Miguel Manara

(Dal vecchio blog, per gli amici nuovi e antichi)

Lui solo è 

Mi ha sempre affascinato la storia di Miguel Manara, il don Giovanni storico che in realtà si chiamava proprio Miguel Mañara e che Giovanni Paolo II ha proclamato beato. Questa la recensione fatta qualche anno fa:

 “Tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il cielo sia lodato!) non è la nostra” 
 Queste le parole conclusive del dramma sacro di Milosz, che affronta in modo poetico e perciò profondamente vero e affascinante, la vicenda tormentata del don Giovanni storico.

L’ardente cavaliere ci viene presentato proprio nel momento in cui l’insoddisfazione comincia a rodere: “Ah! Come colmarlo, quest’abisso delle vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte che mai, più folle che mai”. 
 Ma al culmine dell’insoddisfazione un incontro: Girolama Carillo de Mendoza. Poco più che adolescente essa ama i fiori ma non li recide per ornarsi come le altre fanciulle, perché “Si può benissimo amare, un questo mondo in cui siamo, senza aver subito voglia di uccidere il proprio caro amore, o di imprigionarlo tra i vetri (come si fa con gli uccelli) in una gabbia in cui l’acqua non ha più sapore di acqua e i semi d’estate non hanno più sapore di semi”.

 E’ felice Girolama, felice della semplicità che custodisce il pudore di una giovinezza inconsapevolmente affascinata dal mistero della verità di sé: “mi dicevate poco fa che la mia vita era triste: non condivido affatto il vostro punto di vista. C’è la casa, c’è il giardino, e la lezione quotidiana, e i poveri. C’è molta, molta povera gente a Siviglia. Non ho il tempo di annoiarmi. E poi ci sono i libri (…) Non rimproveratemi questa tranquillità di spirito e di cuore: non trascuro nessuno dei miei doveri”. 
Nella sua semplicità e giovinezza Girolama accoglie Miguel Mañara, pur conoscendone il passato, perché intuisce che nel cuore di lui quella scintilla immortale di bene non si è del tutto spenta, nonostante i suoi trascorsi così burrascosi e quasi immemori: “Non ho paura di voi” (…) “E le donne sanno bene quello che fanno, via, e non si lasciano prendere che quando Dio non è più nel loro cuore, e allora non vale più la pena di prenderle”. 

 I due si sposano, ma dopo tre mesi Girolama muore: il dolore immenso per la morte di lei fa riaffiorare nel cuore di Miguel tutta la consapevolezza della orribile vita che ha preceduto la conversione: è come se il dolore per la perdita delle persona amata portasse con sé tutti i dolori veri della vita, li rendesse più pungenti. E quale dolore più atroce che quello del male che non si può annullare?

 Ma il superiore del convento cui si presenta il giovane Miguel non censura nulla di tutto il suo burrascoso passato, perché comprende che il giovane vuole intensamente recuperare la verità di sé. 
Miguel entra in convento con questa speranza di redenzione e potrà finalmente acquisire, da figlio del dolore, quella certezza che gli fa dire: “Io sono Mañara. E colui che amo mi dice: queste cose non sono mai state. Se ha rubato, se ha ucciso: che queste cose non siano mai state! Lui solo è”. 

Questo in fondo è il destino di ogni uomo, più o meno malvagio, più o meno consapevole della propria meschinità: se ha la fortuna di incontrare chi glielo comunichi, prima o poi, capisce che quel che conta è soltanto il Fatto che Lui solo è. 

Ebbene questo dramma ci è stato presentato durante la minivacanza e ho avuto modo di gustarlo ancora di più. Cercherò di riferire i nuovi aspetti che ad una prima lettura mi erano sfuggiti: 

Molti contemporanei non riescono a porre un atto di fede appassionato, perché sono convinti che nell’adorazione di Dio ci sia la sublimazione di una debolezza: il problema religioso sarebbe quindi un’artificiosa consolazione per gente “sfigata”; un uomo che ha l’ingegno, per realizzarsi non ha bisogno di Dio.
Il Miguel Mañara può essere dunque un libro che contesta la concezione secondo cui Dio si offre come risposta consolatoria laddove non c’è via di scampo, perché si è deboli, incapaci, inetti, “sfigati” appunto. 
 In realtà vi è qualcosa di sospetto in “chi crede in Dio perché non si sa mai”… e dire che Dio salva solo ed esclusivamente dove finisce ogni attesa umana non è conforme alla fede cristiana. Anche perché il disprezzo della felicità terrena non è esente dall’incapacità di amare, mentre l’essenza del Cristianesimo è appunto l’amore. 
Incontriamo Miguel in un banchetto di avvinazzati e lo sentiamo al culmine della noia, dell’amaro disgusto per l’abiezione in cui ha disperatamente cercato di colmare la sua sete di infinito.
Non ha ritegno alcuno nel confessare la nausea per una vita  che  “cerca la donna pura per macchiarla e l’impura per esserne macchiato” (come è stato detto da un critico a proposito del poeta maledetto Baudelaire).
Chi non teme di sfidare il coraggioso Miguel, famoso per le sue imprese non solo amatorie, è il vecchio amico di suo padre che dettaglia in modo deciso tutte le indegne imprese del giovane trentenne. Lo distruggerebbe perché Miguel non ha nemmeno la voglia di reagire, immerso com’è nella nausea per una vita che non ha mantenuto le promesse di felicità che si aspettava; ma subito dopo gli indica una alternativa: la possibilità di un’incontro con una donna vigorosa e casta, Girolama. 
Segue la vicenda dell’incontro fra i due e Miguel  non ha certo ancora perso il suo istinto di “cacciatore”, ma questa volta trova in qualche modo pane per i suoi denti. Non lo disarma la scaltrezza di Girolama, ma la sua trasparente innocenza. 

Il fatto che incomincerà a spianare più decisamente la strada verso la conversione è la morte di Girolama.
La giovane sposa ha aperto una strada nuova nella vita di Miguel. Il suo  breve apparire luminoso ha ridestato in lui una sete di assoluto e gli ha mostrato un oggetto degno. La morte di Girolama significherà il dolore e il ritrovamento di se stesso.
Chi ha provato un grande amore non si rassegna a un di meno: vuole ritrovare quella bellezza la cui perdita rende la vita insopportabile.

Così accade per Miguel.

Dopo qualche mese lo vediamo alla porta di un convento a dire tutta la sua amarezza e il disgusto per la vita piena di peccato che ha preceduto l’incontro con Girolama.
Ma il disgusto sembra riempire tutto l’orizzonte e gli impedisce il vero pentimento; il passato è troppo carico delle sue avventure amorose che il vero amore per Girolama illumina di tutta la loro mediocrità.
“Tu non hai il volto… perché ascolti il tuo dolore… penitenza non è dolore: essa è amore” Gli dice il superiore del convento. La vera penitenza, il pentimento non può venire dal dolore, ma dal riconoscimento  che la sete di infinito e di amore non è stata colmata dall’errore e tale riconoscimento è reso più facile quando nell’esperienza c’è stato un amore vero e bello come quello per Girolama.

Dio dunque non è risposta agli animi mediocri, ma anche risposta ad uomini della statura di Miguel che ha giocato tutta la sua vita nella ricerca dell’amore e dell’appagamento vero. Perché Dio è amore e totale felicità e ci ha fatto per l’amore e la felicità.

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3 commenti

  1. giovanni p

     /  novembre 28, 2011

    ciao MV
    un articolo molto bello e ben fatto.
    complimenti.
    a presto
    giovanni

    Rispondi
  1. Don Giovanni e Miguel Manara « Anna Vercors

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