Buona Pasqua

Icona

 

Quello sguardo che tutto ha visto e vede, che tutto ha patito e patisce, conquisti tutti con la Pace e la Gioia della Sua Resurrezione

L’annuncio che risponde all’anelito infinito del cuore

volantone Pasqua 2014

Il vero impegno non è parziale: è con ogni aspetto della vita

Dagli appunti degli esercizi di Rimini appena conclusi:

“Essere impegnati con la vita non significa l’impegno esasperato con l’uno o l’altro dei suoi aspetti: l’impegno con la vita non è mai parziale. L’impegno con l’uno o l’altro aspetto della vita, se non è vissuto come derivazione da un globale impegno con la vita stessa, rischia di diventare una parzialità squilibrante, una fissazione o una isteria. Ricordo un detto di Chesterton: “L’errore è una verità diventata pazza”». Per questo «la condizione per poter sorprendere in noi l’esistenza e la natura di un fattore portante, decisivo come il senso religioso, è l’impegno con la vita intera, nella quale tutto va compreso: amore, [lavoro,] studio, politica, denaro, fino al cibo e al riposo, senza nulla dimenticare, né l’amicizia, né la speranza, né il perdono, né la rabbia, nè la pazienza. Infatti dentro ogni gesto sta un passo verso il nostro Destino”

Il compito che ora ci viene chiesto è il compito della conversione

 

Si sono conclusi domenica scorsa gli esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione cui non ho potuto partecipare. Ma ci sono alcune frasi rubate, come diamanti, da un grande giacimento di pietre preziose. Tra queste perle ve n’è una che sintetizza a mio parere tutto il compito del cristiano: la conversione. Cito a memoria: il compito che ora ci viene chiesto è il compito della conversione.

Mi rendo conto che è più facile dirlo che sperimentarlo, soprattutto se l’intero ambiente che per osmosi ci condiziona, rema in senso contrario. A meno che non capiti in un paese sperduto e poco conosciuto un giovanissimo parroco innamorato della sua vocazione, ma soprattutto innamorato di Cristo, che riesce a valorizzare a, partire dal suo cristianesimo vissuto intensamente, qualsiasi cosa buona. E riesce a rendere piacevole e gustosa anche quella che negli ultimi decenni era la cosa più pesante del Cristianesimo, la liturgia, la più pesante e la più sconosciuta. Capita così che in tre anni cambi completamente il volto di una parrocchia e capita che Maria Laura mi chieda di pubblicare questo prezioso contributo, prezioso perché parte dal cuore. Ne sono certa perché tra noi non c’è spazio per ipocrisie o finzioni: non ce n’è bisogno quando si sperimenta la gioia di essere cristiani:

Poche settimane fa la nostra comunità di Settimo San Pietro ha vissuto con partecipazione l’esperienza di fede delle Quarantore in preparazione alla Pasqua e al termine della Messa conclusiva i celebranti hanno portato in processione il Santissimo Sacramento all’interno della Chiesa, benedicendo da vicino tutti i presenti.

È stato un momento intenso, in cui abbiamo percepito visivamente che Dio si è fermato in mezzo a noi e ci ha comunicato Grazia della sua presenza.

Questo momento mi ha riportato ad una precedente celebrazione al termine del Te Deum dello scorso anno, quando don Elenio è passato in mezzo a noi col Santissimo Sacramento. In quel momento lo Spirito, che in noi agisce e prega, mi ha permesso di capire insieme il significato del Natale, che avevamo appena celebrato, del suo farsi pane per noi e della Pasqua di resurrezione: il Dio immenso, che gli uomini sentivano lontano, si fa piccolo in Corpo e Sangue e viene, passa in mezzo a noi per rivelarci la Sua essenza d’amore che si compie pienamente nel suo sacrificio sulla Croce, col dono totale della Sua Persona, e nella Pasqua che ha aperto tutti noi alla Resurrezione.

E il Sacro Pane che riceviamo nelle nostre mani al momento dell’Eucaristia non può essere un privilegio da tenere con se’, ma un dono da condividere con gli altri dando l’impronta alle nostre attività di ogni giorno che saranno così sempre guidate dalla Sua Presenza.

