha ancora diritto di rimanere nel mondo solo nella misura in cui si butta nell’azione mondana: è il cristianesimo etico. Davanti al bisogno del mondo, vi è l’analisi di esso, la teoria per rispondervi e la risposta secondo questa teoria…. Cristo non c’entra: c’entra a un livello al di là del tempo e dello spazio; è un’ispirazione morale ….“trascendentale”

 

Per il cristiano si può sempre ricominciare….

Per  il cristiano l’ultima parola non mai la disperazione, la morte, la distruzione, perché Cristo è risorto e sarà sempre con noi fino alla fine del mondo. Questo pensavo in un’accezissima discussione tra amici europeisti e antieuropeisti. Se Cristo non è risorto non vale la pena di essere cristiani …. direi di più non vale la pena di vivere. Ma se è risorto,  occorre , come Lui, cercare di ricostruire sulle macerie. Per questo mi è piaciuta l’analisi storica fatta qui perché spiega come e perché è nata l’Europa e come e perché vale la pena di lottare perché sia ciò per cui è nata: http://www.tracce.it/default.asp?id=411&id_n=41025

Mi è piaciuto perché  ripercorrendo dei tratti importanti della nostra storia recente, aiuta a fare ognuno la propria scelta in vista delle prossime elezioni europee, senza dimenticare la bellissima lettera a Diogneto in cui con semplicità si ribadiva, già nei primi secoli del cristianesimo, il compito dei cristiani: http://annavercors.wordpress.com/2011/11/27/la-lettera-a-diogneto/

…sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono…

La citazione completa dai Cori dalla Rocca  di T.S.Eliot è: “Essi cercano sempre di evadere/ dal buio esteriore e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’esser buono”.

Mi ha colpito tale citazione che da tempo tra amici ripetiamo senza comprenderne il significato. Ora mi è chiaro che la lotta buona di alcuni per avere delle buone leggi ha finito con il diventare una lotta ideologica, prescindendo dall’impegno irrinunciabile di ciascuno ad “esser buono”.

Perché siamo liberi e la nostra libertà in ogni momento può fare delle scelte che nemmeno ci immaginavamo. Come conferma questo passaggio della Spe Salvi:

“Poiché  l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette un mondo migliore chendurerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; anzi, egli ignora la libertà umana”. Anzi “se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata llmlibertàmdell’uomo, e, per questo motivo, non sarebbero per nulla  delle strutture buone(…) In altre parole: le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può essere mai redento semplicemente dall’esterno” (Spe salvi, 24,45)

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