 

Il Suo Volto

Per ora la foto del lavoro finito. Che ora deve riposare in modo che si asciughi il colore. Il nome dell’icona è Cristo Pantocrator

 

Cristo Pantokrator

Frasi rubate dagli Esercizi di Rimini…

  Non sono potuta andare a Rimini per gli esercizi annuali della Fraternità di Comunione e Liberazione, ma mi sono giunte attraverso il web delle frasi che mi paiono importanti. Ne trascrivo due:

Il nostro compito non è chiederci cosa fare per cambiare le strutture, ma a che punto è la nostra conversione…. Comunichiamo solo attraverso la nostra letizia del nostro cuore (Carròn , Esercizi 2014)

Non basta fare, non basta vedere, occorre fare esperienza! Come mai le nostre iniziative non cementano il nostro rapporto con Lui? Come capisco chiesto facendo esperienza? Un metodo!

In realtà la seconda citazione è arrivata per prima e mi ha colpito la domanda che ci interpella sul “nostro rapporto con Lui”. Il che significa che anche per chi è di CL l’importante  non è fare una cosa o un’altra, ma se attraverso queste i iniziative, le più svariate – dalla politica alla scuola, alla famiglia – realizziamo un rapporto più profondo con Lui. Il primo appunto invece mi pare più esplicito: non ci viene chiesto di cambiare le strutture (comprese quelle politiche, ndr), ma a che to è la nostra conversione, perché riusciamo a come osare solo attraverso la letizia del nostro cuore. fratwrnità.Rimini.2014

“Avere il centuplo nella vita di tutti i giorni… questa è una cosa che mi interessa”

 

Ultimamente sto riflettendo con alcuni miei amici sull’utilità e la necessità che tutta la vita sia rapporto con l’Eterno, per la nostra gioia perché nel rapporto personale con Lui veniamo immersi nella sua stessa gioia trinitaria. In questa riflessione mi sono stati di grande aiuto gli appunti dell’ultimo collegamento video sull’argomento. Da essi copio i passaggi che più mi hanno aiutato e credo aiutino anche altri.

Da una domanda:

che differenza c’è tra il servizio come senso del dovere e il servizio come dono di sé, perché è esperienza di tutti i giorni che di fronte a tutte le richieste della giornata, dei figli, del marito, del lavoro, le mille cose da fare e da ricordare, io ho l’impeto e mi sento in dovere di rispondere a tutto e di fare le cose giuste e bene. Ma questo man mano, con la stanchezza eccetera, mi soffoca. Allora il mio senso del dovere, che come buona moglie e buona madre mi imporrebbe di rispondere a chi ho davanti, mi angoscia, poi mi fa sentire in colpa per tutta la mia inadeguatezza, il mio non aver fatto ciò che avrei dovuto e nel modo giusto. Leggendo invece questo capitolo (stiamo riflettendo sul cap. 8 di “All’origine della pretesa Cristiana”) capisco bene come Cristo è venuto a cambiare questo modo di servire il tutto, a mostrarmi la verità, il significato e la profonda convenienza umana come via e possibilità di avere il centuplo nella vita di tutti i giorni, e questa è una cosa che mi interessa. Allora vedo che c’è un consumarsi che porta alla pace e un consumarsi che porta esattamente all’opposto, all’angoscia. In che cos’è che si distingue? Io intuisco che il senso del dovere è rispondere a tutto moralisticamente, mentre il dono di sé è rispondere al tutto in un rapporto reale, concreto, con Cristo; per vorrei capirlo bene, perché per me sarebbe un delitto pensare di appiccicare l’etichetta “per Cristo” a quel che devo fare, neanche un pomeriggio reggerei!

 

Dalla risposta

…se alle provocazioni del reale che dobbiamo fronteggiare noi rispondiamo moralisticamente o rispondiamo come dono di sé, cioè in rapporto con qualcuno, con Cristo. Ma che cosa vuol dire in rapporto con Cristo? Vuol dire che io vivo ogni circostanza come la possibilità non di chiudere moralisticamente la vicenda, ma di spalancarmi a ciò attraverso cui il Mistero mi raggiunge, che è la circostanza. Tu hai detto che nel libro è descritto come conveniente umanamente. Il dono di sé ci conviene, e uno capisce benissimo quando fa le cose perché ama la persona con cui si è sposata o soltanto perché ha il dovere di sposa di farlo. Qual è il test? Quando cominci a pensare i compiti come un dovere, perché tutto era lo stesso dall’inizio, ma all’inizio tutto era visto come la possibilità di un rapporto e di dire alla persona amata: il mio amore arriva fino a questi dettagli. Era il contrario del moralismo. In che cosa si vede la differenza? Nella riduzione che noi facciamo della realtà, se per noi la circostanza è semplicemente qualcosa da sopportare o da fare moralisticamente, o la circostanza è un’occasione di entrare in rapporto. Per me questo è stato una svolta decisiva, perché tante volte quel che tu hai detto capitava a me; invece incontrando il movimento ho incominciato a vivere queste circostanze come la possibilità di un dialogo con Cristo, come tu dici, come la possibilità che mi offre adesso di dire “sì” liberamente, come scaturendo dalla sorgente ora, come tu potresti desiderare di dirlo alla persona che ami o ai tuoi figli. Questo è quel che cambia, non perché cambia la difficoltà di ciò che devo fare: cambia la natura di quel che faccio, perché la natura di quel che faccio o è soltanto dovere moralistico oppure è l’opportunità offerta a me ora di dire “sì” liberamente a un Altro. E questo fa la differenza. Se è dovere moralistico, soffochiamo, prima o poi, perché cercare la soddisfazione soltanto in un dovere moralisticamente inteso soffoca; mentre spalancare tutta l’ampiezza della domanda, tutta l’ampiezza del desiderio, tutta la misteriosità della realtà fa respirare, fa respirare!

(…)

l’io è rapporto; e se uno non vive ogni cosa dentro questo rapporto, soffoca. Invece se ogni realtà, ogni circostanza è vissuta come la possibilità di un rapporto, allora si spalanca. E se uno comincia a rendersi conto che attraverso questo il Mistero ti ridesta costantemente e ti chiama a rispondere, non sempre tutto è piacevole, ma ti rilancia; se uno non vede tutte queste sfide, come quella che stiamo vivendo adesso, come occasione di presa di coscienza di sé, del ridestarsi di sé, non vede la convenienza umana, non vede più il centuplo.

Il cieco nato e il nostro desiderio di felicità

Sabato sera sono rimasta colpita da un passaggio dell’omelia del mio parroco. Se ricordate si parlava del cieco nato e alcuni chiedevano a Gesù se la cecità fosse conseguenza del peccato suo o dei suoi genitori (suo non poteva essere visto che era nato così). A quei tempi – ma anche oggi – alcuni credono che il male che ci capita sia una punizione per i nostri errori. Gesù ha risposto di no; quella cecità era per la Gloria di Dio.

Anche nell’episodio di Lazzaro, Gesù parla della Gloria di Dio ed io non ne conoscevo il motivo teologico, benché un po’ intuissi il significato. Ma la cosa più sorprendente è stata la grinta con cui il nostro don E. ha affermato che i mali che ci capitano non sono “disgrazie”” ma sono per la Gloria di Dio. (ho avuto modo due ore dopo di sperimentare sulla mia pelle l’affermazione…. ma è un’altra storia).

Davanti a questa affermazione così decisa mi è tornato in mente quello che diceva Giussani e cioè che ci vuole coraggio per sostenere la speranza degli uomini. E mio marito ha aggiunto: ci vuole anche fede.  Tale concezione del dolore, della prova, della difficoltà proprio non ce l’abbiamo. Ma la risposta concreta è li’ nel Vangelo.

Queste riflessioni mi sono state suscitate dalla lettura di questo allegato (si tratta di appunti presi durante la videoconferenza di mercoledì scorso,26 marzo) nel quale si dice che il bisogno, il desiderio dell’uomo, la sfamare di felicità viene in ogni modo ridotta dal potere. Ma solo una risposta esauriente può aiutarci a stare di fronte alla nostra sete di felicità.

“Il tuo volto nacque da ciò che fissavi”

Il tuo nome nacque da quel che fissavi. Non solo per la Veronica. “La fede è un cammino  dello sguardo”

 

Da Tracce:

Egli solo è qui

Luigi Giussani

Appunti da una meditazione di Luigi Giussani lungo la Via Crucis

Lo Spirito, che ha fatto il Dio uomo e ha reso questo uomo capace di morire per noi e l’ha risuscitato con la sua potenza dai morti, operi anche in noi queste meraviglie, strappi via la curiosità del nostro essere qui, del nostro riandare ai fatti, del nostro reimmaginarci quello che è accaduto senza comprendere, senza penetrare mai, senza lasciarci sfidare mai dal significato reale della questione. Per questo diciamo l’invocazione con tutto il cuore: Gloria.

I STAZIONE Gesù condannato a morte Noi siamo tra gli uccisori di Cristo come tutti gli altri, ma lo siamo in un modo assolutamente particolare com’è particolare il suo rapporto con noi. Eppure rimane inesorabile questa Presenza nella nostra vita, perché essa Gli appartiene. Il Signore, nella Sua Misericordia, ci ha scelti, ci ha perdonati, ci ha abbracciati e riabbracciati. Egli ha preso su di sé tutti i nostri peccati, noi siamo già perdonati. Deve manifestarsi. Come? Attraverso il cuore mio che L’accoglie, che Lo riconosce. È una cosa così semplice, ma non c’è nulla di più divino nel mondo, di più miracoloso, cioè di più grande anticipo dell’evidenza ultima ed eterna.

II STAZIONE Gesù caricato della croce « Tu cammini con noi nel deserto». Questa parola è vera. Non togli il deserto che è la nostra vita, ma in questo deserto parli e questa parola è pane che ci sazia, roccia su cui costruire. Questo è il dolore della Tua Croce: sei venuto a camminare con noi e Ti lasciamo solo. Che gli occhi nostri e il nostro cuore si commuovano nella memoria di questa Tua Presenza sacrificata, di questo Tuo camminare nel deserto. Volontariamente Egli abbracciò la Croce. Questa volontà di sacrificio, chi tra noi l’ha resa abituale?

III STAZIONE Gesù cade la prima volta Questo è il delitto, il venir meno dell’uomo a se stesso, a ciò di cui è fatto, cioè a se stesso, il venir meno dell’uomo a se stesso. Il peccato. Che scrosciante imponenza assume, allora, questa parola: peccato. E si capisce tale parola dalla sua origine, dalla sua radice che è la dimenticanza di Te, o Padre. Affidarsi a Lui vuol dire seguirLo, accettarne la legge. Può sembrare sacrificio, ma è per la gioia. Conviene a noi questa via in cui il sacrificio è condizione per diventare maturi, grandi. La nostra coscienza diverrà più profonda, il Consolatore ci verrà dato. La salvezza è dono – non è una nostra ricerca, un nostro sforzo – e ha un nome: Cristo.

IV STAZIONE Gesù incontra sua madre Il primo significato dello sguardo che la Madre porta al Figlio è una identificazione. Chi avrebbe creduto che il Creatore, perché noi vivessimo il rapporto con tutte le cose, avrebbe dovuto perderle per poi riaverle! Sua Madre lo ha creduto subito. Madonna, rendici partecipi della coscienza con cui tu guardavi tuo Figlio morire solo, solo, sulla croce. Guardavi tuo Figlio camminare con gli uomini per cui è venuto a morire, solo.

V STAZIONE Il cireneo aiuta Gesù a portare la croce C’è un fatto grosso come una montagna, che viene prima, e la tua strada ci deve passare: Dio ci ha amati per primo. Nessuno di noi può strappare dalla trama della sua esistenza questo fatto: sei stato chiamato. Dio ci ha scelti, siamo proprietà particolare di Dio, la nostra vita Gli appartiene.

VI STAZIONE La Veronica asciuga il volto di Gesù Non ha bellezza, né aspetto suggestivo il sacrificio. Il sacrificio è Cristo che patisce e muore. Egli è il significato della nostra vita, perciò deve incidere nel presente, perché ciò che non è amato nel presente non è amato, e ciò che non è affermato nel presente non è affermato. «Il tuo nome nacque da ciò che fissavi» (Giovanni Paolo II). La legge dell’esistere è l’amore, perché l’amore è affermare con il proprio agire qualcosa d’altro. Tutta la vita è funzione di qualcosa di più grande, è funzione di Dio. La nostra vita è funzione di Te, o Cristo. « Cerco il tuo volto». «Cerco il tuo volto», questa è l’essenza del tempo. «Cerco il tuo volto», questa è l’essenza del cuore. «Cerco il tuo volto», questa è la natura della ragione.

VII STAZIONE Gesù cade la seconda volta Se portiamo attenzione alle nostre giornate, ad ogni input di sacrificio che, imposto dalla vocazione, noi assecondiamo, realmente ci percepiamo redentori, ricostruttori di città distrutte, redentori con Cristo. Allora la nostra azione si spalanca, si apre: con la presenza di Cristo, con il cuore di Cristo, la nostra vita personale spacca gli orizzonti e si apre all’Infinito, un Infinito che, come la luce del sole, penetra fin nei tuguri e nei luoghi oscuri, tutto rendendo nuovo. Dobbiamo collaborare a ciò per cui Cristo è morto. «Vocazione» vuol dire essere chiamati particolarmente a questo, a rendere inevitabile per noi questo: partecipare a quell’azione per cui Cristo è morto per redimere, per salvare gli uomini. Non potremo andare per strada e guardare le facce degli altri se non sentendo uno struggimento, uno struggente desiderio di salvarli. È dentro questo struggimento che si salva se stessi.

VIII STAZIONE Gesù incontra le donne di Gerusalemme Lo sguardo a Cristo non si può portare se non nella coscienza di essere peccatori. Che si è peccatori non è un giudizio se non emerge quando guardiamo la faccia di Colui che abbiamo contristato. Le nostre giornate sono dominate invece dalla distrazione, così il cuore rimane arido e in quello che facciamo siamo pieni di pretesa. IX STAZIONE Gesù cade la terza volta « Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori». Dio è positività, Dio è l’Essere; tutto ciò che non finisce in questa parola non è, non è vero, non è reale. Tutto finisce in questa parola, attraverso il sacrificio. È nel sacrificio che tutto diventa vero, compreso te stesso e la tua stessa vita.

X STAZIONE Gesù è spogliato delle vesti Dobbiamo accettare di rinnegare l’immediatezza con cui le cose ci si presentano o ci sollecitano, aderire alla via di Dio misteriosa che ci invita a seguire la sua parola, a seguire la sua rivelazione, il modo con cui Lui stesso è venuto a salvarci, per liberarci. È andato in croce per liberarci dal fascino del nulla, per liberarci dal fascino delle apparenze, dell’effimero.

XI STAZIONE Gesù è inchiodato alla croce Cristo in croce è il peccato condannato dal Padre. La croce di Cristo è l’esplosione della coscienza del male. Noi entriamo in rapporto con Cristo per la coscienza che abbiamo del peccato. Qui si attua la caduta senza fine in noi: nell’assenza della coscienza del peccato e nella coscienza falsa del peccato; perché il rimorso, lo scetticismo non sono coscienza del peccato. Chi ha coscienza del proprio peccato ha anche la coscienza della liberazione.

XII STAZIONE Gesù muore in croce Non possiamo dimenticare a quale prezzo siamo stati salvati, ogni giorno. Il sacrificio non è un’obiezione, neanche la sconfitta umana è un’obiezione, ma è la radice della Resurrezione, è la possibilità di una vita vera. L’avvenimento che riaccade qui ed ora, se è innanzitutto un fatto – un fatto che non si può ridurre a nulla, che non si può censurare, che non si può più cancellare -, se è innanzitutto un fatto, è un fatto per te, che ti interessa supremamente. È un fatto per te! Per te, per me, per me! “Per te” è la voce che si sprigiona dal cuore del Crocifisso. “Per me” è l’eco che ne soffre il cuore mio, la coscienza mia. Tutto cadrebbe nella morte senza questa voce, senza questa Presenza.

XIII STAZIONE Gesù deposto dalla croce Tutto il mondo giudica castigo il dolore, giudica l’uomo raggiunto dal dolore, costretto alla rinuncia, al sacrificio come percosso da Dio e umiliato, ma Maria no. Come era chiaro al suo cuore, crocifisso con quello di Cristo, che il castigo che ci dà salvezza, che esalta la vita si era abbattuto su di Lui e per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome. Fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum ut sibi complaceam. Ecco la grande legge morale. Qui insorge la vera legge morale che è la scaturigine della morale: piacere al Mistero, piacere a quell’uomo crocifisso, piacere al mistero di Dio che si è reso uomo e fu crocifisso per me, e risorse perché io fossi liberato.

XIV STAZIONE Gesù è posto nel sepolcro La soglia della verità del sacrificio sta nella domanda: «Dio, affrettati in mio soccorso». Il muoversi della pietra sulla tomba delle nostre azioni vuote incomincia qui. La Resurrezione incomincia da questo aspetto di infinita impotenza nostra che è la mendicanza, da questo supremo riconoscimento che Dio solo è potente, e di suprema gratitudine perché Egli, che ha iniziato la nostra esistenza, vuol portarla a compimento. Niente c’è di più espressivo della comunicabilità universale, cattolica, ecumenica, di un cuore reso nuovo dal “sì” a Cristo, da quella speranza in Lui per cui ognuno di noi quotidianamente riprende la ricerca, il desiderio, la domanda, il sacrificio della purità. Sempre vivendo una pace nella mortificazione continuamente ravvivata.

Guarda, Dio onnipotente, l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale, e fa’ che riprenda vita per la passione del Tuo unico Figlio. Egli è Dio e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

 

La via della Bellezza

Come avrete intuito, mi sto cimentando con l’iconografia sacra. È un’avventura affascinante perché sono continuamente invitata a confrontarmi con la via pulchritudinis (la via della Bellezza) e, come per tutte la cose belle, ritengo sia addirittura doveroso condividerne la ricchezza. Non è necessario essere dei pittori per imparare questa tecnica antichissima e bella, però, davanti al problema su come trattare un’autentica icona, come sarà la mia dopo che la finisco, il maestro iconografo ha messo una nota su Facebook  che mi pare giusto riproporre anche dal blog.

Provo a copiare la nota “Come si tratta un’icona”:

Solitamente, quando consegno un’icona, insieme alla preghiera di benedizione, metto la garanzia di autenticità che certifica il fatto di esser stata dipinta a mano, secondo i canoni della tradizione, di aver utilizzato una tavola di legno cessata, pigmenti naturali. Minerali e pietre preziose, utilizzando il mortaio, foglia oro 24Kt con doratura a bolo  o a missione e anche alcune regole e consigli per una o corretta conservazione.

Molto spesso gli allievi o i committenti mi chiedono come si deve gestire un’icona. La richiesta nasce nel momento in cui devono sistemare in casa l’icona; spesso non sanno come o dove metterla e in che modo relazionarsi con essa. Allora è importante sapere che:

Si deve sempre guardar da una distanza che misura tre volte tanto la lunghezza della tavola per coglierne in pienezza tutta la bellezza, l’espressività, l’armonia delle forme e dei colori.

Il luogo più adatto dove collocare l’icona è in un angolo della casa più riservato dove sia possibile sostare in preghiera, ponendo accanto ad essa il Libro della Sacra Scrittura, perché la Parola e l’Immagine si illuminano a vicenda.

Si possono utilizzare diversi tipi di supporti, l’ideale sarebbe tenerla sopra una mensola, su un cavalletto da tavolo, ma si può anche appendere, l’importante è che sia posizionata in modo decoroso.

La tavola su cui è stata dipinta è cessata, per cui si consiglia molta cautela nel mangiarla e si raccomanda di prenderla sempre dai lati e di non mettere le mani sulla parte dipinta o sull’oro.

Non tenerla in luoghi umidi, in quanto avendo usato l’antica tecnica della tempera all’uovo (tuorlo e vino bianco) e vernici naturali, come l’oliva, i tempi di asciugatura sono molto lenti; ci possono volere  anche mesi e l’umidità di certo non favorisce.

Le luci sono molto importanti, l’ideale sarebbe la luce naturale della candela o una luce gialla, ma mai direttamente sula tavola: in questo modo si può cogliere la luce Taborica che irradia dell’icona.

L’icona deve essere guardata prima di tutto con gli occhi del cuore , si contempla con il rispetto   e la venerazione che si hanno davanti alla presenza di Dio. Bisogna anche ricordarsi che è un sacramentale, che non è un quadro e che la sua funzione è liturgica, perciò davanti a un’icona si sta in silenzio e in preghiera.

L’aspetto  artistico deve lasciare posto a quello spirituale, si deve andare oltre. Non bisogna fermarsi all’aspetto estetico che può riempire gli occhi, ma lasciar vuoto il cuore…

 

 

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 73 follower